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Archive for MILLE FOGLIE DI SANTITA’

Robert Baden-Powell

Robert Baden-Powell

Fondatore degli scout (1857 – 1941) 8 gennaio

Sir Robert Stephenson Smyth Baden-Powell, è senz’altro una delle figure più benemerite nell’educazione della gioventù, che seppe indirizzare in modo singolare e consono ai giovani, alla scoperta di Dio e del libro magnifico della Natura, creata da Dio.

Robert Stephenson Smyth Baden-Powell, nacque a Paddington, un paese vicino Londra, il 22 febbraio 1857, sesto degli otto figli di un professore di geometria dell’Università di Oxford, il reverendo Harry Baden-Powelli e di Henrietta Grace Smyth, figlia dell’ammiraglio W.T. Smyth, donna di forte carattere e determinazione.

Robert quindi discendeva dal famoso pioniere delle Ferrovie, George Stephenson e da un avventuroso colonizzatore del Nuovo Mondo, il bisnonno Joseph Brewer Smyth. Quando aveva tre anni rimase orfano del padre; frequentò la “Rose Hill School” a Tunbridge Wells, dove fu premiato per il suo profitto, con l’ammissione alla scuola “Charterhouse”.

Pur non eccellendo nello studio, dimostrò una grande vivacità, sempre al centro delle attività ricreative, portiere della squadra di calcio della scuola, organizzatore di spettacoli entusiasmanti per gli studenti, appassionato nella costruzione di strutture fatte con la muratura e con il legno; inoltre aveva una inclinazione per la musica, ambidestro, suonava il pianoforte e il violino con un certo talento.

Nelle sue vacanze, amava dedicarsi all’avventura con i suoi fratelli; con la canoa risalì il Tamigi fino alle sorgenti; un’altra volta fece una spedizione in barca navigando lungo le coste del sud dell’Inghilterra; imparò ben presto l’arte della navigazione, mentre a scuola era molto forte in matematica. A 19 anni concluse gli studi liceali alla ‘Chaterhouse’, fallendo però gli esami di ammissione all’Università.

In un concorso di arruolamento, per diventare sottotenente di cavalleria, arrivò secondo, e nel 1876, Robert Stephenson Baden-Powell fu assegnato al 13° Battaglione Ussari di stanza in India, iniziando una prima importante esperienza di vita nel campo militare.

Prestò in India un eccellente servizio militare, tanto che a soli 26 anni era già capitano; in quel periodo, sempre per il suo spirito estroverso e incline all’avventura, conquistò il trofeo più ambito nell’India coloniale di allora, la caccia al cinghiale selvatico, a cavallo e come arma solo una corta lancia.

A 21 anni, ritornò in Inghilterra per un breve periodo di malattia; ristabilitasi dopo qualche mese, partì con il suo reggimento per l’Afghanistan, dove ebbe incarichi di grande responsabilitàm grazie alle sue doti di provetto esploratore e topografo.

La campagna militare in Afghanistan non ebbe successo, per cui nel 1880 gli inglesi ritornarono in India, a Muttra, dove Robert Baden-Powell incontrò McLaren, soprannominato “the boy”, che diverrà il suo più fedele amico per tutta la vita.

Negli anni dal 1880 al 1894, fu di stanza col suo reggimento “Dragoon Guards” nel Sud Africa; dove approfondì la conoscenza della popolazione Zulu, nella provincia di KwaZulu, traendone grande vantaggio per la sua specialità di esploratore.

Le sue capacità impressionarono i suoi superiori e ben presto venne trasferito nei Servizi segreti britannici; per questo viaggiò spesso travestito da collezionista di farfalle, nascondendo fra i disegni degli insetti, i documenti segreti militari.

Nel 1894 divenne ufficiale dei Servizi Segreti inglesi, nella base navale di Malta nel Mediterraneo; ma tre anni dopo nel 1897, all’età di 40 anni, col grado di colonnello comandante del quinto Dragoni, andò in Africa ad Ashanti (allora territorio della colonia britannica della Costa d’Oro, oggi del Ghana) per guidare la guerra contro l’ultimo asantehene, Prempeh (capo del popolo ashanti), che fece prigioniero.

Ritornato in Sudafrica, prima della guerra dei Boeri (discendenti degli antichi coloni olandesi), fu coinvolto in molte azioni militari contro gli Zulu; diventò dopo breve tempo il più giovane colonnello dell’esercito britannico e responsabile dell’organizzazione delle forze di frontiera, che dovevano supportare l’esercito regolare.

E fu in questo compito, che venne a trovarsi intrappolato nell’assedio di Mafeking nel 1899, ad opera dell’esercito boero, superiore di numero di ben 8.000 militari. In quest’occasione, si rivelarono tutte le doti organizzative e le particolari tecniche usate dal colonnello Baden-Powell, resistendo all’assedio per ben 217 giorni; furono realizzati falsi campi minati, e i soldati addestrati a dover evitare inesistenti recinti di filo spinato.

Istruì ed utilizzò un gruppo di ragazzi locali, al ruolo di vedette, porta-messaggi, facendoli passare anche attraverso le linee nemiche; Baden-Powell rimase impressionato dal coraggio e dalla generosità con la quale i ragazzi, espletavano gli incarichi ricevuti; purtroppo molti di loro persero la vita, durante le escursioni.

Nel frattempo veniva stampato e distribuito alle reclute, un suo piccolo manuale intitolato “Aids to Scouting” (“Suggerimenti per l’esplorazione”), un utile compendio per l’addestramento delle reclute all’esplorazione e a sopravvivere in ambienti ostili, grazie al proprio spirito di iniziativa; gli indigeni lo temevano tanto che gli diedero il nome di ‘Impeesa’ (“il lupo che non dorme mai”), per il suo coraggio e la bravura d’esploratore e l’abilità nel seguire le tracce.

Il 16 maggio 1900, terminò l’assedio, con la liberazione di Mafeking e finalmente la Gran Bretagna, angosciata per tutti quei mesi sulla sorte di soldati ed abitanti, tirò un sospiro di sollievo, celebrando l’evento con grandi manifestazioni di gioia ed entusiasmo. E Baden-Powell, promosso generale, divenne un eroe nazionale; dopo aver organizzato un servizio di polizia nazionale in Sudafrica, ritornò in Inghilterra nel 1903, con l’incarico di Ispettore Generale della Cavalleria.

Ritornato in Inghilterra, Robert Baden-Powell venne a conoscenza del successo avuto dal suo manuale “Aids to Scouting”, ormai utilizzato da insegnanti e da associazioni giovanili.

Dopo aver seguito una conferenza di sir William Alexander Smith, fondatore delle “Boys Brigades”, Baden-Powell prese la decisione di riscrivere il suo manuale di addestramento, per adattarlo ad un pubblico più giovane; dopo per verificare la praticabilità di alcune sue intuizioni, nel 1907 tenne un campo sull’isola di Brownsea con 22 ragazzi provenienti da varie estrazioni sociali. Il volumetto, dal titolo “Scoutismo per ragazzi” (Scouting for Boys), fu pubblicato nel 1908 in sei fascicoli, ottenendo una enorme vendita e diffusione in tutto il mondo.

Da ciò, ragazzi e ragazze spontaneamente presero a formare squadriglie e pattuglie, per provare le sue idee e così inaspettatamente il “Movimento Scout” divenne un fenomeno di massa, dapprima solo in Inghilterra e poi in campo internazionale.

Il nuovo Movimento non si mise in competizione con le esistenti Boy’s Brigades, ma crebbe in parallelo ed in amicizia e collaborazione; tra le frequenti grandi adunate e competizioni fra tutti gli scout, vi fu quella tenuta nel 1908 a Crystal Palace a Londra, dove Robert Baden-Powell, venne a sapere dell’esistenza delle prime ‘Girl Scouts’; ma egli piuttosto che inserire le ragazze nell’associazione dei Boy Scouts, preferì fondare nel 1910, il movimento parallelo delle “Girl-guides”, sotto il coordinamento della sorella Agnes Baden-Powell.

Nel 1910, su consiglio di re Edoardo VII, Baden-Powell, lasciò l’esercito, per dedicarsi esclusivamente a promuovere lo scoutismo; aveva ormai 55 anni, quando sul transatlantico Arcadia, che lo trasportava a New York, per uno dei suoi tour mondiali, incontrò Olave Soames, una ragazza di 23 anni, che diventerà sua moglie il 30 ottobre 1912.

Il loro fidanzamento fu un evento mediatico, per evitare la stampa, il matrimonio si celebrò in segreto; da tutto il mondo, ogni scout e ogni girl-guida, donò un penny per contribuire a comprargli un’auto come regalo di nozze.

Quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale nel 1914, il generale a riposo, si mise a disposizione dell’Esercito, ma non gli fu dato nessun incarico, ritenendo primari il suo compito e responsabilità, nel Movimento Scout.

Nel 1920 si tenne ad Olympia, Londra, il primo Jamboree mondiale, cioè un grande raduno di scouts e durante la cerimonia di chiusura, B.-P. fu acclamato all’unanimità “Capo Scout del Mondo”; nel 1922 fu nominato baronetto, diventando sir Robert Baden-Powell.

Ma la riconoscenza delle autorità inglesi e dei ragazzi e ragazze di tutto il mondo, continuò nel 1929, quando durante il terzo Jamboree, tenuto ad Arrowe Park a Birkenhead, nel 21° anniversario della pubblicazione di “Scouting for Boys”, il Principe di Galles lo nominò Pari d’Inghilterra, prendendo il titolo di Lord di Gilwell, dal nome del Gilwell Park, nella contea dell’Essex, dove aveva aperto nel 1919, il primo centro internazionale di formazione di capi scout.

Anche in questa occasione, gli scout di tutto il mondo, offrirono un penny ciascuno, per regalargli una Rolls-Royce e una roulotte, che lui usò per girare il mondo, diffondendo lo scoutismo.

Altre onorificenze, ben 28, le ricevette nel tempo da altri Stati; inoltre ebbe ben sei lauree ad Honorem, da prestigiose Università; scrisse più di 32 libri, che lo aiutarono a pagarsi le spese dei suoi numerosi viaggi; sotto la sua guida il Movimento Scout internazionale, crebbe numeroso, tanto che nel 1922 erano più di un milione di scout in 32 Paesi e nel 1939 erano più di tre milioni e trecentomila.

Anche la moglie Olave Soames, partecipò attivamente alla vita dei Movimenti fondati dal marito e nel 1916 era Commissaria di Contea delle Guide; Capo Guida nel 1918 e Capo Guida del Mondo nel 1930; re Giorgio V nello stesso 1930, le concesse il titolo di Gran Dama dell’Impero Britannico.

Contribuì fortemente allo sviluppo del Movimento del Guidismo femminile, visitando 111 Nazioni durante la sua vita; per 29 anni a fianco di sir Robert e dopo la sua morte, da vedova, per altri 36 anni; morì il 19 giugno 1977 a Bramley, ad 88 anni.

La coppia nonostante la notevole differenza d’età, ebbe tre figli, Peter (che successe al padre nel Movimento e nel titolo baronale), Heather e Betty; tutti e tre ebbero il titolo di cortesia di “onorevole”, quando nel 1929 il padre ricevette il titolo di Lord of Gilwell; furono tutti sposati con prole; sia i figli che i nipoti del fondatore, continuarono e continuano, in buona parte, nell’attività dello scoutismo o nel guidismo.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ostacolò la concessione del Premio Nobel per la Pace a lord Robert Baden-Powell; perché pur essendo lui e il Movimento Scout, designati come destinatari, l’Accademia di Svezia decise di non assegnare il premio nel 1939 e negli anni successivi di guerra.

Da molti anni prese a soffrire di insistenti mal di testa, che man mano peggiorarono, tanto da dover dormire da solo in una camera da letto allestita sulla veranda; nel 1934 fu operato di prostata e nella speranza di riprendersi dai suoi acciacchi, fra l’altro deluso dal crollo della pace in Europa, nel 1939 si trasferì in una sua casa in Kenya, Paese che aveva visitato in precedenza.

Qui visse semiritirato a Nyeri, scrivendo ancora molti libri e racconti, ma senza ricavare grandi benefici per la salute; e in Africa, il Continente che tanto significò per la sua vita, morì l’8 gennaio 1941 ad 83 anni, con accanto la moglie Olave che l’aveva seguito in Kenya.

È sepolto in una semplice tomba a Nyeri, con il monte Kenya che fa da sfondo; nel 1978 anche le ceneri della moglie, furono portate in Kenya e deposte accanto al marito. Sulla sua tomba è riportato il segnale di pista scout: “Sono tornato a casa”.

Dopo la sua morte, il Movimento Scout continuò a crescere, fino a raggiungere gli oltre 25 milioni di scout nel mondo e le “guide” arrivarono a 12 milioni; altre numerose associazioni si ispirarono e si ispirano più o meno fedelmente, al suo metodo educativo ed organizzativo. I due Movimenti ‘Scout’ e ‘Giude’, hanno scelto il 22 febbraio, identico giorno di compleanno di Robert e Olave, come momento di festa e ricordo, per celebrare il lavoro fatto dai due pionieri, denominandolo “Founder’s Day” e “Thinking Day”; in Italia “Giornata del ricordo”.

Il senso religioso dei Movimenti

Baden Powell, figlio di reverendo, aveva una profonda religiosità e un sentito amore per la natura, perché in essa trovava l’opera di Dio:Leggi la Bibbia, nella quale scoprirai la Rivelazione Divina e poi leggi un altro libro meraviglioso: quello della Natura creata da Dio; quindi rifletti al modo con cui puoi meglio servire Dio”, sono sue parole scritte in un libro per i Rover.

Lo studio della Natura, mostrerà quante cose meravigliose Dio ha messo su questa terra perché tu possa gioire”, scrisse in un messaggio agli scout, trovato fra le sue carte dopo la morte, proseguendo: “Dio ci ha messo in questo mondo meraviglioso per essere felici; la felicità non è data dalla ricchezza, né dal successo nella carriera, né dal cedere alle nostre voglie; il vero modo di essere felici consiste nel dare la felicità agli altri; cercate di lasciare questo mondo un po’ migliore di come l’avete trovato”.

Tutta la vita di Baden-Powell è stata impegnata in questo senso religioso e questa religiosità l’ha voluta anche nello Scoutismo, dove non ha mai acconsentito a “dare un posto facoltativo al Creatore dell’Universo”; nel suo manuale per i ragazzi scrisse: “Nessun uomo è buono se non crede in Dio e non obbedisce alle sue leggi. Per questo tutti gli Scout devono avere una religione”.

Per mezzo dello Scoutismo Baden-Powell sperava anche di riuscire a diffondere l’ideale della pace e dell’amore non solo fra i ragazzi, ma fra tutti gli uomini.

Autore: Antonio Borrelli

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/93263

 

PREGHIERE ALLA SANTA FAMIGLIA

PREGHIERE ALLA SANTA FAMIGLIA

Alcune preghiere alla Santa Famiglia, come la corona per la protezione, la preghiera di consacrazione e tante altre ancora, per festeggiare la Santa Famiglia ed imparare ad imitarla.

CORONA ALLA SANTA FAMIGLIA

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo

Mia Sacra Famiglia del Cielo, guidaci per il retto cammino, coprici con il Tuo Sacro Manto, e proteggici le nostre famiglie da ogni male durante la nostra vita qui sulla terra e per sempre. Amen.

Padre nostro; Ave o Maria; Gloria al Padre

«Sacra Famiglia e mio Angelo custode, pregate per noi».

Sui grani grossi:

Dolce Cuore di Gesù, sii il nostro amore. Dolce Cuore di Maria, sii la nostra salvezza. Dolce Cuore di S. Giuseppe, sii il custode della nostra famiglia.

Sui grani piccoli:

Gesù, Maria, Giuseppe, Vi amo, salvate la nostra famiglia.

Alla fine:

Sacri Cuori di Gesù, Giuseppe e Maria tenete la nostra famiglia unita in santa armonia.

 

Preghiere di consacrazione delle nostre famiglie alla Santa Famiglia di Nazareth

O Santa Famiglia di Nazareth, Gesù Maria e Giuseppe, la nostra famiglia si consacra a Te, per tutta la vita e l’eternità. Fa’ che la nostra casa e il nostro cuore siano un cenacolo di preghiera, di pace, di grazia e di comunione. Amen.

O Santissima Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, speranza e consolazione delle famiglie cristiane, accogliete la nostra: noi ve la consacriamo interamente e per sempre.  Benedite tutti i membri, dirigeteli tutti secondo i desideri dei vostri cuori, salvateli tutti. Noi ve ne scongiuriamo per tutti i vostri meriti, per tutte le vostre virtù, e soprattutto per l’amore che vi unisce e per quello che portate ai vostri figli adottivi.

Non permettete mai che qualcuno di noi abbia a precipitare nell’inferno. Richiamate a voi quelli che avessero la disgrazia di abbandonare i vostri insegnamenti e il vostro amore. Sorreggete i nostri passi vacillanti in mezzo alle prove e ai pericoli della vita. Soccorreteci sempre, e specialmente nel momento della morte, affinché un giorno possiamo trovarci tutti riuniti nel cielo intorno a voi, per amarvi e insieme benedirvi per tutta l’eternità. Amen.

(Associazione famiglie consacrate alla S. Famiglia – approvata da Pio lX, 1870)

Atto di affidamento personale

O Gesù, Maria e S. Giuseppe, io mi affido pienamente a Voi, per compiere sotto la nostra guida, il mio cammino di santità, come Gesù si sottomise a Voi nella sua crescita in sapienza e grazia.Vi accolgo nella mia vita per lasciarmi formare alla scuola di Nazareth e realizzare la volontà che Dio ha su di me. Amen

PREGHIERA BREVE

O Santissima Famiglia di Nazareth, Gesù, Maria e Giuseppe in questo momento noi ci consacriamo realmente a voi con tutto il nostro cuore. Per noi la vostra protezione, per noi la vostra guida contro i mali di questo mondo, fino a quando le nostre famiglie saranno sempre solide nell’amore infinito di Dio.

Gesù, Maria e Giuseppe, noi vi amiamo con tutto il nostro cuore. Vogliamo essere totalmente vostri. Vi preghiamo di aiutarci a fare la volontà del vero Dio. Guidateci sempre alla gloria del Cielo, adesso e per tutto l’avvenire. Amen.

 

Supplica alla S. Famiglia

San Giuseppe, voi siete mio Padre; Maria Santissima, voi siete mia Madre; Gesù, voi siete mio Fratello. Siete voi che mi avete invitato ad entrare nella Vostra Famiglia, e mi avete detto che da tempo desideravate prendermi sotto la vostra protezione. Quanta degnazione! Io merito ben altro, voi lo sapete. Che io non abbia a disonorarvi, ma possano compiersi fedelmente i vostri amorosi disegni sopra di me, onde possa un giorno essere ricevuto nella vostra compagnia in Cielo. Amen.

Gesù, Maria, Giuseppe, benediteci e concedeteci la grazia di amare la S. Chiesa sopra ogni altra cosa terrena e di dimostrarle il nostro amore sempre e con la prova dei fatti.

Padre nostro; Ave o Maria; Gloria al Padre

Gesù, Maria, Giuseppe, benediteci e concedeteci la grazia di professare apertamente, con coraggio e senza umani rispetti, la fede che ricevemmo in dono col santo Battesimo.

Padre nostro; Ave o Maria; Gloria al PadreGesù, Maria, Giuseppe, benediteci e concedeteci la grazia di concorrere alla difesa e all’incremento della fede, per la parte che ci può spettare, con la parola, con le opere, col sacrificio della vita.

Padre nostro; Ave o Maria; Gloria al Padre

Gesù, Maria, Giuseppe, benediteci e concedeteci la grazia di amarci tutti scambievolmente e metteteci in perfetta concordia di pensiero, di volontà e di azione, sotto la guida e la dipendenza dei nostri sacri Pastori.

Padre nostro; Ave o Maria; Gloria al Padre

Gesù, Maria, Giuseppe, benediteci e concedeteci la grazia di conformare pienamente la nostra vita ai precetti della legge di Dio e della Chiesa, per vivere sempre della carità di cui essi sono il compendio. Così sia.

Padre nostro; Ave o Maria; Gloria al Padre

PREGHIERA ALLA SANTA FAMIGLIA  

Gesù, o Giuseppe, o Maria, o Sacra ed amabilissima Famiglia che lassù nel cielo regnate trionfante, volgete benigna uno sguardo sopra questa nostra famiglia che vi sta ora prostrata dinnanzi, in atto di consacrarsi tutta al vostro servizio, alla vostra esaltazione e al vostro amore, ed accogliete pietosamente la sua preghiera.

Noi, o divina Famiglia, desideriamo vivamente che sia da tutti conosciuta e riverita la vostra ineffabile santità, la vostra grande potenza e la vostra eccellenza. Desideriamo anche che voi, col vostro amoroso e onnipotente patrocinio, veniate a regnare tra noi e sopra di noi che, come sudditi fedeli, intendiamo e vogliamo dedicarci tutti a voi e prestarvi costantemente l’omaggio della nostra servitù.

Sì, o Gesù, Giuseppe e Maria, disponete pure d’ora innanzi di noi e di tutte le nostre cose, secondo la vostra santissima volontà, e come ai vostri cenni avete nel cielo pronti ed obbedienti gli Angeli, così noi promettiamo che cercheremo sempre di compiacervi e saremo felici di poter vivere sempre in conformità dei vostri Santi e celesti costumi e di compiacere in tutte le nostre azioni il vostro gusto.

E voi, o augusta Famiglia del Verbo Incarnato, vi prenderete certo cura di noi: voi ci provvederete ogni giorno di quanto ci sarà necessario per l’anima e per il corpo, al fine di poter vivere una vita onesta e cristiana.

Benedetta Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria, non vogliate trattarci come purtroppo meriteremmo, per le offese che vi abbiamo recato con tanti nostri peccati, ma in cambio perdonateci, come noi per amore vostro intendiamo perdonare a tutti i nostri offensori, e vi promettiamo che d’ora in poi sacrificheremo ogni cosa per conservare con tutti, ma specialmente fra noi familiari, la concordia e la pace.

O Gesù, o Giuseppe, o Maria, non permettete che i nemici di ogni bene prevalgano mai contro di noi; ma liberate ciascuno di noi e la nostra famiglia da ogni vero male, sia temporale che eterno.

Noi pertanto, tutti qui insieme uniti, come un cuor solo e un’anima sola, ci dedichiamo sinceramente a voi, e fin da questo momento vi promettiamo di servirvi fedelmente e di vivere tutti consacrati al vostro servizio e alla vostra gloria. In ogni nostro bisogno, con tutta la confidenza e la fiducia che voi meritate, ricorreremo a voi.

In ogni occasione vi onoreremo, vi esalteremo e cercheremo di innamorare tutti i cuori di voi, sicuri che ai nostri umili omaggi voi darete la vostra potente benedizione, che ci proteggerete in vita, che ci assisterete in morte e che finalmente ci ammetterete in cielo a godere con voi per tutti i secoli dei secoli. Amen.

(Con approvazione ecclesiastica, Milano, 1890)

 

Fontehttp://www.preghiereperlafamiglia.it/la-santa-famiglia-di-nazareth.htm

Paul Bourget

PAUL BOURGET

Laico (1852 – 1935) 25 dicembre

Uno scrittore alla ricerca della verità e il suo approdo alla fede sincera. Una massima che ha fatto il giro del modo: “Bisogna vivere come si pensa, se no, prima o poi, si finisce col pensare come si è vissuto“.

Paul Bourget nasce ad Amiens, nella Francia Settentrionale, il 2 settembre 1852. Il padre è un matematico. Frequenta il liceo parigino Sainte-Barbe dove, incoraggiato dal suo professore di retorica.

Bourget assimila disordinatamente tutte le tendenze in voga nella Francia del tempo. I positivisti che stimolano in lui quel fondo di razionalità che appartiene forse all’eredità paterna, mentre i decadenti e i romantici esercitano su di lui un’attrazione fatale, che sa di peccato, di colpa, ma anche — e il giovane poeta lo scoprirà presto — di redenzione. Queste letture provocano una crisi spirituale che lo allontana dalla fede e lo spinge su posizioni di scetticismo.

Allo scoppio della guerra franco-prussiana (1870-1871) si rifugia a Chambéry, nella Savoia, quindi l’armistizio lo riconduce a Parigi, dove vive la tragica vicenda della Comune, simpatizzando per i rivoluzionari. Riprende gli studi al liceo Louis-le-Grand e nel 1872 consegue la licenza in lettere. Dopo una breve esperienza didattica comincia a scrivere versi e novelle e collabora a giornali e a riviste d’avanguardia, dove pubblica articoli di critica letteraria, enunciando le sue prime riserve nei confronti del romanzo naturalista, al quale rimprovera l’incapacità di comprendere e di descrivere le passioni e i sentimenti.

Esordisce nel campo della lirica con alcune raccolte di versi.  Rivela quindi un’attitudine all’indagine psicologica, che eserciteranno un notevole influsso sui giovani del tempo. Alla critica tornerà volentieri in età più avanzata.

Con grande acume Bourget traccia il profilo di Stendhal (Marie -Henri Beyle, 1783-1842), di Honoré de Balzac (1799-1850), di Renan e di Henri-Frédéric Amiel (1821-1881), studiando i costumi di una società attraverso l’analisi psicologica di uno o più personaggi e delle ragioni profonde che hanno contribuito a orientarne scelte e comportamenti. 

Bourget inizia quindi la sua attività di romanziere psicologico, in contrapposizione al naturalismo di Émile Zola (1840-1902), incontrando il favore del pubblico, non soltanto francese. Queste opere contribuiscono a creare intorno allo scrittore la fama di delicato indagatore degli stati d’animo e del disagio spirituale della sua generazione, che ritiene diffuso soprattutto nell’aristocrazia e nell’alta borghesia e le cui cause sono oggetto delle sue appassionate ricerche.

Solo pochi osservatori si rendono conto del mutamento radicale che si sta verificando nella sua narrativa. L’attenzione costante alla vita di coppia, al matrimonio, al conflitto fra generazioni, all’adulterio con l’inevitabile “coda” del divorzio, che sono ancora gl’ingredienti delle sue storie, favoriscono in lui una progressiva consapevolezza della fragilità della società moderna: una società costruita senza il cemento della fede, senza quelle élite aristocratiche che ne costituiscono la struttura portante e senza le fondamenta di una tradizione millenaria, che la Francia laicista della III Repubblica (1870-1945) non riconosce più come propria. Bourget affronta la crisi, ponendo sul banco degli accusati i “cattivi maestri“.

Nasce così Le disciple, del 1889, che narra la storia di Robert Greslou e del suo maestro Adrien Sixte, “il grande negatore” di Dio e della libertà umana, l’intellettuale che, in nome della scienza, ha ridicolizzato le leggi morali che governano la società. Quando Greslou, dopo aver disonorato e ucciso l’allieva di cui era il precettore, e aver tentato inutilmente il suicidio, scrive dal carcere al proprio maestro, rivendicando la liceità di un comportamento che trovava giustificazione nell’insegnamento dello stesso Sixte, l’opinione pubblica francese è percorsa da un fremito. Perfino i maître à penser più indiscussi si rendono conto che il mondo sta cambiando e che una nuova temperie spirituale si va diffondendo in Europa. Per Bourget non è ancora la conversione, ma è certamente il ricupero della fede.

Le disciple assume un valore particolare anche perché nella Prefazione si delinea un primo atteggiamento critico verso le forme politiche del momento e verso le dottrine democratiche e populiste. In quelle pagine egli ammonisce i giovani a guardarsi dai falsi maestri e dai politicanti.

Nell’agosto del 1890 Bourget sposa Minnie David, figlia di un armatore fiammingo, che introduce nella sua vita un po’ di tranquillità, e nel 1891 pubblica Sensations d’Italie, scritto nel corso del viaggio di nozze. Il 1894 è l’anno della sua elezione all’Académie Française e anche l’anno in cui scoppia il caso di Alfred Dreyfus (1859-1935) — un ufficiale francese di famiglia ebraica condannato alla deportazione per alto tradimento —, che lo coinvolge nelle sue imprevedibili implicazioni. Quando, nel 1898, Zola scaglia contro la Francia monarchica e cattolica il suo J’accuse, autentico spartiacque che per tutto il Novecento dividerà i difensori della tradizione dai propugnatori del radicalismo massonico e rivoluzionario, la scelta di Bourget è immediata. Al di là di ogni atteggiamento antisemita, che gli è profondamente estraneo, egli sceglie il Trono e l’Altare, schierandosi contro i sostenitori di Dreyfus, nemici della religione e sovvertitori dell’ordine sociale. L’affaire affretta la sua conversione religiosa, che si compie formalmente il 21 luglio 1901 con il ritorno ai sacramenti  dichiarandosi decisamente favorevole alla restaurazione del regime monarchico.

Pubblica quindi i quattro romanzi “cattolici”, L’Étape, nel 1902, Un divorce, nel 1904 — che affronta e sostiene con calda eloquenza il tema dell’indissolubilità del matrimonio.

I suoi ultimi romanzi, Il senso della morte, del 1915, e I nostri atti ci seguono, del 1927, propongono ancora una volta l’appassionata contesa fra fede e modernità e mostrano come Bourget, formatosi nella cultura di fine Ottocento, affronti problemi di estrema attualità come l’insorgere dei totalitarismi e l’avvento della psicoanalisi.

Insignito del titolo di Maréchal des Lettres Française nel 1926, in occasione del suo giubileo letterario, muore a Parigi il 25 dicembre 1935. Nonostante l’ostracismo della cultura ufficiale, della sua intensa opera letteraria non resta solo la celebre massima — ancora citata nel 1959 dal pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) in Rivoluzione e Contro-Rivoluzione — secondo cui “bisogna vivere come si pensa, se no, prima o poi, si finisce col pensare come si è vissuto”, ma essa eserciterà una grande influenza su quel cattolicesimo francese che vanta, in sede letteraria, nomi come quello di Georges Bernanos (1888-1948).

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/95076

 

 

Don Bruno Franz Xaver Rothschild

DON BRUNO FRANZ XAVER ROTHSCHILD

Giovane sacerdote (1900 – 1932) 24 dicembre

Uno dei frutti più belli della preghiera e dell’offerta con Gesù da parte di Teresa Naumann è la conversione del farmacista ebreo Bruno Franz Xaver Rothschild.

 

Bruno Franz Xaver Rothschild era nato a Lohr il 24 gennaio 1900, primo di tre figli. Bruno viveva, come i suoi genitori, sino in fondo “la Torah”, la Legge d’Israele, pur in mezzo a una popolazione di maggioranza cattolica. Così conosceva a fondo l’Ebraismo – che praticava – e pure il Cattolicesimo. Restava pensoso soprattutto davanti alla processione “teoforica” del Corpus Domini, con Gesù-Ostia portato solennemente per le vie del paese, e alla processione del Cristo sofferente, il venerdì santo. “Quel Gesù” per lui era un tormento.

Eppure, in una riunione elettorale, il 23 marzo 1924, il dottor Bruno si lasciò andare a un grosso insulto contro Gesù e sua Madre, la Madonna SS.ma. Nel giornale locale, i due parroci cattolici condannavano l’affermazione di Bruno, come grave offesa ai cattolici. Ma anche la comunità ebraica prese le distanze da lui, giudicandolo severamente.

Eppure rimase molto turbato e capì di averla “fatta grossa”, con un risultato singolare: da quel momento la domanda “che cos’è la Verità?”, prese ad assillarlo più della chimica e della farmacia. Si rivolse a uno dei parroci di Lohr, don Abel, e lo tempestò di domande. Il “don” cattolico gli rispondeva con pazienza e dolcezza, gli passava libri colmi di luce, lo invitava a pregare con fiducia chiedendogli di farli conoscere la Verità, di attirarlo a Gesù, l’unico Salvatore. Il giovane dottore prese contatti con Ebrei convertiti, prima tra tutti Edith Stein, diventata poi nel Carmelo, suor Teresa Benedetta della Croce. In una conferenza, apprese la vicenda di Teresa Neumann (Una delle più grandi mistiche di quel tempo).

Il 24 luglio 1928, si recò a Konnersreuth e quella sera vide Teresa che tornava a casa, seguita da un agnellino con il collare rosso. L’indomani la conobbe di persona e poté essere presente ad una delle sue estasi di “crocifissa” con Gesù. Il 27 luglio, poteva già scrivere in una lettera: “Venerdì, ho vissuto il grande avvenimento di Konnesreuth, che non si può descrivere. Improvvisamente Teresa non è più la ragazza che racconta lieta le cose comuni della vita e che, con un volto un po’ più severo, dà dei consigli buoni, ma è una creatura libera da tutte le cose terrene, che contempla e rivive eventi invisibili all’occhio umano; diventa una sofferente divina, che vive in modo delicato e sensibile tutte le fasi delle sofferenze storiche, che in parte trasmette. Poche persone lasciano la sua stanza senza essere scosse“.

In una parola: Bruno aveva visto in Teresa Neumann, Gesù stesso, Gesù vivo. Davvero il Nazareno crocifisso non meritava insulti o indifferenza, ma tutta la sua dedizione di amore. Il 10 agosto 1928, Bruno fu battezzato dal parroco don Neber. Assistito dalla sua madrina di battesimo, Teresa in persona, si accostò alla prima Comunione. Ma questo non bastava per lui.

In una lettera informò i suoi genitori ebrei, già addolorati per la sua conversione a Gesù Cristo, che ora sarebbe pure diventato sacerdote cattolico, come gli aveva detto Teresa in una delle sue estasi. La Verità dunque l’aveva trovata, ed è una Persona, Gesù Cristo, l’Uomo-Dio, l’unico vero Messia, crocifisso dagli ebrei, e risorto il terzo giorno.

Il 1° luglio 1932, Bruno Franz Xaver Rothschild, a Eichstatt, fu ordinato sacerdote. Meno di sei mesi di sacerdozio, per dire a Gesù tutto il suo amore. Il 24 dicembre 1932, vigilia di Natale, tornando a Konnersreuth da casa, ebbe un infarto e morì a soli 33 anni – come il divino Maestro – invocando il suo Nome SS.m: “Gesù, oh, Gesù, ora Tu vieni, Gesù“.

Già ebreo, quindi “figlio” e sacerdote della Chiesa Cattolica, e anche di Teresa Neumann, la stigmatizzata della Baviera.

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/95953

ARTICOLI COLLEGATI

TERESA NEUMANN

(Stigmatizza si nutrì per 36 anni della sola eucarestia.)

Padre Alberto Pierobon

PADRE ALBERTO PIEROBON

Missionario saveriano (14 dicembre 1927 – Brasile, 1976)

Padre Alberto Pierobon

Padre Alberto Pierobon, 48 anni, e’ stato ritrovato in un bosco, ad oltre un mese dalla sua scomparsa: cadavere in decomposizione, testa e braccia staccate dal corpo, vittima del suo amore per i poveri del Brasile.

Il padre Giuseppe e la madre Maria Simeoni avevano otto figli. Ariginari di Cittadella, in provincia di Padova, Veneto profondo. Alberto, il terzogenito, nasce il 14 dicembre 1927. Pare che in famiglia lo chiamassero “il grillo”, tanto era vivace, veloce, irrequieto. Dopo la quinta elementare desiderava andare dai Francescani di Lonigo, ma i genitori gli suggerirono di aspettare. Bel carattere, tanti amici, generosita’ concreta, animatore dei ragazzi all’oratorio, si iscrive ad un Istituto tecnico, per diventare perito meccanico.

Ma un fatto gli cambiera’ la vita. Il 17 agosto 1944 i nazisti fucilano a Padova uno dei suoi fratelli, Luigi, ventiduenne, dirigente d’Azione Cattolica, comandante partigiano. Gli daranno la medaglia d’oro alla memoria.

Luigi Pierobon

Luigi Pierobon partigiano

Alberto, non ancora diciassettenne, decide che lo imitera’: per lui il sacrificio del fratello e’ all’origine della sua vocazione missionaria. Infatti il 18 agosto 1946, a diciott’anni, chiede di diventare saveriano. E il ricordo di Luigi lo accompagna, vivo e struggente. Scrive in una lettera: “Mai l’ho sentito vicino come adesso, e perche’ in un certo qual modo possa unire e incarnare in me la sua personalita’, nella formula della professione aggiungero’ al mio nome anche il suo. Da oggi mi firmero’ Alberto Luigi” (3 settembre 1947).

Non ha una grande salute, Alberto Pierobon, nonostante il fisico robusto. Negli anni di liceo lo operano di appendicite e di ulcera. E per tutta la vita sara’ perseguitato da disturbi dell’apparato digerente. Ma non si arrendera’ mai. Anche se i guai fisici gli procureranno molti problemi e molte pause forzate nella sua attivita’.

Supera tutte le crisi fisiche e spirituali. Studia a Vicenza, Piacenza, fa la professione perpetua e infine riceve ordinazione sacerdotale il 4 giugno 1955. “Domani sono otto giorni che sono sacerdote – scrive al superiore – otto giorni nei quali non sono ancora riuscito a convincermi pienamente. Mi sembra un sogno questa realta’. Le lacrime versate lungo il cammino di questi anni, quando mi vedevo sbarrata la via da mille ostacoli si sono trasformate in lacrime di gioia… Il sacerdozio ha gettato la sua luce anche sul passato, rendendo le mie difficolta’ a proporzioni cosi’ misere che arrossisco di me stesso“.

Va in diverse case dell’Istituto Saveriano, ma sempre in Italia, occupandosi per lo piu’ di questioni economiche e amministrative. Finche’, arriva il giorno della partenza: 29 maggio 1961. La sua sede e’ nello stato del Parana’, Brasile del sud, diocesi di Londrina. Spiega Pier Michele Girola su Famiglia Cristiana: “Oltre che un buon sacerdote e’ un ottimo tecnico. La missione ha bisogno di tutto, a lui vengono affidati i compiti di organizzazione dei lavori. In due anni tante opere sono completate, ma soprattutto e’ finito il seminario per le vocazioni adulte, che stava a cuore ai missionari“.

Lo nominano economo del nuovo seminario. Finalmente nell’agosto del ’64 padre Alberto Pierobon va in prima linea. Il vescovo saveriano monsignor Giovanni Gazza, che lo ha gia’ apprezzato nei suoi primi anni brasiliani, nominato prelato di Abaete’, stato del Para’, Amazzonia, nord del Brasile, lo chiama con se’. “C’era tutto da fare – dira’ monsignor Gazza – e padre Pierobon si impegno’ a fondo nella organizzazione. Era un uomo silenzioso, ma irruente, pieno di iniziative e di slanci“.

L’amore di Dio lo spinge, anche nella sconfinata Amazzonia. Anche nei nuovi compiti che gli vengono affidati: costruire scuole, chiese, ospedale, casa per i missionari, cappelle lungo il gigantesco Rio delle Amazzoni. Scrive a casa: “Durante la settimana sono motorista, caricatore di travi di legno in mezzo al bosco, controllore, idraulico, muratore ecc. La domenica prete“.

Fiducioso va avanti per la strada che il Signore gli apre dinanzi fin quando gli viene affidata la parrocchia di Acara’: 12.000 chilometri quadrati, quasi come l’intero Veneto. Qui si sente davvero in missione, anche se non potra’ posare mattoni e cemento, perche’ c’e’ bisogno di costruire ancora. C’e’ abituato e non si spaventa. Intanto monsignor Gazza torna in Italia perche’ e’ stato eletto Superiore generale dei Saveriani. Lui resta li’ nella giungla, tra quei poveri che ormai sono la sua famiglia, la sua missione, la sua Chiesa. Il clima e’ pessimo, e ogni tanto deve cambiare aria, tornare al sud, dove si sta meglio, per curare i soliti malanni.

Per motivi di salute nel 1968 il missionario deve tornare a casa, in Italia. Ha bisogno di riposo e di aria buona. Racconta il fratello Giorgio:Arrivo’ a Cittadella senza nemmeno una valigia ne’ un oggetto personale. Aveva impegnato tutto per i suoi poveri; gli rimaneva l’abito che indossava”. E’ l’ultimo incontro con il suo papa’. Tornato in Brasile, qualche mese dopo riceve la notizia della sua morte.

Una notte l’amaca su cui dorme si rompe, lui cade a terra battendo la schiena, la colonna vertebrale si incrina. Viene quindi a farsi operare. Ma torna presto in Brasile. E in quell’estate riceve laggiu’ la visita del fratello Giorgio e della sorella Sandra.

Giorgio ritorna presto in Italia, mentre la sorella Sandra muore lì ad Acarà per un incidente stradale. Un nuovo dolore per padre Alberto. Ancora una volta deve rialzarsi e riprendere la strada, piu’ solo, piu’ stanco, piu’ malato. Ha soltanto 46 anni ma fatiche e dolori si fanno sentire.

Resta nel sud del Brasile, dove gli affidano la vastissima parrocchia di Moreira Salles, nello stato del Parana’. Si rimette al lavoro, e’ di nuovo a fianco dei poveri che gli vogliono subito bene. Preghiera e azione, fede e opere. Continua a sporcarsi le mani con quella gente,  “non c’e’ uomo piu’ felice di me, quando mi metto per quelle strade tutte buche e polvere; ma si va e la felicita’ che porta il mio arrivo mi paga bene delle difficolta’ superate“.

Nel luglio 1976, il suo fisico è stremato e la notte del 29 e’ tormentato da incubi, i confratelli vicini di camera accorrono, spiega loro che ha sognato “persone sconosciute che mi vogliono fare del male e altre mi deridono e io non riesco a difendermi“. Sente un presagio di morte. Il mattino dopo si fa portare nella casa saveriana di Vista Alegre. Chiama padre Coruzzi: vuole fare una confessione pubblica davanti ai confratelli per spiegare quel sogno terribile.

Il provinciale lo dissuade, poi tornano a Curitiba con altri padri, superando pure un piccolo incidente automobilistico. Finita l’assemblea, gli chiedono di restare ancora un po’ per riposare e attendere l’esito degli esami medici. Lui accetta: tornera’ a Moreira Salles qualche giorno dopo sull’automobile di un suo parrocchiano. La notte del 30 luglio tornano gli incubi, alcuni padri gli fanno compagnia fino al mattino. Verso le 14 del 31 luglio esce dalla sua camera, lo vedono passeggiare tranquillo su una strada di campagna, in maniche di camicia e senza i suoi occhiali, come se fosse uscito a prendere un po’ d’aria.

Da quel momento scompare. I confratelli lo cercano, avvisano la polizia, interrogano il medico che lo ha curato, avvertono i superiori e i familiari, chiedono anche l’aiuto di una radio molto ascoltata in quella parte del Brasile. Non riescono a capire perche’ padre Alberto se ne sia andato via cosi’: senza occhiali, giubbotto (fa molto freddo in quel periodo), borsa.

Passano giorni, settimane, mesi. Finche’ – racconta padre Coruzzi – “il 9 settembre 1976 la polizia di Almirante Tamandare’, Municipio distante 15 chilometri da Curitiba, viene informata da un cacciatore che sul colle conosciuto come Morro dos Maristas c’e’ il corpo di una persona, in avanzato stato di decomposizione. Il giorno dopo verso le 7,30 un parrocchiano di Vista Alegre avvisa i Saveriani che padre Alberto e’ stato ritrovato. Ha sentito la notizia dalla radio. I padri sul momento trovano la notizia molto strana, in quanto la polizia non si era ancora fatta viva. Tuttavia si recano all’obitorio e solo in quel momento vengono informati del ritrovamento. Il corpo e’ irriconoscibile. Solo i documenti attestano che si tratta di un padre. Due studenti chiedono di poterlo vedere, gli viene concesso, ma non lo riconoscono. Alle 13,30 arrivo in aereo da San Paolo. Chiedo ai medici di poter vedere il corpo. Esaminiamo gli indumenti e non rimane piu’ alcun dubbio. Pantaloni, calze, camicia, scarpe sono di padre Alberto. Il resto e’ realmente impossibile riconoscerlo. Il cranio poi appare stranamente pulito. Il medico piu’ tardi ci informa della mancanza delle mani e di molti altri particolari. Cerchiamo di contestare tutte le ipotesi assurde che gli esperti avanzano, ma le prove dei fatti ci inducono ad accettare la tesi dell’assassinio“.

E’ stata affacciata anche l’ipotesi di un despacho (sacrificio) di macumbeiros (aderenti a una setta di magia nera), perche’ il luogo in cui e’ stato trovato il corpo mutilato di padre Alberto e’ tristemente famoso per questo genere di cose. Ma questa tesi, sempre ammissibile, non ha molti indizi probanti.

Tutti cercano una ragione per spiegarsi, almeno in parte, i moventi che hanno spinto a tanta efferatezza, ma non si intravvede. Tra il suo popolo padre Alberto non aveva nemici. E, realmente, l’abbiamo potuto constatare: tutti lo hanno pianto come la persona piu’ cara della famiglia. Le testimonianze che abbiamo potuto raccogliere durante il funerale e nei giorni seguenti fra tutti gli strati della popolazione sono cose preziose, degne di un santo che e’ passato fra la gente facendo solo del bene.

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/93688

 

Servo di Dio Aldo Blundo

SERVO DI ALDO BLUNDO

Adolescente (1919 – 1934) 5 dicembre

Adolescente napoletano che sopravvisse alla nascita grazie alla sua immediata consacrazione a Maria da parte della madre dovette comunque lottare tutta la vita per la salute dimostrando una grande fede.

Aldo Blundo nacque a Napoli, da Paolo e Maria Persico, in via Sirignano 6, il 23 gennaio 1919. Il parto fu molto difficile, tanto da dover necessitare l’uso del forcipe, ma il bambino non respirava. La madre, allora, lo affidò a Maria: poco dopo, l’udì emettere il primo vagito. Due giorni dopo, il piccolo divenne figlio di Dio col Battesimo e gli furono imposti i nomi di Aldo Francesco Giuseppe Maria.

La sua educazione alla fede fu affidata alla madre, che gliela trasmise con semplicità, senza particolari contenuti. Il padre, sempre impegnato per lavoro, non aveva una pratica religiosa costante. Aldo sembrava promettere bene: andava maturando un carattere onesto, che rifuggiva le bugie, incline a qualche scherzo.

La sofferenza fece parte della sua vita ben oltre la difficoltosa nascita: a sei mesi, infatti, non riusciva a mantenersi in posizione eretta. Cinque mesi dopo, fu ridotto agli estremi dal morbillo e da una pluripolmonite, ma venne curato in tempo. Quando ebbe quattro anni, i suoi notarono un anomalo gonfiore ai polpacci: era il primo sintomo di una paralisi pseudo ipertrofica o miopatia degenerativa progressiva. L’anno successivo ebbe problemi respiratori: dapprima il “croup” o “crup”, che gli impediva di espellere i muchi, poi la pleurite, la bronchite e la broncopolmonite.

In mezzo a queste prime prove, Aldo ebbe una gioia grandissima: ricevere i Sacramenti dell’Iniziazione Cristiana, sempre in casa sua, insieme alla cugina Elena, il 21 agosto 1926. La mamma lo preparò accuratamente, ma a volte, se non si comportava bene, lo avvisava che non gli avrebbe fatto ricevere Gesù; il figlio provvedeva a correggersi subito. Il sacerdote che l’aveva precedentemente battezzato, don Negri, gli diede l’Eucaristia, mentre l’unzione del Crisma gli fu amministrata da monsignor Salvatore Meo.

Appena due giorni dopo, mentre portava un martello ad un falegname che stava svolgendo delle riparazioni in casa, il bambino cadde e non fu capace di stare in piedi senza aver dolore alla gamba sinistra. All’ospedale, gli fu diagnosticata una rottura del femore. Quando gli fu tolta l’ingessatura, cadde addosso al medico che lo sorreggeva: la paralisi aveva colpito.

Da quel momento Aldo fu costretto a stare seduto in poltrona o a letto. Riusciva solo a muovere la testa e le mani, con le quali si dilettava a costruire piccoli giocattoli di carta e colla, giocava coi soldatini oppure ricamava. A modo suo, partecipava ai giochi dei bambini che venivano a fargli compagnia e soffriva molto se a qualcuno di essi sfuggiva qualche parola sconveniente.

Affrontava i disagi legati alla sua infermità pensando che Gesù aveva sofferto ben peggio di lui, anche se ogni tanto gli veniva da piangere. Alle volte gli veniva da rimproverare i suoi perché sembravano non comprendere la sua condizione, ma chiedeva subito scusa. Alla madre, un giorno, venne spontaneo esclamare: «Alduccio mio, tu sei un santo, perché sai soffrire così!». Rispose: «Sei tu la santa che ti sacrifichi vicino a me tutti i giorni della tua vita, privandoti della tua libertà».

Il suo apostolato, originato da un cuore sensibile ed attento agli altri, si esplicava in tanti piccoli modi: sollecitò la consacrazione di tutta la famiglia al Sacro Cuore, con la solenne intronizzazione di una sua immagine, e s’iscrisse alle associazioni del Rosario Perpetuo e dell’Apostolato della Preghiera, auspicando che lo facesse anche il padre.

Nel 1929 la madre, mentre era nella stanza di Aldo, vide su di una rivista religiosa il racconto di una guarigione miracolosa avvenuta a Lourdes e lo lesse ad alta voce. Il ragazzino ne fu colpito a tal punto da desiderare di andare lì per ottenere la grazia di guarire, ma si vide rispondere di no dal padre. Non perse occasione, tuttavia, di riproporgli l’idea, soprattutto quando gli sembrava meglio disposto.

Dato che Lourdes gli veniva costantemente negata, pensò di poter essere condotto alla più vicina Pompei, approfittando di un pellegrinaggio organizzato dalla sezione napoletana dell’Unitalsi, ma anche in quel caso ricevette un rifiuto. La madre partecipò in vece sua, ma l’anno successivo tutti e tre i Blundo vi si recarono.

Aldo provò una gioia intensissima nel partecipare alla Messa: dopotutto, non aveva più potuto andare in chiesa dall’inizio della sua malattia. Quando però il vescovo incaricato lo benedisse durante la solenne Benedizione Eucaristica degli ammalati, modellata su quella di Lourdes, non ci furono altri effetti se non una fede rafforzata e un crescente desiderio di visitare il Santuario dei Pirenei.

Nel novembre 1932 divenne suo confessore e direttore spirituale don Gennaro Nardi, da poco consacrato sacerdote, che prima di entrare in Seminario era dirimpettaio dei Blundo e poi scrisse una biografia di Aldo. Il giovane prete avvertì subito di avere a che fare con un ragazzo speciale e cominciò a visitarlo una volta al mese e in occasione delle principali solennità. Nel pomeriggio avveniva la Confessione e, alle 9:30 del mattino seguente, la Comunione, che riceveva con vero fervore.

Finalmente il padre acconsentì al viaggio a Lourdes, ma solo dopo essere stato rassicurato dal figlio che non avrebbe perso la fede se la guarigione non fosse avvenuta. Don Gennaro preparò spiritualmente il suo assistito con un triduo di Comunioni e fornendogli tanti consigli. La sera prima della partenza, gli chiese se era pronto ad accettare di restare paralizzato per sempre: la risposta fu affermativa.

Con questo spirito, la sera del 20 agosto 1934 Aldo partì col treno bianco dell’Unitalsi, accompagnato dai genitori e da alcuni amici. Sopportò i disagi del viaggio e rimase raccolto in preghiera, almeno finché non gli fu annunciato, due giorni dopo, che Lourdes era in vista.

Insieme agli altri pellegrini pregò alla Grotta, fu calato nelle piscine, partecipò alla Messa e alla processione eucaristica. Il cappellano del treno, il gesuita padre D’Aria, propose agli ammalati di rinunciare alla propria guarigione per chiedere, invece, quella di un seminarista diventato cieco alla vigilia del suo sacerdozio: più tardi si venne a sapere che Aldo aveva deciso così, anche se il seminarista non recuperò l’uso degli occhi. Il resto del viaggio venne da lui trascorso in continua preghiera, anche quando non poté partecipare alle funzioni a causa del maltempo.

Tornato a casa, il ragazzo ricordò con affetto quei giorni, anche in compagnia di padre Carlo Alheid, un domenicano che aveva conosciuto durante il pellegrinaggio. Era preda di una grave crisi spirituale, che fu risolta dopo aver chiesto al malato di pregare per lui. Per ritornare in spirito alla Grotta, cantava “Andrò a vederla un dì”, oppure azionava un carillon che riproduceva l’Ave Maria di Lourdes.

Lo stesso motivo fu fatto suonare il 5 dicembre 1934, quando, dopo un’improvvisa crisi respiratoria, Aldo lasciò questo mondo, invocando la Madonna di prenderlo con sé. Il padre fu sul punto di suicidarsi, ma il ricordo delle parole con cui il figlio l’aveva già dissuaso tempo addietro, quando era in preda ad una crisi della malattia, lo fece desistere.

Nel 1939 il cardinal Alessio Ascalesi, Arcivescovo di Napoli, acconsentì a far trasportare i resti di Aldo nella chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli, dove tuttora riposano. Il processo informativo sulle sue virtù eroiche fu aperto nel 1948 e chiuso nel 1960.

Autore: Emilia Flocchini su http://www.santiebeati.it/dettaglio/90906

 

 

 

Beato Charles de Foucauld

BEATO CHARLES DE FOUCAULD

Prete, eremita e missionario (1858-1916) 1 dicembre

Un padre del deserto contemporaneo che offriva a tutti indipendentemente dal loro credo ospitalità, preferendo gli ultimi posti e la vita nascosta alla popolarità.

Charles Eugène de Foucauld, visconte di Pontbriand, in religione fratel Carlo di Gesù nacque a Strasburgo, da nobile famiglia, che si trasferì pochi mesi dopo la sua nascita a Wissembourg, dove trascorse la prima infanzia. Nel 1864, all’età di sei anni, perse entrambi i genitori e fu affidato al nonno materno.

Adolescente inquieto, durante il Liceo Charles perde la fede.Con la guerra franco-prussiana del 1870, l’Alsazia diventa tedesca e nonno e nipotini, avendo optato per la nazionalità francese, lasciano Strasburgo e si rifugiano a Nancy. «Mi allontanavo sempre di più da Te,mio Signore e mia vita…» (1897). Prosegue pigramente gli studi, arrivò ultimo nelle selezioni del proprio corso, anche perché distratto dalla relazione con una fanciulla di dubbia reputazione.  Frequenta l’Accademia Militare e nel  1878, diventa sottotenente di cavalleria. Alla morte del nonno, ricevette un’ingente eredità che dilapidò in poco tempo.

Nel 1880 si trasferì in Africa, in Algeria. Si distinse per le sue buone qualità di soldato, ma lasciò l’esercito per dedicarsi a spedizioni geografiche in Marocco avendo come guida il rabbino Mardochée Aby Serour e studiare l’arabo e l’ebraico. Fidanzatosi con una fanciulla, Marie-Marguerite Titre, fu costretto a lasciarla per l’ostilità della famiglia.

Nel 1885 ricevette la medaglia d’oro dalla Società francese di geografia per il viaggio di esplorazione del Marocco e l’anno successivo ritornò in Francia.

Pur essendo stato battezzato, Charles non aveva mai vissuto una vera e propria vita di fede, ma tornato in patria sentì il bisogno di conoscere meglio la religione cattolica. Iniziò, così, un cammino spirituale che, agli inizi del 1889, lo portò in Palestina, a Nazaret. Rimase affascinato da quella realtà e comprese di essere chiamato a vivere come “viveva la Santa Famiglia di Nazaret”.

Nel 1890 entrò nella trappa Notre Dame des Neiges in Francia, dopo sei mesi però volle ritirarsi in una trappa molto più povera in Siria, ad Akbes. Redasse, in questo periodo, un primo progetto di congregazione religiosa e chiese di essere dispensato dai voti. Nell’ottobre del 1896 venne mandato a Roma per studiare e incontra un santo prete nella chiesa di Sant’Agostino. Nel 1897 l’abate generale dei Trappisti lo lasciò libero di seguire la sua vocazione.

Nello stesso anno si recò a Nazaret, dove lavorò come domestico delle monache Clarisse abitando in una capanna del loro giardino. Ammira e disegna paesaggi e edifici, s’incanta davanti alla distesa immensa del  deserto di dune con le sue oasi lussureggianti. Ma ciò che più lo sconvolge è la fede dei musulmani. Comincia ad esplorare se stesso e a cercare Dio. Gli sale dal cuore «una strana preghiera«Mio Dio, se esisti, fa’ che Ti conosca» (1901)

Restò a Nazaret tre anni, visitando anche le zone circostanti come Taybeh. Tornato in Francia lascia tacere la ragione e si arrende: si inginocchia, si confessa, riceve la comunione e decide di divenire sacerdote«Appena ho creduto che c’era un Dio, ho capito che non potevo far altro che vivere per Lui solo» nel 1901, viene ordinato prete a Viviers nell’Ardèche.

Nel 1901 giunse in Algeria stabilendosi a Beni-Abbés nel deserto del Sahara, ai confini con il Marocco. Iniziò una vita conforme allo “stile di Nazaret”, basata sulla preghiera, sul silenzio, sul lavoro manuale e l’assistenza ai poveri. Definì le linee del suo pensiero e gli statuti dei “Piccoli fratelli del Sacro Cuore”, congregazione religiosa che non riuscì a fondare.

A Beni Abbes fondò un romitorio, dove accolse i poveri della regione e studiò, per agevolare il lavoro dei futuri missionari, la lingua dei Tuareg, inizialmente col solo scopo di tradurre in tale lingua i Vangeli, ma in seguito soprattutto per conoscere a fondo la ricca cultura orale di quel popoloViaggiò nel deserto e tra le città algerine e, a Tamanrasset, fondò un eremo. Si impegnò, inoltre, nella difesa delle popolazioni locali dagli assalti dei predoni. Si recò tre volte in Francia, tra il 1901 ed il 1913, nell’intento di fondare l'”Unione dei fratelli e delle sorelle del Sacro Cuore”, associazione di laici per l’evangelizzazione dei popoli.

«Voglio abituare tutti gli abitanti, cristiani, musulmani e ebrei e idolatri a guardarmi come loro fratello – il fratello universale… Cominciano a chiamare la casa “la fraternità” e ciò mi è gradito…»  (1902)

Nel 1916 costruì, intorno all’eremo di Tamanrasset, un fortino per proteggere la popolazione dai predoni. Nello stesso anno, il 1º dicembre, proprio durante un loro assalto, perse la vita.

In Francia, l’Associazione dei fratelli e delle sorelle del Sacro Cuore di Gesù, il cui statuto era stato approvato dalle autorità religiose, contava appena quarantanove iscritti. De Foucauld non riuscì a fondare i “Piccoli fratelli del Sacro Cuore”, riuscì appena a far riconoscere l’associazione di fedeli, che contava un numero minimo di aderenti.

La diffusione dei suoi scritti e la fama circa la radicalità evangelica della sua vita hanno fatto sì che nascessero, nel corso degli anni, ben diciannove differenti famiglie di laici, preti, religiosi e religiose che vivono il Vangelo nel mondo seguendo le sue intuizioni (tra le maggiori, le fraternità dei Piccoli fratelli e delle Piccole sorelle di Gesù). Buona parte di esse si raccoglie nell’associazione Famiglia spirituale di Charles de Foucauld. Inoltre, la spiritualità di De Foucauld è tra gli elementi ispiratori dell’azione di Kiko Argüello, iniziatore del Cammino neocatecumenale, dell’opera di Annalena Tonelli e di padre Andrea Gasparino, per riferirsi a realtà particolarmente note in Italia.

Padre Charles de Foucauld è stato beatificato da papa Benedetto XVI il 13 novembre 2005. Durante la cerimonia, officiata da José Saraiva Martins, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, il papa ha affermato che la sua vita è “un invito ad aspirare alla fraternità universale”.

https://it.wikipedia.org/wiki/Charles_de_Foucauldhttp://www.piccolesorelledigesu.it/la-nostra-storia/per-saperne-di-piu/breve-biografia-di-fratel-charles/

 

Andrea Mandelli

Andrea Mandelli

Studente (1971 – 1990) 29 novembre

Si può solo riflettere sulla vita di Andrea Mandelli, che nel fiore della sua giovinezza ammalatosi di un tumore osseo riesce a vivere con una straordinaria forza e serenità quel poco di vita che gli rimane con una fede più che mai sicura in Gesù Cristo.

Andrea Mandelli, quarto di sette fratelli, nato a Lucca il 3 febbraio del 1971, viveva con la famiglia a Brugherio. Studente liceale dell’istituto Sacro Cuore di Milano, ha seguito con entusiasmo e dedizione il movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione. Scopertosi ammalato di un tumore osseo nel 1988, ha vissuto con serenità e abbandono tutto il doloroso cammino della malattia.

La cosa più bella è che ho tanti amici, ma la cosa ancora più bella è che, questi 19 anni, è valsa la pena di viverli per l’istante in cui L’ho incontrato. Ho impiegato tanto! Diciannove anni, ma sono stati utili per questo solo istante. Ne ho sentito sempre parlare, ma la volta dell’incontro personale è una. E una volta accaduto, questo momento non lo dimentichi più e le cose difficili diventano facili”.

Andrea aveva capito che Dio non è una parola o un discorso, ma qualcosa che realmente basta alla vita e la rappacifica perché le dà compimento. Anche la grave malattia, manifestatasi in modo drammatico, non era diventata obiezione al cammino. Poche settimane prima di morire scrive sul suo diario: “Sembra che io stia facendo qualcosa di straordinario, di eccezionale o di eroico. Invece non è vero. Perché se Dio ci dona qualcosa che ci risveglia è perché sia chiara la ragione fra noi. Se Dio ci dà questo è perché la nostra vita sia totale. Bisogna dire un “sì” a Cristo che sia totale. La pienezza della vita sta nella verginità e nella morte. Ne sono gli atti supremi”.

Cominciano, sempre più frequenti, le permanenze in ospedale anche se riempite dalla compagnia degli amici e dalla certezza che quello era il modo in cui il Signore lo stava facendo crescere umanamente. Mamma Sofia ci racconta un episodio significativo: nel reparto pediatrico dell’ospedale dove era ricoverato, venivano dei giovani volontari a far giocare i bambini, a tirarli un po’ su di morale; ma Andrea aveva percepito un modo di affiancarsi alle persone ammalate che non gli piaceva. Non serviva, perché implicava, magari inconsciamente, un giudizio negativo: la vita è un imbroglio e lui uno sfortunato; invece voleva che anche loro potessero capire che pur dentro la sofferenza si sentiva oggetto di amore.

Riapriamo il suo diario: “Ora sono a completa disposizione. Non devo più decidere. Chiedere al Signore la forza di sopportare ancora un po’ di fatica, questo sì, lo chiedo e devo chiederlo tutti gli istanti. Ho messo a posto i miei libri di scuola e da parte quelli non miei da rendere agli amici. La scuola è appena cominciata (e io ho già cominciato a saltarla) eppure voglio tutti i libri per poter seguire. Voglio concludere ogni cosa per poter non far altro che aspettare”.

Andrea muore il 29 novembre del 1990 vigilia del suo onomastico e subito mamma Sofia invita i presenti a recitare l’Angelus. Ha testimoniato alla famiglia ed ai numerosissimi amici la propria fede sicura in Gesù Cristo, affrontando il compimento prematuro della sua vita terrena come realizzazione della sua vocazione.

Appunti, iniziative, lettere di Andrea

Carissimi, a cosa serve la vita se non per essere data? Io adesso sono a completa disposizione. Non devo più decidere. Chiedere al Signore la forza di sopportare ancora un po’ di fatica, questo sì, lo chiedo e devo chiederlo tutti gli istanti. Ma a questo punto è tutto nelle Sue mani. Forse per i dolori che oramai si fanno insistenti, mi sembra che si sia arrivati ad un momento decisivo, se non alla fine. Anch’io voglio essere pronto in ogni istante. Ci tengo ad essere ordinato e lavato (ieri mi sono persino fatto la barba). Ho messo a posto i miei libri di scuola e da parte quelli non miei da rendere agli amici. La scuola è appena cominciata (e io ho già cominciato a saltarla) eppure voglio tutti i libri per poter seguire. Adesso leggerò Hard Times. Voglio concludere ogni cosa per poter non far altro che aspettare.

Ai ragazzi che si preparavano alla Cresima, Andrea aveva detto: “L’importante è capire che l’amicizia vera ci chiama a volte a rinunciare al nostro progetto. Il Signore ci chiama in ogni momento e tocca a ciascuno di noi dirgli di sì. Se uno lascia che il suo progetto venga cambiato da Dio, è più contento”.

Lo Spirito Santo non è l’accadere di un “miracolo”, ma per me è stato restare legato a una compagnia con dei volti precisi. Questo dà significato nuovo al dolore, alla fatica, alla malattia…Vi prego date credito al fatto che Cristo cambia la vita! Chi resta “dentro”, anche se ha capito pochissimo, impara e cresce moltissimo.

Guardando Andrea ho spesso chiesto al Signore di rendermi capace di dire quel sì che solo fa grande la vita. E l’averlo visto dire fino alla fine Va bene, andiamoeO. K.”, è forse la grazia più grande che il Signore mi ha fatto, e ci ha fatto. Quel Signore che mi ama, e io non ne sono capace”, come ha detto nelle sue ultime parole coscienti. Andrea, prega per noi.  (Don Gabriele 29 novembre ‘91)

Nel 1991 è nata La Fondazione Andrea Mandelli e Antonio Rodari prima come cooperativa di genitori, poi come associazione riconosciuta a livello regionale, che, nel 2005, si trasforma in Fondazione senza fini di lucro, con personalità giuridica e riconoscimento regionale. Lo sviluppo della scuola milanese, che iniziò come Andrea Mandelli con le “elementari”, proseguì con l’avvio della “scuola media”, si completò con la “scuola materna” attraverso la fusione con l’Associazione intitolata ad Antonio Rodari.

Fontiwww.culturacattolica.it; http://www.santiebeati.it/dettaglio/96018

 

 

Lorenzo Scupoli

Lorenzo Scupoli

Presbitero, religioso e scrittore (1530-1610) 28 novembre

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE di Lorenzo Scupoli inizia con questa non troppo famosa seppur impegnativa citazione: “Non riceve la corona se non chi ha combattuto secondo le regole” (2Tm 2,5). Stiamo parlando di un classico della spiritualità che ebbe tra i suoi estimatori san Francesco di Sales.

Lorenzo Scupoli nacque verso il 1530 a Otranto. Nel 1569 entrò fra i teatini quasi quarantenne e due anni dopo emise la professione religiosa; nel Natale del 1577 ricevette l’ordinazione sacerdortale. Fu discepolo di sant’Andrea Avellino, appartenente al suo stesso ordine.

Accusato e processato per un supposto “delitto” che riguardava la violazione della regola da parte del Capitolo generale del suo ordine , nel 1585 fu sospeso “a divinis” e ridotto alla categoria di fratello laico. Arrestato per un anno dovette attendere quasi la morte prima dell’assoluzione, che sopportò in piena umiltà e umanità.

Erano passati appena ventun giorni quando a Bologna appariva per la prima volta un’edizione del Combattimento spirituale con il suo nome, dopo che almeno una sessantina di edizioni erano state pubblicate anonime a partire dal 1589, in Italia e nelle maggiori lingue europee, oltre che in latino. Fra i primi lettori, com’è noto, fu san Francesco di Sales.

Morì a Napoli il 28 novembre 1610.

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE di Lorenzo Scupoli

Il Combattimento spirituale è un classico spirituale di valore assoluto, che nella sua semplicità e profondità regge benissimo il confronto con i migliori scritti d’ogni tempo.

« “Con l’orazione porrai la spada in mano a Dio, perché combatta e vinca per te.” La preghiera è dunque l’arma di tutte le vittorie. Essa è la debolezza di Dio e la forza dell’uomo perché il cuore del Padre non sa negare nulla di buono ai suoi figli. » (Padre Lino Pedron)

Il combattimento spirituale, come afferma V.Gambi nell’introduzione all’opera delle ed. Paoline del 1960, è un trattato di strategia spirituale che come altre opere e vicino alla spiritualità ignaziana conduce l’anima a una perfezione tutta interiore.

In che consista la perfezione cristiana. Per acquistarla bisogna combattere. Quattro cose necessarie..

Da qui parte Lorenzo sottolineando che molti hanno equiparato questa battaglia alle mortificazioni corporali, alle preghiere e ai digiuni, alle mense eucaristiche e alla consacrazione, ma egli afferma che questi sono sì mezzi e azioni potentissimi per prendere vigore e forza contro la propria malizia e fragilità; per armarsi contro gli assalti e gli inganni dei nostri comuni nemici; per provvedersi di quegli aiuti spirituali che sono necessari a tutti i servi di Dio e massimamente ai principianti.

Bisogna però fare molta attenzione affinchè ciò non diventino solo frutto del nostro orgoglio che ne priva il cuore. Perchè in questo modo il demonio prende in mano la situazione e pur lasciando loro queste buone inclinazioni alimentando in loro il desiderio di sentirsi grandi in ogni cosa e soprattutto migliori degli altri. Solo nel momento della difficoltà si potrà comprendere se detti sentimenti nascevano dal cuore o dalla superbia.

Per tale motivo assai più agevolmente si converte e si riduce al bene il peccatore pubblico, anziché quello occulto e coperto con il manto delle virtù apparenti.

E perché, aspirando tu all’altezza di tanta perfezione, devi fare continua violenza a te stessa per espugnare generosamente e annullare tutte le voglie, grandi o piccole che siano, necessariamente conviene che con ogni prontezza d’animo ti prepari a questa battaglia: infatti la corona non si dà se non a quelli che combattono valorosamente.

Secondo Lorenzo sono quattro le armi sicurissime e necessarie per ottenere la vittoria nel combattimento spirituale, al contrario di Santa Caterina da Bologna che ne suggeriva addirittura sette:

1. la diffidenza di noi stessi,

Vi sono quattro modi per ottenerla:

  • Il primo è che tu consideri e conosca la tua viltà e nullità e che da te non puoi fare alcun bene per il quale meriti di entrare nel regno dei cieli.
  • Il secondo è che con ferventi e umili preghiere la domandi spesso al Signore, poiché è dono suo.
  • Il terzo modo è che ti abitui a temere te stessa, il tuo giudizio, la forte inclinazione al peccato, gli innumerevoli nemici ai quali non hai forza di fare una minima resistenza
  • Il quarto modo è che quando ti avviene di cadere in qualche difetto, allora tu possa comprendere che se Dio ha permesso la tua caduta, è affinché, tu acquisti una maggiore consapevolezza e luce di prima.

2. la confidenza in Dio,

Vi sono quattro modi per ottenerla:

  • domandarla a Dio;
  • considerare e vedere con l’occhio della fede l’onnipotenza e la sapienza infinita di Dio, al quale niente è impossibile (cfr. Lc 1,37);
  • ricorrere con la memoria alla verità della sacra Scrittura;
  • quando ti capita qualcosa da fare e di intraprendere qualche battaglia e vincere te stessa, prima che ti proponga o ti risolva di volerla fare rivolgiti con il pensiero alla tua debolezza e, diffidando completamente, volgiti poi alla potenza, alla sapienza e alla bontà divina. 

Come possa conoscersi se l’uomo opera con la diffidenza di sé e con la confidenza in Dio lo si vedrà chiaramente in base agli effetti che produce in noi ogni caduta.

3. l’esercizio 

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Questo esercizio si deve fare principalmente con l’intelletto e con la volontà. Quanto all’intelletto deve essere da noi guardato da due cose che sogliono combatterlo.

  • l’ignoranza, che lo oscura e gli impedisce la conoscenza del vero, che è il suo oggetto proprio. Perciò con l’esercizio lo si deve rendere lucido e chiaro, perché possa vedere e discernere bene quanto ci è necessario per purificare l’anima dalle passioni disordinate e ornarla delle sante virtù. Questo lume in due modi si può ottenere. Il primo e più importante è l’orazione, pregando lo Spirito Santo. L’altro modo è un continuo esercizio di profonda e leale considerazione delle cose per vedere come siano, se buone o cattive: e ciò secondo come insegna lo Spirito Santo e non come appaiono all’esterno, si rappresentano ai sensi e giudica il mondo.
  • L’altra cosa da cui dobbiamo difendere l’intelletto è la curiosità perché, riempiendolo noi di pensieri nocivi, vani e impertinenti, lo rendiamo inabile e incapace di apprendere ciò che più appartiene alla nostra vera mortificazione e perfezione. Per cui tu devi essere come morta in tutto a ogni investigazione delle cose terrene non necessarie, sebbene lecite. 

Opponiti per tempo a così pericolosa superbia, prima che ti penetri nelle midolla delle ossa. Rintuzza l’acutezza del tuo intelletto: sottoponi facilmente il tuo parere a quello altrui; diventa pazza per amore di Dio e sarai più saggia di Salomone.

4. l’orazione. 

Pregare lo Spirito Santo che si degni infondere il lume nei nostri cuori. Questo lo farà sempre, se in verità cercheremo Dio solo; se cercheremo di fare la sua santa volontà e se sottoporremo ogni cosa insieme al nostro giudizio alla decisione del padre spirituale.

In qual modo la mattina di buon’ora debba scendere in campo il soldato di Cristo

Appena sveglia, la prima cosa che dovranno osservare i tuoi occhi interiori è il vederti dentro uno steccato chiuso con questa legge: chi non vi combatte, vi resta morto per sempre.

In questo steccato immaginerai di vedere innanzi a te da una parte quel nemico e quella tua cattiva inclinazione, già individuati per espugnarli e che invece sono armati per ferirti e darti la morte; e dal lato destro il tuo vittorioso Capitano Cristo Gesù con la sua santissima madre Maria Vergine insieme al suo carissimo sposo Giuseppe, con molte squadre di angeli e santi e particolarmente con san Michele arcangelo; dal lato sinistro, poi, crederai di vedere il demonio infernale con i suoi per eccitare la suddetta tua passione, istigandoti a cedere ad essa.
In tale steccato ti sembrerà di sentire una voce forse del tuo angelo custode, che cosi ti dice: “Tu oggi devi combattere contro questo e contro altri tuoi nemici. Non s’impaurisca il tuo cuore né si perda d’animo, non ceda ad essi per timore o per altro rispetto a cosa alcuna, perché nostro Signore e tuo Capitano è qui con te con tutte queste gloriose squadre: egli combatterà contro tutti i tuoi nemici, non permettendo che prevalgano su di te in forze e capacità (cfr. Dt 20,34). Sta’ salda, fatti violenza e sopporta la pena che talora sentirai nel farti violenza. Grida spesso dall’intimo del cuore e chiama il tuo Signore, Maria Vergine e tutti i santi, perché senza dubbio ne riporterai vittoria. Se tu sei fiacca, impedita dalle tue cattive abitudini, e se i tuoi nemici sono molti e forti, moltissimi sono gli aiuti di chi ti ha creata e redenta; oltremodo e senza paragone alcuno più forte è il tuo Dio e ha più voglia lui di salvarti che non il nemico di perderti. Combatti pure e non ti rincresca talora la sofferenza, perché dalla fatica, dalla violenza contro le tue cattive inclinazioni e dalla pena che si sente per le cattive abitudini nascono la vittoria e il grande tesoro con cui si compra il regno dei cieli e l’anima si unisce per sempre con Dio“.

Nel nome del Signore comincerai a combattere con le armi della diffidenza di te stessa e della confidenza in Dio, con l’orazione e con l’esercizio chiamando a battaglia quel nemico e quella tua inclinazione che, secondo l’ordine suddetto, ti sei risoluta di vincere ora con la resistenza, ora con l’odio e ora con gli atti della virtù contraria ferendoli più e più volte a morte per far piacere al tuo Signore, che con tutta la chiesa trionfante sta a vedere il tuo combattimento. Di nuovo ti dico che non ti deve rincrescere di combattere, se consideri l’obbligo che tutti abbiamo di servire e di piacere a Dio e la necessità di combattere, non potendo fuggire da questa battaglia senza ferite e senza morirne. Ti dico di più: quando tu come ribelle volessi fuggire da Dio e darti al mondo e alle delizie della carne, a tuo dispetto ti è necessario combattere con tante e tante contrarietà, che spesse volte suderai in volto e il cuore sarà penetrato da angosce mortali.

A questo punto considera che sorta di pazzia sarebbe il sostenere quella fatica e quella pena che comportano maggior fatica e pena insieme alla morte senza fine, se tu fuggissi quella che, finendo invece presto, ci unisce alla vita eterna e infinitamente beata dove godremo per sempre il nostro Dio.

Fontihttp://www.preghiereagesuemaria.it/libri/il%20combattimento%20spirituale.htmhttps://it.wikipedia.org/wiki/Lorenzo_Scupoli

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LE SETTE ARMI SPIRITUALI di Santa Caterina da Bologna

Don Domenico Milanesio

Don Domenico Milanesio

Missionario Salesiano (1843 -1922) 19 novembre 

Uno dei primi missionari salesiani dell’Argentina. Svolse il suo apostolato tra gli autoctoni ma anche tra gli italiani immigrati.

Figlio di Simone Milanesio e Maria Vivaldi, fu battezzato nella chiesa parrocchiale di S. Pietro in Vincoli (dell’XI secolo ma rifatta in epoca barocca), con il nome di Domenico Ignazio.

Lavorò sin dall’adolescenza fra i muratori, buon lavoratore era di carattere gioviale e sembra che abbia conosciuto s. Giovanni Bosco, lavorando alla costruzione dell’erigenda Basilica di Maria Ausiliatrice.

Nel 1866 a 23 anni, venne accolto dal santo tra i Salesiani; per le sue doti ebbe l’incarico di maestro di musica e poi fu destinato al Collegio di Alassio in Liguria, per gli studi superiori.

Fu ordinato sacerdote a 31 anni, la vigilia di Natale del 1874 dal vescovo di Alberga e dopo pochi mesi fu nominato direttore dell’Oratorio festivo.

Intanto la Congregazione Salesiana in quegli anni, si avviava speranzosa e zelante nell’attività missionaria; e già nel 1875 la prima spedizione di missionari, partì per la Patagonia, sotto la guida del 37enne don Giovanni Cagliero (1838-1926), compaesano di don Bosco, a cui fece seguito una seconda partenza nel 1876.

Con la terza spedizione del 1878, partì anche don Domenico Milanesio; il 9 novembre fu ricevuto in udienza da papa Leone XIII, poi partì per Buenos Ayres in Argentina e come già fatto in precedenza da don Cagliero, prese ad interessarsi degli emigranti italiani della città, fissando la sua residenza a Boca, un quartiere per niente cattolico.

La sua opera apostolica fece fiorire l’Oratorio e le attività connesse, attraendo la popolazione del luogo e suscitando contrasti da parte dei protestanti e della Massoneria; al punto che fu gravemente ferito in un attentato e colpito con pugno di ferro.

Ma il suo desiderio era di andare nelle Missioni della Patagonia, dove svolgeva il suo apostolato don Giovanni Cagliero, che nel 1884 diverrà vescovo e Vicario apostolico della regione. (La Patagonia è chiusa al nord dal Rio Colorado e a sud dallo Stretto di Magellano, ad ovest dalla catena delle Ande, con coste frastagliate, ricche di fiordi, isole e scogli sull’Oceano Pacifico; la parte litoranea del Pacifico appartiene al Cile, tutto il resto all’Argentina).

Don Bosco accolse le sue aspirazioni e nell’ottobre 1880 don Domenico Milanesio, giunse a Carmen de Patagones nel Rio Negro.

Insieme a mons. Fagnano si stabilì nella parrocchia di Viedma, che comprendeva un territorio vastissimo di centinaia di km; nei 35 anni della sua permanenza in Sudamerica, percorse a cavallo circa 80.000 km per le sue escursioni apostoliche.

La sua attività fu molteplice e non mancarono i pericoli, come guadare fiumi vorticosi e pericolose cadute da cavallo; assisté le oltre 54.000 famiglie di emigranti italiani che a fine secolo XIX, erano già presenti nella Repubblica Argentina; fece da importante mediatore fra la popolazione della Patagonia e l’esercito della Repubblica Argentina che erano in guerra tra loro. 

Quando aveva due anni. la sua famiglia celebrò il suo battesimo nella Chiesa cattolica. Lo battezzò il missionario salesiano Domenico Milanesio, molto amico di suo padre Manuel Namuncurá.

La pace che ne derivò, fece dare il grado di colonnello dell’esercito argentino al Gran Cacico della Patagonia, Namuncurà; il cui figlio Zeffirino Namuncurà (1886-1905), oggi Beato, fu battezzato da don Milanesio e allievo salesiano, morì a 19 anni a Frascati, dove era stato condotto dall’arcivescovo Cagliero, per cercare di guarirlo dalla tubercolosi.

Don Domenico Milanesio fu denominato “Padre degli Indi”, battezzò oltre 12.000 indigeni della Patagonia; famose furono le sue predicazioni ai carcerati e le missioni al popolo.

Nel 1892 fu chiamato a Genova, dove collaborando con il vescovo Cagliero, preparò l’esposizione del quarto centenario della scoperta dell’America. Il 20 di agosto del 1892, riuscì a tornare per una visita a settimo Torinese, che accolse quel suo figlio missionario con solennità, gratitudine e partecipazione di tutti i cittadini.

Nello stesso 1892 ritornò in Patagonia a riprendere la sua missione; nel 1899 fu impegnato a soccorrere la popolazione, colpita da una disastrosa inondazione.

In Italia tornò ancora nel 1902 per tenere un ciclo di conferenze, sulla cultura, religione, usi e costumi della Patagonia; nel contempo cercò aiuti e contributi per quelle missioni salesiane, recandosi in Piemonte, Spagna e Messico.

Grande collaboratore del vescovo Cagliero, continuò da solo a lavorare in Patagonia dopo la partenza definitiva del vescovo per l’Italia, dove nel 1915 papa Benedetto XV lo creò cardinale a 77 anni.

Ormai ultra settantenne, si ritirò nel Collegio S. Carlo di Buenos Ayres, continuando a dare esempio di integerrima vita sacerdotale; non dimenticò mai i suoi cari Indi, invocando per loro una legislazione speciale da parte del Governo dell’Argentina.

Pubblicò una ricca raccolta di parole dell’antico idioma “Mapuche” con significato e note storiche. Difese presso il governo della Repubblica, l’immigrazione italiana, magnificandone l’aspetto morale, artistico e lavorativo.

Morì a Bernal, Buenos Ayres il 19 novembre 1922 a 79 anni, dei quali 44 come missionario; il suo Comune d’origine, Settimo Torinese il 26 febbraio 1976, deliberò la dedicazione di una strada al suo appassionato figlio missionario don Domenico Milanesio, degno seguace di s. Giovanni Bosco.

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/92626

 

Basilica di S. Maria Maggiore

Basilica di S. Maria Maggiore

N. S. DEL SACRO CUORE DI GESÙ BAMBINO 

Bologna – 14 novembre

La Basilica di S. Maria Maggiore è la più antica chiesa dedicata alla Madonna nella Diocesi di Bologna. Per trovarne l’origine bisogna iniziare dall’antica venerazione medioevale al Sacro Cuore di Gesù, promossa a festa da Giovanni Eudes. 

La tradizione ne fissa le origini al VI secolo lungo via Galliera (cardo massimo della città romana) e il corso del ramo occidentale del torrente Àposa, rendendola coeva delle grandi basiliche bizantine di Ravenna. In piena età romanica fu restaurata e in parte ricostruita, con l’aggiunta del campanile, tanto da meritare una nuova solenne consacrazione nel 1187.

Di grande interesse è la recente scoperta di una Croce lapidea datata 1143, la più antica croce viaria bolognese conosciuta, rinvenuta sotto il portico della chiesa nel 2013 durante i lavori di consolidamento (cfr. R. Budriesi 2016).

La Basilica fu retta dalle monache benedettine fino a quando il 31 luglio 1243 al loro posto, con bolla papale, fu insediato un Capitolo di canonici dal celebre Ottaviano Ubaldini, amministratore della Diocesi e cardinale, ricordato da Dante Alighieri nella Divina Commedia. Nel XIII e XIV secolo la chiesa era la sede della Compagnia della Branca, una delle compagnie d’armi del Comune medievale a capo del quartiere di Porta Stiera.

Membri delle famiglie nobili più importanti della città come i Bentivoglio e i Grassi furono priori della Collegiata tra il XV e il XVI secolo e altre famiglie della parrocchia si tramandarono per secoli i giuspatronati degli altari (Felicini, Alamandini, Tanari, Aldrovandi, Fibbia Fabri, Ranuzzi, Hercolani).

Nel 1573 circa, la cappella maggiore fu ampliata a spese della famiglia Alamandini e arricchita con la bella pala absidale della Circoncisione, ultima opera di Giovanni Francesco Bezzi detto il Nosadella, allievo di Pellegrino Tibaldi, e completata da Prospero Fontana dopo la morte del pittore nel 1571. Pregevole è la pala di Orazio Samacchini (1564 ca.), che raffigura la Madonna col Bambino, S. Giacomo Minore e S. Antonio Abate, commissionata dai Tanari per la loro cappella nella navata destra, capolavoro giovanile del pittore manierista.

Nel 1665, ad opera dell’architetto Paolo Canali, fu sostituito il soffitto a cassettoni con una volta a botte e ricostruito il portico della facciata che successivamente fu sovrapposto di un piano abitabile, adibito a canonica. Il progetto del Canali, rimasto incompiuto, si adeguò ai modi dell’architettura barocca, senza dimenticare la tradizione bolognese cinquecentesca: il portico, infatti, monumentale ma severo, è una citazione dell’architettura delle antiche basiliche cristiane.

Nel XVIII secolo il Papa bolognese Benedetto XIV Lambertini, come è ricordato in una grande lapide del 1752 sulla controfacciata, fu munifico nei confronti della Basilica mariana facendone rifare completamente il tetto, prolungando la cappella maggiore, collocando un nuovo altare marmoreo su disegno dell’architetto Alfonso Torreggiani e dotando la chiesa dell’ottimo organo a canne di Filippo Gatti. Con queste radicali trasformazioni l’attuale Basilica può considerarsi finita.

A testimoniare i passati splendori della Basilica restano i pregevoli arredi sacri, in particolare la ricca serie di reliquiari lignei, e le numerose opere d’arte conservate al suo interno. Si possono ammirare, oltre a un bel Crocifisso di fico del sec. XIV, numerosi dipinti, sculture e stucchi dei più celebri artisti che operavano a Bologna tra il XVI e il XIX secolo.

A Bologna, la festa è celebrata al 14 novembre con un ottavario nel 2011 dedicato alle vocazioni sacerdotali.

Fontehttp://www.decanati.it/documenti%5Cstoria%5CmadonnaOltrona.pdf

 

MARCO GALLO

MARCO GALLO

Adolescente (1994-2011) 5 novembre

Un giorno mentre si reca a scuola, viene investito e muore. La sera prima aveva scritto sul muro della sua camera, accanto al crocifisso: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?».

Strada provinciale, che da Monza collega l’Alta Brianza. Una mattina piovosa come tante, a inizio novembre. Marco, uno studente di 17 anni, si sta recando con la sua moto a scuola, a Carate. Nei pressi di un semaforo si trova davanti un’automobile che sta uscendo, dalla destra, dal parcheggio di un negozio di arredamenti. Il ragazzo cerca di frenare, forse colpa dell’asfalto bagnato, non ce la fa e lo schianto è inevitabile. L’impatto è mortale, Marco non sopravvive.

Il corpo di Marco” dice Paola, la mamma “che era una potenza di vita, è stato così spezzato per un urto: non aveva un graffio, non un’escoriazione, neppure il suo zainetto o il suo casco, non una goccia di sangue versato, ma il suo collo invisibilmente spezzato“. Invisibilmente. E’ la parola chiave di una vicenda straordinaria, pur nel dolore immenso che essa contiene. “Come si dice madre senza figlio? Padre privato del figlio?… è indicibile” dice ancora Paola.

Indicibile è la seconda parola chiave di questa storia. Sì, è indicibile definire due genitori che perdono un figlio. Eppure nella morte di un ragazzo di soli 17 anni, nel pieno del vigore fisico e dell’entusiasmo per la vita, la vita rinasce, in modo “invisibile” e “indicibile”. Chi scrive queste righe non ha mai conosciuto Marco Gallo di persona, conosce solo i suoi genitori. Ma dalla sua morte, è come se lo conoscessi da sempre. Sta accadendo così per molte altre persone.

I suoi scritti, i suoi pensieri, alcuni dei quali letti solo grazie al padre e alla madre, custoditi come è giusto in questi casi gelosamente, spalancano ad una amicizia che va al di là della vita e della morte, perché le contiene. Marco comunica, sta comunicando oggi più che mai a tutti quelli che si imbattono in lui. Accade così che è possibile diventare amici di qualcuno che in vita non si è mai conosciuto.

D’altro canto è anche quello che aveva scritto lo stesso Marco in una sua bellissima lettera: era andato alla beatificazione di Giovanni Paolo II senza averlo ovviamente mai incontrato di persona. Da quel giorno invece “è come se fosse nato in me un prepotente desiderio di conoscerlo (…) È come se, finalmente, qualcuno mi abbia capito. Una comprensione che va oltre quella degli amici e delle persone che ho incontrato. Come se tutto il segreto della vita fosse racchiuso qui, in queste parole (spalancate le porte a Cristo)”.

Ci sono segni evidenti, ci sono cose che accadono: “Stanno succedendo cose dell’altro mondo; perlomeno molto strane se uno proprio vuole continuare a pensare solo alle casualità” dice la madre. Pensando alla storia di Marco queste appaiono evidenti in un modo che sembra anche inquietante, tanto spacca le barriere della realtà come siamo abituati a considerarla. E’ davvero la resurrezione, ma una Resurrezione cominciata ancora prima della morte stessa.

La sera prima di morire, Marco aveva scritto a penna sul muro della sua camera da letto. Era rimasto colpito, segnato, dalla morte avvenuta la notte prima di Giovanni, studente universitario, amico di un suo carissimo amico, anche lui in un incidente di motocicletta. Marco aveva scritto: “Perché cercate tra i morto colui che è vivo?“. Quella scritta è ancora lì, nella camera di Marco, a casa sua. Dice tutto. In modo invisibile e indicibile. In modo inaudito, per la nostra superficialità quotidiana di uomini e donne smarriti nella dimenticanza, privati del senso del Mistero. C’è di più, molto di più, invece. C’è il Mistero che accade. Pochi lo sanno percepire. Marco era sicuramente uno di questi privilegiati.

A rileggere oggi infatti alcuni scritti che Marco ha lasciato vengono i brividi. Difficilmente un uomo maturo potrebbe avere la stessa coscienza di fede che aveva questo ragazzo di 17 anni. Una coscienza della fede che nasceva da un desiderio irresistibile e implacabile di capire il significato del destino. Certo, Marco era cresciuto in una bella famiglia che aveva allevato e custodito questo desiderio. In una bella scuola circondato di ragazzi e professori che sostenevano questo desiderio. Ma Marco viaggiava molto più avanti di tutti gli altri, e forse per questo la sua corsa è finita – apparentemente – quella mattina di novembre sulla strada bagnata di pioggia. Il suo viaggio si era compiuto quando aveva scritto quella frase sul muro della cameretta; perché cercate tra i morti colui che è vivo?

Una volta Marco, a 16 anni, aveva scritto: “Il desiderio (…) non pensai mai di dirlo, ma il desiderio in sé è inutile. Avevo grande desiderio di felicità eppure passavo le giornate con lui accanto. Non è lui il protagonista non la sua sola presenza causerà un’esistenza piena. Perché non la sera, né il mattino deciderò come adempirlo. Non saranno i programmi mattutini, né  la “riorganizzazione serale”. Entrambi servono, ma  a niente da soli. È nell’istante in cui esso è suscitato, nell’istante in cui la sua presenza introduttiva si fa avanti, allora noi dobbiamo seguirlo con la nostra libertà: dobbiamo farlo atto, azione, gesto, talvolta rischio, dobbiamo farlo carne“.

Una consapevolezza, quella espressa in queste righe, che schianta chi le legge. Poi scriveva: “E allora giungerà una risposta. ma dove cercarla? Come un bambino segue l’aquilone, e come il giorno dopo, vuole rifarlo. Dobbiamo andare nei luoghi, ma soprattutto, dalle persone, che per un solo istante sono state sua risposta. Proprio come un poveretto va a chiedere i soldi: si, è umiliante, ma che altro fare? Suicidarsi o convertirsi? Ovvero Uccidere il desiderio o rivolger nel suo verso la nostra libertà?  Qui si tratta di moralità, ragazzi, si tratta di una posizione corretta, ma che attraversa la consapevolezza che merita di essere fatto, insomma si tratta di una naturale e propensa tensione verso qualcosa di bello. Non è moralismo, è qui voglio chiarirlo: il moralismo cristiano è ritenere che la grazia viene dopo un’adeguata preparazione morale, ma non è così, perché l’uomo è fallace, è la grazia che da la forza: – e quindi, cosa si spera di ottenere? “io sono amato, amici, e QUINDI faccio tutto.”Forse questo, essere amati.. e in tutte le circostanze tendere a una risposta.. forse si.. “in tutto”. 

In un’altra occasione, pensando alla canzone di Claudio Chieffo Io non sono degno, aveva commentato: “MI sono commosso perché Claudio Chieffo ha comunicato in una canzone che cosa è la vita. Io non faccio altro che distrarmi, non fare i miei doveri, sputare sulla vita non gustandomela, bestemmiare la vita facendomi complessi perdendo tempo. Non lo dico con piacere, ma con forte dolore: io non valgo nulla. Ma il motivo per cui la mia vita ha senso è perché ci sei te, l’ho capito. Noi non ti meritiamo, non meritiamo una goccia del sangue di te E invece TU ci sei, e mi ridesti ogni attimo, senza che io me ne accorga, tu mi dai bellezza, le persone, le risposte, tu mi abbracci e ti dico grazie, un grazie inconsapevole del tuo infinito amore, del valore che mi dai (…). La commozione è consapevolezza del nostro nulla e in contemporanea della tua risposta, perché senza risposta sarebbe solo Dolore”.

La storia di Marco è la storia piena di fatti, segni, coincidenze che non sono coincidenze, sono accadimenti che se messi insieme danno la mappa di un puzzle che messo faticosamente insieme dà un percorso. Una volta era partito in motocicletta dalla Liguria, terra dei suoi genitori, in motocicletta per arrivare a casa a Monza. Si era studiato tutto il percorso sulle cartine, senza passare dall’autostrada ovviamente perché era minorenne, poi da qualche parte, forse vicino a Brescia, si era perso e aveva chiamato il padre perché venisse a recuperarlo. Con entusiasmo e giovanile baldanza si era buttato in quella e cento altre avventure, alla ricerca della strada di casa, anzi della Casa.

Con stupore di tutti, una decina di giorni dopo la sua morte, è addirittura il Cardinale di Milano Angelo Scola a ricordare Marco: lo fa citando una sua lettera mentre tiene la meditazione in Duomo sull’esperienza dell’amore al termine del ciclo di esercizi Spirituali d’Avvento. Il Mistero della esistenza umana. La Resurrezione che si manifesta. E’ la storia di un dolore che può essere accolto, questa. Come dice ancora Paola, “Io capisco sempre meno, capisco che la misura del Mistero non è la mia e mi chiede tutto, e mi continuerà a chiedere tutto; percepisco però che questo Mistero mi abbraccia e in questo abbraccio io non sono persa, io posso viverci“. Non cercate tra i morti colui che è vivo. Marco è più vivo che mai.

Autore: Paolo Vites

Fontehttp://www.santiebeati.it/dettaglio/95892

Raïssa Oumançoff

Raïssa Oumançoff

mistica e filosofa (1883-1960) 4 novembre

rac3afssa-oumanc3a7off-maritain11Di origini ebraiche Raïssa dopo un periodo di buio interiore arriva alla conversione insieme al marito protestante componendo opere di alto contenuto mistico

Mistica, poetessa e saggista francese cattolica, moglie del filosofo Jacques Maritain. Autrice di raccolte di poesie, di trattati di spiritualità e di estetica, di opere autobiografiche, insieme al marito è stata al centro di un’amplissima cerchia di amicizie con numerosi esponenti della cultura novecentesca, appartenenti ai più disparati campi della ricerca e dell’espressione artistica.

Raïssa nasce a Rostov sul Don, in Ucraina, da Ilia Oumançoff sarto di professione e dalla moglie Issia, ebrei appartenenti al movimento ortodosso dei chassidim, caratterizzato da una forte istanza mistica. Dopo la nascita della sorella Vera nel 1886 (2 luglio), alla quale resterà legata per tutta la vita e che vivrà con lei e Jacques negli anni della maturità, lascia con la famiglia la Russia alla volta di Parigi nel 1893, dove frequenta la scuola primaria e secondaria e impara a suonare il pianoforte.

RaissaStudentessa all’Università parigina della Sorbona, nel 1901 conosce Jacques Maritain, proveniente dal protestantesimo, con il quale inizia a frequentare Charles Péguy e le lezioni di Henri Bergson. Nel 1902, Raïssa e Jacques si fidanzano, per sposarsi poi civilmente nel 1904. È il tempo della crisi, per i due giovani: punti sul vivo da una cultura che li convince dell’assenza dal mondo di qualsiasi finalità trascendente, con le sole luci dello scetticismo e del relativismo a illuminare un universo che appare ai loro occhi malvagio e crudele, decidono di trovare l’assoluto che cercano, o di darsi la morte.

La svolta nella loro esistenza avviene proprio grazie a Péguy e Bergson, che ai loro occhi additano una prospettiva nuova, rispetto allo scetticismo e al nichilismo imperante. Decisivo sarà l’incontro con il romanziere Léon Bloy, che condurrà i due giovani alla persona di Gesù Cristo. La conversione avviene nel 1905, quando Raïssa si ammala gravemente. L’esperienza della malattia e, insieme, della preghiera la avvicina, con Jacques, definitivamente a Dio. L’11 giugno 1906 entrambi ricevono il battesimo cattolico. Un altro grave episodio di salute che colpisce Raïssa nel 1907 conferma nei due Maritain la fede in Dio.

Jacques Maritain

La lettura dell’opera di San Tommaso d’Aquino disvela loro quanto era stato negato dalla Sorbona. Jacques e Raissa concepiranno in seguito la loro vita matrimoniale come una sorta di vocazione di stile monastico, votata allo studio, alla diffusione del pensiero di san Tommaso e dell’animazione dei gruppi culturali. Le pubblicazioni di Jacques diventano numerose; Raïssa è accanto al marito nel suo lavoro di riflessione. Iniziano in questo periodo le frequentazioni e le amicizie dei Maritain con gli esponenti della cultura loro contemporanea.

Dal 1923 al 1939, vivono a Meudon, nei pressi di Parigi. Sono gli anni delle grandi amicizie con Jean Cocteau, Pierre Reverdy, Réginald Garrigou-Lagrange, Nicolas Nabokov, Charles Journet, Étienne Gilson, Gino Severini, Charles Henrion, François Mauriac – alcuni fra i molti. Al 1935 risale la pubblicazione delle prime poesie di Raïssa. L’atteggiamento iniziale dei due convertiti è di un a certa ostilità nei confronti del mondo moderno, ma lo sviluppo di una incessante ricerca li condurrà ad una struttura di pensiero che per molti aspetti preannuncia il Concilio Vaticano II.

Raissa.1

Dal 1939 al 1944, Raïssa è costretta dagli sviluppi bellici e dalle sue origini giudaiche, prima a trasferirsi negli Stati Uniti con Jacques, poi a stabilirvisi. Sono gli anni dell’amicizia con Marc Chagall. Raïssa si occupa di poesia, contemplazione mistica, arte. Al termine della guerra, Jacques è nominato ambasciatore di Francia presso la Santa Sede. Raïssa segue il marito in questa nuova avventura. Nasce l’amicizia con mons. Giovanni Battista Montini, il futuro papa Paolo VI. Nel 1949, i Maritain lasciano il Vaticano, dopo le dimissioni di Jacques dall’incarico, e tornano negli Stati Uniti, a Princeton (NJ). Raïssa è sempre al fianco del marito e si occupa di filosofia e critica dell’arte, poesia, liturgia.

Sotto le sue oscure apparenze, i doveri di ogni istante nascondono la verità divina; sono come i sacramenti del momento presente”.(Raïssa Maritain)

Durante una vacanza in Francia, nel settembre 1960 Raïssa è colpita da emorragia cerebrale. Assistita da Jacques, muore il 4 novembre dello stesso anno. Le esequie vengono celebrate a Parigi. La salma è inumata a Kolbsheim, in Alsazia, dove dal 1973 riposano anche le spoglie mortali di Jacques.

Raïssa Oumançoff

L’intimità di Raïssa con il divino è la vera base della sua esperienza poetica, anche quando le sue poesie sembrano non dire nulla di preciso su Dio. La sua poesia esprime le profondità del suo rapporto con Dio, ponendo i suoi versi sulla linea di autori come Santa Teresa d’Ávila e San Giovanni della Croce – che non a caso furono fra i maestri di spiritualità più amati dai Maritain. Certo, questa esperienza è resa singolare dal fatto che Raïssa visse nel mondo e non nella solitudine claustrale. La testimonianza dell’intera sua vita fu infatti quella della presenza amorevole che si fa prossima alle esistenze, alle storie personali, alla storia stessa dell’umanità ferita.

Con la sua poesia e, più in generale, la sua opera e finanche la sua vita, Raïssa ha cercato di scoprire e utilizzare ogni bellezza presente nel mondo, così come ogni miseria, per alimentare l’amore nei confronti di Dio. Sempre ha guardato agli uomini e alla civiltà del suo tempo con comprensione, simpatia, lucidità. In Raïssa c’è una meravigliosa compenetrazione di intuizione poetica, riflessione filosofica ed esperienza mistica. Si potrebbe a ragione affermare che il suo è stato uno sguardo “sensibile” sulla realtà, attento a ricondurre ogni cosa nella contemplazione divina.

Raissa.2La sofferenza di Raissa ha il suo significato di fondo nel mistero cristiano, da lei vissuto intensamente: compiere ciò che manca alla passione di Cristo.  “Le fatiche degli amanti non pesano, anzi sono motivo di diletto” … L’importante è l’oggetto che si ama, poiché quando si ama o non si sente il peso o si ama di sentirlo“.

Sulla poesia della moglie, ebbe a scrivere Jacques Maritain:

«un canto il cui ritmo, per diverso che sia, s’impone sempre all’orecchio con una rara precisione, viene da qualcosa di più profondo di un flusso puramente psichico delle impressioni e delle immagini. L’inconscio che libera è l’inconscio dello spirito nella sua sorgente. Tutto vi è necessario e tutto vi è libero. Non un qualche astratto disegno di perfezione, ma una fedeltà delicata, una jacques_raissa_maritainattenzione amorosa, a queste mani invisibili da cui l’anima riceve tutto, impone una trasparenza, una precisione e una discrezione singolare alla melodia che emana dal sangue e dallo spirito. Ciò che sembra tipico qui, è da una parte la musicalità, espressamente considerata come un elemento essenziale della poesia, dall’altra la nitidezza  con cui la forma attualizza in ogni poema la sua unità vitale» (J. Maritain, Presentazione a R. Maritain, Poèmes et essais, Desclée de Brouwer, Paris 1968, ora in J. et R. Maritain, Oeuvres Complètes, Editions Universitaires, Fribourg-Editions Saint Paul, Paris 1986-2008, vol. XV, p. 513).

Fonti: http://www.santiebeati.it/dettaglio/94481https://it.wikipedia.org/wiki/Ra%C3%AFssa_Ouman%C3%A7off_Maritain

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ANTONIO MARRO

ANTONIO MARRO

Laico (1920-2001) 28 ottobre

Combatte la seconda Guerra Mondiale sul fronte russo diventando uno dei pochi sopravvissuti per miracolo che riuscirono a piedi a raggiungere l’Italia. Si occuperà poi, per il resto della sua vita, dei più bisognosi della sua città.

Nasce a Cervinara (Avellino) il 10 settembre 1920 da Andrea e Maria Domenica Campana. Studia presso il Seminario Arcivescovile di Benevento. Partecipa alla seconda guerra mondiale sul fronte russo. Il suo reparto subì perdite gravissime e lui si salvò solo per miracolo; dopo un lunghissimo e travagliato viaggio a piedi, rientrò in Italia.

Dopo la guerra viene assunto al Comune di Cervinara e negli anni Sessanta diviene il primo collocatore comunale d’Italia. Antonio spende il suo lavoro al servizio di tutti i cittadini e specialmente delle persone più bisognose, che ancora oggi né testimoniano la bontà. Al centro delle sue giornate lavorative vi è la certezza di spendersi per il raggiungimento del bene comune, sicuro che anche in quel luogo è chiamato a santificarsi.

Nel 1950 sposa Maria Bruna Casale, e mette al mondo tre figli.

Negli anni ‘60 si impegna politicamente nella DC, riscuote innumerevoli consensi come candidato alle elezioni amministrative comunali, risultando il primo eletto.

Assieme ai suoi impegni di marito e di padre, Antonio, porta avanti l’impegno in parrocchia e in diocesi, prima a fianco dell’Abate Mancini nella parrocchia natale di Ferrari, e poi dell’Abate don Mario Buonanni nella parrocchia di adozione di San Potito martire. Rimase sempre legato alla parrocchia d’origine, propagando in particolar modo il culto alla Madonna Addolorata, lì venerata.

Spinto dalla sua esperienza in Russia, dove raccontava di essersi affidato completamente nelle mani di San Antonio da Padova, fu promotore, con l’aiuto del parroco e di altri fedeli, di una festa in ricordo del suo Santo protettore; oggi tale devozione continua ancora.

Partecipa alla GIAC (Gioventù italiana di Azione Cattolica) parrocchiale e diocesana. Nell’associazione lui è un esempio per tutti i giovani, ed infatti molti desideravano averlo come padrino di cresima e di battesimo per i propri figli. Antonio amava i giovani.

Partecipa a diversi pellegrinaggi, a Lourdes per la grande devozione che aveva nei confronti della Madonna, cosi come a San Giovanni Rotondo, per onorare Padre Pio, divenuto Santo il 16 giugno 2002.

Nel 1969 con il nuovo statuto, Antonio partecipa al rinnovamento dell’associazione, e ne diviene il responsabile del settore adulti. Porta nella nuova AC la sua esperienza di lavoratore instancabile, marito premuroso, padre ammirabile, ma soprattutto di uomo innamorato di Gesù Cristo.

Lui è consapevole che negli ammalati, nelle persone bisognose c’è Dio, ed è per questo che è un forte sostenitore dell’UNITALSI, associazione che, tra l’altro, accompagna gli ammalati in pellegrinaggio nei santuari internazionali.

Negli anni ‘80 partecipa ai campi ACR parrocchiali e diocesani, e diviene il nonno di tutti i bambini. Antonio sente che nella sua vita manca ancora qualcosa ed infatti decide di diventare accolito, potendo così portare l’Eucarestia agli ammalati e servire sempre più da vicino la Chiesa.

Nel 2001 Antonio si ammala ed inizia il suo calvario, pronunciando ogni giorno il suo serviam, e il 28 ottobre dello stesso anno Antonio raggiunge la casa del Padre.

Dopo la sua morte la famiglia fu invitata alla funzione per la benedizione del nuovo altare nel Santuario dei Santi Cosma e Damiano, e così i familiari scoprirono che oltre alle energie spese per la propria parrocchia aveva contribuito alla costruzione di un nuovo altare per il Santuario.

Antonio: gratuitamente ha ricevuto,gratuitamente ha dato!

Messaggio di Sua Santità Giovanni Paolo II per la Quaresima 2002 .

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date ». (Mt 10, 8). Avendo, infatti, gratuitamente ricevuto la vita, dobbiamo, a nostra volta, donarla ai fratelli in modo gratuito. Lo chiede Gesù ai discepoli, inviandoli come suoi testimoni nel mondo: « Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date ». E primo dono da rendere è quello d’una vita santa, testimone dell’amore gratuito di Dio. Dobbiamo aprirci, come credenti, a un’esistenza improntata a « gratuità », dedicando senza riserve noi stessi a Dio e al prossimo.

Antonio non ebbe la possibilità di sentire queste parole ma lui, instancabile amante di Dio, l’aveva già capito.

Autore: Daniela Marro

Fontehttp://www.santiebeati.it/dettaglio/95227; www.azionecattolica.it

 

Ermengarda Golling

Ermengarda Golling

Fanciulla (1915 – 1924) 20 ottobre

Soffrì a lungo per alcuni maltrattamenti subiti dal padre, ma ebbe un carattere gioioso pur nelle avverse condizioni economiche della sua famiglia, provata dalla guerra e da alcuni dissesti finanziari. Il giorno della sua Prima Comunione, il padre, che aveva smesso di trattarla duramente, prese la decisione di riaccostarsi ai Sacramenti.

Ermengarda Golling nacque il 18 agosto 1915 a Theresienstadt, in Boemia (oggi Terezín, in Repubblica Ceca). La madre vi si era trasferita da Vienna, insieme agli altri figli Otto, Ida ed Erika, perché il marito doveva prestare servizio nell’esercito: si era infatti nel periodo della prima guerra mondiale.

Nell’estate 1917 la famiglia tornò a Vienna, ma le condizioni di vita erano molto difficili. Ermengarda, di appena due anni, seguiva la madre di stanza in stanza, supplicandola a mani giunte: «Prego, mamma, pane!». Dato che i bambini si ammalarono e il padre era in guerra sul fronte meridionale, nel mese di ottobre venne deciso il trasferimento a Cilli (oggi Celje, in Slovenia).

Un giorno il signor Golling fece una sorpresa alla famiglia, ma Ermengarda non lo riconobbe e si nascose in un angolo: scambiando il suo timore per maleducazione, lui la picchiò. Di conseguenza, ogni volta che veniva in licenza, notava che la piccola correva a nascondersi, oppure stava in disparte.

A quel punto il padre adoperò un sistema eccessivamente severo: spesso le proibiva di sedersi a tavola quando si pranzava e le concedeva di mangiare non più di un pezzo di pane, in un angolo della stanza da pranzo. La mamma, però, si accorse che la bambina soffriva. Ad aiutarla era anche un’amica di famiglia, che spesso la invitava a casa sua e la rifocillava come poteva.

Spesso la mamma la conduceva in chiesa e le indicava Gesù presente dietro la porta del Tabernacolo. Ermengarda osservava fissamente la porticina dorata, ma, non vedendo venir fuori Gesù, un giorno, uscita di chiesa, esclamò: «Mamma, ho guardato fisso fisso la porticina dorata, ma non l’ho veduto il Bambino Gesù». A quel punto, le spiegò che Gesù è presente nell’Ostia e, vedendo come la figlia seguiva le sue parole, restò meravigliata.

Nei mesi estivi del 1919 la signora e i bambini cambiarono nuovamente casa, andando a vivere a Ried, nel bacino del fiume Inn. Ermengarda venne iscritta all’asilo, incontrando l’affetto delle suore che lo tenevano e dell’anziano servo del convento, che consolava a modo suo.

Le cose belle l’attraevano, ma ancora di più quelle che riguardavano Dio. Un giorno, sentendosi lodare per i suoi begli occhi, domandò a una delle suore: «Ha piacere il buon Dio se si hanno gli occhi belli?”. «Il buon Dio guarda il cuore», le fece osservare la religiosa. «Oh sì», rispose, «allora devo stare molto attenta per avere un bel cuore».

Un’altra volta, passando davanti a una bella casa in compagnia di un’altra suora, le chiese: «Le piacerebbe abitare in questa casa?». «No, cara: io non amo che il convento», fu la sua risposta. Dello stesso parere era la piccola: «Oh, anch’io! Mi piace stare soltanto dove abita il buon Dio… Come tutto è bello sotto gli occhi del buon Dio!».

Il regolamento dell’istituto prescriveva che le educande partecipassero alla Messa tutte le mattine, alle sei e mezza, tranne le più piccole. Ermengarda, però, non si dava pace: «Voglio fare un sacrificio per amore del buon Dio!», diceva; alla fine, le fu concesso.

Nel marzo 1921 la signora Golling venne a sapere che il nonno (non è dato sapere se paterno o materno), che non aveva ancora visto la più piccola delle nipoti, era in fin di vita: di conseguenza, prese con sé Ermengarda e la condusse nel paese dove viveva l’anziano, nella provincia dell’Eger. Ben presto la bambina familiarizzò con lui e gli fu accanto quando ricevette gli ultimi Sacramenti. Il 19 aprile 1921 il nonno morì sospirando i nomi di Gesù e Maria. Il suo contegno fu così sereno da far esclamare a Ermengarda, che continuava a stare nella camera funeraria senz’alcuna paura: «Ora il nonno è già in paradiso».

La morte del nonno gettò la mamma in uno stato di profonda depressione, tanto che non rimandò la bambina dalle suore. Un giorno, per cercare di consolarla il più possibile, esauriti i baci e le carezze intonò un canto: la donna fu così rasserenata da voler accompagnare la sua voce col suono del liuto e tornò a sorridere.

A scuola Ermengarda compiva rapidi progressi ed era particolarmente portata per il disegno. Aveva da poco imparato a sillabare, quando provò a leggere le parole che trovò scritte sotto un’immagine del Crocifisso: «Chi sta in croce è l’amor mio». Non capiva cosa significasse, così se lo fece spiegare dalla mamma: allora capì che doveva amare davvero Gesù. Prese tanto sul serio quel concetto che, perfino quando giocava con le sue bambole, parlava loro di Lui. Quando il padre venne a visitare la famiglia, non era più in collera con Ermengarda, tanto da trovar piacere nel sentirla leggere e nel vederla crescere.

bambina sul treno

Infine, arrivò il momento di tornare a casa. La piccola provò tanto dolore nel separarsi dalle maestre e dalle compagne che, appena partita da Ried, rimase affacciata al finestrino del treno che la portava via da lì finché riusciva a vedere il campanile della chiesa; quando non lo vide più, si rintanò a piangere in un angolo.

Appena arrivati a casa, i Golling trovarono che il loro appartamento era stato devastato. Nel bel mezzo di tanta desolazione, Ermengarda prese a correre in giro e, battendo le mani, esclamava: «Come siamo ricchi!». A quelle parole, i genitori non poterono fare altro che ridere.

Con la ripresa della vita quotidiana, venne anche il momento per Ermengarda di prepararsi alla Prima Comunione. La mamma iniziò a insegnarle delle giaculatorie e a pregare il Rosario, di cui la bambina recitava un mistero al giorno, ma soprattutto le suggeriva come fare quando avrebbe finalmente accolto Gesù nel suo cuore.

La famiglia, finalmente riunita, andò a trascorrere le vacanze estive in una villa a Rosenburg, sul fiume Kamp. Ma le difficoltà dovettero ricominciare: a causa della svalutazione monetaria, i Golling persero tutte le loro sostanze. Un giorno Ermengarda si accorse che la mamma aveva pianto per quel motivo e la consolò: «Mamma, era povero anche Gesù Bambino!».

Il 28 maggio 1924 la piccola compì la sua Confessione sacramentale, chiedendo perdono di tutte le sue mancanze. Durante la notte che la separava dalla tanto attesa Prima Comunione, non riuscì a dormire: la mamma la sorprese a pregare seduta sul letto.

L’indomani mostrò una volta di più la sua generosità nell’avvicinarsi a una compagna lasciata in disparte dalle altre: la prese per mano e le disse di venire con lei. In quel giorno tanto solenne capitò un altro evento felice: il signor Golling si decise, dopo vent’anni, a riaccostarsi ai Sacramenti. Per tutto quel giorno Ermengarda non giocò né con le bambole né con le amiche, ma rimase a riflettere sul dono grande che aveva ricevuto.

Nel mese di agosto, la piccola ebbe un forte attacco di angina, il che fece rinviare da parte del padre il suo ritorno a scuola. La sera dopo il suo ritorno a Vienna, mentre stava accompagnando con una danza una parente che suonava il pianoforte, improvvisamente si portò le mani al cuore e cadde svenuta sul divano di casa.

Il giorno dopo voleva andare a scuola, ma la madre non glielo permise. Improvvisamente le uscì il sangue dal naso: il medico, accorso, le diagnosticò un’infiammazione cardiaca avanzatissima. I genitori tentarono tutti i rimedi disponibili all’epoca per alleviare le sue sofferenze, incluso un congegno che le forniva acqua fresca di continuo. Qualsiasi cosa facesse, sia nel nutrirsi sia nel prendere le medicine e, in particolare, quando i dolori la tormentavano, esclamava: «Per amor di Gesù!».

La madre andava ogni giorno a Messa e si comunicava: quando la figlia la vedeva tornare, esprimeva il desiderio di tornare a ricevere Gesù una volta guarita. Al vedere la sua insistenza, la signora le riferì che Lui stesso sarebbe venuto da lei: così, il 19 ottobre, il suo desiderio si avverò.

Il giorno successivo, ormai prossima a morire, Ermengarda chiese perdono a tutti i suoi familiari e promise alla mamma che avrebbe pregato per loro. Quando il padre le chiese quale fosse stata la cosa che le dava più gioia, rispose: «La santa Comunione». Il fratello Otto corse a chiamare un sacerdote, così da poterle dare il Viatico. Pochi istanti dopo, la bambina spalancò le braccia e, col sorriso sulle labbra, morì.

Un’amica di famiglia, tempo dopo, riferì alla signora Golling di aver visto in sogno Ermengarda, che le raccomandava di andare a fare la Comunione. In un tentativo di spiegazione, le chiese da quanto tempo non ricorreva ai Sacramenti: la sua interlocutrice le rispose che era da più di dieci anni. La signora l’accompagnò personalmente da un padre gesuita, cosicché, in un certo senso per mezzo della bambina, ritornò in grazia di Dio.

La storia di Ermengarda Golling e di tanti altri piccoli amici di Gesù, quasi tutti sconosciuti o dimenticati ai nostri giorni, fu sintetizzata dalla scrittrice Maria Schmidtmayr nel libro «Bambini Santi».

Autore: Emilia Flocchini

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/96304

 

 

IL GESÚ DI SANTA TERESA D’AVILA

IL GESÚ DI SANTA TERESA D’AVILA

Nel volume di Luigi Borriello “Solo Dios basta” vi è una raccolta delle testimonianze con le descrizioni di Santa Teresa su Gesù, il quale ogni tanto le appariva «piccolo e bello», mentre altre volte diventava addirittura «maestoso».

Gesù cosa diceva a Santa Teresa d’Avila? Che consigli le dava? I dialoghi con la mistica sono ben snocciolati in “Solo Dios basta – La teologia narrativa di Teresa d’Avila” (Ancora edizioni, 2015) scritto da Padre Luigi Borriello, teologo e studioso della riformatrice del Carmelo.

IL VIANDANTE MISTERIOSO

In uno dei momenti di maggiore angoscia, Gesù diventa per Teresa una valida spalla consolatrice, una sorta di “viandante misterioso” che ne sostiene le paure. «Mentre, dunque, ero in così grande angoscia […], bastarono queste sole parole per dissiparla e acquietarmi del tutto:Non aver paura, figlia mia, sono io e non ti abbandonerò, non temere”. Mi sembra, tenuto conto dello stato in cui ero, che sarebbero state necessarie molte ore per indurmi a calmarmi e che nessuno vi sarebbe potuto riuscire. Ed eccomi, grazie a queste sole parole, così tranquilla, piena di forza, di coraggio, di sicurezza, di pace e di luce, che in un istante sentii la mia anima trasformata, e credo che avrei potuto sostenere contro tutti che quelle grazie erano opera di Dio. Oh, com’è buono Dio!».

UN TENERO COLLOQUIO

Sono diverse le visioni in cui il colloquio con Gesù è tenero e colmo di gioia. «Oh, Signore, come sono dolci le vostre vie! Ma chi camminerà senza timore? Temo di non riuscire a servirvi: quando mi dispongo a farlo, non trovo cosa che mi soddisfi per pagarvi almeno un po’ di ciò che vi devo. Mi sembra di volermi consacrare tutta al vostro servizio ma, quando considero attentamente la mia miseria, vedo che non posso far nulla di buono, se voi non me ne date la capacità».

COMPAGNO DI STRADA

Cristo non fu, dunque, per Teresa, il Dio lontano, inafferrabile, ineffabile, ma il Dio, evidenzia Padre Borriello, che penetra nella storia, che nasce come un bambino, che cresce, soffre, ama. Era il Dio vicino che si fece compagno di strada nel cammino terreno di Teresa, che partecipò con la sua sensibilità alla sua vita di vagabonda.

“ERA PICCOLO E MOLTO BELLO”

Teresa non racconta mai teorie; descrive e racconta quanto sentito, visto e sperimentato, mossa dalla passione per la verità. Si sentiva abbracciata, baciata da Dio, ne avvertiva la fragranza, ne udiva la voce: «Il Signore […] volle alcune volte favorirmi di questa visione: vedevo vicino a me, dal lato sinistro, un angelo in forma corporea, cosa che non mi accade di vedere se non per caso raro. In questa visione piacque al Signore che lo vedessi così: non era grande, ma piccolo e molto bello, con il volto così acceso da sembrare uno degli angeli molto elevati in gerarchia che pare che brucino tutti in ardore divino».

AVEVA IN MANO UN DARDO D’ORO

Teresa vedeva tra le mani di Gesù «un lungo dardo d’oro, che sulla punta di ferro mi sembrava avesse un po’ di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, così profondamente che mi giungeva fino alle viscere, e quando lo estraeva sembrava portarselo via, lasciandomi tutta infiammata di grande amore di Dio».

RISORTO E MAESTOSO

Probabilmente il 25 gennaio 1561, Cristo Gesù le si manifestò in tutta la sua bellezza: «Un giorno che era la festa di san Paolo, mentre stavo a Messa, mi apparve tutta la sacratissima umanità di Cristo, in quell’aspetto sotto il quale lo si suole rappresentare risorto, con quella gran bellezza e maestà di cui ho scritto particolarmente alla signoria vostra quando me ne diede espresso ordine, e mi costò molta pena, perché non è cosa da dirsi senza sentirsi annientare».

“A VOLTE PARLAVA CON SEVERITÀ’ “

Per due anni e mezzo il Signore fece questa grazia molto frequentemente. Il Messia risorto le parlava e lei ammirava «quella sua grande bellezza e la dolcezza con cui la sua divina, bellissima bocca pronunciava quelle parole che, a volte, peraltro, erano dette con severità. Molto desiderosa di conoscere il colore dei suoi occhi o la sua statura, per poterlo poi dire, non ci sono riuscita, né i miei sforzi a tal fine servono mai a nulla, anzi, mi tolgono la visione del tutto. Anche se a volte vedo che mi guarda con affettuosa indulgenza, tuttavia il suo sguardo ha tanta forza che l’anima non può sopportarlo ed entra in così alto rapimento da perdere, per goderne in modo più completo, questa meravigliosa vista»

LA VISIONE DI DIO

Tale vita di unione col Cristo ha, altresì, un senso dinamico e umanissimo, secondo le parole che la Santa udì dalla bocca del Signore: «Una volta, mentre godevo della presenza delle tre divine Persone che porto nell’anima, la luce in cui le vedevo era così intensa da non potermi far dubitare che in me si trovasse Dio vivo e vero; mi furono allora fatte intendere cose che adesso non saprei dire, fra le quali come avesse preso carne umana la Persona del Figlio e non le altre. Ripeto che non saprei spiegare nulla di questo. Alcune cose si manifestano all’anima così segretamente che l’intelletto sembra percepirle come una persona addormentata o semisveglia ha l’impressione di udire quel che le si dice».

QUEL GIORNO IN MONASTERO

Un altro incontro d’Amore molto intenso con il Signore si ebbe nel 1572: «Mentre ero nel monastero dell’Incarnazione, il secondo anno del mio priorato, durante l’ottava di san Martino, nel momento in cui stavo per comunicarmi, il padre fra Giovanni della Croce, che mi dava il santissimo Sacramento, divise l’ostia per farne parte a una consorella. Pensai che non lo facesse per mancanza di particole ma per mortificarmi, perché gli avevo detto che mi piacevano molto le ostie grandi, pur sapendo che ciò non ha importanza, dal momento che il Signore è tutto intero anche in un minimo frammento».

“SARAI LA MIA SPOSA”

A quel punto comparve «Sua Maestà» e le disse: Non temere, figlia mia, che alcuno possa esser causa di separarti da me, facendomi così intendere che la cosa era priva d’importanza. Mi apparve allora mediante visione immaginaria, come altre volte, nel più intimo dell’anima, e, porgendomi la mano destra, mi disse: Guarda questo chiodo: è il segno che da oggi in poi sarai mia sposa. Fino a questo momento non l’avevi meritato; d’ora in avanti avrai cura del mio onore, non solo perché sono il tuo Creatore, il tuo Re e il tuo Dio, ma anche perché tu sei la mia vera sposa: il mio onore è ormai il tuo, e il tuo mio. L’effetto di questa grazia fu così grande che non riuscivo a stare in me; rimasi come un’insensata e pregai il Signore o d’ingrandire la mia piccolezza o di non farmi più grazie così eccelse, perché mi sembrava proprio che la mia natura non potesse sopportarle. Passai il resto del giorno profondamente assorta.

MUOIO PERCHE’ NON MUOIO

Più in me non vivo e giubilo, vivo nel mio Signore. Per sè mi volle e struggomi or per intenso ardore. Gli detti il cuor, e in margine scrissi con segni d’oro: muoio perchè non muoio.

L’alto d’amore incendio di cui prigion son io, diè libertà al mio spirito, e mio prigion fè Dio. Ma nel pensarmi despota di Quei che bramo e adoro. Muoio perchè non muoio.

Quanto è mai lunga all’esule quest’affannosa vita! Quanto mai duri i vincoli che mi hanno ormai sfinita! Mentre ne attendo l’esodo, immenso è il mio martirio: muoio perchè non muoio.

Oh, com’è triste vivere lungi da te, mio Dio! Se amar è dilettevole, lungi sperar è rio. Troppo pesante è il carico, troppo, Signor m’accoro: muoio perchè non muoio.

La speme sol m’allevia d’avere un dì a morire, chè col morir eterea vita verrò a fruire. Morte che a vita susciti, non ritardar! t’imploro! Muoio perchè non muoio.

Non mi tradir! Fortissimo – vita, ricorda – è amore. Puoi guadagnar col perderti. Cedi! Per te è migliore. Morte, orsù, dunque, affrettati, scocca il tuo dardo d’oro! Muoio perchè non muoio.

Quella che in ciel tripudia, quella è la vita vera; ma poichè invan raggiungerla senza morir si spera, morte, crudel non essere, dammi il Tesor che imploro! Muoio perchè non muoio.

Per Quei che m’è nell’anima che posso fare, o vita, se non te stessa perdere e andare in Lui smarrita? Vò tal lucrosa perdita, vò il sommo Ben che adoro: Muoio perchè non muoio. (Santa Teresa d’Avila)

Gli 11 consigli di santa Teresa per la vita di preghiera

  1. Rivolgi a Dio ciascuna delle tue azioni; offrigliele e chiedigli che siano per il suo onore e la sua gloria.
  2. Offriti a Dio cinquanta volte al giorno, e che sia con grande fervore e desiderio di Lui.
  3. In tutte le cose osserva la provvidenza di Dio e la sua sapienza, e soprattutto lodalo.
  4. Nei momenti di tristezza e inquietudine, non abbandonare né le opere di preghiera né la penitenza a cui sei abituato. Anzi, intensificale, e vedrai che il Signore ti sosterrà prontamente.
  5. Non parlare mai male di nessuno e non ascoltare cose cattive su nessuno, a meno che non sia te stesso. Progredirai molto il giorno in cui te ne rallegrerai.
  6. Non dire mai di te stesso qualcosa che meriti ammirazione, né sulle tue conoscenze né sulle tue virtù o la tua nascita, a meno che non serva per prestare un servizio. E in questo caso sia con umiltà, e considerando che questi doni vengono dalle mani di Dio.
  7. Non vedere in te stesso se non il servo di tutti, e in tutti contempla Cristo Nostro Signore; così lo rispetterai e lo venererai.
  8. Circa le cose che non ti riguardano, non mostrare curiosità, né da vicino né da lontano, né con commenti né con domande.
  9. Mostra la tua devozione interiore solo in caso di urgente necessità. Ricorda ciò che dicevano San Francesco e San Bernardo: “Il mio segreto appartiene a me”.
  10. Fa’ tutto come se Egli fosse davvero visibile; agendo in questo modo, la tua anima trarrà grande guadagno.
  11. Il tuo desiderio sia vedere Dio, il tuo timore perderlo, il tuo dolore non possederlo, la tua gioia sia ciò che può portarti verso di lui e vivrai in una grande pace.

(Santa Teresa d’Avila)

Fonti: ” SOLO DIO BASTA” di Luigi Borriello; https://it.aleteia.org/2016/05/26/consigli-santa-teresa-vita-preghiera/

ARTICOLI COLLEGATI

Santa Teresa d’Avila

 

 

Xavier Ribas

XAVIER RIBAS

Adolescente spagnolo (1958 – 1975) 4 ottobre

Una santità ‘quotidiana’ come tanti altri giovani la vivono, chi nell’allegria, chi nella preghiera, chi nell’altruismo, chi nell’amore per la vita, chi nello studio, chi nel lavoro; ma tutti accomunati dall’essere amici e seguaci di Gesù.

E fra questi giovani ‘normali’, ci fu Xavier Ribas spagnolo di 17 anni, il quale nacque a Barcellona nel 1958, trascorse in famiglia l’infanzia e fanciullezza, studiando con profitto e nelle ore libere aiutava i genitori nel loro piccolo negozio.

A 15 anni conobbe il Centro Giovanile Salesiano di Martí-Codolar (Barcellona), che diventò presto il suo punto di aggregazione e riferimento per la sua formazione umana e cristiana.

Xavier s’inserì in un gruppo formativo dove prese coscienza del suo essere cristiano e poté corrispondervi con tutta la sua volontà.

Con il gruppo di cui era animatore, fu spinto ad impegnarsi maggiormente verso i più piccoli e dare le sue energie e disponibilità, come membro di un circolo sociale in un quartiere popolare.

Scriveva un diario, dove al 19 luglio 1974 annotava: “Il mio impegno si può riassumere così: attuare nei diversi ambienti (famiglia, scuola, amici, negozio, gruppo), ciò che esige la fede…una dedizione quotidiana alla preghiera – che per me consiste nella lettura della Parola e nel ricordare fratelli e amici e una revisione della mia vita o di un evento particolare”.

Si può dire una versione aggiornata del progetto di vita di s. Domenico Savio; frutto del sistema preventivo dei Salesiani.

Naturalmente le difficoltà maggiori del suo vivere da adolescente con coerenza e gioia il cristianesimo, non erano all’interno del gruppo formativo, ma nel contatto quotidiano con la famiglia, con i compagni di scuola poco sensibili alla religione e di fede superficiale.

Nel nome di Cristo si impegnava a dialogare di più a casa, di vincere la sua timidezza a scuola e di impegnarsi nel sociale.

Il 18 settembre 1974 annotava nel diario: “Guardando la mia vita e senza sapere perché, giacché non c’è niente di straordinario in essa, sembra che Dio mi abbia attratto e chiamato. Da parte mia sto tentando di seguire il cammino nonostante le difficoltà”.

E il 29 luglio 1975 nell’incontro formativo di quell’estate, scrisse : “Credo che Cristo mi abbia chiamato; devo rispondergli… se Lui non fosse con me, sarei un povero ragazzo, solitario e ignorante…”.

E Xavier Ribas a 17 anni, rispose pienamente a Dio, il 4 ottobre 1975, giorno di s. Francesco d’Assisi, mentre ritornava da una gita in montagna con tre amici, improvvisamente cadde e morì.

Tutto l’Oratorio di Martí-Codolar di cui era l’animatore, ne fu scosso e addolorato, sebbene cosciente di aver ottenuto in cielo un valido protettore e un luminoso esempio di vita cristiana e salesiana da seguire.

Fontehttp://www.santiebeati.it/dettaglio/92266

 

Jacques Fesch

JACQUES FESCH

Giovane laico (1930 – 1957) 1 ottobre

Alla fine di un anno di detenzione, mi ha percosso un intenso dolore dell’anima che mi fatto molto soffrire; bruscamente in poche ore, ho posseduto la fede, una certezza assoluta. Ho creduto e non capivo più come facevo prima a non credere….

Il 25 febbraio 1954 a Parigi, in Rue Vivienne, verso le sei di sera, è stato aggredito a colpi di martello un cambiavalute, Alexandre Silberstein. Perde sangue, mentre il suo aggressore fugge con una cospicua somma di denaro. Il crimi­nale, Jacques Fesch, rivoltella in pugno, si copre la fuga ferendo un passante. Il poliziotto Georges Vergnes, cui è stato dato l’allarme gli dà la caccia fino al Boulevard des italiens. Il bandito, sul punto di essere preso, spara all’agente e lo uccide. Qualche ora dopo, l’autore della rapina e dell’omicidio è catturato e assicurato al carcere. Ma chi è costui?

Jacques Fesch ha 24 anni, essendo nato a Parigi nel 1930, figlio di un belga autoritario e insopportabile. Questo belga, che è direttore di banca, si occupa poco del figlio e presto si separa dalla moglie, lasciandole il giovanissimo Jacques a Saint-Germain-en-Laye. Cresce molto attaccato alla mamma, che però è una donna incapace di educarlo e di prepararlo alla vita. Non sa distinguere il bene dal male, desideroso di affetto e di sicurezza. Le scuole le frequenta in un collegio privato, senza combinare nulla.

A 20 anni, il servizio mili­tare, che non è proprio una buona educazione. Poi subito sposa Pierette, una ragazza di Saint-Germain, di origine ebrea. Presto nasce Ve­ronique, ma Jac­ques abbandona la ditta del suocero dove lavora, la moglie, la fi­glioletta e se ne va dalla mamma, con il progetto di aprire una ditta in concorrenza al suocero. Ma pre­sto si trova nei guai e decide di partire per la Polinesia. Ha assolutamente bisogno di soldi ed è disposto a tutto.

La mattina del 26 febbraio 1954, Pierette apprende dai giornali che suo marito, Jacques Fesch, era diventato un assassino e deve presentarsi in questura a essere interrogata su di lui. Nel carcere della “Santé”, a Parigi il cappellano va a far visita al nuovo arrivato (i preti s’interessavano subito di salvare un’anima – oggi, ognuno “può” essere la­sciato alle sue scelte spontanee e istintive!). Il detenuto Fesch Jacques gli dichiara di essere un senza-Dio e lo manda via.

Nella cella, Jacques è solo con se stesso. Lunghe giornate di solitudine e di silenzio. Alla porta le sbarre. Alla finestrella le inferriate. Il sole, quando c’è, lo si vede a “quadretti”. Il regolamento carcerario cui sottostare con le sue umiliazioni. Il cappellano è un sacerdote cattolico e che crede a Gesù Redentore. Un giorno, dopo alcune settimane, il giovane lo vede passare e lo chiama: «Padre ho fatto un gran male».

All’inizio lo cerca perché è l’unico con il quale si possa parlare. Il “don” gli propone di scrivere un rapporto su se stesso e sulla sua tristissima vicenda. Acconsente. E lo fa con assoluta sincerità, spietato con se stesso, ma narra anche della sua famiglia di origine, di genitori separati che non hanno saputo amarlo né tanto meno guidarlo alla vita: «Mio padre era ateo all’estremo e io mi sono nutrito dei suoi pensieri di senza-Dio». Così travolto da un sogno utopi­stico, si era trovato a compiere una rapina e un omicidio senza alcun sussulto di coscienza. Spera, anzi è quasi certo che non sarebbe stato condannato a morte.

Il cappellano lo ascolta, senza stupirsi di nulla e gli porta libri scelti bene: il Vangelo, le Confessioni di sant’Agostino, tra i più grandi convertiti della storia, la Vita di santa Teresa d’Avila e Storia di un’anima di santa Teresa di Gesù Bambino, che ancora ragazza, convertì con la sua preghiera ardente il criminale Pranzini, poche ore prima della ghigliottina. Jacques legge e medita. Presto la figura di Gesù lo avvince: davanti a Lui, può solo mettersi e stare in ginocchio, ma non si sente umiliato: ha dato, sì o no il Paradiso, al brigante Crocifisso al suo fianco, che lo invocava: “Gesù, ricordati di me, quando sarai nel tuo regno”? Sì, che l’ha dato!

C’è un suo coetaneo, già compagno di collegio, che ora è diventato religioso, e che appena sa della vicenda di Jacques, gli scrive e tiene con lui un carteggio cordiale e luminoso. Anime belle e sante, cui è stato segnalato dal cappellano, pre­gano e offrono per lui. In una parola, Gesù, il Re divino, con la sua tattica sempre vincente, ha posto l’assedio alla sua anima. Al fondo di se stesso, comincia a sentire una Voce che lo chiama per nome: “Jacques, sei un delinquente, ma Io, il tuo Dio, sono morto per te sulla croce”. La sua esistenza, in realtà, dalla sua nascita aveva imboccato un tunnel oscuro, ma ora in fondo vede una Luce. Vuole credere, affidarsi a Gesù, ma non può: è troppo ciò che gli chiede il Nazareno.

Tiene un diario, e scrive in risposta alle lettere che riceve dal religioso e da altri buoni amici. Così racconta: «Alla fine di un anno di detenzione, mi ha percosso un intenso dolore dell’anima che mi fatto molto soffrire; bruscamente in poche ore, ho posseduto la fede, una certezza assoluta. Ho creduto e non capivo più come facevo prima a non credere. Gesù mi ha visitato e una grande gioia si è impossessata di me, soprattutto una grande pace. Tutto è diventato luce in pochi istanti. Era una gioia fortissima».

All’amico religioso, si apre senza riserve e gli narra la più bella storia d’amore che possa capitare nell’esistenza, anche oltre le sbarre di un carcere: un’anima con il suo Dio. «Sì, è Gesù che mi ha amato per primo, quando nulla avevo fatto per meritare il suo amore. Gesù mi ha colmato di grazie, e in te mi ha dato un fratello da amare. Ogni giorno, rileggo le tue lettere e vi attingo luce e forza».

Si rivolge alla moglie Pierette, scrivendole in modo commovente per portarla alla fede e quando lei rifiuta, non si arrende e torna alla carica e per lei prega: «Sei così infelice e sola. Gesù ti doni la sua luce, aprigli ché Lui bussa alla tua porta».

Ora tutto il suo impegno, la sua unica preoccupazione è rendersi conforme a Gesù. La Confessione frequente, frequentissima per purificarsi, per rafforzarsi nella grazia di Dio, per prepararsi in modo sempre più degno alla Comunione eucaristica con Gesù. Jacques è affamato, letteralmente affamato del Pane di vita e Gesù, nella cella del carcere, lo assimila a sé. Le lettere a padre Tommaso, il religioso amico, che intanto è diventato sacerdote, sono come la storia della sua anima che viene via via redimendosi: «Una mano possente – la mano di Dio – mi ha trasformato. Dov’è? Che cosa mi ha fatto? È mano divina, incomprensibile a solo occhi umani, ma efficace, trasforma il mio essere in Lui. La lotta contro il male in me spesso è tragica, ma ormai sono creatura nuova innestata a Gesù Cristo, la vera vite». «Occorre che io abbatta, adatti, ricostrui­sca le mie strutture interiori non posso essere in pace. Il mio è tempo di lotta. Ma non mi fermo: se mi fermo, retrocedo. Devo crescere in Cristo».

Intanto il processo va per le lunghe e Jacques si illude che possa essere condannato almeno solo per l’ergastolo. Ma il cambiamento di scena avviene il 3 aprile 1957, quando al processo crolla ogni illusione: Fesch sarà condannato a mor­te. A nulla serve la difesa dell’avvocato Sudaka: non ci sono attenuanti che tengano: sul suo collo scenderà la lama della ghigliottina. Può essere la di­sperazione. Invece ora comincia l’ultimo atto della sua offerta – un’offerta sacrificale – della sua piena configurazione a Gesù Crocifisso. Nei mesi pre­cedenti, Jacques aveva riflettuto, quindi pregato a lungo e sempre più intensamente nella sua cella, non tanto per evitare la condanna a morte, ma per rendersi fedele a Gesù, per riparare il male compiuto, per diventare un altro.

Ora, che sa quale sarà il suo destino ormai prossimo, passa tante ore della sua detenzione in ginocchio, nella sua cella, solo con Dio, a pregare e offrire per sé e per tutte le anime, deciso ad entrare subito in Paradiso dopo la sua morte, come il buon ladrone pentito sulla croce, accanto a Gesù Crocifisso. Sente che la giustizia umana, l’opi­nione pubblica, i più lo odiano, ma lui scrive: «Non resta che una cosa da fare, ignorare tutto quest’odio, poi cercare in fondo Gesù, Colui che instancabilmente attende l’anima percossa per darle il tesoro che il mondo rifiuta: Lui Stesso. Ecco, io ritrovo il Cristo, che qui, in questa cella, anticamera della morte vicina, mi dice:E io non ho forse sopportato i chiodi per te?”».

Jacques attende ancora l’esito della Cassazione… che però conferma la condanna a morte. L’avvocato chiede la grazia al capo dello Stato, ma Jacques gli scrive: «Io non sarò graziato. Ma è meglio così, perché se lo fossi, non so se vivendo potrò rimanere sulle vette dove Gesù mi ha condotto. È meglio che io muoia e che io vada da Lui».

Da mesi ha regolarizzato il Matrimonio con Pierette che aveva sposata a 20 anni solo civilmente e gli resta un sogno: che ella ritrovi la Fede, che educhi Veronique, la loro piccina, all’amore di Gesù. In primo piano nella sua offerta, ci sono loro due, le creature che più ama e che assisterà dal Paradiso: «Ora so che tutto è grazia e che non verso la morte io vado ma verso la vita. Non c’è pace all’infuori di Gesù, non c’è salvezza senza di Lui. Ogni volta che ricevo l’Ostia santa, ho il cuore che trabocca d’amore e un inno di grazie sale dalle mie labbra. Offrirò la mia morte come un sacrificio, per coloro che amo… e per coloro che mi odiano».

Negli ultimi mesi della vita, Jacques scopre e approfondisce l’amore e la presenza della Madonna accanto a lui: «Voglio tenere la Santa Vergine per mano e non più lasciarla fin che mi conduca al Figlio suo. Io vivo delle ore meravigliose. La Santa Vergine mi protegge, mi indica la via e quel che Gesù vuole da me. Sì, vivo delle ore meravigliose: com’è dolce Gesù con un peccatore convertito come me!».

Non è più un assassino, Jacques, neppure un buon cri­stiano, è diventato un piccolo mistico: «Gesù – scrive ancora – mi colma di doni… Gesù fa tutto e io mi rimetto a Lui, anche se mi fa un po’ soffrire. Attendo che l’opera sia compiuta».

Alla fine di settembre l’avvocato lo avverte che l’ultima ora si avvicina. Jacques scrive all’avvocato, alla mamma, all’amico sacerdote, il suo addio, il suo «arrivederci»: «Ancora qualche ora di lotta prima di vedere l’Amore. Attendo l’Amore, attendo di essere inebriato da torrenti di gioia e di cantare eterne lodi a Cristo Risorto».

Notte tra il 30 settembre e il 1° ottobre1957, vigilia della sua esecuzione: «Fra cinque ore vedrò Gesù». Recita il Rosario e le preci dei moribondi per se stesso. Il cuore gli si riempie di pace, «perché Gesù mi ha promesso di portarmi subito in Paradiso». Un’ultima offerta: «Il mio sangue sia accetto a Dio come sacrificio totale». Ha vegliato e pregato tutta la notte, recitando un Rosario dopo l’altro, prima i misteri dolorosi, quindi i misteri gloriosi, cui sta per andare incontro. Riceve dal cappellano l’ultima assoluzione, riceve Gesù Eucaristico come Viatico per la Vita eterna. Quando vengono a prelevarlo dalla cella, è ancora buio. Avanza verso il patibolo con passo fermo, pallido ma sereno in volto, quasi sorridente, in una pace incredibile.

Prima di inginocchiarsi sul ceppo e di mettervi la testa, si volge al cappellano: «Padre, Padre mio, il Crocifisso, il Crocifisso» e lo bacia intensamente. Alle 5.30, la testa di Jacques Fesch cade sotto la lama. Ha solo 27 anni. Non è stato giustiziato un criminale, ma un piccolo santo!

 

Autore: Paolo Risso

 

FONTE: http://www.santiebeati.it/dettaglio/92487

 

PADRE ALDO MARCHIOL

PADRE ALDO MARCHIOL

Missionario Saveriano (1930–1995) 30 settembre

Dopo essere vissuto in ginocchio davanti a Dio e ai fratelli non poteva che morire nello stesso modo, padre Aldo Marchiol, missionario saveriano in Burundi.

Friulano, nato ad Udine il 12 marzo 1930, sacerdote saveriano dal 1958, ha atteso vent’anni prima di partire per la missione. Nel ’78 e’ andato in Burundi, nel cuore dell’Africa, e li’ vi e’ morto e sepolto, dopo diciassette anni di servizio.

Ecco come lui stesso racconta la sua vocazione: “Da piccolo, non so neanch’io perche’, avevo il pensiero di diventare uno di quei frati che vanno alla cerca col carretto e col cavallo. Col passar degli anni quel pensiero mi scomparve, ma a diciassette anni,quando pensavo di diventare perito industriale, fui colpito dalla lettura di alcuni libri ascetici di mio fratello Bramante, allora seminarista. Li leggevo per mio conto e mi piacevano. Mi venne il pensiero che, oltre ad amare davvero Dio, avrei fatto bene ad entrare in seminario per farmi sacerdote, ma poi allontanai anche quel pensiero, tuttavia rimasi inquieto e incerto sul mio avvenire. Nelle vacanze del 1947 mio fratello porto’ a casa i giornalini VOM (Voci d’Oltremare) ed il libro Operarii autem pauci del padre Manna. Fu allora che pensai di farmi missionario, ma non sapevo decidermi e questa indecisione mi era penosissima. Per rispetto umano e anche per timore del gran passo, non volevo abbandonare la mia scuola, ma continuavo a desiderare la vita missionaria. Finalmente, una sera di settembre, lo dissi a mia madre. Oramai ero deciso. Ne parlai col parroco e con il padre Ulisse Benetti, superiore dell’Istituto saveriano di Udine. Questi mi incoraggio’ e mi indirizzo’ alla Casa di Poggio S. Marcello, dove allora c’era il seminario saveriano per i giovani di vocazione adulta“.

San Francesco Saverio

Un mancato perito industriale entra, dunque, dai Saveriani, figli spirituali di Guido Maria Conforti, il 15 ottobre 1947. Guido Maria Conforti, giovane prete di Parma, aveva dato inizio nel 1895 ad una congregazione con lo scopo, “unico ed esclusivo”, della evangelizzazione dei non cristiani. Divenuto vescovo, prima a Ravenna e poi a Parma, aveva diffuso la sua opera dal nord al sud dell’Italia. I suoi missionari – chiamati saveriani perche’ li aveva messi sotto la protezione di S. Francesco Saverio – erano andati in Cina fino agli anni cinquanta, poi si erano diffusi in altre nazioni: Giappone, Bangladesh, Indonesia, Sierra Leone, Burundi, … In questa famiglia di consacrati a Dio per la missione entra a far parte il nostro Aldo. Da due anni appena e’ finita la seconda guerra mondiale, il Paese muove i primi faticosissimi passi della sua ricostruzione morale e materiale dopo la dittatura fascista, sotto la guida del trentino Alcide De Gasperi, mentre dal 2 giugno del ’46 l’Italia e’ una repubblica.

Aldo Marchiol segue le orme del fratello Bramante, che sara’ missionario anch’egli tra gli Oblati di Maria Immacolata, nel Laos per sedici anni e in America Latina per diciotto. Pochi giorni dopo l’ingresso nella casa apostolica saveriana, Aldo riceve una lettera dal papa’: “Noi, tutta la famiglia, parenti e conoscenti, siamo entusiasti della tua scelta“. Ai Saveriani scrive anche il parroco per dire che “in Aldo, oltre la scorza, c’e’ un animo rettissimo. Egli e’ cresciuto in un ambiente sano, semplice, ma profondamente cristiano. Questi sono i giovani che domani sapranno sopportare nel campo missionario i maggiori sacrifici per la dilatazione del Regno di Cristo“. Il buon sacerdote non sa quanto sia vera questa previsione: Aldo Marchiol dara’ la sua stessa vita per il Regno di Cristo.

In un’intervista di molti anni dopo padre Marchiol sintetizzera’ cosi’ le ragioni della sua scelta. “Qual’e’ l’origine della tua vocazione missionaria? Una buona educazione cristiana in famiglia e in parrocchia e l’esempio di mio fratello Bramante, che era in seminario, e mi ha attirato sulla via del sacerdozio. La conoscenza poi delle missioni e dei Saveriani mi ha invogliato a scegliere il sacerdozio missionario“. “Cosa ricordi della tua formazione? Il mio curriculum formativo: tempi belli, sereni, impegnati nello studio e nella conoscenza della vita missionaria, in un clima di famiglia molto sentito“.

Un anno a Poggio S. Marcello a studiare il latino, materia assente nei programmi dell’istituto tecnico. Nel 1948 va a Piacenza per la quarta ginnasio. La quinta la frequenta a Zelarino, presso Venezia, nel ’49. L’11 ottobre 1950 entra in noviziato, la prima professione e’ del 12 ottobre’51. Il liceo lo va a fare a Desio, fino al 1954. Un anno a Udine assistente dei ragazzi, ritorno a Piacenza per la teologia. 1957: Aldo Marchiol chiede di essere ammesso agli ordini maggiori.

Il rettore della teologia, padre Giacomo Spagnolo, scrive ai superiori: “Dal tempo della preparazione agli esami di maturita’ soffre di continui esaurimenti, Quest’anno, grazie al periodo di montagna passato a Bezzecca, e’ riuscito a compiere regolarmente l’anno scolastico, pero’ e’ sempre sofferente. Penso che la vita di movimento lo rimettera’ completamente a posto. E’ buono, serio, prende le cose sul serio e le svolge con impegno. E’ consigliabile mandarlo presto in missione per dedicarlo ad una attivita’ di movimento“. Dovra’ attendere a lungo, invece, Aldo Marchiol, prima di andare in missione. E dovra’ combattere tutta la vita conto terribili emicranie che lo costringono spesso a forzato riposo.

[…]Appena ordinato, nel ’59, lo mandano, insieme a due confratelli, a Massa Lucana, in provincia di Salerno, come direttore spirituale di quella Casa saveriana. […] Ancora padre Marcelli: “Nel 1959 ando’ al mio paese a predicare il ritiro in preparazione alla mia prima messa. Il suo successo come predicatore fu scarso, ma la gente apprezzo’ la sua bonta’ e la sua umilta‘”.

[…]Marchiol dal dolce sorriso e dall’infinita pazienza. Una lunga preparazione, con tante tappe. Lasciata Massa Lucana nel 1963, per sei anni si sposta in varie case[…]. I superiori cercano il posto giusto per la sua salute, ma non serve granche‘. Nonostante i cambiamenti di clima e le cure, la salute non migliora. Ma lui non perde il sorriso. Torna a Salerno nel 1969 e li’ rimarra’ per nove anni, fino al 1978, quando, finalmente, andra’ in missione.

Buono, mite e umile si’, ma con le idee chiare, la schiettezza friulana, la fede cristallina. Sono anni di grandi fermenti: c’e’ stato il Concilio Vaticano secondo e adesso il papa Paolo VI Montini e’ preso in mezzo tra rinnovatori e tradizionalisti, i primi vorrebbero gia’ un Vaticano terzo, i secondi sognano il ritorno al primo. I fumi della contestazione sono entrati anche nella Chiesa e la barca di Pietro e’ nella tempesta. Il Papa bresciano terra’ saldo il timone, non senza grandi fatiche, prove, sofferenze. La primavera del ’74, poi, e’ segnata dalle lacerazioni del referendum sul divorzio. Laici contro cattolici e cattolici stessi divisi al loro interno, con qualche vescovo e diversi preti schierati con i divorzisti. E il Papa in mezzo, criticato dagli uni e dagli altri.

Papa Paolo VI

non scende in campo, non puo’ farlo. Ma dopo la vittoria del divorzio parlera’ chiaro: “Sappiamo come una larga maggioranza dell’amatissimo popolo italiano si sia pronunciata in favore di una legge che ammette una certa facile possibilita’ di divorzio. Purtroppo. Cio’ e’ per noi motivo di stupore e di dolore, anche perche’ a sostegno della tesi, giusta e buona, dell’indissolubilita’ del matrimonio, e’ mancata la doverosa solidarieta’ di non pochi membri della comunita’ ecclesiale. Vogliamo supporre che essi abbiano agito senza rendersi pienamente conto delle gravi incidenze del loro comportamento, anche se l’autorevole e pubblico richiamo fatto alle esigenze della legge di Dio e della Chiesa non avrebbe dovuto lasciare alcun dubbio“.

[…]Non gli piace troppo quella vita: vuol fare il missionario. Ma non si scoraggia, non perde l’allegria, non cessa di pregare e di fare il suo dovere. […] 15 aprile 1978. Lo mandano in Burundi, Africa centrale. Ha quarantott’anni, venti di sacerdozio e finalmente parte. Se ne va mentre l’Italia e’ sotto choc: il 16 marzo i terroristi delle Brigate rosse hanno rapito Aldo Moro, il politico piu’ importante del momento, e massacrato la sua scorta.

[…]Burundi: 28.000 chilometri quadrati tra Tanzania, Ruanda, Zaire e Lago Tanganika, 6 milioni di abitanti divisi in due etnie principali, gli hutu (oltre l’80%) e i tutsi (circa il 15%). Ma e’ la minoranza tutsi a comandare. Cosi’ spesso scorre il sangue. E il Burundi e’ uno dei trenta Paesi piu’ poveri del mondo. E’ un susseguirsi di colpi di stato, massacri di sangue e persecuzioni religiose. Questa e’ la situazione che padre Aldo Marchiol trova al suo arrivo in Burundi, nella capitale Bujumbura. Si tuffa nello studio della lingua kirundi. Per impararla meglio va a Muyange, nella missione dei Padri Bianchi.

[…]Nel 1983 a Butara arriva anche un altro saveriano, fratel Mariano Masolo. Ma dopo un po’ se ne deve andare. […]Alla fine anche anche padre Marchiol dal dolce sorriso deve lasciare il Burundi. Il dittatore Bagaza vuol far fuori la Chiesa dal Paese, imprigiona ed espelle i missionari, ne limita l’attivita’. A p. Aldo tocchera’ partire il 3 aprile 1987. Lo sapeva, lo temeva. Cosi’, il 18 marzo, informa il Superiore generale: “E’ meglio andare altrove e cominciare da capo, se e’ possibile. Non ho niente da fare tutta la settimana, eccetto il sabato pomeriggio e la domenica mattina. Qui il ministero e’ ridotto ai minimi termini. Il prossimo 25 marzo scade il mio permesso di residenza. Se non mi viene rinnovato, io parto subito e non chiedo prolungamenti“.

Due giorni dopo, in un’altra lettera al Superiore generale lamenta anche il silenzio e la paura della Chiesa burundese.[…]

Il permesso di restare nel Burundi non gli viene rinnovato. E padre Aldo Marchiol, dopo nove anni, e’ espulso da quel povero Paese dove ha fatto soltanto del bene, e torna in Italia. Ma il ricordo del Burundi lo insegue, lo amareggia, lo rattrista. […]Fara’ cosi’, padre Marchiol: riposo, cure, un anno di aggiornamento a Roma.

Intanto in Burundi c’e’ un nuovo cambio di governo e conseguentemente rientrano i missionari espulsi. I Saveriani decidono di rimandare li’ padre Marchiol. Ma poiche’ le cose vanno per le lunghe lui chiede al Superiore generale di andare ad attendere nel vicino Zaire: “[…] Io preferirei proprio andare nel vicino Zaire piuttosto che stare sempre nell’aspettativa di un probabile rientro, cosa che stanca non poco. Qualora poi venga il permesso di entrare, sono sempre disposto a farlo“.

Proposta accettata, ma intanto arriva anche l’autorizzazione al rientro in Burundi. Cosi’ padre Marchiol torna a Bujumbura il 21 ottobre 1988. A 58 anni ricomincia daccapo. Lo mandano a Gisanze, con i padri Luigino Vitella e Fiore D’Alessandri. Ci restera’ fino al 1991. Padre Marchiol dal dolce sorriso, comunque, e’ di nuovo in prima linea. Ad un’eta’ che consiglierebbe la pensione, con una salute compromessa, riprende a fare il missionario con la stessa generosita’, la stessa disponibilita’, la stessa bonta’, la stessa umilta’ di sempre. […] e ancora sangue, fame, profughi. Di nuovo compi di stato e persecuzioni. Muoiono preti, suore, seminaristi, due vescovi subiscono attentati.

Nell’estate del 1994 padre Marchiol e’ in Italia per cure e riposo. Tornera’ in Burundi nel mese di dicembre.

In Burundi intanto […] I militari fermano padre Maule, perquisiscono la sua auto. Gli impediscono di curare un ragazzo malato che trattengono e bastonano fino a farlo impazzire. Minacciano, insultano, provocano e scherniscono il saveriano in diverse occasioni. Poi, la notte del 14 novembre, a un posto di blocco i soldati ammazzano cinque mandriani. Tra loro ci sono due giovani tutsi, figli di un soldato. Quando capiscono l’errore rastrellano e uccidono una quindicina di uomini e ragazzi. Poi raccontano per radio che i quindici sono terroristi che li hanno attaccati e i due ragazzi tutsi sono morti accidentalmente nello scontro a fuoco. Padre Maule e padre Todeschi non ci stanno, conoscono la verita’ e la dicono a voce alta. Due giorni dopo ci fu un comizio organizzato dai militari con il governatore di Bururi. […]Fu un processo popolare contro i missionari e in particolare contro padre Maule. In questa situazione, dunque, a Buyengero arriva padre Aldo Marchiol.

Con padre Maule c’e’ subito intesa. Nella zona ci sono piu’ di cento colline. Ogni giorno i due padri ne visitano una ciascuno. Vanno in macchina fin dove e’ possibile, poi a piedi, si dividono, uno di qua, uno di la’. E padre Marchiol torna a casa la sera contento: ha potuto fare il missionario sul serio, in mezzo ai poveri piu’ poveri. Padre Maule gli vuole bene e lo stima. E lui, coi suoi sessantacinque anni e i suoi acciacchi, si arrampica su per le salite, vincendo la fatica. Vanno a incontrare i cristiani, a formare i catechisti e i leader di villaggio, a confortare, incoraggiare, condividere.

Il 21 agosto 1995 a Bujumbura i Saveriani si riuniscono in assemblea per rispondere alla domanda: “Perche’ restare?“. Gia’, perche’? C’e’ anche padre Marchiol. La sua risposta l’ha gia’ data: si deve restare perche’ qui c’e’ bisogno di qualcuno che diffonda amore e giustizia. Non si puo’ abbandonare a se stesso il popolo del Burundi. Lui, ormai, e’ li’ da diciassette anni. Vuol restarci finche’ avra’ forza, finche’ lo gambe lo porteranno su per le colline.

[…]Accade il 30 settembre 1995. Un giorno come un altro nella tranquilla Buyengero. Ma la sera arrivano tre soldati. Entrano nella casa dei padri. Prendono padre Marchiol, padre Maule e Catina Gubert, apostoli inermi del Vangelo, li fanno inginocchiare al centro della stanza piu’ grande e li uccidono. Un colpo alla tempia per padre Maule, due per padre Marchiol, due per Catina. Cadono insieme, nel loro sangue. Credevano di umiliarli. Li hanno innalzati per sempre. Morti in ginocchio, com’erano vissuti. Si e’ spento cosi’ il dolce sorriso di padre Aldo Marchiol.

Il 3 ottobre il funerale. Tre Vescovi, missionari Saveriani, Padri Bianchi, Domenicani, Preti burundesi, Suore, il Presidente della Repubblica Sylvestre Ntibantunganya, un ministro, gli ambasciatori d’Italia, Germania e Belgio, il governatore della provincia. E un mare di gente.Nemmeno la paura ferma il popolo di fronte a quelle morti. Gli assassini sono stati arrestati ma verranno rilasciati. Dei mandanti non si sapra’ nulla.

[…]Padre Aldo Marchiol dal dolce sorriso adesso riposa in terra d’Africa, davanti alla chiesa di Buyengero con i due compagni di martirio. I familiari l’avrebbero voluto in Italia, ma poi hanno accolto la richiesta dei Saveriani. E’ giusto. Lui e’ partito tardi per la missione. Ma le ha dedicato la vita. Non poteva che restare li’, per sempre. La sua tomba e’ un promemoria per il popolo burundese sofferente: l’odio non avra’ l’ultima parola, solo la pace e la riconciliazione costruiranno un Burundi, un mondo nuovo. Padre Marchiol la sua parte l’ha fatta, fino in fondo. Non poteva dare di piu’. E’ morto in ginocchio. Il gesto piu’ grande della sua vita.

Fontihttp://www.santiebeati.it/dettaglio/93690; Santa Sede

Afra Martinelli

AFRA MARTINELLI

Missionaria – 27 settembre 2013

È morta a Ogwashi-Ukwu, nel Delta del Niger, dopo essere stata lasciata in fin di vita da banditi che volevano rapinarla. Per 30 anni ha operato a servizio degli ultimi, in uno dei luoghi più difficili del mondo.

Una missionaria laica italiana, originaria di Ciliverghe in provincia di Brescia, vienne uccisa la notte tra il 26 e il 27 settembre 2013 a colpi di macete da sconosciuti nella sua camera, nel centro Regina Mundi da lei fondato a Ogwashi-Ukwu, una cittadina di 30 mila abitanti sul Delta del Niger, a 400 chilometri da Lagos, in Nigeria. L’istituto era una vera e propria scuola di informatica con annesso collegio per ragazzi e ragazze. Per trent’anni Afra aveva lavorato al servizio della Chiesa locale di questa zona nel Sud della Nigeria.

Trovata in fin di vita con la nuca fracassata dai colpi di un macete e riversa in una pozza di sangue all’età di 78 anni la povera Afra non ce l’ha fatta.

Questa spietata violenza è stata scatenata dal desiderio dei malviventi di impossessarsi delle chiavi della struttura per portar via computer e materiale didattico; le cure nei giorni successivi in ospedale non sono bastate a migliorare le sue condizioni ed è morta dopo due settimane di agonia.

Aveva telefonato al fratello Enrico Martinelli, che vive ancora nel bresciano, proprio due giorni prima dell’aggressione: «Le avevo chiesto quando pensasse di tornare in Italia, dato che l’età avanzava. Mi ha risposto: “Questo è l’ultimo dei miei pensieri”».

La missionaria aveva già subito un tentativo di rapina, quando un ragazzo l’aveva avvicinata in strada e le aveva intimato di darle le chiavi della macchina. Lei però si era difesa e il giovane si era allontanato: «Non aveva paura», racconta Enrico, «ma solo tanta voglia di condividere; con i cristiani, che nel Delta del Niger sono maggioranza, con gli animisti e i fedeli di altre religioni tradizionali, dei quali al telefono mi parlava spesso».

«Volevano attribuirle la cittadinanza onoraria ma lei era contraria, diceva di non aver fatto nulla», racconta sempre il fratello. In realtà, Afra era partita per la Nigeria su richiesta del vescovo di Ibadan, conosciuto al Congresso eucaristico di Los Angeles; all’inizio, aveva insegnato nella scuola per gli italiani che lavoravano nella zona e operava nel Centro di evangelizzazione.

Poi si era spostata a Ogwashi-Ukwu, dove aveva fondato il Centro Regina Mundi con la scuola di informatica e il collegio. Negli ultimi anni, il Centro, dove lavoravano 18 collaboratori, si era ingrandito, diventando un riferimento essenziale per gli studenti della città e dei villaggi vicini, anche grazie al sostegno economico che arrivava dalla Fondazione Cuore Amico di Brescia, come il recente acquisto di un generatore.

Verso i ragazzi, la missionaria aveva un’attenzione particolare: «Aveva dato vita», spiega il fratello, «anche al Catholic Servant of Christ, un gruppo di animazione per i giovani. La sua spiritualità era quella del servizio al Cristo povero». Enrico ricorda poi come nel 1998, per i cento anni del loro padre, la sorella non volesse tornare a Ciliverghe per non togliere soldi ai più poveri. Così, a dimostrazione dell’affetto che aveva attorno a sé, furono i suoi amici africani assistiti nella missione a pagarle il biglietto d’aereo.

Fontehttp://www.santiebeati.it/dettaglio/96431