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SANT’ANTONIO ABATE

SANT’ANTONIO ABATE

abate (ca. 251-356) 17 Gennaio

antonio abateE’ davvero lui dunque il primo eremita? Molto di ciò che avvolge le sue vicende è ricco di misteroRacconti fantasiosi che perdurano anche dopo la sua morte e miracoli ottenuti grazie alla sua famosa tunica. La sua visione del demonio è puramente interiore, mentre afferma che solo il peccato ci rende suoi succubi.

[…] Antonio nacque da genitori cristiani a Coma (Qeman-al-Arous) intorno al 251, nell’Alto Egitto. I suoi genitori, che erano proprietari terrieri abbastanza ricchimorirono quando lui era tra i diciotto e i vent’anni. Più o meno in questo periodo Antonio sentì le parole del Vangelo: «Se vuoi essere perfetto va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri […] poi vieni e seguimi» (Mt 19, 21). Prendendo queste parole alla lettera diede parte delle proprietà della famiglia ai vicini, vendette il resto, donò il denaro ai poveri e divenne discepolo di un eremita del luogo.

Intorno al 273 si ritirò in un vecchio cimitero, dove rimase per tredici anni. All’età di trentacinque anni, non trovando più sufficientemente dura questa vita, si trasferì in un forte abbandonato, sulla cima di un monte nel deserto arabico, a circa tre giorni di marcia dalla popolosa valle del Nilo. Restò qui per i vent’anni successivi vivendo, si dice, in quasi completa solitudine, e seguendo una dieta estremamente ascetica. Su questo punto bisogna probabilmente tener conto degli stereotipi letterari: sembrando infatti comprovato che sia vissuto conservando vista e denti perfetti, fino a 105 anni, se ne deduce che la sua dieta, pur essendo frugale, non fu certo dannosa per la salute.

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Nel 306 uscì dal suo rifugio e cominciò ad accogliere discepoli, fondando il suo primo monastero, o raggruppamento di celle di eremiti. Nel 311 andò ad Alessandria per sostenere i “confessori della fede” che stavano patendo la persecuzione di Massimino. Quando, tra il 312 e il 313, la persecuzione si placò, chiamandolo Pispir. Quindi si ritirò nuovamente in una cella su una montagna sperduta, dove visse con il suo discepolo Macario. Diceva:

Proprio come i pesci, se rimangono all’asciutto, muoiono, così i monaci, restando lontani dalle loro celle, o soffermandosi con gli uomini del mondo, perdono la loro determinazione a perseverare nella preghiera solitaria. Così proprio come un pesce dovrebbe tornare in mare, così noi dobbiamo tornare alle nostre celle.

Anticipando l’ora et labora benedettino scelse come lavoro manuale la coltivazione di un orto e la tessitura di stuoie di giunchi. Antonio e il suo discepolo (o forse più discepoli) venivano visitati da folle di pellegrini in cerca di una “parola” illuminata. Le “parole” che venivano loro rivolte furono raccolte nei famosi “detti” o apoftegmi dei Padri del deserto. Si dice che Antonio parlasse personalmente solo a chi aveva una predisposizione spirituale, mentre delegava a Macario II compito di parlare con chi aveva un modo di vedere più mondano. Si recava regolarmente in visita a Pispir per istruire i visitatori e sanare i malati. Nel 338, a ottantasette anni, venne convocato nuovamente ad Alessandria per confutare gli ariani, ritornando poi in modo definitivo alla sua solitudine.

[…] Laddove prima era stata la persecuzione a spingere uomini e donne eroici nel deserto, ora la fuga diveniva una scelta volontaria per quelle persone che non consideravano il mondo, ormai formalmente cristiano, molto diverso dal precedente. Vi è quindi uno stretto legame tra la conversione dell’impero e la diffusione del monachesimo […]antonio abate3

La Vita di Sant’Antonio, scritta da Atanasio, fu uno dei testi chiave per la diffusione di questi concetti, determinante più di ogni altro per la divulgazione dei primitivi ideali di vita monastica. L’influenza di quest’opera probabilmente sarebbe stata della stessa portata anche se il protagonista non fosse stato un personaggio storico. Atanasio conosceva personalmente Antonio, ma ciò non vuol dire che la sua Vita sia da considerare come una moderna biografia, poiché l’autore scriveva per rappresentare un tipo ideale:

«Per i monaci – scrisse – la vita di Antonio è un esempio di ascetismo». 

I numerosissimi “demoni” e le famose “tentazioni”che avrebbero caratterizzato questo fiorente filone artistico e letterario erano presumibilmente frutto dei racconti dei visitatori più ingenui di Antonio i quali, esprimendosi in modo teatrale, riferivano ad Atanasio i consigli ricevuti dall’eremita (e i pittori e i commentatori non se ne occuparono mai fino a quando, nel tardo Medio Evo, la psicologia dell’individuo non divenne oggetto di interesse).

Antonio stesso aveva una concezione razionale, o addirittura indulgente, dei demoni, considerandoli come parte della creazione di Dio e dicendo fermamente che essi non potevano manifestarsi e prendere “corpo” se non in noi stessi. Nella biografia Atanasio si sforza di mostrare come Antonio, uscendo da vent’anni di solitudine, apparisse perfettamente normale a chi lo incontrava; la sua fuga dal mondo non era né fine a se stessa né permanente: uscire per combattere i propri demoni, là dove sono più forti – nella solitudine -, significa vincere contro di loro la battaglia estrema e quindi affermare il diritto di insegnare agli altri.

Sette lettere attribuite ad Antonio da Girolamo e altri, giunte a noi tramite frammenti copti e versioni siriache, greche e latine, […] lo raffigurava come un bersaglio dei demoni; credeva al diavolo ma anche al libero arbitrio umano e sosteneva che soltanto attraverso il peccato ci sottoponiamo al potere del maligno. L’importanza del antonio-abaterapporto con gli altri è messa in evidenza dalle “parole” attribuite ad Antonio, che prima di tutto è maestro di carità:

«La vita e la morte dipendono dal nostro prossimo; se noi ci conquistiamo un fratello ci conquistiamo Cristo, se noi invece scandalizziamo il nostro prossimo, pecchiamo contro Cristo».

Anche se il suo insegnamento potrebbe apparire severo – sebbene il consiglio debba sempre essere distinto dal principio contenuto in esso – la sua indole era però mite: alcune persone venute a trovarlo gli dissero che non riuscivano a seguire l’insegnamento evangelico di porgere l’altra guancia e nemmeno di trattenersi dal vendicarsi; Antonio allora disse a un suo discepolo di preparare loro del cibo, perché evidentemente erano deboli e tutto quello che lui poteva fare per loro era pregare. Oppure un’altra volta venne un cacciatore che, vedendo lui e alcuni confratelli divertirsi, li rimproverò; Antonio allora gli disse di tirare freccia dopo freccia, fino a quando il cacciatore non si fermò temendo di rompere l’arco. Antonio dunque disse:

«Lo stesso accade con le opere di Dio, se ci spingessimo oltre la misura, i fratelli crollerebbero subito; è quindi giusto, di tanto in tanto, alleggerire i loro sforzi» (cosa da notare, non disse “i nostri sforzi”). Traeva anche piccoli esempi dal mondo della natura: «Abba Antonio istruiva abba Ammone dicendo: “Il tuo timore di Dio deve crescere ancora di più“; e accompagnandolo fuori dalla cella gli mostrò un masso e gli disse di andare a insultarlo e a batterlo senza tregua. Quando Ammone ritornò, S. Antonio gli chiese se il masso avesse reagito. Ammone rispose di no. Allora Abba Antonio disse:

Anche tu devi arrivare al punto in cui niente può più offenderti“».

Un testo greco, probabilmente scritto a integrazione della Vita di Atanasio e tradotto in latino da S. Girolamo (30 set.), racconta di una i visita di un S. Antonio novantenne a Paolo l’Eremita (15 gen.). Secondo il testo, Antonio, che era tentato dalla vanità di credersi colui che aveva servito Dio nel deserto più a lungo e più duramente, aveva ricevuto in sogno la notizia che qualcuno lo aveva invece preceduto nel condurre questo tipo di vita. Guidato quindi da un  centauro, da un satiro e da una luce celeste, dopo due giorni e mezzo di marcia giunse alla cella di Paolo. I due si abbracciarono e si salutarono per nome; poi un corvo portò loro del pane, un fatto che Paolo disse avvenire da i sessant’anni. Infine disse ad Antonio che Dio lo aveva mandato per seppellirlo e che desiderava essere avvolto nel mantello che Antonio aveva ricevuto da Atanasio.

Antonio fece ritorno al monastero per prenderlo, e quando ritornò alla cella di Paolo lo trovò morto in ginocchio; apparvero allora due leoni che scavarono una fossa. Questo incontro è stato raffigurato ancora prima delle tentazioni; appare infatti sulla croce di Ruthwell in Cumbria (VIII sec.) e sulle otto croci irlandesi che risalgono a prima dell’anno 1000. Probabilmente Antonio morì il 17 gennaio 356 e, su una richiesta, fu sepolto segretamente sulla cima del suo monte dai  discepoli; si era prima premurato di inviare ad Atanasio la sua tunica di pelle di pecora e il suo mantello (presumibilmente quello in cui Paolo aveva chiesto di venire avvolto e seppellito) come segno di unità nella fede.

Tuttavia i suoi resti non riuscirono a riposare in pace. Si suppone siano stati scoperti nel 361 e trasferiti ad Alessandria, donde furono traslati a Costantinopoli per essere sottratti alle distruzioni degli invasori saraceni. Nell’XI secolo furono affidati dall’imperatore al conte francese Jocelin, che li portò a La-Motte-Saint-Didier, nel dipartimento francese dell’Isère, luogo che prese il nome di Saint-Antoine-en-Dauphiné. Da allora gli fu attribuita una nuova fama di guaritore, in particolare dall’ergotismo (v S. Genoveffa, 3 gen.), malattia conosciuta anche come fuoco di Sant’Antonio. (v. Curiosità su Sant’Antonio abate) Questa fama iniziò quando due nobili, che sostenevano di essere stari guariti dalla malattia grazie alla sua santantonioabateeffigeintercessione, fondarono per gratitudine i Fratelli Ospedalieri di Sant’Antonio; con il dilagare delle epidemie di ergotismo nel XII e XIII secolo, vi fu poi un vero e proprio movimento di fondazione di ospedali, che arrivarono al numero di 360. Con lo scemare delle epidemie, anche questo movimento declinò, e nel 1775 gli ospedalieri furono assorbiti dai Cavalieri di Malta, estinguendosi completamente nel 1803.

Fu soprattutto grazie a questa fama e a questo movimento che si vide assegnare tutti i patronati a noi noti e i simboli con cui è stato raffigurato nell’arte. Gli ospedalieri indossavano mantelli neri con una croce a forma di tau, probabilmente un omaggio alla tarda età cui era giunto S. Antonio; suonavano campanelli per annunciare le loro missioni in cerca di elemosine e allevavano maiali, gli unici cui era poi permesso di pascolare liberi, accompagnati da una o due scrofe che portavano un campanello al collo per indicare chi fosse il proprietario della mandria. Per questi motivi Antonio viene rappresentato con un bastone o una stampella a forma di tau, un maialino e un campanello; a volte anche con un libro, probabilmente quel “libro della natura” che, si racconta, fosse l’unico che Antonio aveva detto di sentire il bisogno di leggere nel suo eremo montano:

«Un certo filosofo chiese ad Antonio: “Padre come puoi essere così felice, se ti privi della consolazione dei libri?” Rispose: ” Il mio libro, o filosofo, è la natura delle cose create, e ogni volta che voglio leggere le parole di Dio, il libro è davanti a me”».

Resta pur vero che le sue lettere  includono citazioni di Origene e Platone, il che fa pensare che questa sia più una convenzione letteraria che pura realtà: infatti Antonio non è l’unico santo a cui viene attribuito questo tipo di affermazioni. E il patrono dei macellai, dei produttori di pennelli (che utilizzano le setole di maiale) e anche dei fabbricanti di canestri, perché aveva egli come occupazione manuale la fabbricazione di stuoie di giunchi; viene anche invocato contro le malattie della pelle. Il suo patrimonio spirituale è stato antonio abate.4jpgtrasmesso principalmente attraverso la letteratura monastica dei detti dei Padri del deserto. In Oriente il suo culto è piuttosto limitato; vi sono relativamente poche icone o dipinti che lo rappresentano, anche se viene venerato come “primo maestro del deserto e primo tra i monaci santi”  e alcune comunità maronite, caldee e ortodosse dichiarano di seguire la sua regola. In Occidente la sua biografia probabilmente influì sulla conversione di S. Girolamo e certamente su quella di Sant’Agostino. Giovanni Cassiano (23 lug.) diffuse ciò che aveva appreso in Egitto attraverso le sue Istituzioni Conferenze, alcune delle quali vengono attribuite ad Antonio. Il santo egiziano esercitò un influsso diretto su Pier Damiani, sui monaci camaldolesi e sui certosini e, secoli dopo, su Charles de Foucauld. Ovviamente il suo fascino era più forte per gli ordini eremitici (come quello certosino), fatto che spiega perché egli abbia raggiunto l’apogeo della popolarità quando la loro influenza e i l loro numero si trovavano al culmine.

É INVOCATO: – per la protezione del bestiame – contro foruncoli, malattie contagiose, prurito, fuoco di Sant’Antonio (herpes zoster), malattie della pelle e veneree, scorbuto, varici, epizoozia, fuoco, incendi – come protettore di allevatori, becchini, campanari, commercianti di maiali, droghieri, eremiti, fabbricanti di guanti, macellai, fabbricanti di panieri e canestri, salumieri, fabbricanti di spazzole, stoviglie e tessuti, commercianti di tessuti, tosatori, agricoltori, produttori di pennelli (che utilizzano le setole di maiale)

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Fonte: Il primo grande dizionario dei Santi di Alban Butler  

 

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2 comments

  1. Holmert ha detto:

    Bisogna sfatare una leggenda, quella del cosiddetto “fuoco sacro di Sant’Antonio” che si identifica con l’herpes zoster, detto anche zona, una malattia di origine virale che ricorre durante le epidemie di varicella e che colpisce soggetti in precarie condizioni di salute(defedati) e che si manifesta con eritema, vescicole ,croste sulla pelle ,mentre in realtà è una infiammazione del nervo sottostante, intensamente dolorosa. Nel medioevo, ai tempi dei frati ospedalieri, derivati dal santo, si curava con il grasso di maiale, che razzolava in libertà con la campanella ed a cui tutti erano tenuti a dare da mangiare. In verità si trattava di “ergotismo cronico”, dovuto alla contaminazione della farina di segale(pane nero)da parte di un fungo-segale cornuta-Ergot. Gli alcaloidi di questo fungo, avevano la proprietà di produrre vasocostrizione con cianosi delle estremità che diventavano coloro carbone e provocavano dolori lancinanti. Le farine di segala erano usate dalle popolazioni e si capisce quante persone ne venivano colpite. I buoni fraticelli curavano con il grasso di maiale, le persone che si ricoveravano nei loro “ospitali”, all’interno dei conventi e guarivano. Vi immaginate l’abbondanza di maiali, che oltre al grasso ,fornivano anche salsicce, salami ed ogni ben di Dio. I buoni fraticelli ignoravano ,però, in tutta buona fede che la farina del loro convento, ottenuta dalle spighe della loro segale, non era contaminata dal fungo della segale cornuta ed il pane che ne derivava era ben commestibile. E guarivano, per assenza della noxa patogena. Avete capito dove stava la magagna? Cosa che poi si capì con il tempo. Con l’ergot ora si fanno medicine che si chiamano derivati dell’ergotamina, molto utili, specie nelle emicranie. Nulla a che fare quindi con l’herpes zoster. Però se si invoca Sant’Antonio Abate per l’occasione, va bene lo stesso. Viva Sant’Antonio abate.

  2. biscobreak ha detto:

    Grazie Holmert, per la precisazione! E buon inizio di settimana!