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Archive for MILLE FOGLIE DI SANTITA’

NOVENA ALLA MADONNA DELLA NEVE

NOVENA ALLA MADONNA DELLA NEVE

Inizio il 27 luglio fino al 4 agosto

Il giorno in cui si festeggia la Madonna della neve festeggiamo anche il compleanno di Maria Vergine, almeno così sembra aver rivelato la Regina della Pace a Medjugorje, quindi.. se vogliamo unire queste due feste, ecco la preghiera giusta!

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo

O Dio vieni a salvarmi.

Signore, vieni presto in mio aiuto.

Gloria al Padre

O Regina delle Vergini, o Maria, quanto ti si addice e quanto ti è dovuto il titolo di Signora della Neve, essendo questa simbolo del tuo verginale candore e della tua illibata purezza. Noi, inginocchiati ai tuoi piedi, con giubilo ed allegrezza dell’animo nostro, t’invochiamo con questo bel titolo, fiduciosi di ottenere da te, la purezza di mente e di corpo in tutti i nostri pensieri ed azioni.

Padre nostro, Ave Maria, Gloria al Padre

Ottienimi, o gran Regina, da Gesù, tuo Figlio e Dio, d’arrivare un giorno anch’io le Sue glorie a contemplar.

Madonna della Neve prega per noi.

Madonna della neve a Ponticelli

O Maria, limpidissima fonte di purezza e di bellezza, Tu che, in mezzo ai più cocenti calori estivi, facesti cadere sul colle Esquilino prodigiosa neve, nei più forti calori delle nostre passioni, fa piovere sul nostro capo abbondante rugiada celeste, per cui, ravvivati nello spirito, possiamo liberamente camminare per le vie della santa e divina legge.

Padre nostro, Ave Maria, Gloria al Padre

Ottienimi, o gran Regina, da Gesù, tuo Figlio e Dio, d’arrivare un giorno anch’io le Sue glorie a contemplar.

Madonna della Neve prega per noi.

O Maria, giglio ammirabile di castità, che nella notte del 5 agosto ti compiacesti di apparire in sogno al papa Liberio e ai due vecchi e nobili romani Giovanni e sua moglie, indicando loro di edificarti un Tempio nel luogo della neve caduta, umilmente ti preghiamo di esserci sempre vicina per indicarci il retto cammino nell’oscura notte di questo mondo, affinché vivendo sempre in grazia, siamo noi pure templi viventi del nostro Dio.

Padre nostro, Ave Maria, Gloria al Padre

Ottienimi, o gran Regina, da Gesù, tuo Figlio e Dio, d’arrivare un giorno anch’io le Sue glorie a contemplar.

Madonna della Neve prega per noi.

O Maria, Madre amabilissima, tu che per mezzo della neve caduta desti a Giovanni, patrizio romano, e a sua moglie chiari segni di gradire e accettare la loro eredità, dal trono dove siedi gloriosa alla destra del Figlio, volgi pietosa lo sguardo su di noi, figli tuoi, ed accetta le nostre suppliche che con cuore umile e contrito, da questa valle di lacrime, ti innalziamo.

Padre nostro, Ave Maria, Gloria al Padre

Ottienimi, o gran Regina, da Gesù, tuo Figlio e Dio, d’arrivare un giorno anch’io le Sue glorie a contemplar.

Madonna della Neve prega per noi.

O Maria, Madre purissima che, nel Tempio a te consacrato sotto il titolo di Madonna della Neve, hai operato e operi tuttora tanti miracoli a vantaggio del popolo cristiano, noi pure, qui raccolti ai tuoi piedi, col medesimo bel titolo ti onoriamo, fiduciosi di ottenere da te il miracolo di tutti i miracoli: la conservazione della fede nei nostri cuori e l’accrescimento delle vere virtù cristiane.

Padre nostro, Ave Maria, Gloria al Padre

Ottienimi, o gran Regina, da Gesù, tuo Figlio e Dio, d’arrivare un giorno anch’io le Sue glorie a contemplar.

Madonna della Neve prega per noi.

Preghiamo

O Maria, potentissima Regina del cielo e della terra, poiché tu hai accordato una particolare protezione su coloro che ti onorano sotto il bel titolo di Signora della Neve, accogli sotto il tuo potente Patrocinio pure noi che sotto lo stesso Nome ti invochiamo. Difendici da tutti i mali, da tutti i pericoli, da tutte le disgrazie di questa terra e da tutte le attrattive del mondo ingannatore. Ma soprattutto difendici dalla corruzione del cuore e dagli assalti del demonio nell’ora della nostra morte, da cui dipende la nostra eternità. Vergine amabilissima e potentissima, in te sono riposte tutte le lastre speranze. Non cessare mai di difenderci, finché non ci vedrai tutti salvi in Cielo dove riamo di goderti e cantare le tue misericordie. Per tutti i secoli dei secoli. Amen.

(Per richieste di immagini, etc. rivolgersi a: Basilica Santa Maria Maggiore,Via Liberiana, 27 – 00185 Roma tel. 06/483195)

Festa dei lavoratori

FESTA DEI LAVORATORI

1 maggio

Celebrata in tutto il mondo per ricordare la lotta dei lavoratori per la riduzione della giornata lavorativa. Ma fu grazie a papa Pio XII che venne estesa anche a tutti i lavoratori cattolici il 1º maggio 1955 quando istituì la festa di San Giuseppe lavoratore

 

La festa ricorda le battaglie operaie, in particolare quelle volte alla conquista di un diritto ben preciso: l’orario di lavoro quotidiano fissato in otto ore (in Italia con il RDL n. 692/1923). Tali battaglie portarono alla promulgazione di una legge che fu approvata nel 1867 nell’Illinois. La Prima Internazionale richiese poi che legislazioni simili fossero introdotte anche in Europa. La sua origine risale a una manifestazione organizzata a New York il 5 settembre 1882 dai Knights of Labor (Ordine dei Cavalieri del Lavoro), un’associazione fondata nel 1869. Due anni dopo, nel 1884, in un’analoga manifestazione i Knights of Labor approvarono una risoluzione affinché l’evento avesse una cadenza annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate all’Internazionale dei lavoratori – vicine ai movimenti socialisti ed anarchici – suggerirono come data della festività il primo maggio

Ma a far cadere definitivamente la scelta su questa data furono i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di maggio del 1886 a Chicago e conosciuti come rivolta di Haymarket. Il 3 maggio i lavoratori in sciopero di Chicago si ritrovarono all’ingresso della fabbrica di macchine agricole McCormick. La polizia, chiamata a reprimere l’assembramento, sparò sui manifestanti uccidendone due e ferendone diversi altri. Per protestare contro la brutalità delle forze dell’ordine gli anarchici locali organizzarono una manifestazione da tenersi nell’Haymarket Square, la piazza che normalmente ospitava il mercato delle macchine agricole. Questi fatti ebbero il loro culmine il 4 maggio quando da una traversa fu lanciata una bomba che provocò la morte di sei poliziotti e ferendone una cinquantina. A quel punto la polizia sparò sui manifestanti. Nessuno ha mai saputo né il numero delle vittime né chi sia stato a lanciare la bomba. Fu il primo attentato alla dinamite nella storia degli Stati Uniti.

Il 20 agosto 1887 fu emessa la sentenza del tribunale: August Spies, Michael Schwab, Samuel Fielden, Albert R. Parsons, Adolph Fischer, George Engel e Louis Lingg furono condannati a morte (in seguito a pressioni internazionali la condanna a morte di Fielden e Schwab fu commutata in ergastolo; il cancelliere Otto von Bismarck proibì tutte le manifestazioni in favore degli accusati di Haymarket); Oscar W. Neebe a reclusione per 15 anni. Otto uomini vennero condannati per essere anarchici, e sette di loro condannati a morte.

L’11 novembre 1887 i condannati furono impiccati a Chicago. Le ultime parole pronunciate furono: Spies: «Salute, verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci che oggi soffocate con la morte!» Fischer: «Hoch die Anarchie!» (Viva l’anarchia!) Engel: «Urrà per l’anarchia!» Parsons, la cui agonia fu terribile, riuscì appena a parlare, perché il boia strinse immediatamente il laccio e fece cadere la trappola. Le sue ultime parole furono queste: «Lasciate che si senta la voce del popolo!»

L’allora presidente Grover Cleveland ritenne che la festa del primo maggio avrebbe potuto costituire un’opportunità per commemorare questi episodi. Successivamente, temendo che la commemorazione potesse risultare troppo a favore del nascente socialismo, stornò l’oggetto della festività sull’antica organizzazione dei Cavalieri del Lavoro. Pochi giorni dopo il sacrificio dei Martiri di Chicago, i lavoratori della città tennero un’imponente manifestazione di lutto, a prova che le idee socialiste non erano affatto morte.

Appena si diffuse la notizia dell’assassinio degli esponenti anarchici di Chicago, nel 1888, il popolo livornese si rivoltò prima contro le navi statunitensi ancorate nel porto, e poi contro la Questura, dove si diceva che si fosse rifugiato il console degli Stati Uniti.

La data del 1º maggio fu adottata in Canada nel 1894 sebbene il concetto di festa del lavoro sia in questo caso riferito a precedenti marce di lavoratori tenute a Toronto e Ottawa nel 1872 e più tardi in quasi tutti i paesi del mondo. In italia negli anni cinquanta.

Durante il ventennio fascista, a partire dal 1924, la celebrazione fu anticipata al 21 aprile, in coincidenza con il Natale di Roma, divenendo per la prima volta giorno festivo con la denominazione “Natale di Roma – Festa del lavoro”. Fu poi riportata al primo maggio dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945, mantenendo lo status di giorno festivo.

Il 1º maggio 1955 papa Pio XII istituì la festa di San Giuseppe lavoratore, perché tale data potesse essere condivisa a pieno titolo anche dai lavoratori cattolici.

In alcuni paesi, come nei Paesi Bassi e Danimarca, non è festa ufficiale nonostante esistano alcune celebrazioni in occasione del Primo maggio.

FONTE: https://it.wikipedia.org/wiki/Festa_del_lavoro

 

 

 

Le leggende di San Giorgio

LE LEGGENDE DI SAN GIORGIO

23 aprile

La leggenda aurea e quella relativa al culto di San Giorgio a Campobasso diffuso fra il V e il VI secolo quando i greci giunsero nel Sannio.

San Giorgio è stato, secondo una consolidata e diffusa tradizione, un martire cristiano. Trasferitosi in Palestina, si arruolò nell’esercito dell’imperatore Diocleziano, comportandosi da valoroso soldato, fino al punto di giungere a far parte della guardia del corpo dello stesso Diocleziano, divenendo ufficiale delle milizie. Il martirio sarebbe avvenuto sotto Diocleziano stesso che avrebbe convocato settantadue re per decidere quali misure prendere contro i cristiani.

Giorgio donò ai poveri tutti i suoi averi e, davanti alla corte, si confessò cristiano; all’invito dell’imperatore di sacrificare agli dei, si rifiutò: secondo la leggenda, venne battuto, sospeso, lacerato e gettato in carcere, dove ebbe una visione di Dio che gli predisse sei anni di tormenti, tre volte la morte e tre la resurrezione.

Tagliato in due con una ruota piena di chiodi e spade, Giorgio resuscitò, operando la conversione del magister militum Anatolio con tutti i suoi soldati, che vennero uccisi a fil di spada; entrò in un tempio pagano e con un soffio abbatté gli idoli di pietra; convertì l’imperatrice Alessandra, che venne martirizzata.

A richiesta del re Tranquillino, Giorgio risuscitò due persone morte da quattrocentosessant’anni, le battezzò e le fece sparire. L’imperatore Diocleziano lo condannò nuovamente a morte e il santo, prima di essere decapitato, implorò Dio che l’imperatore e i settantadue re fossero inceneriti; esaudita la sua preghiera, Giorgio si lasciò decapitare, promettendo protezione a chi avesse onorato le sue reliquie, le quali sono conservate in una cripta sotto la chiesa cristiana.

San Giorgio a Campobasso

La tradizione racconta che tre fatti straordinari indussero i cittadini di Campobasso a ricorrere alla protezione del Santo: Nel XIII secolo i paesi limitrofi coalizzati assediarono Campobasso per distruggerla, il popolo non potendo resistere a tanto urto si raccolse in preghiera nelle varie chiese invocando soprattutto San Giorgio. Improvvisamente le campane suonarono, si udì un cupo fragore di armi e alla testa di un esercito schierato in combattimento apparve un giovane guerriero, i nemici terrorizzati fuggirono mentre il popolo riconobbe il prodigio e gridò:

E’ San Giorgio che ci difende e che ci salva!

Una terribile tempesta si abbattè su Campobasso il 9 ottobre 1634 e per intercessione del Santo la città fu salva.

Nel 1656 si diffuse una terribile peste la cui fine miracolosa fu attribuita al Santo.

Per richiesta dei Campobassani il Vescovo di Boiano proclamò San Giorgio patrono della città con una bolla del 16 aprile del 1661 che si conserva nell’archivio della cattedrale. San Giorgio è il patrono di altri paesi molisani, tra cui Mirabello e Petrella Tifernina.

L’antico protettore della città era San Michele Arcangelo.

La Legenda Aurea

Si narra che in una città chiamata Silena, in Libia, vi fosse un grande stagno, tale da poter nascondere un drago, che, avvicinandosi alla città, uccideva con il fiato tutte le persone che incontrava. Gli abitanti gli offrivano per placarlo due pecore al giorno ma, quando queste cominciarono a scarseggiare, furono costretti a offrirgli una pecora e un giovane tirato a sorte. Un giorno fu estratta la giovane figlia del re. Il re, terrorizzato, offrì il suo patrimonio e metà del regno per salvarle la vita, ma la popolazione si ribellò, avendo visto morire tanti suoi figli. Dopo otto giorni di tentativi, il re alla fine dovette cedere e la giovane si avviò verso il lago per essere offerta al drago. In quel momento passò di lì il giovane cavaliere Giorgio, il quale, saputo dell’imminente sacrificio, tranquillizzò la principessa, promettendole il suo intervento per evitarle la brutale morte. Poi disse alla principessa di non aver timore, che l’avrebbe aiutata nel nome di Cristo.

Quando il drago si avvicinò, Giorgio salì a cavallo e protettosi con la croce e raccomandandosi al Signore, con grande audacia affrontò il drago che gli veniva incontro, ferendolo gravemente con la lancia e lo gettò a terra, disse quindi alla ragazza di avvolgere la sua cintura al collo del drago, il quale prese a seguirla docilmente verso la città. Gli abitanti erano atterriti nel vedere il drago avvicinarsi, ma Giorgio li tranquillizzò, dicendo loro di non aver timore poiché «Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: se abbraccerete la fede in Cristo, riceverete il battesimo e io ucciderò il mostro». Allora il re e la popolazione si convertirono e il cavaliere uccise il drago e lo fece portare fuori dalla città, trascinato da quattro paia di buoi.

Questa leggenda era sorta al tempo delle Crociate e, probabilmente, fu influenzata da una falsa interpretazione di un’immagine dell’imperatore cristiano Costantino, trovata a Costantinopoli, in cui il sovrano schiacciava col piede un enorme drago, simbolo del «nemico del genere umano». La fantasia popolare ricamò sopra ciò e il racconto, passando per l’Egitto, dove san Giorgio ebbe dedicate molte chiese e monasteri, divenne una leggenda affascinante, spesso ripresa nell’iconografia. San Giorgio tuttavia non è l’unico personaggio che uccide un drago: anche ad altri santi le leggende riconoscono simili imprese; è facile confondere san Giorgio con san Demetrio o san Teodoro.

Nel Medioevo la lotta di san Giorgio contro il drago diviene il simbolo della lotta del bene contro il male e, per questo, il mondo della cavalleria vi vide incarnati i suoi ideali. La leggenda del soldato vincitore del drago contribuì al diffondersi del suo culto, che divenne popolarissimo in Occidente ed in tutto l’Oriente bizantino, ove egli è per eccellenza il «grande martire» e il «trionfatore». Rapidamente egli divenne un santo tra i più venerati in ogni parte del mondo cristiano. Vari Ordini cavallereschi portano oggi il suo nome e i suoi simboli: l’Ordine della Giarrettiera, l’Ordine Teutonico, l’Ordine Militare di Calatrava, il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio e molti altri.

Fonti: http://www.centrostoricocb.it/pagine/leggende/legg%20giorgio.htm; https://it.wikipedia.org/wiki/San_Giorgio

 

 

 

SETTIMANA SANTA 2018

SETTIMANA SANTA 2018

Ecco gli appuntamenti più importanti dei prossimi giorni con la spiegazione dei riti e delle celebrazioni anche in San Pietro.

Domenica 25 aprile 2018

– Domenica delle Palme e della Passione del Signore

Nella processione con i rami d’ulivo ricordiamo il solenne ingresso di Gesù in Gerusalemme accolto dalla folla con il grido: Osanna!

Piazza San Pietro alle ore 10.00 – CAPPELLA PAPALE- Benedizione delle Palme, Processione e Santa Messa.

Mercoledì 28 aprile 2018

Udienza generale ore 10.00

In questo giorno il Vescovo, circondato dai sacerdoti, ricorda l’Istituzione del sacerdozio da parte di Gesù durante l’Ultima Cena. Nella Messa odierna si consacrano gli Olii Santi che serviranno per i Sacramenti: Olio dei catecumeni, Olio dei malati e Sacro Crisma.

Giovedì 29 aprile 2018 

– Giovedì Santo – 

Oggi si celebra l’Ultima Cena (che è stata anche la prima Messa) di Gesù. È la Messa in cui siamo invitati a fare la Comunione Pasquale. Dopo la Messa si ripone l’Eucarestia in un luogo a parte, ornato con fiori e luci, detto ‘Altare della Reposizione’. Quì, Gesù
Eucarestia attende la nostra adorazione.

Basilica Vaticana, ore 9.30 – Santa Messa del Crisma – Santa Messa nella Cena del Signore – ore 16.00

Il Papa celebrerà la Messa in Cœna Domini nel pomeriggio del Giovedì Santo si recherà  nella Casa di Reclusione di Paliano anche quest’anno laverà i piedi ad alcuni detenuti e detenute.

Venerdì 30 aprile 2018 

– Venerdì Santo – 

È il giorno della Passione del Signore. La funzione delle 3 del pomeriggio, ora della morte di Gesù, si svolge in tre momenti: 1. La lettura della Passione con la grande preghiera universale. 2. L’adorazione della Croce. 3. La Comunione Eucaristica. Alla sera si rivive la morte del Signore con la VIA CRUCIS.

Basilica Vaticana, ore 17.00 – CAPPELLA PAPALE –Celebrazione della Passione del Signore – Colosseo, ore 21.15 – Via Crucis in Colosseo a Roma. I testi delle meditazioni sulle stazioni della Via Crucis saranno preparati quest’anno – per incarico di Papa Francesco – dalla prof.ssa Anne-Marie Pellettier, vincitrice del Premio Ratzinger 2014. Nata a Parigi 71 anni fa, la Pelletier è un’insigne studiosa di ermeneutica e di esegesi biblica. Tra i suoi studi, la donna nel cristianesimo e nella Chiesa, il rapporto tra Giudaismo e Cristianesimo e il mondo monastico. Nel 2001, ha inoltre partecipato come uditrice al Sinodo dei vescovi..

Sabato 31 aprile 2018  

In questo giorno nelle chiese c’è grande lutto: Gesù è nel sepolcro. Gli altari sono spogli, senza fiori né candele. C’è solo la Croce. La Veglia Pasquale è la celebrazione della Risurrezione del Signore:
1. Benedizione del fuoco e del cero pasquale e canto dell’Exultet. 2. Liturgia della Parola di Dio. 3. Liturgia battesimale e rinnovazione delle promesse battesimali.
4. Liturgia eucaristica.

– Basilica Vaticana, ore 20.30 – Veglia Pasquale nella Notte Santa

Domenica 1 aprile 2018

– Domenica di PasquaRisurrezione del Signore – 

Piazza San Pietro, ore 10.00 – CAPPELLA PAPALE – Santa Messa del giorno – Loggia centrale della Basilica Vaticana, ore 12.00 – Benedizione «Urbi et Orbi»

BUONA PASQUA A TUTTI!

Voglio chiedervi un favore: camminiamo tutti uniti, prendiamoci cura gli uni degli altri, rendetevi cura tra di voi, non facciamoci del male, curiamo la vita, curiamo la famiglia, curiamo la natura, curiamo i bambini, curiamo gli anziani
(Papa Francesco)

FONTE: http://w2.vatican.va/content/vatican/it/special/2018/settimanasanta2018.html

 

DOMENICA DELLE PALME 2018

DOMENICA DELLE PALME 2018

25 marzo 2018

La domenica prima della Pasqua da inizio alla Settimana Santa, che quest’anno coincide con l’Annunciazione e sembra essere una ricorrenza tanto famosa quanto ricca di curiosità, come i “parmureli”. Come verrà celebrata quest’anno da Papa Francesco? Quali gli appuntamenti del santo Padre in questi sette giorni che precedono la Pasqua?

E’ detta anche domenica De Passione Domini (della Passione del Signore). O seconda Domenica di Passione. Questa festività è osservata non solo dai Cattolici, ma anche dagli Ortodossi e dai Protestanti. In questo giorno la Chiesa ricorda il trionfale ingresso di Gesù a Gerusalemme in sella ad un asino, osannato dalla folla che lo salutava agitando rami di palma (cfr. Gv 12,12-15).

Per questo motivo si cominciano le funzioni con una processione che parte all’esterno parmureli1della chiesa, ricordando proprio la folla, radunata dalle voci dell’arrivo di Gesù, stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi di ulivo e di palma, abbondanti nella regione, e agitandoli festosamente gli rendevano onore.

Alcune donne intrecciano i rami di palma per creare i “parmureli”

A Roma, per l’occasione Papa Francesco, non solo benedirà gli ulivi che provengono da Terlizzi (Puglia), ma anche le palme bianche, che arrivano dalle città di Sanremo e Bordighera (Liguria). Le stesse palme vengono intrecciate e regalate per l’occasione al Santo Padre, ai cardinali e vescovi, oltre che ai fedeli presenti sul sagrato di San Pietro, fino a formare quelli che vengono chiamati i “Parmureli”. Si tratta di tre palme che simboleggiano la SS Trinità e vogliono essere un ringraziamento per il privilegio ottenuto il 10 settembre 1586 dal Capitano Benedetto Bresca.

Il Bresca si trovava a Roma al momento in cui veniva innalzato l’obelisco egizio, alto 26 metri e pesante 350 tonnellate. Papa Sisto V aveva dato ordine di non parlare, minacciando pene severe, per evitare problemi durante la delicata parmurelioperazione, ma il coraggioso capitano, che conosceva bene le problematiche delle corde sotto sforzo, urlò il suo suggerimento: bagnare le corde. Questo salvò l’esito dell’operazione e per riconoscenza, ottenne, secondo quanto da lui stesso desiderato, il privilegio di essere il fornitore ufficiale delle palme pasquali al Pontefice.

Il Capitano consegnava di persona con la propria nave le palme al santo Padre e la tradizione continuò fino agli anni ’70. Dopo una breve pausa venne ripristinata l’usanza, con la differenza che erano le monache camaldolesi ad intrecciare le palme mentre oggi il compito è riservato ad una cooperativa che ne confeziona più di 3000 ogni anno.

I parmureli liguri, vengono scambiati anche in molte regioni d’Italia tra i fedeli, in segno di pace.

In Occidente la domenica delle palme era riservata a cerimonie prebattesimali, infatti, il battesimo era amministrato a Pasqua; e all’inizio solenne della Settimana Santa, quindi benedizione e processione delle palme entrarono in uso molto più tardi: dapprima in Gallia (secolo VII-VIII) dove Teodulfo d’Orléans compose l’inno “Gloria, laus et honor” e poi a Roma dalla fine dell’XI secolo.

ulivo

Generalmente i fedeli portano a casa i rametti di ulivo e di palma benedetti, per conservarli quali simbolo di pace, scambiandone parte con parenti ed amici. In alcune regioni, si usa che il capofamiglia utilizzi un rametto, intinto nell’acqua benedetta durante la veglia pasquale, per benedire la tavola imbandita nel giorno di Pasqua.

Nel vangelo di Giovanni: 12,12-15, si narra che la popolazione abbia usato solo rami di palma che, a detta di molti commentari, sono simbolo di trionfo, acclamazione e regalità. Sembra che i rami di ulivo siano stati introdotti nella tradizione popolare, a causa della scarsità di piante di palma presenti, specialmente in Italia. Ad ogni modo un’antica antifona gregoriana canta: «Pueri Hebraeorum portantes ramos olivarum obviaverunt Domino» (“Giovani ebrei andarono incontro al Signore portando rami d’ulivo”).

Nelle zone in cui non cresce l’ulivo, come l’Europa settentrionale, i rametti sono sostituiti da fiori e foglie intrecciate.domenica-delle-palme

Ecco gli appuntamenti più importanti dei prossimi giorni:

Domenica 25 marzo 2018  – Domenica delle Palme e della Passione del Signore – Piazza San Pietro, ore 10.00 – CAPPELLA PAPALE- Benedizione delle Palme, Processione e Santa Messa.

Giovedì 29 marzo 2018 –Giovedì Santo – Basilica Vaticana, ore 9.30 – Santa Messa del Crisma – *

Venerdì 30 marzo 2018 – Venerdì Santo – Basilica Vaticana, ore 17.00 – CAPPELLA PAPALE –Celebrazione della Passione del Signore – Colosseo, ore 21.15 – Via Crucis in Colosseo a Roma

Sabato 31 marzo 2018 –  – Basilica Vaticana, ore 20.30 – Veglia Pasquale nella Notte Santa

Domenica 1 aprile 2018 – Domenica di Pasqua – Risurrezione del Signore – Piazza San Pietro, ore 10.00 – CAPPELLA PAPALE – Santa Messa del giorno – Loggia centrale della Basilica Vaticana, ore 12.00 – Benedizione «Urbi et Orbi»

Domenica 8 aprile 2018 – II Domenica di Pasqua (o della Divina Misericordia) – Piazza San Pietro, ore 10.30 CAPPELLA PAPALE Santa Messa in occasione dell’incontro dei Missionari della Misericordia con Papa Francesco

 

*Il Papa celebrerà la Messa in Cœna Domini nel pomeriggio del Giovedì Santo ma – come negli anni scorsi – sceglierà una situazione particolare dal punto di vista pastorale, che verrà comunicata a tempo opportuno.

Fonti:http://w2.vatican.va/content/liturgy/it/events/year.dir.html/2018.html

 

Don Giuseppe Diana

Don Giuseppe Diana

Sacerdote e martire (1958 – 1994) 19 marzo

Giuseppe_DianaL’impegno civile e religioso di Don Giuseppe Diana contro la camorra ha lasciato un profondo segno nella società campana. Fu ucciso nella sua parrocchia da sicari probabilmente appartenenti al clan dei casalesi.

Il suo scritto più noto è la lettera “Per amore del mio popolo non tacerò”, un documento diffuso a natale del 1991 in tutte le chiese di Casal di Principe e della zona aversana insieme ai parroci della foranìa di Casal di Principe, un manifesto dell’impegno contro il sistema criminale.

Il 19 marzo, giorno del suo onomastico, veniva ucciso dalla camorra nel corridoio che dalla sacrestia porta alla chiesa don Giuseppe Diana, mentre stava per iniziare la Messa. Un camorrista lo affronta con una pistola. I sei proiettili vanno tutti a segno: due don_giuseppe_dianaalla testa, uno al volto, uno alla mano e uno al collo. Don Peppe Diana muore all’istante. L’omicidio, di puro stampo camorristico, fa scalpore in tutta Italia. Un messaggio di cordoglio è pronunciato da papa Giovanni Paolo II durante l’Angelus del 20 marzo 1994:

« Sento il bisogno di esprimere ancora una volta il vivo dolore in me suscitato dalla notizia dell’uccisione di don Giuseppe Diana, parroco della diocesi di Aversa, colpito da spietati assassini mentre si preparava a celebrare la santa messa. Nel deplorare questo nuovo efferato crimine, vi invito a unirvi a me nella preghiera di suffragio per l’anima del generoso sacerdote, impegnato nel servizio pastorale alla sua gente. Voglia il Signore far sì che il sacrificio di questo suo ministro, evangelico chicco di grano caduto nella terra, produca frutti di piena conversione, di operosa concordia, di solidarietà e di pace. »

Don Diana

Don Diana

Don Peppe era nato il 4 Luglio 1958 a Casal di Principe, in provincia di Caserta, nell’agro-aversano; Don Peppino aveva studiato a Roma e lì doveva rimanere a fare carriera lontano dal paese, lontano dalla terra di provincia, lontano dagli affari sporchi. Ma d’improvviso decise di tornare a Casal di Principe come chi non riesce a togliersi di dosso un ricordo, un’abitudine, un odore…

Nel Marzo 1982 è stato ordinato sacerdoteDon Peppino divenne giovanissimo (nel Settembre 1989) parroco della parrocchia di san Nicola di Bari a Casal di Principe. Girava per il paese in jeans e non in tonaca come era accaduto sino ad allora ai preti che si portavano addosso un’autorità cupa come l’abito talare. Fumava anche il sigaro ogni tanto in pubblico, altrove poteva sembrare un gesto innocuo. Da queste parti i preti tendevano ad avere atteggiamenti di finta privazione del superfluo e nelle loro stanze davano sfogo alle loro pigre debolezze.

Don Giuseppe DianaEra uno scout, prima capo reparto dell’Aversa 1, poi assistente del gruppo, impegnato in zona e in regione, assistente nazionale dei Foulards Blancs, assistente generale dell’Opera pellegrinaggi Foulards Blancs. Essere prete e scout significavano per lui la perfetta fusione di ideali e di servizio.

Aveva l’ossessione del fare, aveva iniziato a realizzare un centro di accoglienza dove offrire vitto e alloggio ai primi immigrati africani. Era necessario accoglierli, per evitare – come poi accadrà – che i clan potessero iniziare a farne dei perfetti soldati.

Per realizzare il progetto aveva devoluto anche alcuni risparmi personali accumulati con l’insegnamento. Questo perché attendere aiuti istituzionali può essere cosa così lenta e complicata da divenire il più reale dei motivi per l’immobilta”. Con questo spirito di servizio aveva intrapreso la lotta alla camorra che infesta la sua zona. Con lo scritto e la parola si era posto a capo della comunità parrocchiale e cittadina per il loro riscatto.

GiuseppeDiana

Fonte: www.giovaniemissione.ithttp://www.santiebeati.it/dettaglio/93537https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Diana

La festa dei papà

LA FESTA DEI PAPÀ

19 marzo

In italia la festa del papà è fissa al 19 marzo, giorno in cui festeggiamo il padre terreno di Gesù, e lo stesso vale per la maggior parte dei paesi cattolici, ma non in tutto il mondo è lo stesso. Negli Stati Uniti per esempio si festeggia la terza domenica di giugno, mentre i babilonesi sembrano aggiudicarsi l’origine di questa festa.

La Festa del papà ha origini antichissime, risalenti ai tempi dei Babilonesi, quando un giovane di nome Elmesu scrisse al padre, quasi 4000 anni fa, su una piastra in argilla, un messaggio di augurio di buona salute e per una vita duratura.

Facendo un enorme salto in avanti nel tempo, il 5 giugno 1908, a Fairmont, in West Virginia, la Chiesa metodista locale decise di istituire una festa il cui scopo era quello di festeggiare la figura paterna ma la vera ufficializzazione di tale festività civile si deve a Sonora Smarth Dodd che nacque a Spokane, Washington, cui balenò l’idea di creare un giorno in cui tutti i bimbi potessero onorare il padre, proprio mentre stava ascoltando il sermone nel giorno della Festa della mamma. Sonora, che dopo la morte della madre era stata cresciuta dal padre, Henry Jackson Smarth, veterano della guerra di Secessione americana, volle far conoscere a tutti quanto questo premuroso genitore fosse importante per lei, sottolineandone l’altruismo, il coraggio e l’amore.

La prima Festa del papà venne celebrata il 19 giugno 1910, proprio nel mese di nascita del padre di Sonora, che aveva tirato su 6 figli dopo la morte di parto della moglie. Fu poi nel 1924 che il presidente Usa Calvin Coolidge propose che la Festa del papà diventasse nazionale, ma si attese sino al 1966 perché il presidente Lyndon Johnson firmasse il documento che istituiva la terza domenica di giugno Festa nazionale del papà.

In Italia, la festa del papà si celebra il 19 Marzo, il giorno in cui, dal 1968, si festeggia anche San Giuseppe. Le rose sono il simbolo di questa festa, rosse, se il genitore è ancora in vita, bianche, in caso contrario. Due tradizioni, in particolare, caratterizzano la festa del 19 Marzo un po’ in tutta Italia: i falò e le zeppole. Poiché la celebrazione di San Giuseppe coincide con la fine dell’inverno, le celebrazioni rituali religiose, come spesso accade, si sovrappongono a quelle pagane come i riti di purificazione agraria, di antica memoria. In quest’occasione, infatti, si bruciano i residui del raccolto sui campi, ed enormi cataste di legna vengono accese ai margini delle piazze. Quando il fuoco sta per spegnersi, alcuni lo scavalcano con grandi salti, e le vecchiette, mentre filano, intonano inni per San Giuseppe.

Questi riti sono accompagnati dalla preparazione delle zeppole, le famose frittelle di S. Giuseppe, che pur variando nella ricetta da regione a regione, sono il piatto tipico di questa festa. A Roma la preparazione delle zeppole, affiancate dai bignè di San Giuseppe, hanno un fervore molto particolare. Le zeppole di San Giuseppe sono un dolce tipico della cucina Italiana e derivano da una tradizione antica risalente addirittura all’epoca romana. Sono due le leggende principali che si tramandano: secondo la tradizione dell’epoca romana, dopo la fuga in Egitto con Maria e Gesù, San Giuseppe dovette vendere frittelle per poter mantenere la famiglia in terra straniera. Proprio per questo motivo, in tutta Italia, le zeppole divennero i dolci tipici della festa del papà.

La seconda leggenda è legata alle Liberalia che venivano celebrate nell’antica Roma il 17 marzo, feste in onore delle divinità del vino e del grano. Per omaggiare Bacco e Sileno, precettore e compagno di gozzoviglie del dio, il vino scorreva a fiumi, e per ingraziarsi le divinità del grano si friggevano delle frittelle di frumento.

La festa del papà è diventata un’occasione per riunirsi in famiglia in compagnia di buon cibo con la gioia di rivedere uno degli uomini più importanti della nostra vita. Le scuole fanno preparare ai bambini lavoretti artigianali, gli adulti offrono anche loro regali dedicati a dare piacere al pilastro della famiglia.

Fonti varie

Per approfondire http://www.meteoweb.eu/2016/03/19-marzo-festa-del-papa-le-origini-storiche-della-ricorrenza/650765/#YBK0SPzTzp1itFWw.99

La Ven. Conchita e l’Inferno

LA VEN. CONCHITA E L’INFERNO

Le virtù eroiche della Ven. Conchita de Armida furono riconosciute da S. Giovanni Paolo II nel 1999. Ella ha lasciato sessantasei volumi di scritti per ordine dei suoi direttori spirituali con molti riferimenti all’inferno.

Molto presto, nella sua vita spirituale, Conchita ha sentito il Signore dire: “Tu ostruirai l’ingresso all’inferno per molte anime e Tu sei la mia Croce, e la mia croce ostruirà l’inferno…Tu salverai molte anime figliola”.

Nell’anno 1894 ebbe poi un’esperienza infernale:

Ieri sera circa 4 ore sul suolo: le racconto cosa mi è accaduto. Durante questo tempo, in alcuni momenti ero semiaddormentata, ma questo che sto dicendo, lo ricordo bene, e mi scuote l’anima dal terrore. Mi è venuto addosso l’inferno, Padre mio: sentii la carica spaventosa di molti demoni che mi assalirono dal lato destro e si scagliarono furiosamente contro di me, e come per vendetta, martirizzandomi. Io li conoscevo, e a malapena potevo afferrare il mio Crocifisso dicendogli: “aiutami Gesù, aiutami”. Mi svegliai terribilmente impressionata, quello che meno mi aspettavo erano visite. Oh che orribile dev’essere l’inferno ed essere in potere di questi crudeli nemici…! Tremo, tremo al solo considerarlo, e mi causa profonda pena, ricordare ciò che mi disse Gesù la domenica, cioè che migliaia di anime cadevano giornalmente in quel posto di tormenti”.

Forse qui, l’espressione più notevole è l’ultima frase: “migliaia di anime cadevano giornalmente in quel posto di tormenti”. Più tardi avrebbe sentito il Signore fare un lamento sull’inattività dei suoi sacerdoti:E i miei Ministri dormono, lasciando il campo dei miei raccolti a Satana! E’ indicibile e incomprensibile ciò che, su questa deplorevole materia, accade nel mondo in ogni momento e a tutte le ore. Io so come l’inferno si riempie di anime disgraziate che non hanno trovato, tra gli stessi cristiani, chi desse loro un buon consiglio che forse li avrebbe fermati sulla strada della perdizione”.

Secondo quanto la venerabile Conchita trasmette, è compito di tutti i cristiani e in modo speciale dei sacerdoti il frenare le anime che sono “sulla strada della perdizione”.

La Venerabile ci riferisce anche altre parole sentite dalla bocca del Signore ,esse consentono anche una certa penetrazione sulla natura dell’inferno:

L’inferno è composto per la maggior parte di odio spaventoso contro di Me, e contro coloro che, in parte, furono la causa della disgrazia delle anime che vi trovano. Così come nel cielo regna l’amore, così nel profondo dell’inferno , regna questa maledetta passione dell’Odio nella maggior estensione e sviluppo. E’ l’Odio, dunque, passione infernale che porta l’uomo o lo trascina a quella fine infelice. Il cuore che odia non può essere amato, perché l’Odio ha in sé questa proprietà che il Demonio gli ha conferito; e poiché colui che non mi ama, mi aborrisce, dunque colui che odia mi detesta e la sua perdizione eterna è sicura. La passione dell’Odio è, sopra ogni valutazione spaventosa: e solo il suo nome, dovrebbe far tremar l’uomo. Disgraziata quell’anima che lo ha in sé; poiché è un segno di riprovazione quando non lo si cura radicalmente e proprio dalla radice. Il rinnegato, l’apostata, il settario e il peccatore lo portano in seno, disgraziati! Questo Odio infernale contro di Me. Il licenzioso, colui che ama soddisfare tutti i suoi sfrenati appetiti, il sensuale, mi odia, perché voglia o non voglia, ha la coscienza e la crudele certezza, che lo rode, che sta mancando alla legge divina e alla morale. Il cuore di satana nuota nell’odio contro di Me, nel quale vive eternamente, allontanando sempre di più da sé l’Amore, questo Amore divino che conosce, e che in lui stesso vorrebbe consumarsi; ma nella sua eterna riprovazione, si avvolge nell’odio: si dispera e tenta di vendicarsi, portando a perdizione l’uomo al quale trasmette le sue avvelenate passioni”.

Si dovrebbe fare attenzione a questa formula: “E’ così come nel cielo regna l’amore, così nel profondo dell’inferno, regna, questa maledetta passione dell’Odio nella maggior estensione e sviluppo”.

Su questo argomento dell’essenza dell’inferno Conchita trasmette ancora ciò che sente dentro di sé:

“’l’Odio verso di Me, che lotta in satana contro la sua convinzione del mio Potere e della mia Grandezza perché non può ignorare quanto Io sia degno di ogni amore e di ogni lode, perfino di lui stesso, causa il suo tormento maggiore […]. Satana non mi può amare, e questo è il suo martirio costane, e, siccome non mi amare, per ciò stesso mi odia, e cerca l’offuscamento della Superbia per togliere questa pena eterna… sena riuscirvi.Questo è il tormento essenziale dell’inferno che porta con sé l’Angelo ribelle. Satana conserva le sue qualità come spirito, e la sua intelligenza ha un’estensione che l’uomo non può raggiungere né misurare. Ha nelle sue mani mezzi sconosciuti all’intelligenza umana ed è tanto sottile, tanto vivo e tanto leggero, come l’uomo è molto lontano dall’immaginare. Satana pure provvede e tende i suoi lacci alle anime per farle cadere. Il futuro non lo conosce, ma lo intravede.

Il Campo spirituale è il più amato da lui, perché è quello che a Me porta più gloria. La sua eterna vendetta contro di Me è sottrarmi l’amore e le lodi, giacché lui non può darmeli. Nel suo cuore nero lottano l’Odio e l’Amore, e poiché per quest’ultimo ha chiuso in sé ogni fonte, è roso dal tarlo della vendetta contro di Me, e tutto quello che doveva essere amore, lo riconcentra nell’Odio e nell’Avversione. Tutto il creato, tutto quanto dalle mani divine dell’Onnipotenza infinita è uscito, tende alla gratitudine, all’amore, alla lode verso il Creatore; e Satana, più di chiunque, altro, comprende e sperimenta in sé stesso questa necessità ineluttabile, ma poiché la lode, la gratitudine e l’amore gli sono preclusi , ringhia e si dispera, e trasmette questa pena a tutti mi danno gloria loro malgrado; perché l’essenza della loro disperazione sta verso di Me, per io quale furono cerati… Questo tomento è ciò che costituisce l’inferno nella sua essenza, a parte gli altri speciali, nei quali ora bruciano le anime, e poi le anime con i corpi, eternamente […]. E questo non è giustizia, perché in Dio non può esistere nemmeno l’ombra di essa. Questo tormento eterno è la gloria della Giustizia oltraggiata e il castigo della Superbia”.

Così la lotta di satana nei confronti di ciò che riconosce del Signore “causa il suo tormento maggiore”, questa lotta dell’odio contro l’amore dovuto al Signore diviene infatti l’eredità dell’inferno. E’ questa, la frustrazione dell’inclinazione naturale tenendo verso il Signore che si trova in ogni creatura.

Tutto questo è riassunto in una parola che Conchita ha sentito dal Signore nel 1928: “L’amore, figlia, l’amore è tutto, racchiude tutto, abbraccia tutto, e unisce la terra al cielo. Anche nello stesso inferno, se ci fosse amore non sarebbe inferno; ma è proprio la carenza di amore che si converte in odio a formare l’inferno”.

Don Marcello Stanzione

Fonte: http://www.miliziadisanmichelearcangelo.org/content/view/2985/90/lang,it/

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I VOLTI DELL’AMORE

I VOLTI DELL’AMORE

cuore con personeIl 14 febbraio è san Valentino e si pensa agli innamorati, ma non c’è solo questa forma di amore, e le innumerevoli iniziative che non sempre riscuotono altrettanto successo sui media, ce li mostrano.

Spesso fa più notizia ciò che fa male, ciò che è riprovevole, o addirittura disumano, mentre ci viene celato il bene, il bene gratuito che tanti fanno senza chiedere nulla in cambio. E’ il caso di “Ape Milk” nato a Milano su iniziativa di Guido Moro, pediatra e neonatologo,

Ape Milk

presidente dell’Associazione italiana banche del latte umano donato (Aiblud onlus). Una volta esistevano le balie, poi si è detto che il latte non poteva essere passato di mamma in mamma per motivi igienici, ora grazie al dott. Guido Moro si potrà dare gratuitamente il latte in esubero sotto controllo medico per il bene di tanti neonati prematuri che altrimenti verrebbero privati di un alimento indispensabile per la loro crescita e il loro sviluppo.

Molto richiesto è soprattutto il primo latte materno più ricco di elementi indispensabili per il prematuro. Se siete interessati potete contattare il numero verde 800 97 86 75 che funziona 24 ore su 24, sette giorni su sette.  Nel giro di poco tempo, un’ostetrica specializzata si sposta con l’ Ape Milk e raggiunge la madre per raccogliere direttamente a casa il latte materno e trasportarlo, grazie alla cella frigorifera presente sul mezzo, alla Banca del Latte, nell’ospedale più vicino. Una catena pensata con accuratezza: dagli esami ematochimici gratuiti al kit di raccolta contenente un tiralatte manuale e i contenitori per la raccolta. (vedi articolo di Elisa Stefanati http://www.be-yonder.it/2015/11/contro-la-violenza-vince-la-generosita/)

cuoreL’amore tra un uomo e una donna non sempre risulta idilliaco. A volte non ci accorgiamo di come si vivono certi rapporti e ci si meraviglia quando fatti di cronaca ci mostrano situazioni familiari che rasentano la follia. In questo caso vi sono professionisti con curriculum di tutto rispetto come la criminologa Cinzia Mammoliti, che si sono messi al servizio di coloro che si trovano in situazioni di violenza psicologica subita dai rispettivi partner. A Milano è nato infatti il primo sportello Italiano per le vittime e un numero verde da contattare in caso di necessità: 848 808 838.

Si tratta di  un progetto che punta a riunire un pool di specialisti tra  forze dell’ordine, avvocati, magistrati, mediatori e psicologi per riuscire ad affrontare con la massima competenza  il problema della violenza psicologica subita da chi cade vittima del fenomeno Gaslight che prende il nome da un vecchio film dove il marito cercava di far passare la moglie per pazza e inadeguata: una forma di violenza psicologica che fa leva sulla distorsione percettiva, dei sensi e delle emozioni. Un fenomeno per nulla  raro e riscontrabile a tutti  i livelli sociali e culturali. (vedi articolo di Elisa Stefanati su  http://www.be-yonder.it/2015/12/i-killer-dellanima-a-milano-nasce-il-primo-sportello-italiano-per-le-vittime/)

la vera caritàQuesti sono solo due esempi di come anche oggi ci sono persone che mettono a disposizione del prossimo il loro tempo, le loro conoscenze e la loro professionalità per dare amore, gratuitamente e senza chiedere nulla in cambio. Al contrario di quello che sembrano volerci far credere, e cioè che in questo mondo non vi è più disponibilità gli uni per gli altri, che tutto va male, che nessuno fa niente per niente, noi vogliamo mostrarvi un’altra realtà. E non dobbiamo andare tanto lontano.

In ogni città ci sono persone che nel silenzio senza troppo chiasso operano nelle varie case della carità accanto ai religiosi e alle religiose per il bene di coloro che sono stati abbandonati dalla società, che non hanno più nessuno in grado di provvedere loro, che devono stare nascosti per evitare violenze o sono stati scacciati da casa. In ogni parrocchia ci sono persone che volontariatolavorano gratuitamente per preparare cibo ai senzatetto, per dare vestiario e alimenti a chi non ha sussistenza, che si occupa di aprire le chiese che altrimenti rimarrebbero chiuse e a volte vivono anche situazioni a rischio, ma tutto questo non fa chiasso, non fa notizia.

Per questo abbiamo voluto ricordarlo in un giorno in cui si parla solo di amore verso il partner, noi abbiamo voluto parlarvi di amore verso il prossimo, amore verso tutti!

Un grazie a tutti coloro che si adoperano in opere di volontariato e un invito a coloro che non l’hanno mai fatto a provarlo. Dare è molto meglio che ricevere, cura tante ferite, aiuta l’anima e il corpo. Non è mai troppo tardi per offrire tempo, esperienza e capacità per il bene altrui e magari scoprirai che non potrai più farne a meno. Provare per credere! 

Buon San Valentino a tutti!

Vittime delle Foibe

VITTIME DELLE FOIBE

10 febbraio 1947

Il Giorno del ricordo è una solennità civile nazionale italiana istituita per conservare e rinnovare «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».

Il giorno del ricordo, per commemorare le vittime delle foibe, è stato celebrato per la prima volta nel 2005 Si è scelta come data il 10 febbraio in ricordo del trattato di Parigi firmato nel 1947, che assegnava alla Jugoslavia l’Istria e la maggior parte della Venezia Giulia.

Le “foibe” sono delle spaccature verticali a strapiombo nelle rocce tipiche della regione Venezia Giulia. Proprio in questi crepacci sono stati trovati i cadaveri di oltre 800 persone che durante e dopo la II Guerra Mondiale erano state condannate a morte e gettate, alcune dopo maltrattamenti e sevizie ancora vive, dal Comitato Esecutivo Provvisorio di liberazione dell’Istria, istituito subito dopo l’annessione dell’Istria alla Croazia.

Per estensione i termini “foibe” e il neologismo “infoibare” sono diventati sinonimi di uccisioni che in realtà furono in massima parte perpetrate in modo diverso: la maggioranza delle vittime morì nei campi di prigionia jugoslavi o durante la deportazione verso di essi.

Questi eccidi commessi per motivi etnici e politici, dai partigiani slavi durante la Seconda Guerra Mondiale e poco dopo la fine, miravano ad una vera e propria pulizia etnica per il predominio sull’Adriatico orientale tra le popolazioni slave e italiane.

Tutti coloro che potevano essere considerati oppositori dello stato jugoslavo o semplicemente si consideravano ancora italiani, venivano eliminati.

Con l’Operazione Nubifragio nel 1943 i tedeschi riuscirono a prendere il controllo della Venezia Giulia facendo scappare i partigiani presenti nella zona. Solo dopo la loro dipartita furono trovati i cadaveri delle vittime, anche se il massacro degli innocenti non era comunque terminato.

Sempre a causa del desiderio di espansione territoriale e di supremazia l’OZNA, la polizia segreta jugoslava, continuava a mietere vittime a Trieste, Gorizia, Istria e Fiume. Ormai tutti potevano essere considerati nemici dello stato, fossero rappresentanti del fascismo o al contrario esponenti di organizzazioni partigiane o antifasciste e cattoliche, ufficiali o funzionari pubblici, rappresentanti dell’alta dirigenza italiana, sloveni o croati anticomunisti, cittadini italiani di nazionalità croata o slovena: tutti coloro che avrebbero potuto opporsi all’occupazione slava erano potenziali nemici e quindi obbiettivi da eliminare.

Il numero delle persone coinvolte in quest’orrore non fu mai precisato in quanto mancava la documentazione necessaria, molti archivi anagrafici erano stati volutamente bruciati. Si stima comunque che il numero complessivo delle vittime sia compreso tra i 5.000 e le 11.000 persone.

Solo dagli anni novanta si iniziò a comprendere e a cercare testimonianze. Si venne così a conoscenza di torture disumane e barbare che non si limitavano a stupri e lesioni interne ma arrivavano all’amputazione degli organi genitali, del naso e delle orecchie per renderli irriconoscibili. Alcuni venivano legati ancora vivi con fil di ferro a dei cadaveri prima di essere gettati nelle foibe e sopra di essi veniva messa la carcassa di un cane nero che secondo una credenza popolare avrebbe impedito ai morti di tornare a tormentare i vivi. Coloro che avevano assistito o visto queste violenze non si azzardavano a parlare, la paura, anzi il terrore aveva impedito di dare una dignità a questi corpi.

I figli e i nipoti delle vittime, sopravvissute all’esodo o alla pulizia etnica sono ancora oggi più che mai desiderosi di mantenere vivo il ricordo dei loro cari e testimoniano nelle scuole e nelle università le atrocità commesse in questo terribile dopoguerra.

Al Giorno del ricordo è associato il rilascio di una medaglia commemorativa destinata ai parenti delle persone soppresse e infoibate in Istria, a Fiume, in Dalmazia o nelle province dell’attuale confine orientale dall’8 settembre 1943 al 10 febbraio 1947.

In quanto solennità civile, è obbligo, per gli edifici pubblici esibire il tricolore.

La cosa più triste è che, nonostante la ricerca scientifica abbia, fin dagli anni novanta del XX secolo, sufficientemente chiarito gli avvenimenti, la conoscenza dei fatti nella pubblica opinione permane distorta e oggetto di confuse polemiche politiche, che ingigantiscono o sminuiscono i fatti a seconda della convenienza ideologica.

Per quel che ci riguarda desideriamo soffermarci solo sulle vittime, senza pensare al loro orientamento politico/religioso/nazionalista, ogni uomo che viene privato della sua libertà di pensiero nonché della vita è un’anima unica, inimitabile e irripetibile. Purtroppo nel mondo non sono cessate le violenze e i soprusi di chi si sente in diritto di decidere della vita altrui. Rivolgiamo dunque una preghiera a queste anime e a quelle che ogni giorno subiscono violenza e morte per gli stessi ideali.

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Fonti varie

Gianluca Firetti

GIANLUCA FIRETTI

Giovane laico (1994 – 2015) 30 gennaio

Gianluca Firetti, perito agrario, calciatore, nel dicembre 2012, a 18 anni, si ammala di tumore. Tutto, nella la sua vita, cambia: il rapporto con Dio, con la famiglia e con gli altri. Accetta la sua situazione e racconta in un libro la sua profonda esperienza di cristiano, mostrando come, nella lotta, si diventi pienamente uomini.

In fondo – come ho detto con mio fratello ieri sera – noi siamo fatti per il Cielo. Per sempre. Per l’eternità”. Con queste parole Gianluca sintetizza l’estrema maturazione che ha vissuto nel corso di due anni di malattia, di una terribile malattia che non perdona, un osteosarcoma.

Gianluca, per gli amici Gian, è nato a Sospiro (CR) l’8 Settembre 1994, secondo figlio di Luciano e Laura, è un figlio, un fratello, un bambino, un ragazzo come tutti gli altri, si impegna a scuola, ama il calcio, tanto da intraprendere la strada del calciatore, una storia normale, niente di che, come tanti, come sempre. Nel Dicembre 2012, durante una partita, la malattia si manifesta con un pizzico, un dolore alle gambe, ma in breve peggiorerà, la diagnosi è infausta, non sono molte le speranze, nonostante gli sforzi dei medici.

Durante la malattia l’incontro con Gesù, Gian si rivede in Cristo, diventa l’alter Christus Patiens, è la vita che si manifesta nella sua pienezza proprio quando sta per finire. Tramite amici comuni incontra don Marco D’Agostino, con lui parla del Signore, diventa lampada per quel sacerdote da 20 anni, che si converte dinanzi a un ragazzo che ha meno della metà dei suoi anni. E con don Marco scrive un libro, il suo libro, la sua vita in poche pagine, in un alfabeto, è così che Gian si presenta al mondo proprio quando parte per giungere al Cielo.

Lasciamo parlare don Marco:

“Comincerò dalla “A” di accoglienza. La mia storia con Gian è iniziata così. Preoccupato di che cosa dovevo dirgli, di come presentarmi a lui, dopo che aveva chiesto di vedermi, di quanto fermarmi in casa con lui, sono uscito lavato e purificato dalla sua stessa presenza. Da subito, quella sera, con una fetta di torta e tè, soprattutto dalle sue parole e dal suo sguardo profondo, mi sono sentito subito “di casa”. Gian è stato di una semplicità disarmante, pari a quel bambino evangelico, simbolo del Regno, che sa proporsi così com’è, senza schermi o difesa.

E chiedeva a me nient’altro se non di stare, davanti a lui, così come anch’io ero. Senza la preoccupazione del colletto, dell’uomo di Chiesa, del cosa dire, del come dirlo, di quali argomenti affrontare per primi. Senza la corazza di chi si tiene a distanza. Gian è stato capace – settimana per settimana – di aprire sempre di più il rubinetto del suo cuore. Da quel deposito, apparentemente sopito, ha saputo spillare il vino buono, per l’ultima parte del suo banchetto nuziale. Gian ha aperto, anzitutto la porta del suo cuore. E da lì, da quell’entrata particolarmente intensa e ricca, ha permesso a Dio, in primo luogo, ma anche a me e a tanti altri di entrare.

Ha consegnato, gradatamente, la chiave del suo cuore, fidandosi ciecamente che, chi gli voleva bene avrebbe saputo aiutarlo, in ogni modo, qualunque cosa fosse capitata. Anche il peggio. Ha deposto la sua vita in mani, cuori, presenze accoglienti. I suoi genitori e suo fratello prima di tutto. Ma anche amici, preti, volontari, medici e infermieri.

Ha contagiato tutti quanti con la sua malattia più grave: l’amore. La sua accoglienza sembrava predicare un affidamento della vita – la sua – che, già così fragile, si avviava – e lui ben lo sapeva – verso un’inesorabile discesa. Ma era come se il tramonto dovesse diventare una nuova alba. Come se, al tempo mancante, supplisse una forza interiore tale da moltiplicare l’intensità degli incontri, la comunione d’intenti, lo scambio d’impressioni.

Per questo non perdeva tempo, non tentennava, non si annoiava, ma viveva tutto, dalla celebrazione eucaristica in casa alla visione di un film, dallo scambio d’impressioni con amici ad una merenda ad una cena intorno al polletto grigliato con le patate, con grande intensità. Nell’accogliere Dio, le persone, la vita, la stessa malattia Gian “rubava” ai suoi amici la loro voglia di vivere, si nutriva della mia poca fede, la sollecitava, desiderando essere nel cuore e nelle preghiere di molti.

Non da subito e non tutto in un momento. Eppure, incontro dopo incontro, cresceva il suo desiderio di vivere e, paradossalmente, questo si realizzava con la sua consapevolezza di morire. “Don, sto morendo. Che cosa mi attende? Quale sarà la mia ricompensa? Gesù mi sta aspettando?”. Ho avuto la sensazione che anche la morte non lo abbia colto di sorpresa. Tutt’altro.

Lui è stato accogliente, anche verso questa “sorella” così scomoda. Abbiamo potuto scrivere insieme un libro perché lui ha dato a me e a tanti ragazzi e giovani la grazia di sentirci accolti. In questo grado d’intimità interiore – è la prima volta che uso questo termine – ha fatto scaturire, da lui e da me/noi, sentimenti e pensieri che spingono ad una conversione all’accoglienza della vita stessa, qualunque essa sia, perché è dono, di Dio e dei nostri genitori.

Nella vicenda di Gian ho, poi sperimentato più volte la “E” di essenza. Lui, spogliandosi, giorno dopo giorno, apparendo in tutta la sua fragilità e dolore, ha raggiunto il centro, il succo della vita umana e cristiana. La sofferenza lo ha maturato e purificato. Fortemente. Lo ha reso una roccia sulla quale costruire, appoggiarsi, confrontarsi. E non una volta per tutte, ma ogni giorno, ogni momento. Gian ha saputo essere un atleta della vita.

Scrivendo a Papa Francesco – lettera che ricevette la telefonata del segretario personale del Papa il 18 dicembre 2014 – aveva detto che era in ospedale a “lottare”. La vita lo ha messo in condizione di entrare in guerra. E, nonostante momenti difficili di afflizione e di scoraggiamento, ogni giorno, quando si svegliava, ricominciava la sua lotta. Per questo ha avuto bisogno di un’arma come la fede. In questo combattimento si è allenato, silenziosamente. Perché Gian era un ragazzo semplice, pulito, servizievole, di buone relazioni a scuola e all’oratorio, nella sua parrocchia di Sospiro, in casa.

Il miracolo degli ultimi mesi della sua malattia non è stato quello della guarigione. Forse questo sarebbe stato più eclatante. La notizia della sua vicenda – che il libro Spaccato in due contiene in tutta la sua freschezza e verità – ci restituisce un Gian che sa affrontare la vita prima della morte e sa leggere, con gli occhi della fede, una malattia e un dolore dei quali diventa non amico, ma padrone.

Gian non è morto disperato, ma affidato. Non se n’è andato sbattendo la porta, ma incamminandosi. Non ha chiuso l’esistenza imprecando per un buio che non si meritava, ma desiderando un incontro con la Luce del mondo, appena contemplata nella gioia del Natale. Il miracolo vero è stato, per Gian, comprendere il “perché” di quella condizione così umanamente sfavorevole per lui e per la sua famiglia e leggerla con gli occhi della fede. Bisognoso di tutto, da un punto di vista fisico – e infermieri e volontari sanno con esattezza quanto bene ha fatto a ciascuno di loro l’incontro con Gian! – da un punto di vista spirituale risplendeva da dentro.

Quegli occhi “accesi” erano veramente la sua luce. Segni di una Presenza che sapeva illuminare anche la croce, perché già sperimentata al Calvario, duemila anni fa. Debole e fragile intuiva che quel peso, sulle sue giovani spalle, l’avrebbe potuto sopportare solamente con una medicina che non poteva essere quella prescritta dall’ospedale.

La sua fede, declinata in apertura d’animo, preghiera, accoglienza del progetto di Dio, amicizia condivisa a più livelli, celebrazione dei sacramenti, consigli che dava ai ragazzi giovani come lui, è stata l’arca di salvezza sulla quale ha potuto vivere nella tempesta della sua malattia.

Quando alla fine del 2012 l’ospedale gli ha comunicato la sentenza del suo tumore egli ha dovuto decidere di diventare un vero uomo. Non in un colpo. Giorno per giorno. Ma senza mai tornare indietro. Proprio perché è cresciuto come uomo, la fede ha trovato un terreno fecondo su cui germogliare. Io ho avuto la grazia – non saprei diversamente come chiamarla – di gustare e comprendere come un ragazzo giovane che si lascia plasmare, incontrare e raggiungere da Dio e dai fratelli, possa crescere veramente di spessore.

Gian è cresciuto e ha fatto crescere. Aveva fede e l’ha fatta tornare agli altri. Era uomo di comunione e desiderava che ci si amasse. E lo diceva, lo scriveva su WhatsApp, lo manifestava. Quella di Gian, umanamente, è una storia di dolore. Evangelicamente, una storia di grazia e di bellezza. A soli vent’anni ha dimostrato che si può essere abitati da Dio e dagli uomini” (don Marco D’Agostino in: La Croce Quotidiano).

Gian muore all’ospedale di Cremona il 30 Gennaio 2015, lasciando al mondo una delle più belle testimonianze di fede e di fiducia nel Signore. Nell’introduzione al suo libro scrive: “In questo libro mi ritroverai, in ogni pagina. E io troverò te. Sento che, in Dio, siamo già amici”, ed è proprio così.

L’esperienza di questo giovane, rubato alla terra per rendere il Cielo ancor più bello di quello che è, non è stata una meteora in una fredda notte di fine gennaio, la sua luce continua ad illuminare chiunque lo incontra nelle parole del libro, nella voce dei suoi amici, nella testimonianza di don Marco, nell’amore dei suoi genitori e di suo fratello.

Gian vive oggi più di prima, il suo nome, i suoi occhi pieni della vera Gioia, il suo sorriso contagioso ha varcato le soglie della sua casa di Sospiro per raggiungere tanti ragazzi e ragazze come lui, ma anche tanti adulti, che conoscendolo si innamorano della splendida, semplice bellezza del suo cuore. Gian, per un caso del destino, è divenuto come un sospiro, come quella “brezza di vento leggero” che, dopo la tempesta, è segno della presenza di Dio.

Gian, amico mio, amico nostro, prega per noi.

 

Per approfondire: Per approfondire: Gianluca Firetti, Marco d’Agostino “Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca” San Paolo, Cinisello Balsamo 2015.

Don Marco D’Agostino, Gianluca Firetti. Santo della porta accanto, San Paolo, Cinisello Balsamo 2016.

Fonti: https://giovanisanti.wordpress.com/2016/04/04/gianluca-firetti-20-anni/http://www.santiebeati.it/dettaglio/96711

NOVENA A MARIA SS DI BIVONGI

NOVENA A MARIA SS DI BIVONGI

Reggio Calabria – Inizio 26 gennaio 

Si tratta di una novena davvero particolare ed unica in quanto viene cantata ogni giorno, in modo differente,  narrando le vicissitudini del popolo di Bivongi e della sua protettrice

La Novena a Maria SS Mamma Nostra di Bivongi è una preghiera dal carattere assai folkloristico. Per nove giorni consecutivi il popolo di Bivongi rivolgerà al cielo un vero e proprio colloquio che narra le vicissitudini che secondo la tradizione hanno legato il popolo di Bivongi al culto di Mamma Nostra.

Dopo la lettura di ciascun colloquio si recita la preghiera dell’Ave Maria. Questa è seguita da un canto popolare in quattro versi che riassume il contenuto del colloquio.

La Novena a Bivongi caratterizza il periodo di preparazione alla festa sia a settembre che a febbraio. A settembre la sua data d’inizio varia a seconda del giorno in cui cade la festa: sempre nove giorni primi del venerdì della festa (incluso). A febbraio la data d’inizio è fissa al 26 gennaio.

All’alba del suo primo giorno la Novena è annunciata dallo sparo di mortaretti nella Vallata dello Stilaro. In entrambe le occasioni la Novena è molto partecipata dalla gente del luogo e dei paesi vicini. Qui di seguito è riportata la versione tradizionale della preghiera.

Primo colloquio

Eccoci ai tuoi piedi, o Maria potentissima Regina, a tributarti l’omaggio della nostra riconoscenza. Tu sei la Vergine Madre di Gesù e noi come tale ti riconosciamo, ti crediamo, ti veneriamo. Ma sei Madre ancora di tutti i redenti e tale il tuo figlio Gesù ti proclamò dalla croce, quando, nella persona di Giovanni, ad ognun di noi disse: Ecco la Madre tua. A noi però hai dato continue prove di essere veramente Mamma Nostra, Mamma di noi Bivongesi, che con tutta devozione ti onoriamo in questa sacra immagine e ti invochiamo Mamma Nostra, affinché a noi sempre tenero volga il tuo materno sguardo. Ave Maria

Canto

Te invochiamo, O Mamma Nostra, Di Dio ancora Madre pura! Deh! Tu spiega maggior cura Ver noi figli a Te special.

Secondo colloquio

Noi ricordiamo, sapientissima Maria, il modo mirabile con cui, per mezzo del Padre Giuseppe Cretari, volesti rimanere in mezzo a noi mediante la tua sacra effigie, che egli portava con sé ovunque predicava le missioni; fu un segno veramente eccelso della tua predilezione per noi, che ti proclameremo sempre Mamma Nostra. Ah! Mamma Nostra carissima, eccoti il cuor nostro, in cambio del dono che ci hai fatto della tua speciale protezione. Madre, non dubitare del nostro amore. Tu volesti essere Mamma Nostra e noi vogliamo essere sempre figli tuoi, a costo ancor della vita. Il popolo di Bivongi sarà sempre il tuo popolo prediletto. Ma tu prega che questa nostra promessa non venga mai meno; fa che la nostra vita sia modellata sulla tua vita, e noi potremo essere riconosciuti come tui figli prediletti. Ave Maria

Canto

La tua imago portentosa Qui legarne ti piacesti Lorché Mamma a noi ti desti Di spontaneo tuo voler. 

n.d.r. Purtroppo non sono riuscita a trovare oltre ai canti la traduzione degli altri giorni e se qualcuno di voi riesce a fornirceli completeremo volentieri questa bella novena.

Fontihttps://it.wikipedia.org/wiki/Festa_di_Maria_SS._Mamma_Nostrahttps://soundcloud.com/vallata-stilaro/sets/novena-mamma-nostra-bivongi

ARTICOLI COLLEGATI

MARIA SS MAMMA NOSTRA

Abbè Pierre

ABBÈ PIERRE

Henri-Antoine Grouès (1912 – 2007) 22 gennaio

Fondatore dei Compagnons d’Emmaus è stata la personalità più amata e universalmente apprezzata. Tutto nasce dall’incontro con un assassino parricida, disperato e alcolizzato, che vuole suicidarsi, non gli offre soldi, ma gli dice vieni e aiutami…

La Francia gli conferisce la Legion d’onore. Deputato all’Assemblea nazionale, ha un dialogo serrato e conflittuale con il potere. Si dimette per dedicarsi ai poveri. Per tutta la vita si batte con vigore contro le ingiustizie della società opulenta. Ha le sue debolezze e commette errori, ma ne assume tutta la responsabilità.

L’apostolo dei rifugiati e dei senzatetto

Il gennaio 1954 fu particolarmente gelido a Parigi e in tutta la Francia. A inizio mese l‘abbé Pierre aveva sepolto un bambino morto di freddo. Nonostante girasse tutte le notti a raccogliere i clochards che dormivano all’aperto, in un inverno a meno 15 gradi, a fine mese seppellì una donna di 66 anni morta assiderata. Il mattino del 1 febbraio 1954 lanciò da Radio Luxembourg il celebre appello: «Mes amis, au secours! Amici miei, aiuto, una donna è morta di freddo questa notte alle 3 sul marciapiede di boulevard Sebastopoli. In mano stringeva l’ordine di sfratto, l’avevano cacciata dalla sua casa». Il centralino dell’emittente è intasato dalle telefonate: la gente offre vestiti, soldi, ospitalità. E la scintilla che scatena “l’insurrezione della bontà” e che abbatte il muro d’indifferenza ed egoismo. L’abbé Pierre entra nel cuore dei francesi.

Cinquantatré anni dopo, alle 5,25 del 22 gennaio 2007, il grande cuore del “prete della spazzatura”, 94 anni, si spegne all’ospedale Val de Grace di Parigi, dove era ricoverato dal 15 gennaio per un’infezione polmonare.

“Icona” del coraggio, “curato dei poveri”, interprete della solidarietà umana e della carità cristiana, pellegrino infaticabile, apostolo dei senzatetto e dei rifugiati, per più di mezzo secolo è l’uomo simbolo del cattolicesimo francese, una figura controversa, controcorrente, popolarissima. Gli occhi mansueti e brillanti come carboni ardenti, il volto scavato, il basco nero di traverso, la barbetta rada, una cintura di cuoio su una talare consunta, le scarpe deformate, un mantello di lana (“la pellegrina”) sulle spalle, un bastone di legno grezzo. Per anni il fondatore dei Compagnons d’Emmaus è la personalità più amata, ma un giorno prende il telefono e chiede di non essere più inserito nella “Top 50”: «Sono troppo vecchio». La République gli conferisce la Legion d’onore.

Henri-Antoine Grouès nasce il 5 agosto 1912 a Lione in una famiglia numerosa: «Eravamo otto bambini. Nostro padre, nonostante la cattiva salute, la domenica scompariva: scoprimmo che incontrava la gente più povera e bisognosa di Lione. Mio padre e i suoi amici, uomini agiati, si improvvisavano parrucchieri e portavano vestiti ai poveri. Ho capito quali atti rendono cristiana la vita e ho scoperto il Vangelo».

Il padre Antoine, fervente cattolico e membro di un ordine ospedaliero, influenza l’adolescenza di Henri che, folgorato dall’esempio di Francesco d’Assisi, a 18 anni rinuncia alla propria parte di eredità e nel 1931 entra novizio tra i Cappuccini, emette i voti e nel 1938 è ordinato sacerdote.

Partecipa alla Resistenza

Durante la seconda guerra mondiale è cappellano in Marina. Dal 1942 dalle montagne di Grenoble, la diocesi in cui si incardina dopo aver lasciato i Cappuccini, partecipa alla Resistenza contro l’occupazione nazista, aiuta molti a fuggire in Svizzera: ebrei, perseguitati politici, partigiani che lo ribattezzano “abbé Pierre”. Salva tanti bambini e porta sulle spalle il fratello del “generalissimo” Charles De Gaulle, malato e ricercato dalla Gestapo. Membro della Costituente, deputato all’Assemblea nazionale nel Movimento repubblicano popolare (Mrp), fondato dai partigiani cristiani, ha un dialogo serrato e conflittuale con il potere. Nel 1951 si dimette per dedicarsi ai poveri. Nelle discariche di Parigi offre ai disperati un aiuto, lavora con loro nella raccolta e selezione di stracci, abiti, carta, bottiglie, ferro, oggetti di ogni genere – la “raccolta differenziata” ante litteram da rivendere.

Nel 1949 fonda le Comunità Emmaus. Tutto nasce dall’incontro con Georges, un assassino parricida, disperato e alcolizzato, che vuole suicidarsi: «La tua storia è sfortunata ma non posso fare nulla per te, il mio stipendio di deputato è speso per soccorrere le famiglie che vivono negli scantinati. Ma prima di ucciderti, vieni ad aiutarmi». Georges lo segue, il seme è gettato: «Avevo un locale, ho messo l’insegna Emmaus». Rispetto al primo gruppo di “straccivendoli” a NeullyPlaisance, a nord di Parigi, oggi Emmaus conta 120 comunità in Francia, una decina in Italia, 450 in altri 37 Paesi, e Oltralpe gestisce ogni anno 120 milioni di euro. Dal 1971 è un’istituzione caritativa internazionale che opera soprattutto in Africa e in America Latina.

Uomo d’azione, per tutta la vita si batte con vigore, tenacia e insistenza contro le ingiustizie della società opulenta, contro l’abbandono dei deboli, contro l’emarginazione dei poveri, per dare una casa ai senzatetto, dignità agli immigrati sans-papiers, amore ai poveri. Sferza con parole di fuoco l’Occidente ricco e sprecone; gira il mondo e viene spesso in Italia: «La nostra epoca mostra più delle altre che il vero modo d’impiego della vita è vivere la condivisione. L’uomo è legato a Dio dalla sua libertà che gli permette di amare. Non basta dire “sono libero”, se questa libertà non è realizzata nell’amore». Con Madre Teresa di Calcutta è il simbolo della carità e della solidarietà, conosciuto e stimato anche dai non cristiani. Il nunzio a Parigi Angelo Giuseppe Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII, lo invita in nunziatura e lo chiama “il mio carbone ardente“.

In Vaticano gode la stima del sostituto della Segreteria di Stato monsignor Giovanni Battista Moritini, futuro papa Paolo VI. Il dottor Albert Schweitzer, luterano e medico dei lebbrosi in Africa, gli scrive: «Tu hai l’enorme privilegio di predicare con i fatti, le parole sono un accompagnamento in sordina». Il I febbraio 2004 lancia un nuovo j’accuse: «Viviamo in una nazione ricca nella quale 3,7 milioni sono sotto la soglia della povertà, 3 milioni hanno seri problemi di casa, ci sono milioni di disoccupati. Smettetela di sentirvi impotenti davanti alle sofferenze e non delegate ad altri o allo Stato. Usciamo dal torpore che ci distrugge. Passiamo all’azione. Trasformiamo i volti anonimi della miseria in uomini e donne che ci aiutino a dare un senso alla nostra esistenza».

Un carismatico, ma anche realista

Apostolo e carismatico, ma realista. A 90 anni ammette: «Penso che il divario tra ricchi e poveri esisterà sino alla fine del mondo. E il risultato della fragilità umana, dei nostri peccati ed egoismi, delle nostre ambizioni che ci portano a sfruttare gli altri e a calpestarli». Ha le sue debolezze e commette i suoi errori. Nella Chiesa attraversa momenti difficili per l’indipendenza di giudizio, l’ostinazione, le provocazioni scomode, le polemiche con la gerarchia, l’estrema sincerità.

Nel libro del 2006 Mio Dio… perché? (Garzanti libri, pp. 92, € 10,00) rilancia i perenni interrogativi che scuotono l’uomo: «Ho 93 anni, e la mia fede si fa sempre più interrogativo: mio Dio perché? Perché il mondo? Perché l’esistenza umana? Perché tanta sofferenza? Perché i deboli devono sempre soccombere? Perché siamo ostaggio del male?».

Confida di aver avuto, da prete, rapporti sessuali con una donna: «Mi è capitato di cedere al desiderio sessuale in modo passeggero. Ma non ho avuto mai un legame regolare, perché non ho lasciato che il desiderio sessuale prendesse radici. Questo mi avrebbe portato a vivere una relazione duratura con una donna: ciò era contrario alla mia scelta di vita. Ho conosciuto l’esperienza del desiderio sessuale e del suo rarissimo soddisfacimento che è stato sorgente di insoddisfazione. Per essere pienamente soddisfatto, il desiderio sessuale ha bisogno di esprimersi in una relazione amorosa, tenera, fiduciosa».

Si dice favorevole al sacerdozio delle donne, al riconoscimento delle coppie omosessuali, e non contrario ai preti sposati, ma aggiunge: «Senza celibato non sarei stato in grado di rispondere a tutte le richieste cui Dio mi ha chiamato. Se fossi stato padre di famiglia, con la responsabilità che comporta, quello di cui sono stato strumento, non avrei potuto realizzarlo». La Francia gli ha reso l’ultimo saluto venerdì 26 gennaio 2007 nella cattedrale di Notre Dame a Parigi. La salma è stata sepolta nel cimitero di Esteville in Normandia.

Autore: Pier Giuseppe Accornero

Fonti: Vita Pastorale;  http://www.santiebeati.it/dettaglio/93394

 

Luca Passaglia

LUCA PASSAGLIA

Fanciullo (1999-2004) 21 gennaio 

Difficile accettare la perdita di un figlio, specialmente quando questo ha soli 5 anni, ma questi genitori che proprio grazie a lui avevano intrapreso un cammino di fede serio e profondo, hanno donato a tutti noi una luce che ora non si spegnerà più.

Luca Passaglia nacque a Pavullo nel Frignano (MO) il 29 marzo 1999, alle nove del mattino, da Andrea, rappresentante in ceramica, e Teresa Casertano, casalinga, sposatisi il 10 novembre 1996. Per ammissione della stessa Teresa, i due inizialmente presero molto alla leggera il fidanzamento, ma poi ne compresero l’importanza. Un aiuto in tal senso fu loro fornito dalla Fraternità di Nazareth, una comunità monastica fondata dal sacerdote don Domenico Machetta, autore, tra l’altro, di numerosi canti religiosi, e di suor Luisa Salice.

L’attesa del primo figlio fu una delle difficoltà dei primi anni di matrimonio. Un saggio Cappuccino, padre Arcangelo, consolò la giovane moglie di Andrea: «Il Signore ti vuol far capire in questa attesa che il figlio che ti donerà apparterrà prima a Lui che a te». Nel luglio 1998 scoprì finalmente di essere incinta: la sua prima reazione fu correre nella chiesa di San Pietro a Fondi, dov’era in villeggiatura, e affidare il nascituro alla Vergine Maria.

Luca venne al mondo dopo un parto lievemente difficile e fu sistemato in un’incubatrice. Il giorno di Pasqua, però, lui e la madre furono dimessi. Venne battezzato da don Domenico il 31 maggio a Baldissero Canavese; tornato a casa, fece il suo primo sorriso spontaneo.

 

La fede che i coniugi Passaglia vivevano era diventata una “vita a tre”: ogni sera avevano un piccolo momento di preghiera comune. Nel corso delle passeggiate mattutine, la madre portava Luca in chiesa, per una visita a Gesù nel Santissimo Sacramento; da quando ebbe dieci mesi, invece, gli fece prender parte alla Messa domenicale, che il piccolo seguiva in silenzio. Pregava dapprima a modo suo, poi con le formule tradizionali, appena le imparò (le sue preferite erano la Sequenza allo Spirito Santo, che sapeva per intero, e la Salve Regina) sia recitate sia in canto.

Il suo sviluppo, per il resto, era quello di un bambino comune: gli piaceva giocare con le costruzioni e con un piccolo aspirapolvere, col quale fingeva di aiutare la madre nelle pulizie di casa. Amava anche disegnare e prendersi cura, per quel che poteva, del fratello Giovanni, nato nel 2001.

La sua vita cambiò la sera del 22 maggio 2002, quando iniziò ad avvertire dei dolori alle gambe e non riusciva a camminare. I genitori decisero di fargli avere l’Unzione degli Infermi, mediante il cappuccino padre Nazzareno. Una visita specialistica a Torino fornì la diagnosi: il bambino era affetto da una forma molto rara di neuroblastoma infantile all’ultimo stadio. Lo sconvolgimento che prese Teresa e Andrea fu sostituito, col tempo, dalla decisione di “dire sì al Signore”, per usare le medesime parole scritte da lei.

Luca Passaglia

Le cure, a cui Luca reagiva bene, lo tennero in ospedale per nove mesi. Era molto debole e sopportava a fatica l’essere circondato da estranei vestiti con abiti protettivi e mascherine, almeno finché non capiva che operavano per il suo bene. Si alimentava solo con succhi di frutta e latte con miele, tanta era la nausea che lo prendeva, di cui però non si lamentava mai, anzi, manteneva la grande dolcezza di sempre.

Operato al surrene destro, dove si era annidata la massa tumorale, si riprese in breve tempo. Ad un tratto, poco dopo l’operazione, si rivolse a Teresa: «Mamma, Gesù ci ascolta! Dillo un po’». Lei dovette ripetere la frase per tre volte. Durante la malattia Luca si rivolgeva spesso al suo amico Gesù e alla Madonnina per riuscire a sopportare il dolore. Spesso pregava spontaneamente il suo angelo custode per gli altri bambini ricoverati.

Nella primavera del 2003 venne dimesso da Torino, ma il responsabile delle cure avvertì i Passaglia della possibilità di una recidiva. Su consiglio dei medici di Modena, decisero di iscrivere Luca all’asilo, anche se per farlo dovettero cambiare casa, dato che l’unica struttura che poté accoglierlo, la scuola materna parrocchiale di Levizzano Rangone, era lontana dalla precedente abitazione di Pavullo.

Nei fine settimana, tutti insieme presero a visitare dei luoghi significativi di pellegrinaggio: degno di nota è il viaggio a Roma, con tappa presso Santa Croce in Gerusalemme, presso la tomba della Venerabile Antonietta Meo. Teresa, infatti, si era spesso rivolta a colei che i devoti chiamano “Nennolina”, durante il periodo di degenza, in nome dell’affinità spirituale col suo caso. Luca intanto cresceva e si mostrava sempre più intelligente: apprese a memoria le tabelline e imparò a scrivere brevi pensierini sia a mano che con la macchina da scrivere.

Una notte, nell’ottobre 2003, il piccolo si svegliò urlando. Di lì a venti giorni venne nuovamente ricoverato: aveva dolori nelle braccia e nelle spalle, poi gli si gonfiarono gli occhi e la fronte, dato che le cellule tumorali erano localizzate lì. La mamma provò ad insegnargli come offrire la sua sofferenza sulla scorta dei pastorelli di Fatima. Forse ci riuscì, dato che Luca, in una sua letterina, si espresse così: «Vado in ospedale a offrire a Gesù».

Intorno al 10 gennaio 2004 peggiorò: ebbe problemi respiratori, ma accettò di buon grado di indossare la maschera respiratoria. Nove giorni dopo, i medici non gli diedero più di due settimane di vita. La madre accusò il colpo con una forte emicrania: al vederla star male, il bambino, ormai agonizzante, si sforzò di recitare ad alta voce il Padre nostro, l’Ave Maria e il Gloria al Padre.

Il 20 gennaio a Luca furono amministrati, per mano di don Domenico Machetta e dopo aver ottenuto i necessari permessi dall’Arcivescovo di Torino e dal Vescovo di Ivrea, i Sacramenti dell’Iniziazione Cristiana.

Di lì a poco, fu chiaro a tutti che la morte stava arrivando. Il bambino aveva un ultimo invito per i suoi genitori ormai stanchi: «Pregate il Rosario». L’indomani mattina, 21 gennaio, memoria di Sant’Agnese, Luca lasciava questa terra per entrare nella gioia eterna del Paradiso. Si potrebbe pensare che, nel momento in cui chiudeva gli occhi, si sia rivolto al Signore con le parole che la mamma udì spesso dalla sua bocca e che pose come titolo alla piccola biografia da lei scritta, ormai fuori catalogo: «Gesù, fai la nanna vicino a me».

Nell’omelia per la Messa di trigesimo, presso la Fraternità di Nazareth, don Domenico si espresse così: «Ora lo abbiamo riconsegnato a Te per riaverlo per sempre».

Autore: Emilia Flocchini

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/95813

 

Tarcisio Cavara

TARCISIO CAVARA

Adolescente (1940-1954) 15 gennaio

A 13 anni scrive: “Volevo essere sacerdote, ma il Signore non mi ha ritenuto degno di servirlo, ha un altro progetto per me. Io offro tutte le mie sofferenze, la mia vita, la mia morte, ormai vicina per loro, per tutti i sacerdoti, affinché siano santi e apostoli

Ridente paese sull’Appennino tosco-emiliano, Castiglione dei Pepoli (Bologna) gli diede i natali, il 7 maggio 1940. La mamma, Armida Rapezzi e il papà Gaetano Cavara, crescevano nella fede e nella vita cristiana, altri due figli: Maria, la maggiore, e Sergio. Al battesimo, amministratogli, il sabato vigilia della Pentecoste, il piccolo fu chiamato Tarcisio, come il giovane martire dell’Eucaristia dei primi secoli cristiani.

A tre anni, Tarcisio Cavara già frequenta l’asilo del paese, tenuto da buone suore, rivelandosi subito un bambini intelligente e piuttosto precoce. Quando la sorella Maria, giovane dirigente dell’Azione Cattolica va a insegnare catechismo ai ragazzi della parrocchia, Tarcisio pretende che lo porti con sé. Impossibile liberarsene: bisogna accontentarlo.

In aula si arrampica su una sedia vicino alla sorella e se ne sta zitto e buono a ascoltare, attentissimo a imparare i bellissimi discorsi su Dio, su Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo e morto per noi, sui suoi comandamenti, sulla fuga dal peccato e sulla vita in grazia di Dio, sull’inferno da evitare, sul Paradiso cui siamo chiamati. Una grande gioia, prova in cuore, quando apprende la storia del suo santo protettore, S. Tarcisio, il ragazzo che, nell’antica Roma, mentre si recava in tempo di persecuzione, a portare Gesù Eucaristico ai cristiani condannati a morte, era stato bloccato da una marmaglia di giovani pagani che pretendevano di vedere “ciò” che teneva stretto al cuore, e lui preferì morire ucciso piuttosto che lasciare profanare da quelli il più prezioso Tesoro che abbiamo, il SS.mo Sacramento (250 d.C.).

Tarcisio Cavara promise che avrebbe amato senza fine Gesù Eucaristico, deciso e forte come il giovane martire Tarcisio.

Presto si scopre la sua bella voce, le sue capacità di recitare in modo incantevole. Ancora piccolo, spesso tocca a lui cantare in chiesa, dire un discorsetto davanti a Gesù Bambino nel presepio o a una autorità in visita al paese. A Castiglione, presto diventa assai popolare: tutti lo conoscono e lo apprezzano.

Gesù, immolato sulla croce per noi, Gesù che ripresenta il suo Sacrificio sull’altare nella S. Messa e rimane sempre con noi nel Tabernacolo, affascina Tarcisio in modo singolare. A 5 anni, è già chierichetto e serve all’altare in modo stupendo: tutto sembra più bello quando lui partecipa alle sacre celebrazioni.

Non sa ancora leggere e già conosce a memoria non solo le lodi popolari più belle, come “T’adoriam, Ostia divina”, ma i salmi dei Vespri della domenica da “Dixit Dominus Domino meo” a “In exitu Israel de Aegypto” e dell’Ufficio dei defunti. E’ straordinario vederlo con un gran librone in mano – che non sa leggere – impegnato a cantare, gli inni in latino come “Lucis Creator optime” o “Ave Maris stella”, alternandosi con il parroco e i cantori, in coro. Ma quando impara a leggere, “pretende” di leggere lui, in italiano, come lettore, “l’epistola” nella Messa, mentre il parroco la legge in latino.

Il 6 luglio 1947, Tarcisio, più contento di un re, si accosta per la I° volta a ricevere Gesù nella Comunione. Si era preparato frequentando il catechismo, con un intenso impegno a migliorarsi, con la Confessione accurata e fervente dei suoi peccati, il perdono di Dio. Da quel giorno davvero Gesù diventa il suo intimo Amico.

Dirà il suo parroco, don Ercole Lorenzini: “Ho conosciuto fin dalla sua infanzia Tarcisio Cavara e non l’ho mai perso di vista, anche perché frequentava giornalmente, mattina e sera la chiesa, essendo il più assiduo dei chierichetti. Ottimo, intelligentissimo, imparò presto a suonare l’harmonium. Speravo di avviarlo in seminario, ma Dio ha disposto diversamente“.

Dunque, Tarcisio, ogni mattina si reca alla Messa e vi partecipa con la Comunione; ritorna alla sera, in chiesa, per il Rosario alla Madonna e la benedizione eucaristica. Una gioia vederlo, guardarlo, immobile, in preghiera, in ginocchio alla balaustra o davanti al Tabernacolo, proprio lui che gode assai a giocare, vivace appassionato con i numerosi suoi piccoli amici.

Il 6 agosto 1950 – Anno Santo – la Cresima, dalle mani del Card. Nasalli Rocca, Arcivescovo di Bologna. Tarcisio diventa interessantissimo alle “cause più belle”: le Missioni, l’Università cattolica, la buona stampa. Si iscrive agli “aspiranti” dell’Azione Cattolica (di allora!), all’Apostolato della preghiera, alla Milizia dell’Immacolata. Si presta a raccogliere offerte per la chiesa e dà il suo piccolo contributo, frutto spesso di qualche rinuncia; conduce altri impegni al catechismo e agli incontri formativi in parrocchia.

Ha un forte ascendente sui compagni, per la bontà, la signorilità dei modi, la purezza: sì, la purezza, perché è questa virtù che rende davvero affascinanti. Con lui presente, non si può essere volgari e neppure grossolani: incute correttezza e rispetto. Gli altri lo ammirano, sentendolo recitare i versi che lui stesso compone, o cantare in chiesa o nelle recite a scuola, o suonare l’harmonium come un’artista. Tutto lo interessa e su tutto si informa: dai fatti dell’Anno Santo con Papa Pio XII protagonista, alla “guerra di Corea” nel 1952, all’alluvione in Olanda nel 1953.

Nulla lo intimidisce: davanti a persone sofferenti o in mezzo a fatti dolorosi, Tarcisio, nei suoi “verdissimi” anni, animato dalla fede, sa dire la parola giusta. Come davanti a comportamenti scorretti, non gli manca mai l’autorevolezza di dire la parola di luce e di rimprovero. Davvero, si sente in lui la presenza di Gesù vivo, del Quale si alimenta ogni giorno nella Comunione.

Si avvia verso l’adolescenza, con i primi turbamenti dell’età. Si apre solo con la mamma e con il sacerdote che lo guida, e si sente, per mezzo di loro, investito dalla luce e dall’amore di Gesù, che vince ogni turbamento. Continua, nel silenzio e nella preghiera, nel colloquio ancora più intenso con Gesù, il grande sublime Amico della sua vita, in fondo l’unico Vero Amico, a essere riservatissimo, limpido, di un candore luminoso. Lontanissimo dalle occasioni di peccato, siano letture, compagnie di coetanei o di adulti, o situazioni. Un piccolo angelo, circondato da singolare custodia dai suoi genitori (che fanno i genitori di oggi?). “La realtà più cara che ho al mondo – confida Tarcisio – è Gesù e basta!“. “Un giorno – dice – sarò sacerdote e salverò tante anime“.

A 11 anni, Tarcisio comincia a soffrire per uno scompenso cardiaco. Continua a studiare, alla scuola media, presente alle lezioni, anche quando gli costa sacrificio: “Devo riuscire… Voglio diventare sacerdote. Gesù mi guarirà“. Su di lui, però, ora si stende l’ombra della croce. Non servono né le cure premurose né la salubrità dei luoghi dove è portato né il riposo. Il medico alla fine di settembre 1953, riconosce, tra le lacrime: “È molto grave, occorre ricoverarlo all’ospedale e tentare l’impossibile“. Dovrebbe iniziare terza media, ma non ce la fa più a alzarsi dal letto. Vengono tutti a salutarlo, prima di essere ricoverato in una clinica di Bologna.

Non perde l’abituale serenità: “Quanta gente per me! Ma nemmeno se dovessi morire!“.

A Bologna si fa di tutto per fargli recuperare la salute, anche con cure pesanti e dolorose. Tarcisio scherza con i medici: “Signori, io non sono un campo di esperienze!“. Dal loro sguardo, comprende che cosa sta per succedergli. Si conquista la simpatia di tutti, dei medici e degli ammalati. Un medico dirà: “Aveva una grande bontà. Sopportava con eroismo sovrumano sempre pregando – le sofferenze che lo soffocavano e le cure tormentose che tentammo per salvarlo“.

Finché può, alla sera gioca con gli altri ammalati. Il dolore più grande lo confida alla mamma: “Sentissi, mamma, quante parolacce certuni dicono e come bestemmiano la Madonna e parlano male del Papa“. “E tu che fai? – gli domanda la mamma – “Dico loro che sbagliano a comportarsi così – risponde Tarcisio – che offendono il Signore, che andranno all’inferno. Allora, alcuni mi rispettano e mi ascoltano. Qualcuno mi ha detto: Sì, hai ragione, perché tu sei un angelo“. Ma questo non basta: io chiudo gli occhi e stringendo la corona sotto il lenzuolo, prego per riparare, per chiedere a Gesù perdono per loro e la loro salvezza“.

A volte sembra assopito e nessuno lo disturba. Ma, quando apre gli occhi, confida: “Dico tanti Rosari, per me e per tutti“. Anche all’ospedale, la Comunione diventa il centro della sua giornata, dedicando il tempo, metà per prepararsi, e metà per adorare e ringraziare, come sanno fare i santi. Da Castiglione, vengono tutti a fargli visita, carichi di regali. Ha un solo rimpianto: non poter essere a casa, per servire la Messa, all’Immacolata, a Natale, nelle feste più belle dell’anno.

L’8 dicembre 1953, Papa Pio XII inaugura l’Anno Mariano nel centenario del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria SS.ma (1854). Tarcisio lo sa e si affida alla Madonna, ricordando con nostalgia quanti fiori egli le portava al suo altare nella sua parrocchia: “Oggi, ho fatto tanti fioretti per la conversione dei peccatori“. “Volevo essere sacerdote, ma il Signore non mi ha ritenuto degno di servirlo, ha un altro progetto per me. Io offro tutte le mie sofferenze, la mia vita, la mia morte, ormai vicina per loro, per tutti i sacerdoti, affinché siano santi e apostoli“. Lo scrive anche, con le ultime forze che gli rimangono al S. Padre Pio XII, il quale legge di persona la sua lettera e gli risponde, come solo Lui sa fare.

 

All’inizio del 1954, Tarcisio si avvia dolcemente alla fine. Il cappellano della clinica lo confessa, gli porta Gesù-Viatico per la vita eterna, unge le sue membra con l’Olio santo degli infermi. Gli legge la lettera di Pio XII, giunta da Roma, che lo chiama “angelo mio” e lo benedice!

Alle prime luci del 15 gennaio 1954, Tarcisio Cavara rivolge il suo sguardo verso l’alto: sorride come a Qualcuno che gli viene incontro, con lo sguardo radioso. Gesù stesso, in persona, è venuto a prenderlo e ora fanno festa insieme. Ha soltanto 13 anni e 8 mesi.

Il 17 gennaio 1954, il funerale nella chiesa di Castiglione dei Pepoli è un trionfo: ci sono tutti, in un corteo interminabile e tutti vogliono toccare la sua bara bianca, tutti lo pregano come “il chierichetto santo”, il piccolo accolito che pensa di salire un giorno l’altare per celebrare il Santo Sacrificio della Messa e donare Gesù, Pane di vita eterna: Tarcisio Cavara, del loro paese, ma della razza immortale del piccolo grande S. Tarcisio, vergine e martire dell’Eucaristia.

Autore: Paolo Risso su http://www.santiebeati.it/dettaglio/95015

Francesco Besucco

FRANCESCO BESUCCO

Adolescente (1850 – 1864) 9 gennaio

Un giovane montanaro cuneese che leggendo la vita dei santi giovani di Don Bosco fece di tutto per raggiungerlo, con l’intento di diventare un santo sacerdote, ma a quanto pare, il cielo non poteva aspettare..

Non deve meravigliare se nell’approfondire la conoscenza di tante belle figure di ragazzi e adolescenti, che hanno vivacizzato sin dai primi tempi gli Oratori salesiani, si apprende che un certo numero siano morti in giovane età e per malattie allora inguaribili.

Nell’Ottocento la medicina non era ancora giunta alla conoscenza della patologia di tante malattie allora dilaganti, come la leucemia, setticemia, tubercolosi, malaria, ecc. né tantomeno alle cure appropriate con medicinali ancora da scoprire. La mortalità infantile e in giovane età, era molto elevata e l’aspettativa di vita era sui 50 anni se non di meno; l’assistenza al parto, la vaccinazione generalizzata, la penicillina, l’alimentazione costante, ecc. porteranno decenni dopo in Italia, soprattutto nel Novecento, ad un innalzamento della durata della vita, fino ai livelli di oggi che sono oltre i 70 anni.

Francesco Besucco è uno dei ragazzi dei quali lo stesso don Bosco ne scrisse la vita; nacque il 1° marzo 1850 ad Argentera, un paese montano della provincia di Cuneo situato a 1684 metri di altezza; i suoi genitori erano poveri, ma onesti e molto religiosi ed ai loro sei figli diedero un’educazione fortemente cristiana.

Appena fu possibile, Francesco cominciò ad aiutare i genitori nei lavori dei campi anche pesanti; desideroso di frequentare la scuola, potava andarci solo nel periodo invernale; comunque pur non dimostrando un grande ingegno, i risultati scolastici erano soddisfacenti grazie al suo impegno.

Il parroco del piccolo paese aiutava la numerosa e poverissima famiglia Besucco e adottò come figlioccio Francesco, dandogli cibo, vestiti e infondendogli l’amore di Dio.

Completata la terza elementare, ultima classe esistente nel paese, Francesco con l’aiuto del parroco che gli fece da insegnante insieme ad altri ragazzi, arrivò alla quinta classe necessaria per continuare gli studi.

Nei momenti liberi si immergeva nella lettura della vita dei santi; quando si recava al pascolo con le pecore portava con sé un buon libro; così poté leggere in pace e assimilare profondamente la biografia del ragazzo Michele Magone (1845-1859), uno degli oratoriani di don Bosco e la “Vita del giovinetto Savio Domenico” (1842-1857) scritte ambedue da s. Giovanni Bosco e sull’onda di quei racconti Francesco cominciò a sognare di essere come loro e di andare da don Bosco a Valdocco.

Ne parlò col parroco, il quale scrisse a Torino descrivendo il ragazzo come suo prezioso collaboratore nel fare il catechismo ai più piccoli, nel servire la Messa, nel fare da chierichetto per le funzioni in chiesa, nel frequentare assiduamente e con fervore i Sacramenti.

Don Bosco lo accettò e con il permesso dei genitori, Francesco arrivò a Valdocco – Torino, il 2 agosto 1863; il santo sacerdote così lo descrisse: “Vidi un ragazzo vestito a foggia di montanaro, di mediocre corporatura, d’aspetto rozzo, col volto lentigginoso. Egli stava con gli occhi spalancati rimirando i suoi compagni a trastullarsi”.

Francesco Besucco gli confidò che era venuto da lui per farsi santo come Domenico Savio e diventare sacerdote; nel contempo esprimeva tutta la sua gratitudine per il parroco che l’aveva tanto aiutato.

Frequentando i compagni del Collegio e dell’Oratorio, ne apprezzava tutte le qualità, desiderando di essere come loro; lui poteva solo raccontare le sue vicende di pastorello e spesso si esprimeva con proverbi e insegnamenti, provenienti dal suo mondo campestre e montano: “Chi guarda a terra come la capra, è ben difficile che il ciel si apra”; “Noi non siamo nati per dormire e mangiare come fanno le capre e le pecore, ma dobbiamo lavorare per la gloria di Dio e fuggire l’ozio che è il padre di tutti i vizi”.

Servizievole per natura, voleva per penitenza fare i lavori più umili, come riordinare il refettorio, trasportare la spazzatura, fare le commissioni ai compagni dell’Oratorio.

Nel freddissimo inverno del 1863-64, l’assistente di camerata non si accorse che Francesco evitava di coprirsi con coperte pesanti e nel gennaio 1864 si prese una brutta polmonite, che in sette giorni lo portò alla tomba, morì a Valdocco a 14 anni, assistito da s. Giovanni Bosco e sussurrandoGesù e Maria, a voi dono l’anima mia”.

Autore: Antonio Borrelli

Fontehttp://www.santiebeati.it/dettaglio/92312

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SAN GIOVANNI BOSCO
SAN DOMENICO SAVIO
MICHELE MAGONE

Robert Baden-Powell

Robert Baden-Powell

Fondatore degli scout (1857 – 1941) 8 gennaio

Sir Robert Stephenson Smyth Baden-Powell, è senz’altro una delle figure più benemerite nell’educazione della gioventù, che seppe indirizzare in modo singolare e consono ai giovani, alla scoperta di Dio e del libro magnifico della Natura, creata da Dio.

Robert Stephenson Smyth Baden-Powell, nacque a Paddington, un paese vicino Londra, il 22 febbraio 1857, sesto degli otto figli di un professore di geometria dell’Università di Oxford, il reverendo Harry Baden-Powelli e di Henrietta Grace Smyth, figlia dell’ammiraglio W.T. Smyth, donna di forte carattere e determinazione.

Robert quindi discendeva dal famoso pioniere delle Ferrovie, George Stephenson e da un avventuroso colonizzatore del Nuovo Mondo, il bisnonno Joseph Brewer Smyth. Quando aveva tre anni rimase orfano del padre; frequentò la “Rose Hill School” a Tunbridge Wells, dove fu premiato per il suo profitto, con l’ammissione alla scuola “Charterhouse”.

Pur non eccellendo nello studio, dimostrò una grande vivacità, sempre al centro delle attività ricreative, portiere della squadra di calcio della scuola, organizzatore di spettacoli entusiasmanti per gli studenti, appassionato nella costruzione di strutture fatte con la muratura e con il legno; inoltre aveva una inclinazione per la musica, ambidestro, suonava il pianoforte e il violino con un certo talento.

Nelle sue vacanze, amava dedicarsi all’avventura con i suoi fratelli; con la canoa risalì il Tamigi fino alle sorgenti; un’altra volta fece una spedizione in barca navigando lungo le coste del sud dell’Inghilterra; imparò ben presto l’arte della navigazione, mentre a scuola era molto forte in matematica. A 19 anni concluse gli studi liceali alla ‘Chaterhouse’, fallendo però gli esami di ammissione all’Università.

In un concorso di arruolamento, per diventare sottotenente di cavalleria, arrivò secondo, e nel 1876, Robert Stephenson Baden-Powell fu assegnato al 13° Battaglione Ussari di stanza in India, iniziando una prima importante esperienza di vita nel campo militare.

Prestò in India un eccellente servizio militare, tanto che a soli 26 anni era già capitano; in quel periodo, sempre per il suo spirito estroverso e incline all’avventura, conquistò il trofeo più ambito nell’India coloniale di allora, la caccia al cinghiale selvatico, a cavallo e come arma solo una corta lancia.

A 21 anni, ritornò in Inghilterra per un breve periodo di malattia; ristabilitasi dopo qualche mese, partì con il suo reggimento per l’Afghanistan, dove ebbe incarichi di grande responsabilitàm grazie alle sue doti di provetto esploratore e topografo.

La campagna militare in Afghanistan non ebbe successo, per cui nel 1880 gli inglesi ritornarono in India, a Muttra, dove Robert Baden-Powell incontrò McLaren, soprannominato “the boy”, che diverrà il suo più fedele amico per tutta la vita.

Negli anni dal 1880 al 1894, fu di stanza col suo reggimento “Dragoon Guards” nel Sud Africa; dove approfondì la conoscenza della popolazione Zulu, nella provincia di KwaZulu, traendone grande vantaggio per la sua specialità di esploratore.

Le sue capacità impressionarono i suoi superiori e ben presto venne trasferito nei Servizi segreti britannici; per questo viaggiò spesso travestito da collezionista di farfalle, nascondendo fra i disegni degli insetti, i documenti segreti militari.

Nel 1894 divenne ufficiale dei Servizi Segreti inglesi, nella base navale di Malta nel Mediterraneo; ma tre anni dopo nel 1897, all’età di 40 anni, col grado di colonnello comandante del quinto Dragoni, andò in Africa ad Ashanti (allora territorio della colonia britannica della Costa d’Oro, oggi del Ghana) per guidare la guerra contro l’ultimo asantehene, Prempeh (capo del popolo ashanti), che fece prigioniero.

Ritornato in Sudafrica, prima della guerra dei Boeri (discendenti degli antichi coloni olandesi), fu coinvolto in molte azioni militari contro gli Zulu; diventò dopo breve tempo il più giovane colonnello dell’esercito britannico e responsabile dell’organizzazione delle forze di frontiera, che dovevano supportare l’esercito regolare.

E fu in questo compito, che venne a trovarsi intrappolato nell’assedio di Mafeking nel 1899, ad opera dell’esercito boero, superiore di numero di ben 8.000 militari. In quest’occasione, si rivelarono tutte le doti organizzative e le particolari tecniche usate dal colonnello Baden-Powell, resistendo all’assedio per ben 217 giorni; furono realizzati falsi campi minati, e i soldati addestrati a dover evitare inesistenti recinti di filo spinato.

Istruì ed utilizzò un gruppo di ragazzi locali, al ruolo di vedette, porta-messaggi, facendoli passare anche attraverso le linee nemiche; Baden-Powell rimase impressionato dal coraggio e dalla generosità con la quale i ragazzi, espletavano gli incarichi ricevuti; purtroppo molti di loro persero la vita, durante le escursioni.

Nel frattempo veniva stampato e distribuito alle reclute, un suo piccolo manuale intitolato “Aids to Scouting” (“Suggerimenti per l’esplorazione”), un utile compendio per l’addestramento delle reclute all’esplorazione e a sopravvivere in ambienti ostili, grazie al proprio spirito di iniziativa; gli indigeni lo temevano tanto che gli diedero il nome di ‘Impeesa’ (“il lupo che non dorme mai”), per il suo coraggio e la bravura d’esploratore e l’abilità nel seguire le tracce.

Il 16 maggio 1900, terminò l’assedio, con la liberazione di Mafeking e finalmente la Gran Bretagna, angosciata per tutti quei mesi sulla sorte di soldati ed abitanti, tirò un sospiro di sollievo, celebrando l’evento con grandi manifestazioni di gioia ed entusiasmo. E Baden-Powell, promosso generale, divenne un eroe nazionale; dopo aver organizzato un servizio di polizia nazionale in Sudafrica, ritornò in Inghilterra nel 1903, con l’incarico di Ispettore Generale della Cavalleria.

Ritornato in Inghilterra, Robert Baden-Powell venne a conoscenza del successo avuto dal suo manuale “Aids to Scouting”, ormai utilizzato da insegnanti e da associazioni giovanili.

Dopo aver seguito una conferenza di sir William Alexander Smith, fondatore delle “Boys Brigades”, Baden-Powell prese la decisione di riscrivere il suo manuale di addestramento, per adattarlo ad un pubblico più giovane; dopo per verificare la praticabilità di alcune sue intuizioni, nel 1907 tenne un campo sull’isola di Brownsea con 22 ragazzi provenienti da varie estrazioni sociali. Il volumetto, dal titolo “Scoutismo per ragazzi” (Scouting for Boys), fu pubblicato nel 1908 in sei fascicoli, ottenendo una enorme vendita e diffusione in tutto il mondo.

Da ciò, ragazzi e ragazze spontaneamente presero a formare squadriglie e pattuglie, per provare le sue idee e così inaspettatamente il “Movimento Scout” divenne un fenomeno di massa, dapprima solo in Inghilterra e poi in campo internazionale.

Il nuovo Movimento non si mise in competizione con le esistenti Boy’s Brigades, ma crebbe in parallelo ed in amicizia e collaborazione; tra le frequenti grandi adunate e competizioni fra tutti gli scout, vi fu quella tenuta nel 1908 a Crystal Palace a Londra, dove Robert Baden-Powell, venne a sapere dell’esistenza delle prime ‘Girl Scouts’; ma egli piuttosto che inserire le ragazze nell’associazione dei Boy Scouts, preferì fondare nel 1910, il movimento parallelo delle “Girl-guides”, sotto il coordinamento della sorella Agnes Baden-Powell.

Nel 1910, su consiglio di re Edoardo VII, Baden-Powell, lasciò l’esercito, per dedicarsi esclusivamente a promuovere lo scoutismo; aveva ormai 55 anni, quando sul transatlantico Arcadia, che lo trasportava a New York, per uno dei suoi tour mondiali, incontrò Olave Soames, una ragazza di 23 anni, che diventerà sua moglie il 30 ottobre 1912.

Il loro fidanzamento fu un evento mediatico, per evitare la stampa, il matrimonio si celebrò in segreto; da tutto il mondo, ogni scout e ogni girl-guida, donò un penny per contribuire a comprargli un’auto come regalo di nozze.

Quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale nel 1914, il generale a riposo, si mise a disposizione dell’Esercito, ma non gli fu dato nessun incarico, ritenendo primari il suo compito e responsabilità, nel Movimento Scout.

Nel 1920 si tenne ad Olympia, Londra, il primo Jamboree mondiale, cioè un grande raduno di scouts e durante la cerimonia di chiusura, B.-P. fu acclamato all’unanimità “Capo Scout del Mondo”; nel 1922 fu nominato baronetto, diventando sir Robert Baden-Powell.

Ma la riconoscenza delle autorità inglesi e dei ragazzi e ragazze di tutto il mondo, continuò nel 1929, quando durante il terzo Jamboree, tenuto ad Arrowe Park a Birkenhead, nel 21° anniversario della pubblicazione di “Scouting for Boys”, il Principe di Galles lo nominò Pari d’Inghilterra, prendendo il titolo di Lord di Gilwell, dal nome del Gilwell Park, nella contea dell’Essex, dove aveva aperto nel 1919, il primo centro internazionale di formazione di capi scout.

Anche in questa occasione, gli scout di tutto il mondo, offrirono un penny ciascuno, per regalargli una Rolls-Royce e una roulotte, che lui usò per girare il mondo, diffondendo lo scoutismo.

Altre onorificenze, ben 28, le ricevette nel tempo da altri Stati; inoltre ebbe ben sei lauree ad Honorem, da prestigiose Università; scrisse più di 32 libri, che lo aiutarono a pagarsi le spese dei suoi numerosi viaggi; sotto la sua guida il Movimento Scout internazionale, crebbe numeroso, tanto che nel 1922 erano più di un milione di scout in 32 Paesi e nel 1939 erano più di tre milioni e trecentomila.

Anche la moglie Olave Soames, partecipò attivamente alla vita dei Movimenti fondati dal marito e nel 1916 era Commissaria di Contea delle Guide; Capo Guida nel 1918 e Capo Guida del Mondo nel 1930; re Giorgio V nello stesso 1930, le concesse il titolo di Gran Dama dell’Impero Britannico.

Contribuì fortemente allo sviluppo del Movimento del Guidismo femminile, visitando 111 Nazioni durante la sua vita; per 29 anni a fianco di sir Robert e dopo la sua morte, da vedova, per altri 36 anni; morì il 19 giugno 1977 a Bramley, ad 88 anni.

La coppia nonostante la notevole differenza d’età, ebbe tre figli, Peter (che successe al padre nel Movimento e nel titolo baronale), Heather e Betty; tutti e tre ebbero il titolo di cortesia di “onorevole”, quando nel 1929 il padre ricevette il titolo di Lord of Gilwell; furono tutti sposati con prole; sia i figli che i nipoti del fondatore, continuarono e continuano, in buona parte, nell’attività dello scoutismo o nel guidismo.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ostacolò la concessione del Premio Nobel per la Pace a lord Robert Baden-Powell; perché pur essendo lui e il Movimento Scout, designati come destinatari, l’Accademia di Svezia decise di non assegnare il premio nel 1939 e negli anni successivi di guerra.

Da molti anni prese a soffrire di insistenti mal di testa, che man mano peggiorarono, tanto da dover dormire da solo in una camera da letto allestita sulla veranda; nel 1934 fu operato di prostata e nella speranza di riprendersi dai suoi acciacchi, fra l’altro deluso dal crollo della pace in Europa, nel 1939 si trasferì in una sua casa in Kenya, Paese che aveva visitato in precedenza.

Qui visse semiritirato a Nyeri, scrivendo ancora molti libri e racconti, ma senza ricavare grandi benefici per la salute; e in Africa, il Continente che tanto significò per la sua vita, morì l’8 gennaio 1941 ad 83 anni, con accanto la moglie Olave che l’aveva seguito in Kenya.

È sepolto in una semplice tomba a Nyeri, con il monte Kenya che fa da sfondo; nel 1978 anche le ceneri della moglie, furono portate in Kenya e deposte accanto al marito. Sulla sua tomba è riportato il segnale di pista scout: “Sono tornato a casa”.

Dopo la sua morte, il Movimento Scout continuò a crescere, fino a raggiungere gli oltre 25 milioni di scout nel mondo e le “guide” arrivarono a 12 milioni; altre numerose associazioni si ispirarono e si ispirano più o meno fedelmente, al suo metodo educativo ed organizzativo. I due Movimenti ‘Scout’ e ‘Giude’, hanno scelto il 22 febbraio, identico giorno di compleanno di Robert e Olave, come momento di festa e ricordo, per celebrare il lavoro fatto dai due pionieri, denominandolo “Founder’s Day” e “Thinking Day”; in Italia “Giornata del ricordo”.

Il senso religioso dei Movimenti

Baden Powell, figlio di reverendo, aveva una profonda religiosità e un sentito amore per la natura, perché in essa trovava l’opera di Dio:Leggi la Bibbia, nella quale scoprirai la Rivelazione Divina e poi leggi un altro libro meraviglioso: quello della Natura creata da Dio; quindi rifletti al modo con cui puoi meglio servire Dio”, sono sue parole scritte in un libro per i Rover.

Lo studio della Natura, mostrerà quante cose meravigliose Dio ha messo su questa terra perché tu possa gioire”, scrisse in un messaggio agli scout, trovato fra le sue carte dopo la morte, proseguendo: “Dio ci ha messo in questo mondo meraviglioso per essere felici; la felicità non è data dalla ricchezza, né dal successo nella carriera, né dal cedere alle nostre voglie; il vero modo di essere felici consiste nel dare la felicità agli altri; cercate di lasciare questo mondo un po’ migliore di come l’avete trovato”.

Tutta la vita di Baden-Powell è stata impegnata in questo senso religioso e questa religiosità l’ha voluta anche nello Scoutismo, dove non ha mai acconsentito a “dare un posto facoltativo al Creatore dell’Universo”; nel suo manuale per i ragazzi scrisse: “Nessun uomo è buono se non crede in Dio e non obbedisce alle sue leggi. Per questo tutti gli Scout devono avere una religione”.

Per mezzo dello Scoutismo Baden-Powell sperava anche di riuscire a diffondere l’ideale della pace e dell’amore non solo fra i ragazzi, ma fra tutti gli uomini.

Autore: Antonio Borrelli

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/93263

 

PREGHIERE ALLA SANTA FAMIGLIA

PREGHIERE ALLA SANTA FAMIGLIA

Alcune preghiere alla Santa Famiglia, come la corona per la protezione, la preghiera di consacrazione e tante altre ancora, per festeggiare la Santa Famiglia ed imparare ad imitarla.

CORONA ALLA SANTA FAMIGLIA

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo

Mia Sacra Famiglia del Cielo, guidaci per il retto cammino, coprici con il Tuo Sacro Manto, e proteggici le nostre famiglie da ogni male durante la nostra vita qui sulla terra e per sempre. Amen.

Padre nostro; Ave o Maria; Gloria al Padre

«Sacra Famiglia e mio Angelo custode, pregate per noi».

Sui grani grossi:

Dolce Cuore di Gesù, sii il nostro amore. Dolce Cuore di Maria, sii la nostra salvezza. Dolce Cuore di S. Giuseppe, sii il custode della nostra famiglia.

Sui grani piccoli:

Gesù, Maria, Giuseppe, Vi amo, salvate la nostra famiglia.

Alla fine:

Sacri Cuori di Gesù, Giuseppe e Maria tenete la nostra famiglia unita in santa armonia.

 

Preghiere di consacrazione delle nostre famiglie alla Santa Famiglia di Nazareth

O Santa Famiglia di Nazareth, Gesù Maria e Giuseppe, la nostra famiglia si consacra a Te, per tutta la vita e l’eternità. Fa’ che la nostra casa e il nostro cuore siano un cenacolo di preghiera, di pace, di grazia e di comunione. Amen.

O Santissima Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, speranza e consolazione delle famiglie cristiane, accogliete la nostra: noi ve la consacriamo interamente e per sempre.  Benedite tutti i membri, dirigeteli tutti secondo i desideri dei vostri cuori, salvateli tutti. Noi ve ne scongiuriamo per tutti i vostri meriti, per tutte le vostre virtù, e soprattutto per l’amore che vi unisce e per quello che portate ai vostri figli adottivi.

Non permettete mai che qualcuno di noi abbia a precipitare nell’inferno. Richiamate a voi quelli che avessero la disgrazia di abbandonare i vostri insegnamenti e il vostro amore. Sorreggete i nostri passi vacillanti in mezzo alle prove e ai pericoli della vita. Soccorreteci sempre, e specialmente nel momento della morte, affinché un giorno possiamo trovarci tutti riuniti nel cielo intorno a voi, per amarvi e insieme benedirvi per tutta l’eternità. Amen.

(Associazione famiglie consacrate alla S. Famiglia – approvata da Pio lX, 1870)

Atto di affidamento personale

O Gesù, Maria e S. Giuseppe, io mi affido pienamente a Voi, per compiere sotto la nostra guida, il mio cammino di santità, come Gesù si sottomise a Voi nella sua crescita in sapienza e grazia.Vi accolgo nella mia vita per lasciarmi formare alla scuola di Nazareth e realizzare la volontà che Dio ha su di me. Amen

PREGHIERA BREVE

O Santissima Famiglia di Nazareth, Gesù, Maria e Giuseppe in questo momento noi ci consacriamo realmente a voi con tutto il nostro cuore. Per noi la vostra protezione, per noi la vostra guida contro i mali di questo mondo, fino a quando le nostre famiglie saranno sempre solide nell’amore infinito di Dio.

Gesù, Maria e Giuseppe, noi vi amiamo con tutto il nostro cuore. Vogliamo essere totalmente vostri. Vi preghiamo di aiutarci a fare la volontà del vero Dio. Guidateci sempre alla gloria del Cielo, adesso e per tutto l’avvenire. Amen.

 

Supplica alla S. Famiglia

San Giuseppe, voi siete mio Padre; Maria Santissima, voi siete mia Madre; Gesù, voi siete mio Fratello. Siete voi che mi avete invitato ad entrare nella Vostra Famiglia, e mi avete detto che da tempo desideravate prendermi sotto la vostra protezione. Quanta degnazione! Io merito ben altro, voi lo sapete. Che io non abbia a disonorarvi, ma possano compiersi fedelmente i vostri amorosi disegni sopra di me, onde possa un giorno essere ricevuto nella vostra compagnia in Cielo. Amen.

Gesù, Maria, Giuseppe, benediteci e concedeteci la grazia di amare la S. Chiesa sopra ogni altra cosa terrena e di dimostrarle il nostro amore sempre e con la prova dei fatti.

Padre nostro; Ave o Maria; Gloria al Padre

Gesù, Maria, Giuseppe, benediteci e concedeteci la grazia di professare apertamente, con coraggio e senza umani rispetti, la fede che ricevemmo in dono col santo Battesimo.

Padre nostro; Ave o Maria; Gloria al PadreGesù, Maria, Giuseppe, benediteci e concedeteci la grazia di concorrere alla difesa e all’incremento della fede, per la parte che ci può spettare, con la parola, con le opere, col sacrificio della vita.

Padre nostro; Ave o Maria; Gloria al Padre

Gesù, Maria, Giuseppe, benediteci e concedeteci la grazia di amarci tutti scambievolmente e metteteci in perfetta concordia di pensiero, di volontà e di azione, sotto la guida e la dipendenza dei nostri sacri Pastori.

Padre nostro; Ave o Maria; Gloria al Padre

Gesù, Maria, Giuseppe, benediteci e concedeteci la grazia di conformare pienamente la nostra vita ai precetti della legge di Dio e della Chiesa, per vivere sempre della carità di cui essi sono il compendio. Così sia.

Padre nostro; Ave o Maria; Gloria al Padre

PREGHIERA ALLA SANTA FAMIGLIA  

Gesù, o Giuseppe, o Maria, o Sacra ed amabilissima Famiglia che lassù nel cielo regnate trionfante, volgete benigna uno sguardo sopra questa nostra famiglia che vi sta ora prostrata dinnanzi, in atto di consacrarsi tutta al vostro servizio, alla vostra esaltazione e al vostro amore, ed accogliete pietosamente la sua preghiera.

Noi, o divina Famiglia, desideriamo vivamente che sia da tutti conosciuta e riverita la vostra ineffabile santità, la vostra grande potenza e la vostra eccellenza. Desideriamo anche che voi, col vostro amoroso e onnipotente patrocinio, veniate a regnare tra noi e sopra di noi che, come sudditi fedeli, intendiamo e vogliamo dedicarci tutti a voi e prestarvi costantemente l’omaggio della nostra servitù.

Sì, o Gesù, Giuseppe e Maria, disponete pure d’ora innanzi di noi e di tutte le nostre cose, secondo la vostra santissima volontà, e come ai vostri cenni avete nel cielo pronti ed obbedienti gli Angeli, così noi promettiamo che cercheremo sempre di compiacervi e saremo felici di poter vivere sempre in conformità dei vostri Santi e celesti costumi e di compiacere in tutte le nostre azioni il vostro gusto.

E voi, o augusta Famiglia del Verbo Incarnato, vi prenderete certo cura di noi: voi ci provvederete ogni giorno di quanto ci sarà necessario per l’anima e per il corpo, al fine di poter vivere una vita onesta e cristiana.

Benedetta Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria, non vogliate trattarci come purtroppo meriteremmo, per le offese che vi abbiamo recato con tanti nostri peccati, ma in cambio perdonateci, come noi per amore vostro intendiamo perdonare a tutti i nostri offensori, e vi promettiamo che d’ora in poi sacrificheremo ogni cosa per conservare con tutti, ma specialmente fra noi familiari, la concordia e la pace.

O Gesù, o Giuseppe, o Maria, non permettete che i nemici di ogni bene prevalgano mai contro di noi; ma liberate ciascuno di noi e la nostra famiglia da ogni vero male, sia temporale che eterno.

Noi pertanto, tutti qui insieme uniti, come un cuor solo e un’anima sola, ci dedichiamo sinceramente a voi, e fin da questo momento vi promettiamo di servirvi fedelmente e di vivere tutti consacrati al vostro servizio e alla vostra gloria. In ogni nostro bisogno, con tutta la confidenza e la fiducia che voi meritate, ricorreremo a voi.

In ogni occasione vi onoreremo, vi esalteremo e cercheremo di innamorare tutti i cuori di voi, sicuri che ai nostri umili omaggi voi darete la vostra potente benedizione, che ci proteggerete in vita, che ci assisterete in morte e che finalmente ci ammetterete in cielo a godere con voi per tutti i secoli dei secoli. Amen.

(Con approvazione ecclesiastica, Milano, 1890)

 

Fontehttp://www.preghiereperlafamiglia.it/la-santa-famiglia-di-nazareth.htm

Paul Bourget

PAUL BOURGET

Laico (1852 – 1935) 25 dicembre

Uno scrittore alla ricerca della verità e il suo approdo alla fede sincera. Una massima che ha fatto il giro del modo: “Bisogna vivere come si pensa, se no, prima o poi, si finisce col pensare come si è vissuto“.

Paul Bourget nasce ad Amiens, nella Francia Settentrionale, il 2 settembre 1852. Il padre è un matematico. Frequenta il liceo parigino Sainte-Barbe dove, incoraggiato dal suo professore di retorica.

Bourget assimila disordinatamente tutte le tendenze in voga nella Francia del tempo. I positivisti che stimolano in lui quel fondo di razionalità che appartiene forse all’eredità paterna, mentre i decadenti e i romantici esercitano su di lui un’attrazione fatale, che sa di peccato, di colpa, ma anche — e il giovane poeta lo scoprirà presto — di redenzione. Queste letture provocano una crisi spirituale che lo allontana dalla fede e lo spinge su posizioni di scetticismo.

Allo scoppio della guerra franco-prussiana (1870-1871) si rifugia a Chambéry, nella Savoia, quindi l’armistizio lo riconduce a Parigi, dove vive la tragica vicenda della Comune, simpatizzando per i rivoluzionari. Riprende gli studi al liceo Louis-le-Grand e nel 1872 consegue la licenza in lettere. Dopo una breve esperienza didattica comincia a scrivere versi e novelle e collabora a giornali e a riviste d’avanguardia, dove pubblica articoli di critica letteraria, enunciando le sue prime riserve nei confronti del romanzo naturalista, al quale rimprovera l’incapacità di comprendere e di descrivere le passioni e i sentimenti.

Esordisce nel campo della lirica con alcune raccolte di versi.  Rivela quindi un’attitudine all’indagine psicologica, che eserciteranno un notevole influsso sui giovani del tempo. Alla critica tornerà volentieri in età più avanzata.

Con grande acume Bourget traccia il profilo di Stendhal (Marie -Henri Beyle, 1783-1842), di Honoré de Balzac (1799-1850), di Renan e di Henri-Frédéric Amiel (1821-1881), studiando i costumi di una società attraverso l’analisi psicologica di uno o più personaggi e delle ragioni profonde che hanno contribuito a orientarne scelte e comportamenti. 

Bourget inizia quindi la sua attività di romanziere psicologico, in contrapposizione al naturalismo di Émile Zola (1840-1902), incontrando il favore del pubblico, non soltanto francese. Queste opere contribuiscono a creare intorno allo scrittore la fama di delicato indagatore degli stati d’animo e del disagio spirituale della sua generazione, che ritiene diffuso soprattutto nell’aristocrazia e nell’alta borghesia e le cui cause sono oggetto delle sue appassionate ricerche.

Solo pochi osservatori si rendono conto del mutamento radicale che si sta verificando nella sua narrativa. L’attenzione costante alla vita di coppia, al matrimonio, al conflitto fra generazioni, all’adulterio con l’inevitabile “coda” del divorzio, che sono ancora gl’ingredienti delle sue storie, favoriscono in lui una progressiva consapevolezza della fragilità della società moderna: una società costruita senza il cemento della fede, senza quelle élite aristocratiche che ne costituiscono la struttura portante e senza le fondamenta di una tradizione millenaria, che la Francia laicista della III Repubblica (1870-1945) non riconosce più come propria. Bourget affronta la crisi, ponendo sul banco degli accusati i “cattivi maestri“.

Nasce così Le disciple, del 1889, che narra la storia di Robert Greslou e del suo maestro Adrien Sixte, “il grande negatore” di Dio e della libertà umana, l’intellettuale che, in nome della scienza, ha ridicolizzato le leggi morali che governano la società. Quando Greslou, dopo aver disonorato e ucciso l’allieva di cui era il precettore, e aver tentato inutilmente il suicidio, scrive dal carcere al proprio maestro, rivendicando la liceità di un comportamento che trovava giustificazione nell’insegnamento dello stesso Sixte, l’opinione pubblica francese è percorsa da un fremito. Perfino i maître à penser più indiscussi si rendono conto che il mondo sta cambiando e che una nuova temperie spirituale si va diffondendo in Europa. Per Bourget non è ancora la conversione, ma è certamente il ricupero della fede.

Le disciple assume un valore particolare anche perché nella Prefazione si delinea un primo atteggiamento critico verso le forme politiche del momento e verso le dottrine democratiche e populiste. In quelle pagine egli ammonisce i giovani a guardarsi dai falsi maestri e dai politicanti.

Nell’agosto del 1890 Bourget sposa Minnie David, figlia di un armatore fiammingo, che introduce nella sua vita un po’ di tranquillità, e nel 1891 pubblica Sensations d’Italie, scritto nel corso del viaggio di nozze. Il 1894 è l’anno della sua elezione all’Académie Française e anche l’anno in cui scoppia il caso di Alfred Dreyfus (1859-1935) — un ufficiale francese di famiglia ebraica condannato alla deportazione per alto tradimento —, che lo coinvolge nelle sue imprevedibili implicazioni. Quando, nel 1898, Zola scaglia contro la Francia monarchica e cattolica il suo J’accuse, autentico spartiacque che per tutto il Novecento dividerà i difensori della tradizione dai propugnatori del radicalismo massonico e rivoluzionario, la scelta di Bourget è immediata. Al di là di ogni atteggiamento antisemita, che gli è profondamente estraneo, egli sceglie il Trono e l’Altare, schierandosi contro i sostenitori di Dreyfus, nemici della religione e sovvertitori dell’ordine sociale. L’affaire affretta la sua conversione religiosa, che si compie formalmente il 21 luglio 1901 con il ritorno ai sacramenti  dichiarandosi decisamente favorevole alla restaurazione del regime monarchico.

Pubblica quindi i quattro romanzi “cattolici”, L’Étape, nel 1902, Un divorce, nel 1904 — che affronta e sostiene con calda eloquenza il tema dell’indissolubilità del matrimonio.

I suoi ultimi romanzi, Il senso della morte, del 1915, e I nostri atti ci seguono, del 1927, propongono ancora una volta l’appassionata contesa fra fede e modernità e mostrano come Bourget, formatosi nella cultura di fine Ottocento, affronti problemi di estrema attualità come l’insorgere dei totalitarismi e l’avvento della psicoanalisi.

Insignito del titolo di Maréchal des Lettres Française nel 1926, in occasione del suo giubileo letterario, muore a Parigi il 25 dicembre 1935. Nonostante l’ostracismo della cultura ufficiale, della sua intensa opera letteraria non resta solo la celebre massima — ancora citata nel 1959 dal pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) in Rivoluzione e Contro-Rivoluzione — secondo cui “bisogna vivere come si pensa, se no, prima o poi, si finisce col pensare come si è vissuto”, ma essa eserciterà una grande influenza su quel cattolicesimo francese che vanta, in sede letteraria, nomi come quello di Georges Bernanos (1888-1948).

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/95076

 

 

Don Bruno Franz Xaver Rothschild

DON BRUNO FRANZ XAVER ROTHSCHILD

Giovane sacerdote (1900 – 1932) 24 dicembre

Uno dei frutti più belli della preghiera e dell’offerta con Gesù da parte di Teresa Naumann è la conversione del farmacista ebreo Bruno Franz Xaver Rothschild.

 

Bruno Franz Xaver Rothschild era nato a Lohr il 24 gennaio 1900, primo di tre figli. Bruno viveva, come i suoi genitori, sino in fondo “la Torah”, la Legge d’Israele, pur in mezzo a una popolazione di maggioranza cattolica. Così conosceva a fondo l’Ebraismo – che praticava – e pure il Cattolicesimo. Restava pensoso soprattutto davanti alla processione “teoforica” del Corpus Domini, con Gesù-Ostia portato solennemente per le vie del paese, e alla processione del Cristo sofferente, il venerdì santo. “Quel Gesù” per lui era un tormento.

Eppure, in una riunione elettorale, il 23 marzo 1924, il dottor Bruno si lasciò andare a un grosso insulto contro Gesù e sua Madre, la Madonna SS.ma. Nel giornale locale, i due parroci cattolici condannavano l’affermazione di Bruno, come grave offesa ai cattolici. Ma anche la comunità ebraica prese le distanze da lui, giudicandolo severamente.

Eppure rimase molto turbato e capì di averla “fatta grossa”, con un risultato singolare: da quel momento la domanda “che cos’è la Verità?”, prese ad assillarlo più della chimica e della farmacia. Si rivolse a uno dei parroci di Lohr, don Abel, e lo tempestò di domande. Il “don” cattolico gli rispondeva con pazienza e dolcezza, gli passava libri colmi di luce, lo invitava a pregare con fiducia chiedendogli di farli conoscere la Verità, di attirarlo a Gesù, l’unico Salvatore. Il giovane dottore prese contatti con Ebrei convertiti, prima tra tutti Edith Stein, diventata poi nel Carmelo, suor Teresa Benedetta della Croce. In una conferenza, apprese la vicenda di Teresa Neumann (Una delle più grandi mistiche di quel tempo).

Il 24 luglio 1928, si recò a Konnersreuth e quella sera vide Teresa che tornava a casa, seguita da un agnellino con il collare rosso. L’indomani la conobbe di persona e poté essere presente ad una delle sue estasi di “crocifissa” con Gesù. Il 27 luglio, poteva già scrivere in una lettera: “Venerdì, ho vissuto il grande avvenimento di Konnesreuth, che non si può descrivere. Improvvisamente Teresa non è più la ragazza che racconta lieta le cose comuni della vita e che, con un volto un po’ più severo, dà dei consigli buoni, ma è una creatura libera da tutte le cose terrene, che contempla e rivive eventi invisibili all’occhio umano; diventa una sofferente divina, che vive in modo delicato e sensibile tutte le fasi delle sofferenze storiche, che in parte trasmette. Poche persone lasciano la sua stanza senza essere scosse“.

In una parola: Bruno aveva visto in Teresa Neumann, Gesù stesso, Gesù vivo. Davvero il Nazareno crocifisso non meritava insulti o indifferenza, ma tutta la sua dedizione di amore. Il 10 agosto 1928, Bruno fu battezzato dal parroco don Neber. Assistito dalla sua madrina di battesimo, Teresa in persona, si accostò alla prima Comunione. Ma questo non bastava per lui.

In una lettera informò i suoi genitori ebrei, già addolorati per la sua conversione a Gesù Cristo, che ora sarebbe pure diventato sacerdote cattolico, come gli aveva detto Teresa in una delle sue estasi. La Verità dunque l’aveva trovata, ed è una Persona, Gesù Cristo, l’Uomo-Dio, l’unico vero Messia, crocifisso dagli ebrei, e risorto il terzo giorno.

Il 1° luglio 1932, Bruno Franz Xaver Rothschild, a Eichstatt, fu ordinato sacerdote. Meno di sei mesi di sacerdozio, per dire a Gesù tutto il suo amore. Il 24 dicembre 1932, vigilia di Natale, tornando a Konnersreuth da casa, ebbe un infarto e morì a soli 33 anni – come il divino Maestro – invocando il suo Nome SS.m: “Gesù, oh, Gesù, ora Tu vieni, Gesù“.

Già ebreo, quindi “figlio” e sacerdote della Chiesa Cattolica, e anche di Teresa Neumann, la stigmatizzata della Baviera.

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/95953

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TERESA NEUMANN

(Stigmatizza si nutrì per 36 anni della sola eucarestia.)