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San Francesco Saverio

SAN FRANCESCO SAVERIO

(1506-1552) 03 dicembre

Deciso a diventare un soldato dello spirito, rimase su di una nave ammiraglia per ben 3 mesi circumnavigando l’Africa fino alle indie e successivamente si spinse ben oltre. Le sue armi erano l’umanità e la dolcezza che attirava tanti fanciulli, per i quali aveva una predilezione, mentre lo scudo era il crocifisso, davanti al quale sembra aver fatto indietreggiare persino dei popoli invasori.

Francesco Saverio nacque in Navarra, Spagna, nel castello di Xavier vicino a Pamplona, nel 1506, figlio minore di una numerosa famiglia; la sua lingua madre era il basco. A diciassette anni si recò all’università di Parigi, presso cui si laureò nel 1528; durante il soggiorno in questa città, incontrò un altro spagnolo di origine nobile, Ignazio di Loyola (31 lug,), e sebbene inizialmente non accettasse di buon grado la sua autorità, fece parte del gruppo dei primi sette gesuiti che si votarono al servizio di Dio a Montmartre, nel 1534. Sarebbero diventati soldati dello spirito, pronti a dedicarsi a qualsiasi incarico fosse loro affidato, e inizialmente decisero che la loro prima missione sarebbe stata la Palestina.

Il gruppo fu consacrato al sacerdozio a Venezia nel 1534, ma dovette affrontare qualche difficoltà nell’assicurarsi il riconoscimento ufficiale. Nel 1540, Ignazio incaricò Francesco Saverio di unirsi a p. Simone Rodriguez in una missione in Estremo Oriente.

Incontrò p. Rodriguez a Lisbona, dove assisteva e istruiva i malati di un ospedale, e partecipò al suo lavoro. I due svolsero anche un’attività di catechesi nella città, trascorrendo inoltre le domeniche e i giorni di festa ascoltando confessioni a corte. Il re, Giovanni III, aveva molta stima per questi due religiosi e li tenne impegnati nel loro ministero di catechesi in città e di ascolto delle confessioni a corte. Non voleva lasciar partire Francesco, ma alla fine fu d’accordo e ottenne i documenti necessari dal papa, in cui Francesco fu nominato nunzio apostolico in Estremo Oriente.

Francesco s’imbarcò il giorno del suo trentacinquesimo compleanno, il 7 aprile 1541, rifiutando i doni del re, eccetto qualche vestito e alcuni libri, e senza portare con sé un servitore, affermando che «il modo migliore per acquisire una vera dignità è di lavarsi da soli i propri abiti e far bollire la propria pentola, senza l’aiuto di nessuno».

Ebbe due compagni in questo viaggio verso le Indie, p. Paolo di Camerino, italiano, e Francesco Mansilhas, portoghese, non ancora membro dell’ordine. Francesco prese posto sulla nave ammiraglia di una flotta che trasportava il nuovo governatore delle Indie verso il suo nuovo incarico, ma i suoi compagni furono imbarcati su un’altra nave.

Il viaggio fu molto lungo; veleggiarono verso sud lungo la costa dell’Africa occidentale, doppiarono il Capo di Buona Speranza, e raggiunsero il Mozambico, dove svernarono per due mesi, poi risalirono la costa africana fino a Malindi, e attraversarono l’Oceano Indiano passando per Socotra. La nave ammiraglia trasportava equipaggio, passeggeri, schiavi e condannati, tutte persone che Francesco sentì di dover assistere.

Nonostante soffrisse molto di mal di mare, impartì lezioni di catechismo, predicò ogni domenica davanti all’albero maestro, si prese cura degli ammalati, e trasformò la sua cabina in un’infermeria. A bordo scoppiò un’epidemia di scorbuto, e le condizioni di ristrettezza sulla nave portarono altre malattie e risse violente.

Raggiunsero Goa il 6 maggio 1542, dopo un viaggio durato tredici mesi. I portoghesi si erano stabiliti a Goa sin dal 1510, e la popolazione cristiana era molto numerosa: esistevano chiese, con ecclesiastici regolari e secolari, e un vescovo, ma i sacramenti erano trascurati, vi erano pochissimi predicatori, e nessun ecclesiastico si azzardava al di fuori delle mura cittadine, oltre al fatto che si praticavano i peggiori abusi coloniali. Si diceva che quando gli schiavi venivano frustati, i loro padroni contavano i colpi con il rosario. Il comportamento degradato e avaro di molti europei, cattolici di nome, il cui comportamento era completamente all’opposto del Vangelo che professavano, ebbe come unico risultato quello di alienare le simpatie del popolo locale.

Francesco intraprese una missione presso gli indiani: la mattina lavorava nelle sudicie prigioni e negli ospedali affollati di malati, poi camminava per le strade suonando una campana per richiamare i bambini e gli schiavi al catechismo. Questi ultimi si raccoglievano intorno a lui numerosi, ed egli insegnava loro il Credo e i principi di base della condotta cristiana. Celebrava la Messa presso i malati di lebbra ogni domenica, e predicava all’aperto. Per l’istruzione delle persone semplici, arrangiò alcuni argomenti religiosi in versi adattandoli a temi musicali popolari, e ottenne risultati così soddisfacenti che presto i suoi canti risuonarono per tutta Goa, nelle strade e nelle case, nei campi e nelle officine.

Un problema particolare fu quello del concubinaggio: vi erano pochissime donne portoghesi cattoliche a Goa, e i portoghesi di ogni rango prendevano con sé concubine indiane, spesso senza badare alla loro salute o a quella dei loro figli. Francesco non riuscì ad evitare l’usanza del concubinaggio nonostante gli appelli alla moralità cristiana, ma insegnò ai portoghesi ad assumersi la responsabilità delle donne e dei figli che dipendevano da loro.

Dopo cinque mesi di lavoro a Goa, Francesco apprese che sulla costa indiana dei Pescatori di Perle, che si estende da Capo Comorin all’isola di Mannar, di fronte a Ceylon (l’attuale Sri Lanka), viveva l’etnia dei parava, che erano stati battezzati per poter ottenere la protezione dei portoghesi contro le incursioni arabe, ma che non sapevano niente della fede e conservavano tutte le superstizioni e i vizi.

Francesco corse in aiuto di questo popolo: in totale, compì questo viaggio lungo e pericoloso per tredici volte. Cominciò a imparare la lingua del popolo parava, istruì e diede la confermazione a quelli che erano già stati battezzati, e compì una missione speciale presso i bambini. In una lunga lettera scritta alla Compagnia il 15 gennaio 1544, descrisse le grandi folle che battezzava, affermando che talvolta la fatica di battezzare era così grande che dopo poteva a malapena muovere le braccia. I parava erano un gruppo etnico che apparteneva a una casta inferiore.

Francesco aveva, come previsto, poco successo con i bramini, la casta religiosa tradizionale indù, e si diceva ne avesse convertito solo uno, ma l’attrazione che suscitava tra i poveri era dovuta al fatto che viveva come loro: mangiava solo riso e beveva acqua, dormiva sul pavimento in una semplice capanna. Ritornò a Goa per cercare aiuto e ritornò presso i parava con Francesco Mansilhas, due sacerdoti indiani, e un catechista laico, con cui soggiornò in parecchi centri. Scrisse una serie di lettere indicative a Mansilhas, che illustrano molto chiaramente la sua reazione nei confronti dell’oppressione e dell’ingiustizia.

Descrisse le sofferenze del popolo locale per colpa di indiani e portoghesi, come “una ferita permanente nella mia anima“. Francesco riuscì a estendere le sue attività fino a Travacore, dove i risultati che ottenne sono stati in qualche modo esagerati da alcuni scrittori.

SaverioIl cristianesimo non era sconosciuto a Travacore, dove la Chiesa di Mar Thoma, con i suoi riti siriaci, era stata istituita sin dai primi tempi del cristianesimo. La tradizione diceva che era stata fondata da S. Tommaso (3 lug.) in persona. Fu accolto con gioia da un villaggio all’altro; si recò a piedi in pellegrinaggio fino alla presunta tomba di S. Tommaso a Milapore, dove esisteva un altro piccolo insediamento portoghese, e chiamò Mansilhas, ora sacerdote, per dare un’organizzazione ai convertiti.

I parava avevano bisogno di lui: una tribù proveniente da settentrione li stava attaccando (rubando, uccidendo, e facendo schiavi). Si dice che una volta Francesco sia riuscito a fare indietreggiare gli invasori, brandendo un crocifisso. Si raccontano molti eventi della vita di Francesco, accaduti durante i suoi viaggi, specialmente del modo gentile e cortese in cui trattava i penitenti.

Nel 1545, dal Conchino sulla Costa del Malabar, inviò una lunga lettera, molto accesa, al re del Portogallo descrivendo la sua missione. Parlò del pericolo effettivo che quelli che erano diventati membri della Chiesa ritornassero nelle condizioni iniziali, «scandalizzati e impauriti dalle molte ingiurie e vessazioni dolorose che sopportavano – specialmente dai servi di sua Maestà. […] Poiché esiste il pericolo che quando nostro Signore chiamerà Vostra Maestà al suo cospetto per il giudizio, questi si sentirà rivolgere parole dure da Lui: “Perché non hai punito i tuoi sudditi che mi erano nemici in India?”».

Scrisse le massime lodi per don Michele Vaz, vicario generale di Goa, e chiese al re di rimandarlo nelle Indie con poteri plenari, dopo aver steso il suo rapporto a Lisbona. «Poiché prevedo di morire in questo paese e di non rivedere più Vostra altezza in questa vita. Vi prego, mio signore, di aiutarmi con le Vostre preghiere, così da poterci incontrare di nuovo nell’altro mondo, dove certamente potremo riposare più a lungo che in questo».

Francesco partì nella primavera del 1545 per il lungo e pericoloso viaggio attraverso l’Oceano Indiano fino a Malacca, a quel tempo città grande e prosperosa, strappata dal duca di Albuquerque per conto dei portoghesi ai malesi nel 1511, dove trascorse quattro mesi.

A Malacca imperversavano il disordine e il vizio caratteristici di una città di frontiera, e Francesco riuscì a istituire delle riforme e a catechizzare, molta gente. I suoi spostamenti nei successivi diciotto mesi sono difficili da stabilire; visitò isole che chiamava genericamente Molucche, non tutte attualmente identificabili. Le Molucche sono le Isole delle Spezie dell’attuale Indonesia, e Francesco visitò certamente Amboina e altri luoghi in cui vivevano mercanti e colonizzatori portoghesi. In questa missione patì molte sofferenze, ma scrisse a S. Ignazio:

I pericoli a cui sono esposto e i compiti che svolgo per Dio sono fonte di gioia spirituale, per quanto queste isole siano gli unici posti al mondo in cui un uomo può perdere la vista per il pianto eccessivo, ma si tratta di lacrime di gioia. Non ricordo di aver mai assaporato una tale delizia interiore, e queste consolazioni portano via tutte le sensazioni di stanchezza fisica, di pericolo da parte dei nemici dichiarati e degli amici non del tutto fedeli.

Ritornò a Malacca per quattro mesi, e fu in quella città che udì parlare per la prima volta del Giappone da alcuni mercanti portoghesi e da un fuggitivo giapponese di nome Yajiro. Al suo ritorno in India, trascorse quindici mesi viaggiando continuamente nei centri dell’India meridionale e a Ceylon. Allo stesso tempo cominciò a prepararsi per una missione in Giappone, in cui non si era spinto mai nessun europeo, dato che si trattava di un paese chiuso a tutte le influenze esterne. Francesco scrisse un’ultima lettera di monito al re, Giovanni III , affermando:

«L’esperienza mi ha insegnato che Vostra Altezza non ha potere in India per divulgare la parola di Cristo, ma per portare via e godere di tutte le ricchezze temporali del paese».

Nell’aprile 1549 Francesco partì, accompagnato da un sacerdote gesuita, un fratello laico, e tre convertiti giapponesi, tra cui vi era anche Yajiro, ora battezzato con il nome di Paolo. Il giorno della festa dell’Assunzione sbarcarono a Kagoshima nel Kyushu. Francesco si apprestò subito a imparare il giapponese, ma nonostante la sua presunta inclinazione per le lingue, sembra che abbia trovato molto difficile impararne di nuove. L’ipotesi che sia stato capace di conversare e discutere in giapponese è infondata, tuttavia tradusse un resoconto semplice dell’insegnamento cristiano, che fu recitato a tutti quelli disposti ad ascoltarlo. Dopo dodici mesi la missione aveva cento nuovi convertiti. Dopo averla affidata a Paolo, Francesco decise di spingersi oltre con gli altri suoi compagni e s’imbarcò per Hirado, a nord di Nagasaki, dove fu ben accolto dal governante e ottenne nuove conversioni.

san-francesco-saverioA Yamaguchi, nello Honshu, i missionari furono trattati con disprezzo, perciò continuarono il viaggio per Miyako (Kyoto). Era quasi la fine di dicembre, e infatti soffrirono molto lungo il viaggio per le forti piogge, la neve e il suolo accidentato. Raggiunsero Miyako solo a febbraio, e scoprirono che per essere ricevuti dal monarca locale avrebbero dovuto pagare una somma di denaro impossibile. Accorgendosi che il concetto della povertà santa on attraeva il popolo in Giappone, come era accaduto invece in India, Francesco studiò diverse tattiche.

Ben vestito, e con i suoi travestiti da servitori, si presentò personalmente davanti al governante come rappresentante del re del Portogallo, consegnandogli le lettere e i doni che le autorità indiane avevano raccolto per l’imperatore giapponese, tra cui una scatola musicale, un paio di occhiali, e un orologio. Il monarca ricevette i doni con gioia, diede a Francesco il permesso di insegnare, e gli fornì come residenza un monastero buddista abbandonato. Con la sua protezione, Francesco predicò apertamente e battezzò circa duemila persone, credendo che «tra tutti gli atei, non vi era popolo migliore dei giapponesi».

Dopo aver lasciato i cristiani giapponesi alle cure di p. Cosma Torres e del fratello Giovanni Fernàndez, Francesco ritornò in India su una nave portoghese, su cui viaggiava anche Fernào Mendez Finto, che ha lasciato una descrizione completa e divertente, ma molto fantasiosa, delle attività e delle avventure di Francesco a Funai, dove si era imbarcato. Francesco riscontrò che erano avvenuti molti progressi in India, ma che vi erano ancora molti ostacoli e abusi, tra i missionari e le autorità portoghesi, fatto che richiedeva il suo intervento. Affrontò tali questioni con amore e molto decisamente; dopo quattro mesi s’imbarcò nuovamente verso Oriente. A Malacca lo attendeva Diogo Pereira, nominato dal viceré in India come ambasciatore alla corte di Cina; ma a questo punto incontrò alcune difficoltà.

L’autorità marittima di Malacca era don Alvaro de Ataide, uno dei figli di Vasco de Gama, che aveva un risentimento  personale contro Pereira, e che impedì a quest’ultimo di imbarcarsi sia come inviato sia come mercante in proprio. Niente gli fece cambiare idea, neppure quando Francesco lo informò della bolla di papa Paolo III e della sua carica di nunzio apostolico. Offendendo un legato del papa, don Alvaro sarebbe stato scomunicato, ma sfortunatamente Francesco aveva lasciato il documento originale a Goa e non fu in grado di dimostrare la sua nomina. Alla fine, dopo molta discussione e ritardo, Alvaro permise a Francesco di imbarcarsi sulla nave di Diogo Pereira diretta in Cina, ma senza il proprietario. Francesco dunque non ricevette appoggio da parte delle autorità civili.

Francesco non riuscì ad entrare in Cina ufficialmente, poiché questo paese era ancor più chiuso agli stranieri del Giappone, perciò mandò il suo compagno sacerdote in Giappone e alla fine partì per la Cina con la sola compagnia del suo giovane interprete cinese, Antonio (che aveva quasi dimenticato questa lingua). Nell’ultima settimana dell’agosto 1552, il convoglio raggiunse l’isola remota di .Sanchnan, a una diecina di chilometri dalla costa della Cina e centosessanta chilometri circa a sud di Hong-Kong, da dove Francesco spedì alcune lettere, compresa una indirizzata a Pereira, in cui affermava:

«Se vi è qualcuno in tutta questa impresa che merita una ricompensa dalla divina provvidenza, siete voi indubbiamente; e ne avrete tutto il merito».

La lettera proseguiva con la descrizione delle cose a cui aveva provveduto: aveva con fatica convinto un mercante cinese a farlo sbarcare sulla costa vicino a Canton in cambio di soldi, e aveva giurato che niente gli avrebbe fatto confessare il suo nome. Gli ultimi giorni di Francesco Saverio sono confusi: mentre aspettava che il suo progetto cominciasse a concretizzarsi, si ammalò, e dopo che le navi portoghesi erano salpate tutte tranne una, era ridotto all’estremo. Nella sua ultima lettera scrisse: «E da molto che ho così poca voglia di continuare a vivere come adesso».

Fu trasportato a bordo di una nave portoghese che si trovava in zona, ma non riuscì a sopportare il moto della nave e fu sbarcato di nuovo, in preda alla febbre alta. Fu abbandonato sulla spiaggia, esposto a un gelido vento del nord. Un mercante portoghese amico lo portò in una capanna e lo sottopose a salassi, mentre Francesco pregava incessantemente tra gli spasmi del delirio, tuttavia il malato diventò sempre più debole, e fu assistito soltanto dal fedele Antonio.

La mattina del 3 dicembre 1552 fu chiaro che sarebbe morto; Antonio gli pose tra le mani una candela accesa, poi, Francesco, «con il nome del Signore sulle labbra, rese la sua anima al Creatore e Signore con grande calma e serenità”. Alle sue esequie parteciparono solo quattro persone: il cinese chiamato Antonio, un portoghese, e due schiavi. Antonio successivamente descrisse i dettagli della morte di Francesco a Manuel Texeira, primo biografo di questo santo.

Busto-San-francisco-javierFrancesco aveva solo quarantasei anni; negli undici anni trascorsi in Oriente aveva introdotto il cristianesimo in India meridionale, Ceylon, Malacca e Giappone (e nonostante le sue conversioni in Giappone portassero i semi del martirio, la sua memoria fu conservata e la sua attività diede frutti in molte parti dell’Asia orientale e meridionale).

Esistono molti esempi della sua umiltà e della capacità di sopportare la sofferenza spirituale e fisica; trascorse la vita diffondendo il Vangelo, e mitigando gli effetti di una forma di colonialismo particolarmente dura. Riusciva a rimproverare re e nobili quando necessario, mostrando una grande tenerezza verso i poveri e gli oppressi di ogni razza. Le sue reliquie furono portate a Malacca e poi a Goa, dove si trovano ancora custodite nella chiesa del Buon Gesù e portate in processione una volta ogni dieci anni in un’urna di cristallo. Francesco fu canonizzato nel 1622, insieme a S. Ignazio di Loyola, Teresa d’Avila (15 ott.) e Filippo Neri (26 mag.); papa Pio X lo nominò patrono delle missioni straniere e di tutti i fautori dell’espansione del cristianesimo.

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