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Beato Ildefonso Schuster

BEATO ILDEFONSO SCHUSTER

abate e vescovo (1880-1954) 30 Agosto

«Volete qualcosa per cui ricordarmi? Tutto quello che posso lasciarvi è un’esortazione alla santità» Arcivescovo di Milano, l’arcidiocesi più grande d’Italia, durante ilBeato_Alfredo_Ildefonso_Schuster_F regime fascistala seconda guerra mondiale e i difficili anni del dopoguerra, quando per un certo periodo fu il governatore effettivo della città. Ciò lo portò a essere implicato nell’arena politica, sollevando perplessità riguardo la sua beatificazione, che tuttavia si basa sulle sue qualità personali più che sull’attività pubblica e sul riconoscimento del suo servizio alla Chiesa.

Nacque a Roma il 18 gennaio 1880 e fu battezzato Lodovico Alfredo Luigi, ma tutti lo chiamavano Alfredo. Era d’origini modesteil padre Giovanni produceva le uniformi per la Guardia Papale Svizzera. Entrò nel noviziato benedettino nel novembre 1898, prendendo il nome religioso di Ildefonso. Fu ordinato sacerdote dal cardinale Respighi nella basilica di S. Giovanni in Laterano il 19 marzo 1904. Le lettere degli anni successivi contengono la testimonianza dei suoi studi in campo storico (lavorò alla storia dell’abbazia di Farfa durante le vacanze), liturgicoarcheologico e artistico, così come della ricerca della santità. Fu maestro dei novizi dal 1908 al 1916.

La reputazione di uomo saggio e devoto aumentò, e nel 1910 gli fu offerto il primo di una numerosa serie di posti di insegnante: la cattedra di liturgia alla Scuola Superiore di Musica Sacra. La sua passione per la materia lo rese guida del movimento liturgico in Italia e autore dell’imponente Liber Sacramentorumil primo volume apparve nel 1919 e venne ristampato diciannove volte e tradotto in otto lingue.

Dal 1913 insegnò storia della Chiesa alla facoltà benedettina di S. Anselmo; nel 1914 fu nominato assistente liturgico della Congregazione per la Liturgia; nel 1917 il-cardinale-alfredo-ildefonso-schusteraggiunse ai suoi numerosi incarichi quello di insegnante di liturgia all’Istituto Pontificio Orientale, aperto da papa Benedetto XIV. All’interno dell’ordine fu segretario del capitolo generale della Congregazione Cassinese tenuto nel 1915, poi procuratore generale della Congregazione; nel dicembre 1915 fu eletto priore di S. Paolo e quando l’abate del convento morì nel 1918, Ildefonso fu eletto suo successore all’unanimità. Come abate aprì il monastero durante i fine settimana a gruppi di studenti e per ritiri spirituali. Un gruppo che lo frequentava regolarmente era quello guidato da Giovanni Battista Montini. Papa Benedetto XV lo teneva in grande considerazione, così come papa Pio IX che, nel 1920, lo nominò presidente della Commissione papale dell’Arte Sacra e lo inviò come visitatore apostolico in tutta Italia. Nel 1926 fu incaricato della supervisione dei seminari nella provincia ecclesiastica di Milano.

L’allora arcivescovo di Milano, cardinal Eugenio Tosi, morì nel gennaio 1929 e i voti indicarono Schuster come suo successore. Fu consacrato nella Cappella Sistina a luglio e, eletto immediatamente cardinale, venne presentato a re Vittorio Emanuele III per il giuramento di fedeltà allo stato (fu il primo vescovo italiano a farlo, secondo gli accordi del nuovo Concordato, firmato quello stesso anno). Prese servizio a settembre, ponendo fine a trent’anni di vita monastica. Si trovò a capo della più ampia diocesi d’Italia, composta da cinque province, con tre milioni di abitanti serviti da quasi duemila sacerdoti, in un’epoca nella quale il Concordato prometteva una nuova era di cooperazione tra Chiesa e Stato. Lo Stato italiano stava assistendo all’irresistibile ascesa del fascismo sotto Benito Mussolini, il duce, ma Milano vantava una tradizione politica di operai di sinistra: solo il quindici per cento dei lavoratori era a favore del fascismo, e solo l’otto per cento del clero era apertamente simpatizzante.

I fedeli accolsero Schuster con grande entusiasmo, anche se la stampa fascista smise ben presto di riferire sulle sue attività. Iniziò una serie di lettere pastorali: le prime trattarono i temi dei seminari, del giornalismo cattolico e della liturgia. Seguendo le orme di S. Ambrogio (7 dic), di S. Carlo Borromeo (4 nov.) e del B. Andrea Ferrari (2 feb.), Ildefonso si impegnò in una rigorosa serie di visite pastorali. Con novecento parrocchie, a ognuna delle quali dedicava un giorno non festivo, la visita completa durò da un minimo di tre a un massimo di sei anni; stava compiendo il quinto giro quando fu colto dalla morte. Visitò le parrocchie cittadine in inverno e quelle fuori città nelle altre stagioni, raggiungendo a piedi o su un asino quelle di montagna e percorrendo a volte in tre giorni cinquanta miglia a piedi.

Il suo messaggio era rigoroso; condannava il cinema, le letture profane, il teatro e la danza, come aveva fatto il S. Curato d’ArsNon temeva di denunciare il “peccato” come la sola ragione per il declino dell’osservanza religiosa e per le sofferenze della genteSostenne strutture come l’Azione cattolica, nonostante l’opposizione dello stato. In nome della purezza liturgica enfatizzò il ruolo centrale dell’eucarestia e insistette sul fatto che il clero non doveva solo predicare la parola di Dio  ma viverla in ogni suo aspetto, destituendo coloro che riteneva non si attenessero a questa regola. 90231QNonostante l’attività pastorale incessante trovò tempo per scrivere la storia della diocesi di S. Ambrogio. Fu impegnatissimo nel preparare due grandi ricorrenze: il quarto centenario di S. Carlo Borromeo e il sedicesimo di S. Ambrogio. Diede anche vita a due riviste mensili, di cui una dedicata agli studi sui santi. Prese il Codice di Diritto canonico del 1918 come strumento di base per la riforma nell’arcidiocesi: ristabilì i sinodi diocesani iniziati da S. Cario Borromeo, interrotti dal 1914.

Abituato a vivere secondo una regola monastica, tentò di applicarne i princìpi alla sua vasta diocesi: al primo sinodo, stabilì quattro “pilastri” principali sui quali la diocesi avrebbe dovuto appoggiarel’Ufficio divino, S. Tommaso d’Aquinoil Codice di Diritto canonico e la Bibbia come fondamento ultimo. Il suo secondo sinodo, tenuto nel 1935, si concentrò sulla liturgia; il terzo, nel 1941, riaffermò i princìpi del primoil quarto, nel 1946, poiché aveva terminato il terzo giro di visite pastorali, fu dedicato all’Eucarestia (a Milano si tenne un Congresso Eucaristico trionfale). Il quinto e ultimo sinodo, nel 1953, fu il suo testamento finale per l’arcidiocesi, incentrato sullo spirito pastorale che doveva fare conoscere la legislazione al popolo: «Meno leggi e più osservanza». I sinodi erano accompagnati da lettere pastorali al clero con la frequenza di una al mese dal 1930 al 1940. Trovò il tempo per rinnovare la liturgia “propria” di Milano, il rito ambrosiano, e per riformare l’arte nelle chiese.

Il suo passato monastico lo portava a considerare sacre tutte le autorità legittime. Le sue relazioni con il regime variarono molto nel corso degli anni: gli anni dal 1929 al 1938 possono essere visti come un periodo di accettazione generale, dal 1938 al 1943 come un processo di presa di distanza, seguiti da una ferma opposizione in seguito alle conseguenze della guerra. Nei primi anni della salita al potere di Mussolini oscillava tra azioni di sostegno e attività contrarie: per esempio rifiutò di celebrare la Messa per un raduno di “camicie nere” e di officiare all’apertura della nuova stazione ferroviaria di Milano, un trionfo fascista, nel 1931. Compì l’atto più deprecabile della sua carriera nell’ottobre 1935, quando diede il suo entusiastico appoggio all’invasione dell’Abissinia, che superficialmente considerava una crociata per riportare il Vangelo in un paese che lo aveva conosciuto molti anni prima e che poi lo aveva abbandonato.

Descrisse la guerra come «una missione nazionale e cattolica per il bene». Un anno dopo approvò l’intervento italiano nella guerra civile spagnola, che considerava causata dai bolscevichi, che rappresentavano la continuazione della minaccia alla Spagna cattolica iniziata nell‘VIII secolo dagli arabi. Tuttavia, non può essere considerato un pieno sostenitore del fascismo: ad un incontro con Mussolini nel 1936, ad esempio, chiese al duce di usare la sua influenza su Hitler per convincerlo a cambiare i suoi programmi politici, richiesta alla quale Mussolini rispose promettendo di fare il possibile, ma senza grandi speranze. Nel 1939 difese le sue relazioni con il regime come un tentativo di cristianizzare il fascismo, chiedendo: «Se la Chiesa in Italia non riesce a fare questo […] che cosa potrà fare?». Alla fine fu costretto ad ammettere che era una utopia irrealizzabile.

Card Schuster - MitreNel 1938 gli ebrei iniziarono a fuggire dalla Germania, e un gran numero arrivò a Milano chiedendo di venire battezzati come misura di sicurezzaSchuster li persuase che non era opportuno ricevere il battesimo senza esserne convinti e trovò loro rifugio in edifici parrocchiali e in case religiose. Nell’autunno inviò una missiva ai suoi sacerdoti (per prudenza non pubblicata fino al 1951) nella quale attaccava senza mezze misure la dottrina del razzismo come «una minaccia internazionale, tale e quale il comunismo». Pio XI si dichiarò apertamente d’accordo con lui. Schuster dichiarò l’entrata in guerra dell’Italia come un «tradimento nei confronti della Francia» e si rifiutò di benedire i soldati che partivano per il fronte. Quando la dittatura fascista cadde nel luglio 1943, la accusò di aver tradito l’Italia e, nei momenti di confusione che seguirono, si impegnò a dare aiuto materiale alla gente.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, diede il suo appoggio alla decisione iniziale di non-belligeranza dell’Italia, imponendo ai suoi fedeli un regime di austerità. Quando l’Italia entrò in guerra sospese le visite pastorali per trascorrere più tempo possibile a Milano con la sua gente, e si fece un punto d’onore di visitare i feriti che arrivavano in cittàConsiderava la guerra, le privazioni e le sofferenze come qualcosa di purificante, come un giudizio divino sull’immoralità delle città. Dal punto di vista pratico, aprì un “guardaroba” per i poveri e le vittime dei bombardamenti  nell’arcivescovado. Quando i tedeschi occuparono l’Italia, condannò l’invasione come «il più grande tradimento della storia». Schuster era fuori Milano per una visita pastorale quando Mussolini fu deposto, e fu avvisato di tornare in città velocemente per evitare una rivolta popolare. Trovò folle che strappavano manifesti fascisti dai muri e che distruggevano le statue del duce. I bombardamenti su Milano si intensificarono, culminando in quello della notte del 13 agosto 1944, compiuto da oltre quattrocentottanta bombardieri anglo-americani.

Il cardinale scrisse una lettera pastorale in cui supplicava Dio e gli Alleati di non ridurre alla disperazione completa la già fortemente provata  popolazione. Sapeva che l’Alto Comando tedesco aveva intenzione di ritirarsi dall’Italia attraverso la Lombardia, lasciando terra bruciata dietro di sé e usando Milano come ultima postazione. Milano si trovò quindi tra la Repubblica di Salò di Mussolini, le forze di occupazione tedesche e gli Alleati che avanzavano: Schuster si impegnò a salvare quello che restava della seconda capitale religiosa e culturale italiana. Intraprese una corrispondenza con gli alleati tramite il colonnello Dulles in Svizzera e si appellò personalmente a Mussolini perché si arrendesse.

Il 25 aprile 1945 Mussolini e i suoi ministri arrivarono alla residenza dell’arcivescovo per un incontro, organizzato da Schustercon i rappresentanti dei partigiani italiani. Schuster implorò Mussolini di consegnare i documenti e di prepararsi all’ergastolo come prigioniero politico. Ma quando questi scoprì che gli stavano chiedendo di firmare un documento che era stato concordato in anticipo con i tedeschi, dichiarò di essere stato tradito, perse la calma e se ne andò dalla riunione.

Quella sera fuggendo, travestito da soldato tedesco, sul lago di Como, fu smascherato dai partigiani e giustiziato. Quattro anni dopo Schuster confermò pubblicamente di essere stato al centro degli intensi negoziati allo scopo di risparmiare ulteriori distruzioni. Finita la guerra Schuster iniziò a insistere sulla necessità di una ricostruzione spirituale e materiale, rimproverando alle nazioni che erano state coinvolte nella guerra di non aver ascoltato la voce della Chiesa.

Organizzò e sostenne opere di assistenza per i reduci dal fronte, trasformandocard.-schuster---sede quello che rimaneva della residenza arcivescovile in un magazzino di cibo e vestiti. Dovette affrontare l’accusa di sostegno ai fascisti mossagli da molte persone, e la relativa ostilità del nuovo governo civile: la sua risposta fu che la Chiesa non poteva schierarsi politicamente ma doveva salvare tutti, «specialmente i più grandi peccatori». Sottolineò l’importanza della missione temporale della Chiesa in favore dei poveri e accusò il comunismo di materialismo, totalitarismo e ateismo, invitando i cattolici a non votarlo. Questa posizione sarebbe stata sostenuta da una dichiarazione del Santo Uffizio del 1949.

La sua opinione era che la ricostruzione della società italiana dovesse coincidere con la restaurazione di un tessuto sociale cristiano, ma, nello stesso tempo, egli era abbastanza acuto da saper distinguere l’ideologia comunista dalle azioni pratiche volte al miglioramento delle condizioni

dei poveri, per le quali espresse la sua approvazione. Quando nel 1946 si svolse il referendum per decidere se l’Italia dovesse rimanere una monarchia o diventare una repubblica, egli non si espresse, dicendo che era una questione puramente politica nella quale la Chiesa non aveva preferenze e che avrebbe appoggiato fedelmente qualsiasi autorità legittima fosse emersa dalla decisione del popolo.

Il suo quarto giro di visite pastorali, che risultò più lungo degli altri a causa della guerra, terminò nel tardo 1946, ed egli ne iniziò prontamente un altro, durante il quale disse ai suoi sacerdoti che la nuova situazione di diffuso allontanamento dalla pratica cristiana imponeva loro di mostrare un eroismo apostolicoOrganizzò un imponente congresso eucaristico a Monza per il settembre 1945, a cui, per svariati motivi, partecipò solo la metà dei fedeli dell’arcidiocesi. Questo fu seguito a Milano da un intenso ciclo di missioni per «arginare l’ondata anti-cristiana». Organizzò anche un congresso mariano nel 1947.

La sua incessante attività continuò: missioni alle parrocchie, incoraggiamento all’Azione cattolica, un congresso liturgico diocesano. Il suo spirito eminentemente pratico lo portò a istituire un fondo per la costruzione di case «semplici, ma accoglienti e solide» per gli immigrati che arrivavano dall’Italia del sud in cerca di lavoro. Si accertò che fossero disponibili dei fondi per costruire una nuova chiesa in ogni blocco abitativo.

Alla fine degli anni ’50 del XX secolo, Schuster iniziò a sentire il peso dell’età, e divenne meno intraprendente. Fu però ancora in grado di dare voce a una esigenza operativa:«oggi non è auspicabile l’abbandono del mondo secolare da parte della Chiesa, anzi, non è possibile. C’è bisogno di andare incontro alle masse per cristianizzarle nuovamente». Suggerì anche la necessità di un concilio per dare inizio all’opera pastorale. Tuttavia l’azione pratica che proponeva appariva troppo tradizionale: la formazione del clero, l’Azione cattolica, l’opposizione al comunismo e ai suoi simpatizzanti.

I suoi ultimi anni furono sempre più difficili: sentiva di non riuscire più a comprendere il mondo, la Chiesa e «quello che il Signore voleva da lui». Capiva che era necessario un cambiamento, anche nell’arcidiocesi. Le opere di carità dell’arcidiocesi si ampliarono ulteriormente, estendendosi oltre i suoi confini, così come la sua reputazione. La Chiesa tributò grandi onori a Schuster, ma, nello stesso tempo, il Vaticano ordinò un’ispezione generale dei seminari maggiori, per il sospetto che l’insegnamento non fosse sufficientemente ortodosso. Sebbene i suoi seminari superarono brillantemente il controllo, l’episodio lo ferì profondamente.

90231DLa salute iniziò a peggiorare velocemente e morì il pomeriggio del 30 agosto dello stesso anno. Le sue ultime parole furono per i seminaristi: «Volete qualcosa per cui ricordarmi? Tutto quello che posso lasciarvi è un’esortazione alla santità».La notizia della sua morte si diffuse rapidamente, migliaia di persone si recarono al seminario, portando montagne di fiori. La maggior parte erano persone povere che portavano semplici fiori di campo. Il corpo fu portato a Milano due giorni più tardi, il funerale paralizzò la città intera, con folle di gente in lacrime ai lati della strada.

I primi passi per l’apertura della causa di beatificazione furono intrapresi, dalla diocesi edai benedettini, quasi immediatamente. L’anno seguente un episodio curioso minacciò di mandare a monte tutto: le Folies Bergères erano in tournée in Italia, e l’arcivescovo Mimmi di Napoli, informato della natura dello spettacolo, telefonò all’Osservatore Romano per protestare contro la rappresentazione e il suo prossimo trasferimento a Roma. Alcuni ricordarono che era stata rappresentata a Milano due anni prima, prima della morte di Schuster, senza che egli avesse sollevato alcuna protesta. Questa dimostrazione di lassismo non fu favorevole alla sua causa: il fatto fu riferito a papa Pio XII, la cui reazione fu di chiedere se Josephine Baker partecipasse ancora allo spettacolo. La risposta fu affermativa, ed egli raccontò di averla ricevuta anni prima in udienza privata e di essere rimasto incantato dalla sua presenza. Lo spettacolo fu rappresentato a Roma con alcune modifiche minori, e questo ostacolo alla causa di Schuster venne rimosso.

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Nel 1977 l’allora Promotore Generale della Fede richiese un più profondo esame “storico-critico” dei suoi rapporti con il fascismo e nel 1983 la causa fu interrotta per questo motivo. Il 12 maggio 1996 è stato infine beatificato da papa Giovanni Paolo IIIl corpo è stato trovato incorrotto dopo l’ultima ricognizione.

FonteIl primo grande dizionario dei santi di Alban Butler 

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