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SAN MARCO EVANGELISTA

SAN MARCO EVANGELISTA

evangelista (i sec.)25 Aprile

4san marco apostolo1Cosa si sa dell’evangelista Marco? Era il segretario di San Pietro oppure il suo nemico? Quando venne scritto e a chi era indirizzato il suo Vangelo? Fu veramente martirizzato e che fine hanno fatto le sue spoglie?

Nulla di certo si conosce riguardo alla vita di San Marco, autore del secondo Vangelo sinotticoÈ addirittura possibile che il compilatore di questo Vangelo non portasse questo nome; non vi è, infatti, alcun riferimento all’autore all’interno del testo (a differenza, per esempio, delle lettere di S. Paolo) e nessun accenno al suo nome nei primi scritti cristiani. Lo storico Eusebio, alla fine del III secolo, riferisce che Papia, nel II secolo, riteneva che Marco fosse stato “interprete” di S. Pietro e avesse trascritto accuratamente tutto ciò che l’apostolo ricordava. Appoggiandosi su tale fragile base, la tradizione ha considerato ogni accenno a una persona di nome Marco nel Nuovo Testamento come riferimento all’evangelista. Si è, quindi, ritenuto che fosse figlio della padrona della casa nella quale si riunivano i discepoli (At 12, 12), e anche compagno di S. Paolo e di S. Pietro (At 13,5 e 1 Pt 5, 13). Questo missionario si chiamava in effetti Giovanni Marco ed era cugino di Barnaba, ma non godeva la stima di Paolo, poiché aveva abbandonato i due evangelizzatori durante il primo viaggio (At 13,13,15,37-39); si presume, però, che vi sia stata in seguito una riconciliazione e troviamo Marco a Roma vicino a Paolo imprigionato (Col 4,10).

4bronzino-san-marcoNon è però sicuro se il Giovanni Marco degli Atti, il Marco delle Lettere di Paolo e il «mio figlio Marco» della Prima Lettera di Pietro siano la stessa persona che ha scritto il Vangelo. Questo nome era molto comune all’epoca, sia nella forma latina sia in quella greca. D’altro canto sarebbe difficile comprendere perché dovrebbe essere stato attribuito uno scritto a un personaggio sconosciuto: nessun vantaggio poteva aversi da un tale pseudonimo e quindi è sensato mantenere per l’autore del secondo Vangelo il nome di Marco.

La tradizione ha anche identificato l’evangelista con il giovane che scappò via nudo durante l’arresto di Gesù (Me 14, 51-52), ma non vi sono prove a sostegno. Allo stesso autore, inoltre, è stata attribuita la Passione apocrifa di S. Barnaba (11 giù.), mentre una serie di Atti apocrifi, non attendibili, ne descrive il martirio che sarebbe avvenuto ad Alessandria durante il regno dell’imperatore Nerone. Una tradizione ancora più tarda lo vuole tra i settantadue discepoli inviati da Gesù, sebbene Papia asserisca che Marco non sia mai stato discepolo di Gesù né lo abbia mai ascoltato personalmente.

Il testo del Vangelo ci permette di dire qualcosa sul suo autore.  Il quale, ad esempio, commette alcuni errori riguardo alla geografia della Palestina (ad esempio, mette Sidone a sud di Tiro al versetto 7,31) di cui non sarebbe nativo, come provato anche san marco evangelistadalla sua padronanza del greco. Il fatto che egli traduca parole e frasi dall’aramaico (ad esempio in 5, 41; 15, 34) e spieghi le abitudini giudaiche (7, 24) sembra indicare che stia scrivendo per un pubblico non palestinese, o, almeno, non ebreo. Secondo la tradizione l’opera fu composta in Italia, probabilmente a Roma, dove l’autore si trovava con S. Pietro. Esiste però anche una testimonianza del II secolo secondo cui il Vangelo fu scritto ad Alessandria dove, stando a Eusebio, Marco era giunto dopo avere lasciato Roma e ne era divenuto il primo vescovo. La lingua del Vangelo è la koinè greca, la lingua franca delle terre del Mediterraneo orientale. È difficile essere precisi riguardo alla data di stesura; in gran parte il problema è connesso alla dibattuta questione dell’ordine dei tre Vangeli sinottici (cioè Matteo, Marco e Luca).

L’esame dell’ordine tradizionale è stato oggetto di una progressiva attenzione dal XIX secolo in avanti; oggi l’opinione accettata tra gli studiosi è che per primo fu scritto il Vangelo di san Marco e fu usato in maniera molto simile a quello di san Matteo (21 set.) e san Luca (18 ott.). Vi è stata recentemente, però, una sorta di ritorno alla visione tradizionale anche se resta più sicuro al momento sostenere la precedenza di Marco e datare il suo Vangelo intorno agli anni 65-70.

La prima data vale se si accetta la vicinanza di Marco a Pietro a Roma, la seconda, invece, se il Vangelo fu scritto ad Alessandria prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. Fino a poco tempo fa, la struttura e l’insegnamento del Vangelo di Marco sono stati considerati molto semplici, se non semplicistici. Si descriveva l’opera come una narrazione continua e lo schema degli eventi era paragonato a quello fornito dai discorsi di Pietro e Paolo riportati negli Atti. Ciò si collegava alla tradizione sopracitata secondo cui Marco accompagnò Paolo nei sui viaggi missionari e fu interprete o segretario di Pietro.

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Secondo questa lettura San Marco intendeva semplicemente offrire ai lettori una cronaca lineare della vita e della morte di Gesù, così come l’aveva ricevuta dagli apostoli. Si riteneva di conseguenza che il lettore giungesse più vicino alla figura storica di Gesù in questa narrazione che in quelle più teologicamente sofisticate e rimaneggiate degli altri evangelisti.

San Marco era considerato un narratore vivace e un cronista fedele, ma nulla di più, e anche la sua padronanza del greco era ritenuta limitata e insoddisfacente. In anni recenti, però, qualcosa di molto simile a una rivoluzione è avvenuto per quanto concerne lo studio del Vangelo di san Marco e ne è risultato un ritratto dell’autore completamente diverso: un redattore creativo operante sui racconti orali (e, forse, anche scritti) che circolavano nelle prime comunità cristiane sulla vita di Gesù. L’opera letteraria è tutt’altro che semplice e ha, piuttosto, un intento tanto teologico quanto quelli di Matteo e Luca.

LA FESTA DI SAN MARCO IN ARGENTANO

Per quale ragione, dunque, san Marco scrisse il suo Vangelo? E importante notare che egli dedica un terzo della narrazione a una singola settimana della vita di Gesù, l’ultima settimana passata a Gerusalemme e che culmina nella passione, morte e resurrezione. E’ indubbio perciò che ogni altro aspetto della narrazione va letto alla luce di quella settimana. Se, ad esempio. San Marco descrive Gesù come operatore di miracoli (3, 10; 6, 56), questo potere deve essere visto nel contesto dell’apparente fallimento della croce; i maghi girovaghi erano comuni all’epoca e Gesù non deve essere confuso con uno di loro. Non deve essere nemmeno scambiato con i filosofi peregrinanti del tempo; Gesù ha pronunciato parole di sapienza e non vi è dubbio che i suoi detti e le sue parabole circolassero tra i primi cristiani, ma, anche in questo caso, la sua sapienza può essere compresa soltanto nel contesto della follia della morte.4san-marco-evangelista

San Marco esplicitamente afferma che non solo Gesù deve soffrire; in 8, 34-37 avvisa i discepoli che dovranno sopportare la persecuzione e nonostante ciò continuare a riconoscere Gesù pubblicamente come maestro. Gli studiosi hanno indicato che la persecuzione era già iniziata quando San Marco si accinse a scrivere il suo Vangelo ed è per questo che egli riteneva necessario avvertire i cristiani che dovevano aspettarsi questo piuttosto che la «teologia della gloria» di Paolo (Achtemeier).

È per questo motivo, forse, che San Marco descrive Gesù che dichiara ai discepoli che neanche lui conosce l’ora del suo ritorno glorioso per la fondazione del Regno (13, 32): non avrebbero dovuto scoraggiarsi essi e i loro discepoli quando il periodo di sofferenze e la terribile caduta di Gerusalemme non sarebbero state seguite dalla seconda venuta. Lo scopo principale di san Marco, in conclusione, era quello di usare il proprio Vangelo per introdurre i fatti e i detti sulla vita di Gesù, che già circolavano in varie versioni, nell’unico contesto che dava loro significato e di rendere così evidente ai suoi lettori che la sofferenza era la caratteristica essenziale della vita del loro maestro e, quindi, anche della loro.

Questa interpretazione può forse aiutare a spiegare un’altra caratteristica della narrazione di San Marco, e cioè il modo in cui sottolinea l’incapacità dei discepoli a comprendere  l’insegnamento del maestro. In varie occasioni Gesù li rimprovera per questo (7, 18; 8, 17; 8, 29-33) e si lamenta per la loro mancanza di fede (5, 35-41; 6, 45-52). Essi non riuscivano a comprendere appunto quando prediceva che avrebbe dovuto soffrire e morire (8, 31-9, 9; 9, 30-31; 10, 32-45) e lo abbandonarono quando le sofferenze iniziarono (14,50). L’atteggiamento critico di Marco rispetto ai discepoli contrasta, però, con il modo in cui sono elogiati all’inizio del Vangelo per avere seguito Gesù prontamente (1, 16-20) e con gli encomi ricevuti per la prima missione di insegnamento (6, 30-31).

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E in contrasto anche con la descrizione di chi crede a Gesù sin dal primo incontro o lo onora nel modo a lui consono: il padre del fanciullo epilettico (9, 18), il cieco Bartimeo (10, 46-52) e la donna di Betania (14, 3-9). Forse San Marco intende mettere in evidenza che una prima accettazione di Gesù, con i suoi miracoli e insegnamenti sapienti, non è difficile mentre un’accettazione duratura, con l’idea di sofferenza che implica, richiede un impegno assolutamente più profondo?

Un altro aspetto della narrazione di Marco è l’importanza data alla domanda di coloro che incontrano Gesù e chiedono chi egli sia. Gli scribi chiedono: «Come può dire queste cose? […] Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?» (2, 7); i discepoli si interrogano: «Chi è dunque costui?» (4, 41); i sommi sacerdoti e gli scribi vogliono sapere quale autorità egli abbia per compiere certe cose (11, 28); il sommo sacerdote gli chiede apertamente: «Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto? » (14, 61). Nuovamente, chi fosse è reso manifestato dalla sua sofferenza e dalla sua morte: mentre egli pendeva dalla croce il centurione disse: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (15, 39).

Il ritratto complessivo di Gesù nel racconto di San Marco è quello di una persona da un potere eccezionale, che agisce talvolta come solo Dio può agire (per esempio rimettendo i peccati in 2, 1-12 e dicendo di essere signore del sabato in 2, 28), richiedendo e ricevendo obbedienza (per esempio riguardo ai preparativi per l’entrata a Gerusalemme e la cena della Pasqua in 11, 1-6 e 14, 13-16) e insegnando con un’autorità che non si può discutere (12, 34); egli opera prodigi come gli antichi profeti (6, 15) ma persino «il vento e il mare gli obbediscono» (4, 41).

Tuttavia Gesù proibisce a chiunque di trarre la conclusione ovvia da queste manifestazioni di potenza e di autorità; rimprovera lo spirito immondo che grida: «Io so chi tu sei: il santo di Dio» (1, 23-26) e dopo la trasfigurazione ordina agli apostoli di non dire ciò che hanno visto «se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti» (9, 2-9). Di nuovo, è solo nel contesto della sua morte immediata (15) che san Marco introduce il titolo di “re” a Gesù; egli è davvero re, come riconosce davanti a Pilato (15, 2), ma un re il cui trono sarà la croce. Appare, dunque, evidente che san Marco era particolarmente interessato a ritrarre Gesù in una maniera teologica del tutto particolare, per cui non ci si può aspettare che il suo racconto sia storico in senso moderno.4san_marco

Egli non è interessato alla cronologia di ciò che Gesù fece o disse, anzi nella sua narrazione compaiono numerose incongruenze e persino contraddizioni nel tentativo di assemblare un itinerario preciso per i viaggi di Gesù (si vedano le due traversate del mare in 4, 35 e 5, 21) o una sequenza temporale di ciò che Gesù fece in un momento particolare (tutti gli avvenimenti tra 4, 35 e 6, 2 sembrano essere accaduti in due ore).

Forse è proprio a causa della sua abilità che si ritenne per tanto tempo che egli avesse semplicemente raccontato la sequenza gli avvenimenti. Utilizza, infatti, una successione di frasi brevi e precise e introduce il tipo di dettagli che un narratore userebbe a voce: «Venuta la sera, dopo il tramonto del sole» (1, 32), «al mattino […] quando era ancora buio» (1,35), Gesù era addormentato con la testa «sul cuscino» (4, 38), la testa di Giovanni Battista fu portata «su un vassoio» (6, 28).

Per assicurarsi che i lettori comprendessero l’importanza di alcuni passaggi San Marco utilizza anche la tecnica di riportare gli avvenimenti tre volte: ci sono tre importanti profezie della passione (8, 31-33; 9, 30-32; 10, 32-34), Gesù visita tre volte gli apostoli che dormono nel giardino del Getsemani (14, 32-42), S. Pietro rinnega il Signore tre volte (14, 66-72), il sommo sacerdote lo accusa tre volte di fronte al Sinedrio (14, 60-64), infine Pilato cerca di liberare Gesù tre volte (15, 6-15). Mediante l’utilizzo di questi artifici narrativi, San Marco raduna assieme le varie versioni che circolavano nella prima comunità cristiana, di cui lui stesso faceva parte, e «le assembla in una narrazione che egli identifica con «Il Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio» (1,1)».

Sia la Chiesa orientale sia quella occidentale venerano San Marco come martire a partire almeno dal IV secolo. Fuori Alessandria si trovava un santuario in cui si diceva fosse seppellito il suo corpo, salvato dalle fiamme da alcuni cristiani, e che era diventato luogo di pellegrinaggio già nel V secolo. Il culto principale si sviluppò però a Venezia, dove le sue reliquie furono portate da due mercanti all’inizio del IX secolo per evitare che fossero profanate dagli arabi.

Il conseguente sviluppo del culto non fu continuo se non dopo l’anno 1000, divenne dapprima ufficiale nella città di Venezia e poi sempre più diffuso via via che la Repubblica prosperava; il simbolo dell’evangelista, un leone alato, divenne anche quello della città. Altri luoghi reclamarono parti del suo corpo, tra cui Roma e Clairvaux in Francia, mentre Reichenau sul lago di Costanza dichiara, a quanto risulta non senza giustificazione storica, di conservarlo integralmente dopo una traslazione avvenuta nell’anno 890 da Venezia.

Oltre a essere il patrono di Venezia, San Marco è patrono d’Egitto e dei notai, dei canestrai, dei vetrai e degli ottici; inoltre nel 1951 Pio X II lo nominò formalmente patrono degli allevatori di bestiame spagnoli, poiché questi erano fortemente devoti a lui da lungo tempo. 

È INVOCATO: – contro la scabbia – come protettore di calzolai, conciatori, farmacisti, interpreti, notai, fabbricanti e commercianti di occhiali, fabbricanti di panieri e canestri, pittori, segretari, vetrai, allevatori di bestiame

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Fonte: Il primo grande dizionario dei santi di Alban Butler 

 

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