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Padre Aldo Giachi

Padre Aldo Giachi

Gesuita (1927 -1989) 21 luglio

Rimasto senza genitori comincia a parlare di quel Gesù che lui ama come il primo Amico, ripromettendosi di diventare predicatore e nonostante una pesante disabilità darà prova di grande fede, coraggio e amore.  

Padre Aldo è nato l’11 aprile 1927, un Venerdì Santo, in una piccola città, chiamata Stia, vicino a Firenze. Il padre era pastore di greggi mentre la madre era una casalinga. Bambino buono, sempre allegro, socievole nei giochi con compagni e amici. A 5 anni perse la madre in un incidente (un colpo di fucile). Il piccolo rivela un coraggio singolare. Tra i compagni appare come un leader e spesso sale su una sedia e comincia a predicare su quel Gesù che lui ama come il primo Amico. Anzi dice che da grande desidera diventare predicatore.

Anni dopo, la sua famiglia andò a Roma e suo padre si risposò; da questo matrimonio nacque un’altra sorella. Più tardi, il padre malato di cancro morì e la famiglia venne divisa. Aldo ormai solo vuole consacrarsi a Dio e rimane a finire la scuola elementare con una zia e uno zio a Roma, una sorella rimane con la madre e l’altra con altri zii in Toscana.

A 18 anni, decide di entrare nella Compagnia di Gesù per diventare prete, a causa di un’ulcera gastrica deve lasciare momentaneamente gli studi. Guarito in seguito ad un dolorosissimo intervento, subìto quasi tutto da sveglio e offrendo le sue sofferenze con Gesù Crocifisso per la sua vocazione, rientra in noviziato nel ‘46, a Galloro.

Nel maggio ‘48, i tre voti, semplici ma perpetui, che per la sua gioia lo rendono gesuita per sempre. Il suo modello è P. Agostino Pro, gesuita, fucilato a Città del Messico, il 23 novembre 1927, in odio alla fede, dai segugi di Calles. Anche Aldo vuole morire martire per Gesù.

Nel 1949, all’età di 22 anni durante una vacanza in montagna, si accorge di avere problemi a piegare il ginocchio, mentre suonando il pianoforte ha difficoltà a muovere il pollice della mano destra.

Dopo alcune indagini scoprono che si tratta di tumore spinale cervicale. Lo attendeva un lento declino fino alla morte nel giro di sei mesi. Ma padre Aldo categoricamente si rifiuta di morire. Inizia così la sua battaglia. Quando è ormai incapace di muoversi, studia sul suo letto, con l’aiuto degli amici per realizzare il suo sogno di diventare un sacerdote e dedicare la sua vita a Dio e al servizio degli altri.

Studia con ottimo profitto. È sereno e forte. La sua preghiera si fa sempre più intensa. Ma come ordinarlo sacerdote in quelle condizioni? Come avrebbe svolto il suo ministero, immobilizzato su una sedia a rotelle? Aldo non si perde di coraggio: scrive al Santo Padre Pio XII, il quale da vero padre e “pastore angelico” qual è, gli concede il sacerdozio. Il 5 gennaio 1957, Aldo Giachi è ordinato sacerdote nella cappella di Villa Vecchia a Mondragone, dal Vescovo di Frascati, Mons. Budelacci.

Si dedica subito al ministero delle confessioni e della direzione spirituale ai ragazzi del Collegio di Mondragone e ad esterni che accorrono a lui, sempre più numerosi per la stima di santità che emana dal suo costante sorriso.

Lavora come sacerdote in un movimento religioso di disabili, partecipa alle proteste nel centro di Roma per chiedere leggi più giuste per i pensionati e per i lavoratori disabili.

Per questo, nel ‘64, riesce a farsi trasferire al Centro riservato ai grandi invalidi di guerra sulla Via Ardeatina, dove trova il suo secondo fruttuoso campo di lavoro. Per anni, gira per le corsie in carrozzella, spesso fischiettando. Ma P. Aldo Giachi non si ferma lì: vuole partire come missionario e presenta la domanda, tra lo stupore dei superiori.

Il 12 aprile 1968, incredibile ma vero, pur essendo “un prete a 4 ruote”, come ama definirsi, parte dall’aereoporto di Fiumicino con due infermieri, per il Cile, per rimanerci per sempre. È il venerdì santo, quel giorno, e P. Aldo porta al collo il Crocifisso dei missionari. Per 21 anni di permanenza in missione, compirà veri e propri miracoli, facendo da malato assai più di molti sani, diventando un faro di luce per il Cile e oltre il Cile, dovunque riuscirà a far giungere la sua testimonianza.

Per 13 anni, P. Aldo è cappellano dell’Ospedale del Salvador. Contemporaneamente, fonda il Centro Esperanza Nuestra a Maipù con un servizio particolare verso i malati cronici.

Al centro di tutto, pone la Santa Messa: “Il sacerdote – annota nel suo diario spirituale – è l’uomo del sacrificio. Oggi l’unico sacrificio è quello della Messa. È da molto tempo che la grande gioia della mia giornata è la mia Messa. Il poter dare la vita, il poter rendere presente in Corpo, Sangue, Anima e Divinità Gesù stesso in forma di vittima nelle mani di un sacerdote vittima; il poter parlare con Dio, il poter adorarlo e visitarlo nel SS.mo Sacramento, il poter chiedere direttamente forza, coraggio, sorriso, il poter chiedere consiglio a Lui con semplicità, questa è la grande gioia della mia giornata“.

Scrive: “Darsi all’apostolato è darsi alla Croce. Darsi a Dio è darsi alla Croce. Darsi alle anime è darsi alla Croce. Le anime si pagano di persona“.

Ho il desiderio di essere preso. Prendimi, Gesù, schiacciami, strizzami, straziami, dammi tutto: per la Chiesa, per le vocazioni, i malati, prendi ciò che vuoi. Moltiplica il mio amore, prendimi tutto per sempre. Tu solo, Gesù, mi basti… conquistami… sì“.

Accanto a lui, fin dall’inizio ci sono uomini e donne che, attratti dal suo esempio e dal suo coraggio eroico, chiedono di dedicarsi alle sue attività. Alcuni di loro si trasformano quasi in sue mani in suoi piedi per sviluppare il possibile le sue attività. Sono volontari cileni, missionarie italiane che offrono la vita e le mani colme di amore, collaborando, con P. Aldo, crocifisso vivente.

Avrebbe dovuto, secondo i medici, morire nel 1951. Invece, incanta coloro che incontra con il fascino di una vita straordinariamente ricca e donata, in 38 anni di infermità, fiorente di configurazione a Gesù in croce e di amore ai fratelli più sofferenti, moltiplicando all’inverosimile talenti e iniziative. Sino all’ultimo.

Il 21 luglio 1989, dopo 24 ore appena di lucida agonia, va incontro a Dio, “avendo amato i suoi sino al culmine, come Gesù” (Gv 13,I). Aveva pensato nella sua continua meditazione-preghiera anche alla sua ultima ora, scrivendo nel suo diario: “Che bello poter morire senza lasciare moglie e figli, senza che nessuno pianga, morire solo ed essere dimenticato da tutti, ma andare da Dio, casto, povero, obbediente e innamorato di Cristo!“.

Fonti: http://www.santiebeati.it/dettaglio/95064; http://www.esperanzanuestra.cl/sitio/?page_id=118

 

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