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BEATO GIOVANNI di PRADO

 

 BEATO GIOVANNI di PRADO

Francescano  martire (1631) 24 maggio

Presbitero dell’Ordine dei Frati Minori, fu mandato in Marocco a prestare assistenzaB. GIOVANNI di PRADO spirituale ai cristiani costretti in schiavitù nei regni degli infedeli, testimoniò coraggiosamente la sua fede di fronte al despota Mulay al Walid, per ordine del quale venne quindi bruciato vivo. 

Nato da una nobile famiglia spagnola a Morgovejo (Leon), fu istruito presso l’università di Salamanca e divenne francescano scalzo di S. Gabriele nel 1584. Dopo la sua ordinazione desiderava fortemente servire la Chiesa nelle missioni ai pagani in terra straniera: a quel tempo c’erano già missionari che lavoravano in molte parti del mondo, e il luogo di attività pastorale di Giovanni fu alla fine il Marocco. Dapprima fu però inviato a predicare nel suo paese e a prestare servizio in diverse comunità come maestro dei novizi e poi guardiano.

Nell’esporre le verità della fede e nel parlare dell’immacolato concepimento di Maria, in quel tempo non ancora dogma di fede, sovente si commuoveva fino alle lacrime, di modo che anche gli uditori prorompevano in sospiri e singhiozzi, pensando alla gravità dei loro peccati e alla infinita misericordia di Dio. Nel suo zelo per la salvezza delle anime, nei giorni di festa, il B. Giovanni radunava i fanciulli in chiesa, faceva loro il catechismo, li conduceva in processione sulla piazza della città e rivolgeva loro e al popolo accorso parole di vita eterna. Si adoperò pure per organizzare, secondo gli usi del tempo, Congregazioni di Penitenti, i quali, nei giorni di quaresima e in tutti i venerdì dell’anno, si radunavano in chiesa per ascoltare la parola di Dio e concludere le loro pratiche di devozione con l’uso dei flagelli.

B. GIOVANNI di PRADO1Il beato era convinto che per salvare le anime occorreva pregare e fare molta penitenza. Sostenuto dalla grazia di Dio, egli praticò fino alla morte mortificazioni che hanno dell’incredibile. Sia d’inverno che d’estate camminava a piedi nudidormiva di solito per terra sopra una tavola ricoperta da una pelle di agnello o da un vecchio panno, e sotto la tonaca nascondeva un cilicio di latta, un giubbone intessuto di punte di cardi e una croce di acciaio con trentatré punte. Un giorno si ammalò. All’infermiere che lo esortava a deporla e a fare uso della camicia, rispose: “Ah, fratello mio, quanto costa il cielo! E per quanto si possa fare, poco facciamo per conseguirlo”. Tutti gli anni faceva tre quaresimeNon beveva vino e non mangiava carne. Se veniva costretto a farne uso nelle solennità, la condiva con la cenere. Digiunava pure tutti i sabati dell’anno, nelle vigilie delle feste della Madonna, degli apostoli e di molti altri santi.

Ogni giorno il B. Giovanni celebrava la Messa dopo lunghe orazioni e una severa disciplina. I fedeli, al vederlo sovente in lacrime, ne rimanevano sommamente edificati. Talora gli si avvicinavano per raccomandarsi alle sue preghiere perché godeva fama di profeta, o per baciargli la tonaca, ma egli diceva loro di essere soltanto “un grandissimo peccatore” e “un miserabile giumento”. Eppure sovente andò in estasi. Una volta gli fu rivelato che avrebbe ricevuto la corona del martirio da lui tanto bramata, e tre volte udì parlargli il crocifisso davanti al quale in cella soleva meditare.

Grande era la devozione del beato per l’Eucaristia. Esigeva che le suppellettili della chiesa fossero linde e gli altari puliti. Nel portare solennemente il viatico ai morenti non tollerava freddezze o incurie. Egli stesso vi prendeva parte con grande trasporto ogni volta che la campana gliene segnalava il passaggio. Un giorno, nell’assistere all’amministrazione del viatico a un infermo che poco prima egli aveva riconciliato con Dio, fu tanto l’ardore che provò per Gesù presente nell’ostia santa che il suo volto divenne splendente come un sole. Felice era pure quando poteva prendere parte alla processione del Corpo di Cristo e di celebrarne i trionfi.

Nonostante la sua santità e umiltà, fu vittima di una falsa accusa e venne rimossoB. GIOVANNI di PRADO2 dall’incarico di guardiano: «La sola cosa che mi addolora – disse– è il discredito che ciò potrebbe portare al nostro ordine e lo scandalo che potrebbe causare nei deboli». La sua innocenza venne in seguito completamente affermata e nel 1610 fu eletto ministro della nuova provincia di S. Diego.

Tre anni dopo la peste uccise tutti i francescani impegnati nella difficile missione del Marocco musulmano, sorte già toccata nel XIII secolo ai primi francescani che vi avevano operato; siccome l’incarico di Giovanni era appena giunto a scadenza, egli potè chiedere di essere inviato colà. Il papa Urbano VIII lo nominò missionario apostolico con poteri speciali. Insieme a due compagni intraprese il suo ministero presso gli schiavi cristiani. Grande fu qui la venerazione che tutti ebbero per lui. Persino i mori gli baciavano l’abito esclamando: “Costui è veramente un uomo di Dio!”; Un giorno si svolse per le vie della città una processione di penitenza in onore di Gesù Crocifisso, e fu talmente grande il trasporto che il B. Giovanni ne provò che, nell’esortare i presenti al pentimento dei propri peccati, andò più volte in estasi.

Nonostante fosse stato loro ordinato di partire, continuarono a portare i sacramenti ai cristiani e a far riavvicinare coloro che erano caduti nell’apostasia. Vennero dunque arrestati a Marrakech e gettati in prigione, dove dovettero frantumare salnitro per la fabbricazione della polvere da sparo.

Anziché lamentarsene il B. Giovanni diceva ai compagni: “Fratelli miei, rallegriamoci e consoliamoci molto perché stiamo imitando il nostro maestro e Redentore Gesù Cristo. Rendiamogli infinite grazie per il singolare favore che ci fa”.

B. GIOVANNI di PRADO3In carcere i tre Minori Riformati furono mantenuti dalla carità dei cristiani. Essi pagarono anche le guardie perché permettessero loro di celebrare la Messa prima del sorgere del sole. Il re aveva ordinato che fosse data loro soltanto dell’acqua, e che fossero costretti a pestare polvere in un mortaio con mazze di bronzo. Unica loro ricompensa erano gli insulti che ricevevano sia dai cristiani rinnegati, sia dai maomettani i quali, talvolta, penetravano nella loro cella e dicevano: “Lavorate, cani, o fatevi mori“. Anziché perdersi d’animo il beato sospirava: “Quando mai, mio Dio, meritai tanto bene? Ora sì, o Signore, conosco che mi ami, e che soddisfi i miei desideri.”

Quando furono condotti alla presenza del sultano, esposero coraggiosamente il credo cristiano, venendo flagellati e gettati nuovamente in prigione.

In un secondo interrogatorio pubblico Giovanni si rivolse ad alcuni apostati presenti, ignorando ostentatamente il sultano; Mulay-al-Walid colpì allora Giovanni, ormai anziano, buttandolo a terra, dove fu ancora colpito da due frecce e trascinato via per essere arso vivo. Mentre le fiamme si alzavano, egli continuò a esortare i suoi carnefici a seguire Cristo, finché uno di loro non gli ruppe la testa con una pietra. La salma del martire, mezza arsa dal fuoco, fu sepolta con le ceneri in un fossa che serviva da chiavica alla piazza del palazzo reale. I cristiani nell’ottobre del 1634 ne riesumarono i resti. Essi furono portati a Siviglia e posti nella chiesa di S. Diego dove sono ancora venerati. Clemente XI riconobbe il martirio di Giovanni da Pardo il 27-3-1712, e Benedetto XIII lo beatificò il 14-5-1728.

Fonte: Il primo grande dizionario dei santi di Alban Butler /http://www.paginecattoliche.it/

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