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Archive for IL TUO SPAZIO

Fernando Calò

Fernando Calò

Adolescente (1941-1956) 26 luglio

Figlio di una ragazza madre e piuttosto irrequieto, una volta entrato in un istituto salesiano cambia completamente riavvicinandosi alla Chiesa, facendo riavvicinare anche la mamma e diventando apostolo fra i suoi compagni. Morì per un incidente durante una partita a pallone.

L’essere santi non è un privilegio di pochi, ma una meta per tutti, senza limiti di età o condizione sociale; i giovani in particolare, seguiti dagli adolescenti e dai ragazzi, non sono mai mancati nella storia della Santità Cristiana; anche se per un lungo periodo, la Chiesa non ha preferito proclamare santi o beati dei fanciulli o adolescenti.

Poi questa preclusione è venuta meno e tanti giovani e ragazzi sono saliti o stanno per salire all’onore degli altari, inoltre le cause in corso hanno subito un’accelerazione; ne citiamo alcuni:

Servi di Dio: Silvio Dissegna 12 anni di Moncalieri (TO); Aldo Blundo 15 anni di Napoli; Angela Iacobellis 13 anni di Napoli; Girolamo Tiraboschi, novizio camilliano di Cremona; Giuseppe Ottone 13 anni di Torre Annunziata (NA); venerabili Maggiorino Vigolungo 14 anni, aspirante Paolino di Benevello (Cuneo); Mari Carmen Gonzalez-Valerio 9 anni spagnola; i beati Giacinta Marto 10 anni e Francesco Marto 11 anni, veggenti di Fatima in Portogallo; beato Nunzio Sulprizio 19 anni di Napoli; beato Pedro Calungsod di 18 anni, martire filippino; beati David Okelo 16 anni e Gildo Irwa 12 anni, martiri ugandesi; beata Laura Vicuña 13 anni cilena; san Domenico Savio 15 anni, oratoriano di don Bosco; santa Maria Goretti 12 anni di Nettuno (Latina), ecc.

Velocemente accenniamo anche ai santi adolescenti e martiri dei primi tempi cristiani, come s. Tarcisio, s. Vito, s. Pancrazio, s. Agata, s. Agnese; a questo incompleto elenco, si aggiunge la miriade di ragazzi e fanciulle volati al cielo prematuramente e che hanno lasciato una scia luminosa di virtù ed esempio, tanto da meritare di essere additati come ‘Testimoni della fede del nostro tempo”.

 

A questo gruppo appartiene il portoghese Fernando Calò di 17 anni, il quale nacque in piena guerra Mondiale nel 1941, probabilmente ad Estoril in Portogallo; fu uno dei tanti bambini nati da un rapporto fugace, specie in tempo di guerra, quando il domani era privo di ogni certezza.

Non conobbe mai il padre, il calore di una casa e l’affetto di una famiglia; la mamma Giuseppina Perreira, ragazza-madre, faceva la domestica e trascorreva poco tempo con lui.

Fu affidato ad un orfanotrofio, da dove non si sa perché, passò in un ospizio per vecchi, dove patì la fame e povertà e naturalmente la mancanza di svago e la serenità necessaria per ogni bambino.

Trascorse presso una zia qualche mese, ma la sua vivacità repressa per tanto tempo, non era sopportata, perciò la zia lo collocò nell’Istituto Salesiano di Estoril, tornando ogni sera nella poverissima casa con la mamma.

Fernando scoprì così un nuovo mondo, poteva correre e giocare al calcio, sua grande passione nel vasto cortile dell’Istituto senza essere rimproverato continuamente; ma con i Salesiani questo bambino di otto anni, conobbe anche la gioia della preghiera e la devozione alla Madonna (era stato battezzato quasi per caso ad un anno e mezzo) e a sera quando tornava dalla mamma pregava con lei prima di addormentarsi.

Purtroppo la madre, resa dura dalla vita stentata, da anni non frequentava più la chiesa e quando Fernando la domenica l’invitava ad andare a Messa con lui, trovava sempre una scusa per non andarci.

Terminate le scuole elementari, passò alla scuola professionale, sempre dei Salesiani a Lisbona. Profondeva molto impegno nello studio riuscendo anche bene nel profitto, ma non sempre riusciva a tenere a bada il suo temperamento focoso, scattava ad ogni rimprovero o contrasto con i compagni, riuscendo a stento a trattenersi; sempre incline a buttar fuori tutta la rabbia che aveva in sé; irruente, vivace e ribelle, frequentava fra i compagni, alcuni poco raccomandabili.

Con questo quadro era logico che stesse sempre sotto il controllo degli assistenti, ma il direttore dell’Istituto aveva ben compreso la parte nascosta della sua personalità e delle sue qualità e un giorno lo chiamò e gli fece una proposta abbastanza singolare, essere apostolo proprio tra quei compagni più difficili e recalcitranti.

Fernando capì la fiducia del direttore nei suoi riguardi e quindi accettò; formò un gruppetto di quattro amici con carattere difficile e con loro iniziò un lavoro di apostolato, basato prima di tutto sul suo cambiamento interiore, migliorava ogni giorno diventando paziente e docile, acquistando un maggiore equilibrio nel dominare i suoi scatti e la sua passione, il gioco del calcio.

Verso la fine del 1954 iniziò a scrivere un diario, che è rimasto il testimone del suo impegno a migliorare; il 20 febbraio 1955 scriveva: “Primo giorno di Carnevale. Per riparare le offese che Gesù riceve sono andato in cerca di alcuni compagni per pregare insieme. Ho chiesto a Gesù di avere compassione di tutti quelli che lo offendono con divertimenti cattivi”; “Un ragazzo mi ha chiesto la merenda. Mangiavo di gusto. Ma offrii il piccolo sacrificio per la conversione di mia madre”.

Nel marzo 1956 le sue preghiere furono esaudite, la mamma decise di confessarsi, fra la gioia di Fernando; negli Esercizi Spirituali tenuti nell’aprile 1956 prese tre impegni:

1 – Voglio soggiogare la mia curiosità; voglio mortificare la mia vista.

2 – Voglio essere un apostolo della Vergine Immacolata.

3 – Voglio essere sacerdote.

Ma il Signore chiedeva a Fernando molto di più. Il 20 aprile 1956 durante una partita di calcio nel cortile, andò a sbattere con violenza con la testa contro una colonna del porticato.

L’impatto fu tremendo e rimase stordito per un po’ di tempo, passò qualche giorno in infermeria, ritornato a giocare con i compagni ebbe uno scontro con un avversario di gioco, la classica zuccata, subentrarono fortissimi dolori di testa, sproporzionati all’accaduto.

Fu ricoverato nell’ospedale di Lisbona e lentamente perse l’udito, i medici non capivano cosa poteva essere successo nella testa di quel ragazzo che peggiorava ogni giorno.

Si decise di operarlo, nel frattempo un compagno preoccupato gli domandò: “Fernando e se morissi?”, rispose “Sono pronto!… Si gioca a calcio anche in Paradiso, no?”.

Il 26 luglio 1956 entrò in sala operatoria, da dove purtroppo non uscì vivo, aveva quasi 17 anni.

Autore: Antonio Borrelli

Fontehttp://www.santiebeati.it/dettaglio/92262

Padre Aldo Giachi

Padre Aldo Giachi

Gesuita (1927 -1989) 21 luglio

Rimasto senza genitori comincia a parlare di quel Gesù che lui ama come il primo Amico, ripromettendosi di diventare predicatore e nonostante una pesante disabilità darà prova di grande fede, coraggio e amore.  

Padre Aldo è nato l’11 aprile 1927, un Venerdì Santo, in una piccola città, chiamata Stia, vicino a Firenze. Il padre era pastore di greggi mentre la madre era una casalinga. Bambino buono, sempre allegro, socievole nei giochi con compagni e amici. A 5 anni perse la madre in un incidente (un colpo di fucile). Il piccolo rivela un coraggio singolare. Tra i compagni appare come un leader e spesso sale su una sedia e comincia a predicare su quel Gesù che lui ama come il primo Amico. Anzi dice che da grande desidera diventare predicatore.

Anni dopo, la sua famiglia andò a Roma e suo padre si risposò; da questo matrimonio nacque un’altra sorella. Più tardi, il padre malato di cancro morì e la famiglia venne divisa. Aldo ormai solo vuole consacrarsi a Dio e rimane a finire la scuola elementare con una zia e uno zio a Roma, una sorella rimane con la madre e l’altra con altri zii in Toscana.

A 18 anni, decide di entrare nella Compagnia di Gesù per diventare prete, a causa di un’ulcera gastrica deve lasciare momentaneamente gli studi. Guarito in seguito ad un dolorosissimo intervento, subìto quasi tutto da sveglio e offrendo le sue sofferenze con Gesù Crocifisso per la sua vocazione, rientra in noviziato nel ‘46, a Galloro.

Nel maggio ‘48, i tre voti, semplici ma perpetui, che per la sua gioia lo rendono gesuita per sempre. Il suo modello è P. Agostino Pro, gesuita, fucilato a Città del Messico, il 23 novembre 1927, in odio alla fede, dai segugi di Calles. Anche Aldo vuole morire martire per Gesù.

Nel 1949, all’età di 22 anni durante una vacanza in montagna, si accorge di avere problemi a piegare il ginocchio, mentre suonando il pianoforte ha difficoltà a muovere il pollice della mano destra.

Dopo alcune indagini scoprono che si tratta di tumore spinale cervicale. Lo attendeva un lento declino fino alla morte nel giro di sei mesi. Ma padre Aldo categoricamente si rifiuta di morire. Inizia così la sua battaglia. Quando è ormai incapace di muoversi, studia sul suo letto, con l’aiuto degli amici per realizzare il suo sogno di diventare un sacerdote e dedicare la sua vita a Dio e al servizio degli altri.

Studia con ottimo profitto. È sereno e forte. La sua preghiera si fa sempre più intensa. Ma come ordinarlo sacerdote in quelle condizioni? Come avrebbe svolto il suo ministero, immobilizzato su una sedia a rotelle? Aldo non si perde di coraggio: scrive al Santo Padre Pio XII, il quale da vero padre e “pastore angelico” qual è, gli concede il sacerdozio. Il 5 gennaio 1957, Aldo Giachi è ordinato sacerdote nella cappella di Villa Vecchia a Mondragone, dal Vescovo di Frascati, Mons. Budelacci.

Si dedica subito al ministero delle confessioni e della direzione spirituale ai ragazzi del Collegio di Mondragone e ad esterni che accorrono a lui, sempre più numerosi per la stima di santità che emana dal suo costante sorriso.

Lavora come sacerdote in un movimento religioso di disabili, partecipa alle proteste nel centro di Roma per chiedere leggi più giuste per i pensionati e per i lavoratori disabili.

Per questo, nel ‘64, riesce a farsi trasferire al Centro riservato ai grandi invalidi di guerra sulla Via Ardeatina, dove trova il suo secondo fruttuoso campo di lavoro. Per anni, gira per le corsie in carrozzella, spesso fischiettando. Ma P. Aldo Giachi non si ferma lì: vuole partire come missionario e presenta la domanda, tra lo stupore dei superiori.

Il 12 aprile 1968, incredibile ma vero, pur essendo “un prete a 4 ruote”, come ama definirsi, parte dall’aereoporto di Fiumicino con due infermieri, per il Cile, per rimanerci per sempre. È il venerdì santo, quel giorno, e P. Aldo porta al collo il Crocifisso dei missionari. Per 21 anni di permanenza in missione, compirà veri e propri miracoli, facendo da malato assai più di molti sani, diventando un faro di luce per il Cile e oltre il Cile, dovunque riuscirà a far giungere la sua testimonianza.

Per 13 anni, P. Aldo è cappellano dell’Ospedale del Salvador. Contemporaneamente, fonda il Centro Esperanza Nuestra a Maipù con un servizio particolare verso i malati cronici.

Al centro di tutto, pone la Santa Messa: “Il sacerdote – annota nel suo diario spirituale – è l’uomo del sacrificio. Oggi l’unico sacrificio è quello della Messa. È da molto tempo che la grande gioia della mia giornata è la mia Messa. Il poter dare la vita, il poter rendere presente in Corpo, Sangue, Anima e Divinità Gesù stesso in forma di vittima nelle mani di un sacerdote vittima; il poter parlare con Dio, il poter adorarlo e visitarlo nel SS.mo Sacramento, il poter chiedere direttamente forza, coraggio, sorriso, il poter chiedere consiglio a Lui con semplicità, questa è la grande gioia della mia giornata“.

Scrive: “Darsi all’apostolato è darsi alla Croce. Darsi a Dio è darsi alla Croce. Darsi alle anime è darsi alla Croce. Le anime si pagano di persona“.

Ho il desiderio di essere preso. Prendimi, Gesù, schiacciami, strizzami, straziami, dammi tutto: per la Chiesa, per le vocazioni, i malati, prendi ciò che vuoi. Moltiplica il mio amore, prendimi tutto per sempre. Tu solo, Gesù, mi basti… conquistami… sì“.

Accanto a lui, fin dall’inizio ci sono uomini e donne che, attratti dal suo esempio e dal suo coraggio eroico, chiedono di dedicarsi alle sue attività. Alcuni di loro si trasformano quasi in sue mani in suoi piedi per sviluppare il possibile le sue attività. Sono volontari cileni, missionarie italiane che offrono la vita e le mani colme di amore, collaborando, con P. Aldo, crocifisso vivente.

Avrebbe dovuto, secondo i medici, morire nel 1951. Invece, incanta coloro che incontra con il fascino di una vita straordinariamente ricca e donata, in 38 anni di infermità, fiorente di configurazione a Gesù in croce e di amore ai fratelli più sofferenti, moltiplicando all’inverosimile talenti e iniziative. Sino all’ultimo.

Il 21 luglio 1989, dopo 24 ore appena di lucida agonia, va incontro a Dio, “avendo amato i suoi sino al culmine, come Gesù” (Gv 13,I). Aveva pensato nella sua continua meditazione-preghiera anche alla sua ultima ora, scrivendo nel suo diario: “Che bello poter morire senza lasciare moglie e figli, senza che nessuno pianga, morire solo ed essere dimenticato da tutti, ma andare da Dio, casto, povero, obbediente e innamorato di Cristo!“.

Fonti: http://www.santiebeati.it/dettaglio/95064; http://www.esperanzanuestra.cl/sitio/?page_id=118

 

MIRACOLO DI S. MARGHERITA SUI SARACENI

MIRACOLO DI S. MARGHERITA SUI SARACENI

Villamagna (CH) 13 luglio 1566

Da circa quattro secoli nel borgo medievale di Villamagna, ogni anno, il 13 luglio e la sera del primo sabato di agosto si svolge una festa in onore di Santa Margherita, che scongiurò l’attacco del paese da parte dei saraceni guidati da Pialy Pascià, nel 1566.

Villamagna è un piccolo paese della provincia di Chieti dove ogni anno si rinnova la vicenda dei Saraceni che, sbarcati furtivamente sulle coste del vicino Adriatico, si spinsero lungo la Valle del Foro per assediare il paese. Grazie all’intervento di Santa Margherita, patrona del luogo, però, il borgo fu salvato.

Per rievocare questo straordinario intervento la mattina del 13 luglio, dopo le cerimonie religiose e la processione con la statua di Santa Margherita che attraversa le strade del centro, ha luogo, alle ore 12,00 circa, la rappresentazione di una battaglia che in un’ora circa ricostruisce tutte le fasi di quell’assedio.

Un gruppo di giovani vestiti alla turca armati di lance, alcuni a cavallo altri a piedi marciano mimando una incursione mentre un drappello di tre soldati, mandato in avanscoperta, si trova improvvisamente davanti una misteriosa ragazza che li prega di desistere dai loro propositi distruttivi e poi sparisce.

Ma i Saraceni vengono rincuorati dal comandante che li incita a proseguire, fatta poca strada ecco che la fanciulla misteriosamente riappare e li esorta di nuovo a tornare indietro. I Saraceni decidono lo stesso di sferrare l’ultimo attacco, ma si trovano davanti una trave incandescente che sbarra loro il passo, mentre la fanciulla riapparsa di nuovo oltre il fuoco li ammonisce severamente.

I belligeranti sconvolti indietreggiano fino alla località la Croce dove decidono di rinunciare all’assedio e al saccheggio e di entrare a Villamagna da amici.  Avanzano quindi fino alla chiesa dove la popolazione è raccolta in preghiera davanti alla statua della santa in cui riconoscono la fanciulla misteriosa e il capitano le dona il suo pennacchio tempestato di gemme.

La rappresentazione si conclude con la conversione dei saraceni a cui vengono offerti dolci e vino, mentre la Santa viene omaggiata da fanciulle recanti in testa cesti ricolmi di spighe di grano ornate di rami di basilico, fiori e ciambelle. Queste offerte richiamano alle feste agrarie di ringraziamento di cui fanno spesso menzione i folcloristi del secolo scorso.

Fonti varie

 

Luca Greco

LUCA GRECO

Adolescente (1982-1995) 10 luglio

Era un ragazzo che sprigionava allegria da tutti i pori della pelle, un’esplosione di vita, a volte incontrollabile; ma sotto l’aspetto simpatico e sornione, si nascondevano tutti i sentimenti, gioie e delusioni, incertezze, piccoli innamoramenti tipici dell’età adolescenziale.

Luca Greco nacque a Nociglia (Lecce) il 10 luglio 1982; figlio di Giovanni Greco maresciallo dell’Aeronautica Militare, la mamma si chiama Venturina casalinga; aveva due fratelli Daniele e Chiara più piccoli di lui.

Dotato di bellissimi occhi azzurri, fin da piccolo dimostrò un vivo interesse per le meraviglie della natura, e il cielo, il mare, le nuvole, gli animali, i fiori, erano per lui oggetto di continua osservazione.

Amava disegnare e dipingere, ma soprattutto andare in bicicletta, nuotare e tuffarsi sott’acqua a mare. L’amore per la natura e per gli spazi aperti, gli fecero scrivere su un foglio: “Cosa farò da grande? Mi piacerebbe soprattutto fare il pilota per volare nel cielo. Volerei ogni giorno per divertirmi e vedere il panorama. A me è sempre piaciuto volare e vedere il mondo dall’alto al di sopra di tutto e osservare le nuvole”.

La sua vivacità gli faceva sfiorare pericoli in più occasioni, provocando punizioni dai genitori; ma in fondo al suo cuore non era superficiale, anzi le frasi, i temi in classe, i propositi, da lui scritti, rivelano una profondità d’animo e una consapevolezza dei gravi problemi della gioventù, cita i bambini poveri, i drogati, i piccoli defunti, gli affamati e senza casa.

Per Luca Greco gli amici erano importanti, li prendeva in giro ma non li tradiva mai, frequentava l’Azione Cattolica della sua parrocchia, andava a Messa con il padre ogni domenica.

Amava profondamente la vita, cosciente che è un dono di Dio e scriveva per questo:

La vita è una cosa bella, un dono di Dio. La vita è come una continua esplorazione perché ogni giorno si scoprono cose nuove. Essa è come una lunga strada che ha un termine. La vita è piena di cose belle e non belle così l’uomo ha sempre voglia di vivere e di non morire mai. E bisogna ancora una volta sperare che la vita sia lunga”. (Luca Greco)

Ma la vita tanto desiderata e programmata, stava per finire per lui e in un modo opposto a quello del volare nei cieli aperti dei suoi sogni. Proprio nel giorno del suo 13° compleanno, il 10 luglio 1995, mentre in casa lo attendevano con gli amici per festeggiarlo, una frenetica bussata di porta di un suo compagno, annunciò che Luca era caduto nel pozzo dell’asilo.

Tutto il paese di Nociglia accorse al pozzo, profondo 130 metri e largo 46 cm., non si sapeva se il ragazzo era ancora vivo, solo che era incastrato verso i 64 metri, circa a metà pozzo.

Incidente di Vermicino

A tutti venne in mente che si stava ripetendo la tragedia di Vermicino vicino Roma, quando il 10 giugno 1981 il piccolo Alfredino Rampi di sei anni, perse la vita in fondo ad un pozzo, dopo lunga agonia e nonostante i tentativi fatti per salvarlo.

E la tragedia si ripeté; verso mezzanotte uno speleologo di 19 anni Luigi Valiani, si calò nel pozzo per un ultimo disperato tentativo, raggiungendo Luca incastrato, ma che purtroppo era già morto, riuscì solo ad imbracarlo e così fu tirato fuori, fra la folla che applaudiva ignara della morte già avvenuta.

Dopo i funerali, celebrati nella Chiesa di S. Nicola a cui partecipò tutto il paese, in coda al corteo funebre si misero tutti gli amici di Luca con le loro biciclette, per accompagnare il loro amico di pedalate al cimitero.

Autore: Antonio Borrelli

FONTE:  http://www.santiebeati.it/dettaglio/92267

 

Bianca Chilovi

BIANCA CHILOVI

Laica (1909-1934) 8 luglio

Nata il 5 agosto, la mamma la consacra subito alla Madonna della Neve nel giorno della Sua festa, crescendo con una devozione mariana tutta speciale, che diventa ancor più convinta dopo la lettura del celebre “Trattato” di San Luigi Grignion di Monfort.

Bianca Chilovi nacque il 5 agosto 1909 a Taio comune della famosa Val di Non (l’antica Anaunia) in provincia di Trento; in questa Valle che insieme alla Val di Sole è attraversata dal fiume Noce, con immensi frutteti di pregiate mele e con tante località d’attrazione religiosa o turistica, come il santuario di S. Romedio o la diga di S. Giustina, essa nacque, visse e morì.

Quinta dei quindici figli di Arcangelo Chilovi e Anna Chini, una coppia di modesti ma onesti e pii valligiani; il padre artigiano frustaio, di cui era un accurato e premiato lavoratore dei manici. Il papà, ha sempre sognato una famiglia che fosse cristiana sul serio e per non sbagliare a scegliere moglie ha fatto anche una novena alla Madonna: riterrà sempre una grazia di quest’ultima il colpo di fulmine che lo fece innamorare di Anna Chini con la quale darà vita alla famiglia dei suoi sogni.

Nella loro casa si viveva nella gioia e nei dolori dell’esistenza familiare, ma sempre alla presenza di Dio, con la preghiera giornaliera e con la frequenza dei riti nella parrocchia del loro Comune di Taio.

In questo ambiente patriarcale e di sani costumi, cresce Bianca in allegria con i numerosi fratelli e sorelle, anche se offuscata da una malattia agli occhi, che la colpisce verso i sei anni e poi dal mutato clima generale, diventato pesante per la guerra fra l’Italia e l’Austria nell’ambito del Primo Conflitto Mondiale e che vedrà la sua regione, il Trentino coinvolto nelle battaglie.

Frequenta dal 1915 la scuola popolare (elementare) a Taio, nel contempo, con serietà frequenta il catechismo, sul testo da poco in vigore di papa Pio X; a sette anni riceve la Prima Comunione, instaurando sin da allora un rapporto con Gesù sacramentato, che lei sente vivo nel Tabernacolo e che desidera conoscerlo per maggiormente seguirlo.

Non è forte in salute, sta spesso malata, i primi due anni di scuola sono abbastanza stentati; fortunatamente la salute migliora e gli anni dalla terza alla quinta classe, trascorrono pieni di vitalità, amicizia, compartecipazione al mondo che la circonda, dimostrando una maturità di vita e di fede, superiore alla sua età, per questo è indicata come un modello, spesso è invidiata.

Passata la bufera della guerra, gli animi cominciano a rasserenarsi e Bianca si prepara a ricevere la Cresima dal vescovo di Trento, la cerimonia avverrà il 27 giugno 1919 nella parrocchia di Sanzeno, la cui chiesa era la più importante della Val di Non, perché custodiva le reliquie dei santi evangelizzatori dell’Anaunia, Sisinio diacono, Martirio lettore e Alessandro ostiario, martirizzati nel 397.

Verso gli undici anni inquadra la sua vita ad un impegno attivo cristiano, si iscrive nelle “Figlie di Maria” la benemerita associazione parrocchiale che tanto bene fece alle ragazze italiane; frequenta con impegno le riunioni dell’Azione Cattolica per crescere nella fede, dedicandosi alle missioni ed alle vocazioni. Intanto si rende utile in casa, alla sua numerosa famiglia ed aiuta nel lavoro dei campi; crescendo, ormai signorina, continua a raccogliere offerte per le Missioni, per il seminario, per aiutare i sacerdoti poveri; si interessa delle bambine dell’Azione Cattolica, sulle quali ha un grande ascendente.

Tra il 1924-25 passa a lavorare come commessa in un negozio di calzature, dalla padrona dell’esercizio commerciale, originaria di Vienna, impara un po’ di tedesco che le viene utile, specie con i bambini, figli dei proprietari.

Ha 19 anni quando cede all’impeto del suo cuore, traboccante d’amore per Gesù, e così con il consiglio del parroco di Taio, che la conosce da bambina, del viceparroco suo confessore e con il consenso dei frastornati genitori, il 26 dicembre 1928 Bianca Chilovi parte per Trento, accompagnata dalla mamma Anna ed entra come postulante fra le “Suore di Maria Bambina”, fondate nel 1837 da santa Vincenza Gerosa.

Ma vi rimarrà poco più di tre mesi, perché presa dalla nostalgia della famiglia, nel contempo ha constatato che non era una vita fatta per lei, lascia l’Istituzione fra il rammarico della superiora e della maestra delle novizie.

Ritornata in famiglia diventerà ‘monaca nel mondo’ dicendo ad una zia: “Nel mondo posso acquistare più meriti; ci sono più sacrifici da fare”. Superato l’iniziale senso di disagio, per la sua uscita dal convento, si rituffa nelle attività della parrocchia di Taio, dove il 14 febbraio 1929 era stato fondato il Circolo di Azione Cattolica, che sarà il principale luogo del suo apostolato e del suo impegno.

Legge e medita il bel “Trattato della vera devozione a Maria” di s. Luigi Grignion de Monfort” (1683-1716), l’innamorato della Madonna, il quale afferma che si raggiunge la vetta della ‘vita a due’ con il Signore, affidando tutto se stessi alla Madonna; Bianca colpita da questa convinzione il 31 maggio 1930, fa la sua ‘consacrazione’ alla Madonna.

Ma sarà l’Azione Cattolica che la vedrà impegnata in tanti diversi incarichi, come delegata del canto, delegata delle sezioni minori, segretaria dell’Associazione, socia effettiva, delegata delle missioni.

Il 30 settembre 1933 ha la gioia di vedere il fratello Alberto di 13 anni, che parte per Asti per farsi sacerdote tra gli ‘Oblati di s. Giuseppe d’Asti’, fondati da s. Giuseppe Marello nel 1878, Bianca lo accompagna fino al paese vicino, assicurandogli le sue preghiere, affinché la sua vocazione sia tenace fino al raggiungimento della meta.

Del resto questo sarà il suo sogno per il resto della sua esistenza: “La mia vita per i sacerdoti”; comprenderà che oltre tutto il resto, il suo compito maggiore sarà l’immolazione con Gesù per la Chiesa, per le missioni, per le vocazioni, per la santità dei sacerdoti, diventerà dunque ‘l’apostola degli apostoli’, operando tutto in spirito di offerta al Padre.

All’inizio del 1934, per aiutare la famiglia, va a lavorare come commessa alla ‘Cooperativa’ del paese, trasformando il lavoro in apostolato, diffonde attorno a sé gioia e fiducia e chiunque l’incontra ha la sensazione di vedere una persona posseduta da Dio.

Ma il momento della sua immolazione è arrivato, il 10 giugno 1934 pur continuando le sue attività, accusa febbre alta e malore, và in chiesa a pregare dinanzi al Sacro Cuore e dove testimoni asseriscono che prese a piangere a dirotto, forse un presagio per una imminente ed inaspettata fine.

Il martedì è a letto con febbre a 40°, la diagnosi, grave oggi, a quei tempi era mortale, si trattava di tifo addominale; combatté con la malattia per tre settimane, il 2 luglio viene condotta all’ospedale di Cles, centro principale della Val di Non, visto la contagiosità del male, ormai in casa non poteva più restare.

Assistita dalle suore ospedaliere, che oggi non si vedono quasi più per nostra sfortuna, riempì i suoi giorni con la recita del Rosario; il 5 luglio riceve gli ultimi sacramenti, ormai attende in pace la sua ‘ora’ di unirsi al suo Gesù, unico Amore della sua vita; muore l’8 luglio 1934 ad appena 25 anni; i suoi funerali svoltasi a Taio il 10 luglio, furono un trionfo, con la partecipazione di tutti i concittadini che convinti, esclamavano: “Bianca è una santa!”.

Ed ora si auspica, che venga più conosciuta questa splendida figura di laica impegnata, e additata come esempio di eroismo caritativo al pari di tante altre ragazze che come lei hanno vissuto e sofferto per Cristo nella loro casa e nelle associazioni, come la serva di Dio Filomena Genovese di Nocera (SA), s. Gemma Galgani di Lucca, la serva di Dio Concetta Lombardo di Catanzaro, la serva di Dio Anastasia Ilario di Napoli, la serva di Dio Paola Renata Carboni di Fermo, la beata Pierina Morosini di Bergamo.

Autore: Antonio Borrelli

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/91682

Nicolino di Meo

NICOLINO DI MEO

Aspirante Rogazionista (1920 – 1936) 2 luglio 

Il suo desiderio di diventare sacerdote sembrò realizzarsi quando entrò nella Scuola Apostolica dei Padri Rogazionisti, ma venne meno quando il ragazzo si ammalò di tubercolosi, che gli fece lasciare questo mondo all’età di sedici anni.

Nicolino, figlio di Giovanni Di Meo e Maria Antonia Pellegrino, nacque a Trani il 5 marzo 1920. Prima di lui erano venute due gemelle, morte nell’infanzia, e fu seguito da Tonino, il quale scomparve ad appena otto giorni dalla nascita. Venne cresciuto alla fede dalla zia Laura Pellegrino, alla quale chiedeva spesso quando avrebbe fatto la Prima Comunione.

Quel momento tanto importante avvenne il 1 maggio 1927. Poco dopo, chiese alla zia d’iscriverlo nel circolo San Benedetto, per i fanciulli cattolici della parrocchia di Santa Chiara. Da allora, non mancò mai né alle riunioni del Circolo, né alla Messa, che serviva in quanto chierichetto.

In quinta elementare, rispose al maestro, che gli domandò cosa volesse fare da grande, che voleva essere sacerdote, con questa motivazione: «Io voglio lavorare affinché tutti siano buoni». Di lì a poco, manifestò la sua intenzione al parroco don Giovanni Carbone, che acconsentì a raccomandarlo per il Seminario diocesano. Purtroppo, il sacerdote sostenne un altro ragazzino, forse perché era più povero di lui. Nicolino inizialmente si dispiacque, poi intensificò la sua vita spirituale.

Papà Giovanni, uomo pragmatico, pensò che fosse il caso di avviare il figlio ad un’attività lavorativa, in attesa che le cose cambiassero. Così, il 14 dicembre 1931, gli fece iniziare un lavoro come scalpellino: fu il piccolo stesso a sceglierlo, in modo da poter adempiere liberamente ai propri doveri religiosi. L’ambiente di lavoro era duro e caratterizzato da bestemmie e comportamenti scorretti: Nicolino s’impegnava a riprendere chi sbagliava, ottenendo il nomignolo di “zi’ prete” a causa delle sue piccole esortazioni. Il sogno del sacerdozio, però, non venne meno neppure in quelle circostanze.

Il 27 dicembre di quell’anno giunsero a Trani i Padri Rogazionisti del Cuore di Gesù. In quella città erano già presenti le suore Figlie del Divino Zelo, presso la cui cappella Nicolino, un giorno non precisato, aveva incontrato il Fondatore di entrambi gli Istituti, Annibale Maria Di Francia; il santo, prima di entrare a celebrare la Messa, gli posò una mano sul capo. Forse quel segno fu profetico: don Carbone, poco dopo l’arrivo dei Padri, propose a Nicolino di entrare nella loro Scuola Apostolica, la struttura per formare gli aspiranti al sacerdozio. Suo padre inizialmente si dispiacque, ma poi acconsentì; fu più difficile, invece, far capitolare la mamma, che l’avrebbe preferito sacerdote diocesano.

Finalmente, il 16 settembre 1932, Nicolino fu ammesso alla Scuola, ospitata a Villa Santa Maria. Si dimostrò subito pieno di buona volontà, serio e religioso, ma poco adatto agli studi, perciò i superiori decisero di rimandarlo a casa. A causa delle sue insistenze, accettarono di tenerlo come Fratello coadiutore, ma era necessario il permesso dei genitori. Nonostante le resistenze della mamma, alla fine fu deciso di fargli proseguire gli studi per farlo diventare prete. Nicolino, impegnandosi accanitamente negli studi, venne promosso alla quarta ginnasiale; gli altri anni, invece, era stato portato avanti grazie alla sua buona condotta.

Sistemata la faccenda, il piccolo apostolino si diede una regola di vita in otto punti, che coprivano ogni momento del giorno e della notte. In più, intensificò il suo amore per Gesù Eucaristia, che andava a visitare in ogni momento libero, e per la Madonna, compiendo la Consacrazione a lei secondo lo schema di san Luigi Maria Grignion de Montfort.

Sul finire del novembre 1935, il ragazzo cominciò ad avere una strana tosse con sbocchi di sangue. Fu rimandato a casa, ma le radiografie eseguite diedero esito negativo. La prima domenica del marzo 1936 prese parte al consueto ritiro mensile a Villa Santa Maria, ma non poté restarci. Arrivò a casa bagnato a causa di una fitta pioggerella, sudato e con la febbre alta. Il medico diede la sua diagnosi: si trattava di tubercolosi, che non lasciava speranze di guarigione.

Ciò nonostante, Nicolino si sentiva ancora figlio spirituale del Di Francia: portò sempre la divisa da apostolino e, nella festa del Sacro Cuore di quell’anno, ricevette il distintivo dei Rogazionisti, dato che era impossibile anticipare i voti.

A letto, s’intratteneva in colloqui spirituali con zia Laura e offriva le sue sofferenze per i suoi superiori e per i loro confratelli: «Signore, fa’ che tutti i Padri siano dei veri Rogazionisti! E che le loro prediche convertano tante, ma tante anime!». Il 30 giugno, dietro suggerimento di un altro Padre, venuto per conto del Rettore, compì la sua offerta definitiva, in espiazione dei peccati degli uomini.

Il 1 luglio, festa del Preziosissimo Sangue, ricevette il Viatico e la notte successiva entrò in agonia, per calmarsi solo verso l’alba. Le sue ultime parole, «Non c’è male», furono rivolte a suo padre, accorso da fuori città.

Mentre la zia gli suggeriva le preghiere dei moribondi, Nicolino si spense. Era il 2 luglio 1936, all’epoca festa della Visitazione di Maria.

FONTE: http://www.santiebeati.it/dettaglio/95826

 

Silvio Cirielli

SILVIO CIRELLI

Fanciullo (1930 –1941) 30 giugno

Solo undici le primavere del piccolo Silvio Cirielli, ma dischiuse completamente alla vita proprio come ogni fiore che sboccia nella stagione del risveglio della natura.

Forte come una roccia, Silvio eccelleva in tutti gli sport che praticava (pattinava, nuotava, cavalcava, pedalava…). Rigoglioso come un prato in fiore, la sua intelligenza vivace, brillante, fresca lo rendeva un bambino singolare, decisamente sveglio e attivo. Come tutti i bambini, non mancava di mostrare anche il suo lato più creativo soprattutto nei giochi dei quali era spesso l’ideatore; e come tutti i bambini più vivaci e creativi, era un po’ impulsivo, a volte fino alla prepotenza, per ottenere il meglio. Tuttavia, se redarguito, reagiva senza serbare il minimo rancore verso chi lo aveva richiamato o chi lo aveva infastidito. Sembrava duro e inflessibile come il granito, ma aveva in realtà un animo buono, e sensibile. Tant’è che quando la sua giovane vita incontrò la sofferenza, seppe accettarla fino in fondo, perché Dio stesso l’aveva accettata nel corpo del suo Figlio Gesù. Per una singolarissima coincidenza i momenti più importanti della sua vita hanno in comune lo stesso giorno della settimana: nasce venerdì 3 gennaio 1930; riceve la cresima venerdi 2 maggio 1940; inizia la sua personale via crucis venerdi 4 aprile 1941.

A undici anni, giovane preadolescente, coltivava sogni di futuro e faceva progetti per prepararsi a grandi cose. Ma proprio allora un ciclone di una inaudita violenza si abbatte sulla sua ancor acerba esistenza come, di riflesso su quella dei suoi cari, spazzando via inesorabilmente sogni e progetti. Un improvviso attacco acuto di appendicite lo prostra in breve tempo. Silvio tuttavia lo sopporta da eroe, preparando così corpo, anima e psiche alla sofferenza che sta per arrivare. Il fisico non regge quasi più ma tutto il resto è sempre al massimo. Non si indebolisce la fede, non vacilla nemmeno per un attimo la sua forza morale. Tutt’altro: il dolore lo matura velocemente ed egli è capace di offrirsi come sacrificio. Qualche giorno dopo quel venerdì di passione un altro attacco obbliga i genitori a chiamare d’urgenza i medici: la diagnosi fu di perforazione ed infiammazione peritoneale. Per 36 ore lotta tra la vita e la morte perché le sue precarie condizioni fisiche rendevano impossibile un intervento chirurgico.

Nel letto dell’ospedale non dimentica di recitare tutte le sere le sue preghiere insieme alla mamma che le sta sempre accanto e un volta gli chiede: “ Silvio chi ti è vicino in questi momenti in cui soffri tanto?”. E Silvio con voce sottile ma decisa: “Dio”, rispose. Trascorse quelle ore lunghe e terribili i medici con stupore constatarono buone le condizioni del polso e disposero ogni cosa perché avesse luogo l’intervento. Dopo 35 giorni di degenza, quel “cavallino da pista” come lui stesso si definiva, fece ritorno a casa, ma la sua situazione non migliorò. Il 30 giugno all’ospedale di Bari viene nuovamente operato. A fine intervento ecco l’epilogo: delirio e un’arsura bruciante durate 23 ore, al termine delle quali Silvio lasciò la sofferenza terrena per ricongiungersi al Padre. Aveva accettato quel dolore. Nelle ore in cui lottava tra la vita e la morte diceva alla mamma: “ È proprio il Signore che lo ha voluto, perciò mi ci rassegno”. Nelle sue ultime parole, suggeritegli dalla madre è espressa con fervore la volontà di unirsi a Dio: “Grazie Gesù, ti amo, sono tuo per la vita e per l’eternità”.

Autore: Serena Manoni

Fonti: www.sdb.org; http://www.santiebeati.it/dettaglio/94474

 

 

Guglielmina Marconi

GUGLIELMINA MARCONI

Fanciulla (1898-1909) 22 giugno

Guglielmina è stata chiamata lamammina dei poveri e l’innamorata di Gesù“. Ha passato su questa terra solo undici anni, ma ha sparso a tutti i tesori del suo animo ed è morta mentre adorava Gesù Ostia nel suo cuore.

Il 2 febbraio 1898, festa della Purificazione della Ma­donna, a Pisa, sboccia l’atteso fiore della famiglia Tacchi-Marconi. La battezza lo zio, don Alfredo Marconi e la vezzeggiano tutti i parenti. I genitori sono buoni e si danno tutti all’amore della loro piccola creatura.

Ma presto la piccola Guglielmina non godrà più le tene­re carezze del babbo, né i caldi baci della sua mamma. Guglielmina aveva sedici mesi quando suo babbo morì in seguito ad una caduta dovuta all’urto con un ciclista. Le rimaneva la mamma, ma anche questa, circa un anno dopo, le veniva a mancare. Vi raccomando Guglielmina. – disse ai familiari, la mamma morente – Abbiate la massima cura di lei, allon­tanatela dal male, evitatele ogni contatto pericoloso ed educatela santamente.

E Guglielmina a due anni e cinque mesi rimase con gli zii materni e in particolar modo con la zia Regina che le farà, in tutto, da mamma.

Nella bella villa dei Marconi, Guglielmina è il più bel fiore fra i mille fiori del vasto giardino. Calma e riflessiva per natura, è una bambina serena che piange pochissi­mo. Possiede un cuore d’oro e una volontà che senza por­tarla alla caparbietà, la porta, però, ad essere molto de­cisa. Cullata dalla tenerezza della nonna e delle zie, ride alla vita, ignara della sorte che le è toccata.

In casa saltella felice ed è sempre sorridente. Cerca con premura le immagini di Gesù e della Madonna, special­mente quella della sua bella Addolorata, per coprirla di baci e, in ginocchio, con le manine giunte e gli occhi rivolti al cielo, recitare l’Ave Maria e il Requiem per i suoi genitori. Così dall’età di due anni e mezzo in poi.

Se, andando a passeggio, sente delle brutte parole, di­venta pallida e, scuotendo la testa, fa osservare: – Queste cose non si dicono! Un giorno, a sette anni, è fuori con la zia. Ad un tratto sente un uomo bestemmiare. Senza dire nulla, si stacca dalla zia, va diretta da quell’uomo e con franchezza e dol­cezza insieme gli dice: – Non bestemmiare. Il nome di Dio è fatto per essere lo­dato! Lei loda sempre il nome di Dio e gioisce quando sente gli uccelli cantare.Sentite? – dice – anch’essi lodano il Signore.

Le piace tanto sentire parlare della religione. I suoi oc­chi neri sfavillano di gioia quando lo zio don Alfredo (Be-do come lo chiama lei), parla di Gesù Bambino. A sera, quando i suoi piccoli occhi le si chiudono, si al­lontana dicendo: – Ho sonno, vado a baciare Gesù di zio Bedo e poi vado a dormire. Bussa piano alla porta della camera dello zio, chiede il permesso di entrare e con garbo si avvicina allo scrittoio. Prende in mano il crocifisso, lo ricopre di baci, lo saluta rispettosamente e quindi si reca nella cameretta dove c’è la statua dell’Addolorata. Ai piedi della statua dice le sue preghiere e poi va a letto, con il sorriso sulle labbra e te­nendo la corona del Rosario in mano.

A quattro anni va per la prima volta a scuola nell’Istituto delle Giuseppine. Possiede un’intelligenza vi­va e non fa fatica a studiare, dando spesso delle risposte spiritose che gli attirano l’ammirazione di tutti. È buona con tutte, ma preferisce la compagnia delle più povere ed è lieta quando la domenica la zia Regina, che insegna catechismo in parrocchia, la porta con lei.

Ascoltando le lezioni di catechismo impara tante cose, gli piacciono di più le spiegazioni su Gesù Eucarestia. Desidera tanto che Gesù venga nel suo cuore, ma deve aspettare ancora alcuni anni per poterlo ricevere. A cinque anni chiede di confessarsi e le viene concesso. Delicatissima teme di non dire tutto a allora si confida con la zia Regina, dalla quale riceve le più confortanti rassicurazioni sulla bontà delle sue confessioni.

Nell’agosto del 1913, poco dopo la prima Confessione riceve il Sacramento della Cresima. Da quel momento, progredisce ogni giorno nella pratica delle virtù, perché, non si deve credere che Guglielmina fosse perfetta. In ca­sa, veramente, la ritengono tale ma, invece, deve lottare, specialmente per non assecondare la sua natura. Obbe­dire è quello che le costa di più e proprio per questo chiede sempre tutti i permessi. Come a tutti i bambini la roba buona piace anche a lei, ma dall’età di quattro anni ha imparato a privarsene per amore di Gesù. Soprattutto al venerdì si dimostra di una generosità ammirabile. Osserva l’astinenza anche prima dei sette anni. Ma non vi sei obbligata! – le si fa notare. – Lo zio Bedo dice che bisogna fare penitenza, – rispon­de lei – dunque devo farla anche io.

E per il suo “Padroncino”, cioè per il Sacro Cuore, come lei lo chiama, si priva di tante cose che le farebbero pia­cere. Gli zii non ricordano che abbia mai fatto un capriccio, né detto una bugia. Se hanno dovuto sgridarla qualche volta, è stato solo perché dava via ai poveri con troppa generosità. I poveri sono, dopo Gesù, l’amore più grande di Gu­glielmina.

Il mio Gesù e i miei poveri – diceva spesso per indicare tutta la sua passione. – Me li manda Gesù – dice con gioia. E quando sente suonare il campanello va di corsa alla porta, sperando di vedere qualcuno dei suoi cari poveri. Con essi si intrattiene lungamente, ascolta la storia del­le loro miserie, e chiede, per loro, aiuto ai suoi familiari che, lieti di vederla crescere buona, non glielo negano mai.

Un freddo giorno d’inverno bussò alla porta della villa una povera mamma che invano cercava di scaldare il suo bambino stringendolo al petto.

Perché non le metti le scarpe? – domanda Guglielmina, vedendo il piccolo con i piedini lividi dal freddo. – Signorina, il mio bambino non possiede le scarpe! Guglielmina si tolse immediatamente le sue e porgen­dole alla povera mamma, disse: – Se gli stanno bene, tenetele pure. Sono contenta di dargliele.

[…]Un giorno del dicembre 1908, Guglielmina aveva la feb­bre molto alta. Cos’era successo? Entrando nella stanza dove teneva i giocattoli vi aveva scoperto un uomo che si era introdotto in casa con l’intenzione di rubare. Il ladro vistosi scoperto aveva tentato di imbavagliare la fanciulla per impedirle di chiamare aiuto, ma, fortunatamente, poi era fuggito. Ma la paura per Guglielmina era stata tanta ed il suo cuore non aveva resistito. Fu costretta a mettersi a letto. Il medico che la visitò diagnosticò una lesione al cuore. Passerà sette lunghi mesi tra acuti dolori, ma sempre con pazienza e serenità. Non può dormire, le ripugnano le medicine, il cuore le fa male, ma Guglielmina ripete sempre: – Tutto per Gesù!

Non fa mai un capriccio o un atto di impazienza. Non dice mai una parola sgarbata. Prega spesso e pensa sempre a tre cose: “Al suo Gesù che vuole ricevere nel cuore, ai suoi cari poveri che benefica anche dal letto, a gli amati genitori che andrà presto a trovare e ad abbrac­ciare in Cielo“.

Ma vuoi proprio fare la Comunione a letto? – le do­mandano, con emozione, i familiari. – Sì, così vuole Gesù ed io desidero farla al più presto. Si decise di assecondare questo desiderio di Gesù e suo. – Gesù mio – diceva Guglielmina – non sono degna che tu venga nel mio cuore, ma ti ricevo tanto volentieri e aspetto da te tante grazie. Nel suo candido lettino, vestita di bianco, con un nastro azzurro tra i capelli neri, Guglielmina attendeva il suo Gesù. E Gesù venne, accompagnato solennemente da tutte le fanciulle della parrocchia che si preparavano alla prima Comunione. Quante dolci parole si saranno scambiati Gesù e Gu­glielmina! La fanciulla restò per molto tempo come in estasi. La chiamavano e non rispondeva, le accarezzavano il viso e lei rimaneva immobile, con le braccia incrociate sul petto e gli occhi chiusi. I familiari incominciavano a preoccuparsi, ma Gugliel­mina aprì gli occhi e sorrise, dicendo: – Sono con Gesù! Ho il mio Gesù, il mio Signore.

Le offrirono molti ricordi, e lei ringraziò commossa. – Che cosa gradisci, Guglielmina? – domandò un paren­te, offrendole un bel regalo. – Il più bel regalo che tu possa farmi è di ricevere la Comunione anche tu. Ai medici e a quanti andavano a trovarla, parlava del suo Gesù e raccomandava a tutti di riceverlo spesso e bene.

Intanto il male si aggravava. I suoi occhi neri, sempre così vivi, sembravano fossero diventati più grandi nel vi­so che era molto dimagrito. Il 21 giugno Guglielmina si aggravò. Le fu amministrata l’Estrema Unzione e le si diede la benedizione apostolica con l’indulgenza plenaria. Guglielmina era tutta un sudore, teneva gli occhi chiusi e sembrava dovesse spegnersi da un momento all’altro. All’alba del giorno dopo sembrò destarsi.

Datemi Gesù ancora una volta – disse, con voce soa­ve. Poi si riaddormentò. – Gesù è sempre con te – gli dicevano i familiari, cer­cando di calmarla, ma lei scuoteva la testa. – No, voglio Gesù Ostia, Gesù Sacramentato. Presto! Poi andrò in Cielo. Il parroco che assisteva Guglielmina le portò subito la santa Comunione.

Vieni, Gesù, vieni! – sospirava Guglielmina. Ricevuto Gesù, Guglielmina strinse le mani al petto e chiuse gli occhi. Qualche istante dopo piegò la testa bru­na in avanti e rimase così, addormentata per sempre con il suo Gesù. Era l’alba del 22 giugno 1909.

Dal Cielo la cara fanciulla ama eternamente il suo Gesù e da lassù prega per i suoi cari poveri che ha tanto bene­ficato in terra.

Fonte: Come fiori per Gesù su http://www.santiebeati.it/dettaglio/94435

 

Padre Angelico Pistarino

Padre Angelico Pistarino 

Domenicano (1897 – 1960) 18 giugno

E’ un giovane pittore brillante e inquieto, Andrea Pistarino, da Alessandria apre il suo studio ad Asti. Fin dall’adolescenza, Dio lo aveva messo da parte e nella sua anima sembrava esserci solo l’oscurità. Ma anche sulla sua strada, come scrive François Mauricas di ogni uomo “c’è Cristo in agguato“.

A 26 anni, Andrea Pistarino decide di aderire alla massoneria. Per due volte, l’appuntamento fissato dev’essere rinviato. Un giovedì sera del 1923, è stabilito l’incontro decisivo con la loggia massonica. Il giovane pittore esce da casa, ma fatti pochi passi, si ferma: sono le campane della Collegiata di S. Secondo, che suonando invitano i fedeli alla preghiera.

Come attratto da una Voce misteriosa, Andrea entra nella chiesa, forse per la prima volta, anche se è così vicina al suo studio. Dal pulpito il Canonico De Maria parla di Gesù Cristo, della sua Chiesa che accoglie le anime bisognose di salvezza e… della massoneria che combatte la Chiesa. Profondamente colpito della coincidenza, il pittore si apparta all’ombra di una colonna nel “bel S. Secondo” di Asti, e ascolta. Le campane, quella sera, hanno suonato per lui. E Gesù che bussa alla sua porta e chiede di entrare con irruenza. Lo scuote, lo tormenta, lo affascina.

Andrea esce sulla piazza: dove andare? Alla “loggia”? Neppure per sogno. Nello scompiglio della sua mente e del suo cuore, il silenzio lo spaventa e vuole aprirsi con qualcuno. Si dirige a casa di amici e vi trova la loro mamma, una donna nobile di anima e di fede. Ella lo ascolta, lo illumina, gli apre orizzonti nuovi, impensati. Verrà il giorno, in cui Andrea la chiamerà “la mia mamma”.

La signora gli chiede di eseguire per lei un ritratto, ma è un pretesto per avvicinarlo e parlargli a lungo. Mentre il pittore traccia sulla tela con mano di maestro il volto della “mamma”, ella a sua volta comincia in lui l’abbozzo del volto di Gesù Cristo. Il grande Assente, ora è il ricercato, il Desiderato come l’Acqua viva di fonte, da un assetato nel deserto. Presto sarà l’Amato di un amore senza confini.

Intanto Andrea è anche scampato a una grave sciagura, come per caso… o per la Provvidenza di Dio? Il 10 ottobre 1924, alle 17,50, Andrea Pistarino, accompagnato dalla sorella Rita, suona alla porta del Convento di S. Domenico a Chieri (Torino) per chiedere di consacrare la sua vita a Cristo, nell’Ordine Domenicano, l’Ordine della Verità e della misericordia.

Ha 27 anni: alle spalle una carriera brillante, lasciata per sempre. Davanti, Dio solo da amare e da irradiare ai fratelli. Il giorno in cui riceve il bianco abito dei Predicatori, vuole essere chiamato “Fra Angelico”, come il suo grande confratello domenicano, pittore sommo, fra Giovanni da Fiesole, comunemente conosciuto come “il Beato Angelico“.

Compiuti il noviziato e gli studi teologici, Fra Angelico Pistarino sale l’altare, sacerdote di Cristo, il 30 agosto 1929, festa, nel calendario liturgico vigente, di S. Rosa da Lima, vergine domenicana, a 33 anni, felice di essere diventato apostolo di Gesù, bellezza somma ed eterna.

Predica sui pulpiti e continua a predicare con la pittura. La Parola di Dio spiegata con la bocca e resa visibile con l’arte carica di luce, è il suo grande dono ai fratelli, sempre e in ogni modo Gesù Cristo!

Nel convento di S. Domenico a Torino, al terzo piano, apre la sua oasi artistica dove crea i suoi capolavori e inizia il suo annuncio del Vangelo a tanti fratelli assetati di luce e di amore. Per i medesimi l’annuncio l’avrebbe portato a compimento nel confessionale e all’altare, con il dono supremo del perdono di Dio e di Gesù Pane di vita eterna.

P. Angelico partecipa ancora, con successo, alle Biennali veneziane, alle Quadriennali romane, alle Mostre internazionali di Arte sacra a Milano, Roma, Budapest, Barcellona. Tiene una ventina di mostre personali nelle più importanti città d’Italia con gran successo. Sempre in “personali”, espone a Parigi e in America, imponendosi all’attenzione della critica. Gli arrivano con frequenza premi prestigiosi. Molte sue opere si trovano ormai in Gallerie nazionali, in musei civici, in diverse collezioni comunali e private d’Italia e all’estero.

 

Un giorno, ha la tentazione forte di buttare pennelli e colori in un fiume. Ne parla con gli amici, ancora di più con i superiori dell’Ordine. Gli dicono di continuare, ma di “gettare la sua arte nel fiume della carità, a servizio delle vocazioni domenicane e dei piccoli orfani”. Così nel 1942 egli decide di fare qualcosa per l’umanità sofferente. Le piccole vittime della guerra, bambini che hanno perso i genitori, non si contano più. Ha trovato i destinatari della sua carità.

Con i proventi dei suoi quadri, affitta a S. Mauro Torinese, “la casa del Sacro Cuore” in cui accoglie ed educa da vero padre numerosi fanciulli orfani, che ama come suoi figli e ai quali offre il calore di una famiglia. A loro provvede pure una “mamma”, una giovane mamma, Maria Regale.

Nata a Torino nel 1910, terziaria domenicana, giovanissima si era consacrata a Dio con i voti privati. Nel 1931, colpita da grave malattia, era rimasta per otto anni, inchiodata a letto. Miracolosamente guarita, per intercessione della Madonna, spesso visitata a Lourdes e a Loreto, dal 1942, offre il cuore di mamma ai piccoli orfani nella casa di S. Mauro, esempio splendido di dedizione per cinque anni. Scompare, improvvisamente, nella piccola cappella della casa, in mezzo ai “suoi” bambini, il 18 maggio 1947, mentre essi cantano “Salve Regina” della sera.

Nel 1959, P. Angelico va a Parigi dove dipinge una serie di quadri ai bordi della Senna e nel quartiere di Montmartre. Al ritorno, trova una biografia a lui dedicata, illustrata da alcuni suoi quadri e da articoli di critici d’arte. Una grande soddisfazione per lui, che benché ancora giovane, sente i primi sintomi di un male insidioso.

I mesi che gli restano, si riempiono ancor più di Rosari alla Madonna, di un colloquio più intimo con Dio, di carità e di tenerezza verso i suoi “piccoli”. Dopo un difficile intervento chirurgico, si spegne a Torino, il 18 giugno 1960.

Pochi giorni prima di morire, aveva scritto:

La Fede, il Sacerdozio, l’Opera del Sacro Cuore sono i doni più belli che Gesù e la Madonna mi hanno fatto. Lo Spirito che ci anima è lo Spirito di Gesù, di amore alla Verità. Sempre la Carità di Cristo“.

Fontehttp://www.santiebeati.it/dettaglio/95094

 

NOVENA A SAN LUIGI GONZAGA

NOVENA A SAN LUIGI GONZAGA

Dal 13 al 21 giugno 

Quanti crediti avrà mai raccolto il santo Gonzaga con le sue estreme offerte: si flagellava a sangue con una frusta per cani; digiunava tre giorni la settimana; si svegliava a mezzanotte per pregare, inginocchiandosi sul pavimento nudo della sua camera, rifiutandosi di accendere il fuoco anche durante l’inverno…

Invochiamolo dunque con ardore e dedizione per chiedere la sua intercessione nelle necessità più estreme della nostra vita.

(Da ripetere per 9 giorni consecutivi)

I. Angelico s. Luigi, che quantunque nato fra gli agi e le grandezze del mondo, col continuo esercizio dell’orazione, del ritiro e della penitenza, non aspiraste giammai che ai beni sodi e immancabili del Paradiso, ottenete a noi tutti la grazia di riguardar sempre con occhio di disprezzo le comodità della vita presente, affine di assicurarci i gaudi perfetti della futura.

Gloria al Padre al Figlio e allo Spirito Santo come era in principio ora e sempre nei secoli dei secoli.

II. Angelico s.Luigi, che, quantunque mai non perdeste la battesimale innocenza, mortificaste però sempre la vostra carne con i più tormentosi strumenti e con il più rigoroso digiuno, ottenete a noi tutti la grazia di mortificare per modo tutti quanti i nostri sensi che non abbiano mai a cagionarci la perdita del più prezioso fra i tesori, qual è la grazia di Dio.

Gloria al Padre al Figlio e allo Spirito Santo come era in principio ora e sempre nei secoli dei secoli.

III. Angelico s. Luigi, che piangeste con contrizione così viva le più leggere imperfezioni della vostra età fanciullesca, da svenire ai piedi del confessore nell’atto di accusarvene, ottenete a noi tutti la grazia di pianger sempre colla debita sincerità tutte quante le nostre colpe, e di accostarci sempre con le debite disposizioni al sacramento della penitenza.

Gloria al Padre al Figlio e allo Spirito Santo come era in principio ora e sempre nei secoli dei secoli.

IV. Angelico s. Luigi, che necessitato a conversare coi grandi del secolo e a partecipare con loro ai mondani divertimenti, vi ci tratteneste sempre con tal riserbo da essere comunemente acclamato per un angelo in carne, ottenete a noi tutti la grazia di prezzare sempre gli umani rispetti, e tener sempre una tale condotta da edificare in ogni maniera tutti quanti i nostri fratelli.

Gloria al Padre al Figlio e allo Spirito Santo come era in principio ora e sempre nei secoli dei secoli.

V. Angelico s. Luigi, che, divinamente chiamato dal secolo alla religione fra tutti gli ostacoli che vi si opposero, vi mostraste sempre immobile come uno scoglio nel vostro santo proposito, e vi corrispondeste poi così bene da servir di modello ai più perfetti, ottenete a noi tutti la grazia di seguir sempre con fedeltà, e corrispondere con esattezza alla vocazione divina, praticando tutte le virtù che sono proprie del nostro stato.

Gloria al Padre al Figlio e allo Spirito Santo come era in principio ora e sempre nei secoli dei secoli.

VI. Angelico s. Luigi, che, consacrato al Signore con voto irrevocabile fino dai primi vostri anni, foste sempre così unito da non patir mai distrazione nella preghiera, da non soffrir mai tentazione di impurità, da essere miracolosamente conservato in vita fra i pericoli del naufragio e dell’incendio, da ottener sempre tutto quello che vi piaceva di chiedere nelle vostre orazioni, ottenete a noi tutti la grazia di schivar sempre tutto quello che potrebbe renderci a Dio nemici, affinché, costantemente da lui protetti, resistiamo da forti alle suggestioni dei nostri avversari, e andiamo sempre crescendo nella strada della giustizia fino a meritarci la partecipazione alla vostra gloria nel cielo.

Gloria al Padre al Figlio e allo Spirito Santo come era in principio ora e sempre nei secoli dei secoli.

OREMUS

Celestium donorum distributor Deus, qui in angelico juvene Aloysio miram vitae innocentiam pari cum paenitentia sociasti, ejus meritis et precibus concede; ut innocentem non secuti, poanitentem imitemur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

Orazione a s. Luigi

Per cui Pio VII il 6 Marzo 1801 concesse l’Indulgenza di 100 giorni una volta al dì, aggiungendovi un Pater, Ave e Gloria. I. O Luigi santo, di angelici costumi adorno, io indegnissimo vostro divoto, raccomando a voi singolarmente la castita della mia anima e del mio corpo. Vi prego per 1’angelica vostra purità a raccomandarmi all’Agnello immacolato Cristo Gesù, e alla sua ss. Madre, Vergine delle vergini, a custodirmi da ogni grave peccato. Non permettete che io mi imbratti di macchia alcuna d’impurità; ma quando mi vedrete nella tentazione, o nel pericolo di peccare, allontanate dal mio cuore tutti i pensieri e tutti gli affetti immoridi; e risvegliando in me la memoria dell’eternità, di Gesù Crocifisso, imprimetemi altamente nel cuore un sentimento di timor santo di Dio; e riscaldandomi d’amor divino, fate che con imitar voi in terra, meriti con voi di godere Iddio eternamente nel cielo.

Pater, Ave, Gloria.

INDULGENZE PER LE 6 DOMENICHE E FESTA DI S. LUIGI.

Per infervorare sempre più i fedeli, specie la gioventù,’ nella divozione verso l’Angelico S. Luigi, il S.Pont. ClementeXII con 2 decreti, 11 Dic. 1739, e 7 Gen. 1740, concesse Indulg. Plen. in ciascuna delle 6 Domeniche che precedono la festa del Santo (21 Giug.) ovvero in qualsiasi tempo fra l’anno, a patto però che le 6 Domeniche non sieno interrotte e che previa la Confes. e la S. Comun. si facciano pie meditazioni, o vocali preci, od opere pie in onore del Santo. — Nel di della festa poi, che con licenza dell’Ordinario può celebrarsi in qualunque giorno dell’anno e in qualsiasi luogo ed altare, i SS. PP. Benedetto XIII, 22 Nov. 1729, Clemente XII, 21 Nov. 1737, e Benedetto XIV, 12 Apr. 1742, concessero la Plen. Ind. a tutti coloro che, pentiti, confess. e comun. visiteranno l’altare del Santo; pregandovi pei soliti fini.

Fonte: http://rosarioonline.altervista.org/index.php/Novene/Novena/it/SanLuigiGonzaga/1

Aftab Bahadur Masih

Aftab Bahadur Masih

Martire (Pakistan) 10 giugno 2015

Accusato di un omicidio all’età di 15 anni è stato torturato perchè confessasse il crimine mai commesso, in quanto non aveva denaro sufficiente per pagare la sua scarcerazione. Passò oltre 22 anni in carcere, fino al giorno della sua esecuzione  una  tortura psicologica  inimmaginabile.

Alle 4.30 del 10 giugno 2015 le autorità del carcere Kot Lakhpat di Lahore hanno impiccato il cattolico Aftab Bahadur Masih, condannato a morte all’età di 15 anni per l’omicidio di tre persone, da lui non commesso ma tuttavia confessato, secondo gli avvocati, perché sotto tortura.

Ancora sangue innocente è stato versato in Pakistan. Inutili gli appelli lanciati in questi anni dalla Chiesa cattolica e da attivisti per i diritti umani. Mons. Joseph Coutts, vescovo di Karachi e presidente della Conferenza Episcopale del Pakistan, aveva scritto una lettera al presidente Mamnoon Hussain, chiedendo di ritardare l’esecuzione per avviare nuove indagini.

Come spiega l’agenzia AsiaNews, Aftab è stato condannato a morte il 5 settembre 1992 per l’omicidio di Sabiha Bari e dei suoi due figli. Il giorno seguente Ghulam Mustafa, idraulico con cui lavorava come apprendista, viene arrestato per complicità e torturato dalla polizia per implicare Aftab nell’omicidio. Solo di recente l’idraulico ha ammesso che Aftab non aveva nulla a che fare con il crimine, e che era stato solo un testimone oculare. L’uomo ha anche rilasciato una testimonianza ufficiale davanti a un leader religioso, dichiarando di aver mentito.

Aftab ha sempre detto di essere innocente. Negli anni ha raccontato che, quando era stato arrestato, la polizia gli ha chiesto 50mila rupie (5mila dollari) per lasciarlo andare, ma essendo un giovane apprendista, non ha potuto pagare.

Poco prima della sua esecuzione, Aftab Bahadur Masih ha scritto un’ultima lettera, per raccontare le proprie sensazioni, che riportiamo qui di seguito secondo una traduzione sempre di AsiaNews:

Ho appena ricevuto la mia condanna a morte. Dice che sarò ‘appeso per il collo fino al sopraggiungere della morte’ mercoledì 10 giugno. Sono innocente, ma non so se questo farà alcuna differenza. Durante gli ultimi 22 anni della mia prigionia, ho ricevuto ordini di esecuzione molte volte. È strano, ma non so nemmeno dirvi quante volte mi sia stato detto che stavo per morire. Ovviamente fa male ogni volta. Inizio a fare il conto alla rovescia dei giorni, cosa dolorosa già di per sé, e scopro che i miei nervi sono incatenati come il mio corpo.

In realtà, sono morto molte volte prima della mia morte. Suppongo che la mia esperienza di vita sia differente da quella della maggior parte delle persone, ma dubito ci sia qualcosa di più spaventoso del sentirsi dire che si sta per morire, e poi restare seduto in una cella di prigione aspettando quel momento.

Per molti anni – avevo solo 15 anni – sono stato bloccato tra la vita e la morte. È stato un limbo assoluto, una totale incertezza per il futuro. Sono un cristiano e, talvolta, è difficile qui. Purtroppo, c’è un prigioniero in particolare che ha cercato di rendere le nostre vite ancora più dure. Non so perché lo faccia.

Sono stato molto rattristato per gli attentati anticristiani avvenuti a Peshawar. Mi hanno ferito profondamente, e vorrei che il popolo pakistano possedesse un senso di unità nazionale capace di vincere il suo odio interreligioso. C’è un piccolo gruppo di noi, qui, che è cristiano, appena quattro o cinque, e adesso siamo tutti insieme nella stessa cella, il che ha migliorato la mia vita.

Faccio tutto quello che posso per sfuggire alla mia miseria. Sono un amante dell’arte. Ero un artista – solo uno ordinario – sin da piccolo, quando non sapevo ancora nulla. Anche allora, avevo una propensione per la pittura e per la poesia. Non avevo alcuna preparazione, era solo un dono di Dio. Ma dopo essere stato portato in prigione, non ho avuto alcun altro modo per esprimere i miei sentimenti, perché ero in uno stato di completa alienazione e di solitudine.

Qualche tempo fa ho iniziato a dipingere tutti i cartelli per il carcere di Kot Lakhpat, dove sono rinchiuso. Poi mi hanno chiesto di farlo per altre prigioni. Niente al mondo mi dà più gioia che la sensazione che provo quando dipingo qualche idea o sensazione sulla tela. È la mia vita, quindi sono felice di farlo. Il carico di lavoro è grande, e sono esausto a fine giornata, ma sono felice di questo, perché tiene la mia mente lontana da altre cose.

Non ho una famiglia che mi faccia visita, così, quando viene qualcuno, è un’esperienza meravigliosa. Mi consente di raccogliere idee dal mondo esterno che poi potrò mettere su tela. Sentirmi chiedere come sono stato torturato dalla polizia mi ha riportato alla mente ricordi terribili, che ho tradotto in immagini. Anche se, forse, sarebbe stato meglio non pensare a quello che gli agenti hanno cercato di farmi per ottenere una mia falsa confessione per questo crimine.

Quando abbiamo sentito la notizia della revoca della moratoria sulla pena di morte, nel dicembre 2014, la paura ha prevalso in tutte le celle della prigione. C’è stato un predominante senso di orrore. L’atmosfera era appesa, cupa, su tutti noi. Ma poi le esecuzioni sono iniziate davvero qui a Kot Lakhpat, e tutti hanno iniziato a subire una tortura mentale. Quelli che venivano impiccati erano stati i nostri compagni per molti anni, lungo questa strada verso la morte, ed è solo naturale che la loro morte ci abbia lasciato in uno stato di angoscia.

Mentre la moratoria sulla pena di morte è stata revocata con il pretesto di uccidere i terroristi, la maggior parte delle persone qui a Kot Lakhpat sono condannate per crimini regolari. In che modo ucciderli fermerà la violenza settaria in questo Paese, non posso dirlo. Spero di non morire mercoledì, ma non ho alcuna fonte di reddito, quindi posso solo affidarmi a Dio e ai miei avvocati volontari. Non ho rinunciato alla speranza, anche se la notte è molto buia“.

Un giorno prima dell’esecuzione di Aftab, l’Alta Corte di Lahore ha respinto la richiesta di sospensione della pena, negando agli avvocati di produrre nuove prove della sua innocenza. Nella stessa giornata, le autorità della prigione di Sahiwal hanno impedito ai legali di vedere Ghulam Mustafa (il capo idraulico), che aveva espresso il desiderio di firmare una dichiarazione scritta, ammettendo di aver testimoniato il falso contro Aftab.

Aftab Bahadur Masih, il giovane che amava la pittura e la poesia, è diventato il 160° detenuto messo a morte in Pakistan dal 17 dicembre 2014 quando il governo ha revocato la moratoria sulla pena di morte dopo l’attentato taleban a una scuola di Peshawar, in cui sono morti in 148.

Fonti: Zenit; http://www.santiebeati.it/dettaglio/96712https://www.avvenire.it/mondo/pagine/il-detenuto-non-merita-clemenza-cattolico-impiccato-in-pakistan-

 

Marcello Vezzani

MARCELLO VEZZANI

Giovane laico (1979 – 2003) 5 giugno

Muore stringendo fra le mani la sua tesi di laurea, ma aveva vissuto intensamente ogni istante della sua breve vita, donandosi tutto agli altri e vivendo per gli altri.

Marcello nasce il 13 luglio 1979 a Correggio (RE), in una bella famiglia cristiana da Luisa Bondavalli e Savio Vezzani, è il loro terzo figlio dopo Mariano e Marco.

Frequenta la scuola materna “Recordati” retta dalle suore dei “Servi “ e poi la scuola elementare “S.Tomaso”; ha per maestra una suora salesiana, Suor Olga, che gli comunica la bellezza del gioco e dell’0ratorio come ambiente per crescere vicini al Signore. La scuola media sarà quella statale come pure le scuole superiori: prima il biennio Iti a Correggio, poi il triennio “Fermi” a Modena, dove riesce a farsi degli amici e a farsi stimare proprio come giovane cristiano.

Si iscrive poi, sempre a Modena, alla facoltà di Chimica che conduce brillantemente facendosi stimare sia dai compagni che dagli insegnanti.

Cresce nella parrocchia di Madonna di Fatima e lì sceglie subito di impegnarsi come catechista prima, poi come educatore cercando tutte le strategie per il bene dei propri ragazzi, è presente in oratorio come animatore sia della domenica che dei Grest sapendo quanto sia importante la compagnia dei ragazzi nel gioco. Non perde occasione per aggiornarsi come educatore e partecipa alle proposte formative che provengono dal “territorio”.

Sull’esempio della famiglia, s’iscrive all’Azione Cattolica ed è affascinato dalle figure dei Santi che lì sono cresciuti, propone tra i suoi ragazzi i momenti associativi dell’ACR ed è testimone efficace durante le feste del tesseramento.

Fin dalla scuola media, avviato da Frà Matteo Munari, inizia il suo impegno alla Casa della Carità di Fosdondo, la “casa” come tutti la chiamano, l’assistenza ai “bimbi” era in diversi momenti soprattutto le notti, con loro trascorreva anche dei periodi di vacanza e a volte portava qualche ospite all’oratorio o a Messa della domenica.

Fin da bambino inizia a far parte della banda cittadina, dopo lunghi anni di “solfeggio” , diventa percussionista ufficiale…… e quando può, porta i tamburi all’oratorio per insegnare ai bambini questo affascinane strumento.

Marcello è molto presente nella vita sociale del paese, non perde occasione di confronto anche a livello politico e sempre con bontà e fermezza interviene portando la propria testimonianza cristiana.

In famiglia Marcello è un segno dell’amore del Signore, sempre desideroso che la gioia sia il pane quotidiano della vita di ogni giorno , si profonde in mille attenzione per i genitori, fin da bambino si offre di lavare i piatti perché loro possano fare una passeggiata, si esprime con amore con ogni membro della famiglia e accoglie con il sorriso chiunque bussi alla loro porta, soprattutto gli extracomunitari.

Sempre Marcello nella sua relazione con tutti è luminoso, solare, sorridente: un segno dell’amore di Dio.

In parrocchia fa parte con entusiasmo alla compagnia degli “Attori per caso” e recita nel musical “Con la vita dentro” sulla vita del Beato PierGiorgio Frassati che tanto ammira, nella compagnia è sempre allegro, piacevolmente distratto nel perdere gli abiti di scena e sempre disponibile ai lavori più umili di montaggio e smontaggio.

Vive sempre di corsa il breve momento della sua giovinezza, teso a non perdere nessuna occasione di bene; non si risparmia, non tiene nulla per sé, forse sa di non avere una vita lunga.

Giovedì 5 giugno 2003, lascia di corsa l’Università a Modena, perché deve suonare nella banda, ma per Marcello è un giorno speciale: ha finito con la sua professoressa la tesi di laurea e deve correre a casa per annunciare ai genitori la sorpresa: si laureerà a luglio!!! Non arriverà mai a casa, perché un collasso lo stronca proprio davanti alla sede del 118 del Policlinico, a nulla vale il soccorso portato immediatamente: Marcello cade a terra stringendo al petto la sua tesi, ma … è già in Paradiso! La corriera che da Modena sosta davanti a casa sua, questa volta non lo porta a casa!

Fonti: www.azionecattolica.it; http://www.santiebeati.it/dettaglio/95131

 

 

MARIA FILIPPETTO

MARIA FILIPPETTO

Adolescente (1912 – 1925) 3 giugno

Maria Filippetto è diventata, grazie alla determinazione e alla sua grande forza di volontà, un modello per chi deve lottare per vincere le proprie debolezze e per chi soffre per le malattie.

“Voglio prendere Gesù con le carezze, con i baci ed i sorrisi, voglio presentarmi a lui con “un bel mazzo di rose e di gigli tra le mani ed in mezzo a questi fiori voglio mettere il mio cuore che palpiti ed arda di amore per Gesù… Voglio diventare l’Agnellino di Gesù”. Così aveva scritto un giorno Maria Filippetto il desiderio più grande era diventato vincere il suo temperamento naturalmente altero e sdegnoso.

Nata a Padova il Venerdì Santo del 1912, vi muore il 3 giugno 1925, primo venerdì del mese. Gesù la segnava così con il sigillo dei suoi prediletti: la sofferenza. Maria dirà più tardi di volere essere non solo l’Agnellino, ma ancheil grappolino d’uva che si offre alle mani di Gesù per es­ser spremuto, il piccolo chicco di frumento che desidera essere ridotto in buona farina per diventare pane di Ge­sù“.

Maria dovrà soffrire non solo per correggere i difetti del suo carattere che sono uno stridente contrasto con le do­ti naturali di bellezza e di vivacità di ingegno, ma dovrà soffrire anche perché dall’età di sette anni sarà sempre più o meno tormentata da malattie. Il Signore permise questo per offrire Maria come modello a chi deve lottare per vincersi ed a chi soffre per le malattie.

Trascorre lietamente la sua prima infanzia nel dolce ni­do familiare, con papà e mamma che sono insegnanti e Piero e Mario, i due fratelli maggiori che le volevano tanto bene, ma con i quali bisticciava spesso. Guai a fare uno scherzo alla piccola altezzosa!

La mamma vegliava su quel carattere un po’ ribelle. Se la prendeva vicino, le parlava del suo Angelo custode che sta sempre al fianco di ogni bambino e che scrive ogni atto di bontà nel libro d’oro e ogni disubbidienza o capric­cio nel librone nero. Si era lasciata appuntare sotto la ve­stina “la coroncina delle vittorie” e la mamma le insegna­va a contare le piccole vittorie sui propri difetti. Maria ascoltava e prometteva di diventare più buona. Durante il giorno vigilava su sé stessa, riconosceva le sue colpe, chiedeva scusa per ogni mancanza, (quanto costava, questo, al suo orgoglio!) rinnovava la promessa di essere più buona e alla sera andava davanti alla statuetta del Cuore di Gesù:

Guarda, Gesù – gli diceva mostrandogli la coroncina – oggi ho saputo vincermi tante volte… domani vorrò esse­re ancora più attenta“.

Qualcuna delle sue vittorie? Un giorno era andata a passeggio con la mamma e si era appuntata sul vestito un bel fiore di stoffa a colori vivaci. La mamma vide che, camminando, cercava di farlo notare agli altri. Non la sgridò, ma, continuando a pas­seggiare, portò il discorso sui meriti di una fanciulla: “Un fiore, un nastro, anche se preziosi non accrescono il valore di una persona, anzi molte volte lo diminuiscono facendola apparire vanitosa…”. Maria capi. Adagio adagio, quasi senza che la mamma se ne accorgesse, si tolse il bel fiore che si era appuntata con tanta cura e se lo mise in tasca. Qualche giorno dopo la mamma lo trovò gettato, tutto spiegazzato, in un cas­setto.

Amava tanto il suo giardino e vi coltivava con amore al­cune pianticelle. Capitava spesso che i fratelli, correndo sbadatamente, ne calpestassero alcune. Maria fremeva tutta, si adirava… ma poco alla volta, riuscì a vincersi completamente.

Un giorno vide Mario e Piero correre all’impazzata in giardino, calpestando i fiori della sua aiuola. Si fece rossa per l’ira che le bolliva dentro, ma pensò a Gesù che per lei aveva sopportato tanto. Cos’era, poi, quella piccola of­fesa? – Tutto per te, Gesù – sussurrò con amore. Nel suo cuore era tornata la calma.

Un’altra volta Mario le fece uno sgarbo. La piccina scat­tò come una molla. Avrebbe voluto sfogare con lui la sua rabbia, ma invece andò a sfogarsi con il Sacro Cuore di GesùO Gesù, lo vedi? – gli disse dopo aver trattenuto i sin­ghiozzi — Io non posso… non posso proprio sopportare Mario. Aiutami tu.

Una sera a tavola chiese alla mamma di assaggiare una pietanza che le piaceva. – Purché non ti faccia male, prendine pure un po’ (per ragioni di salute doveva astenersi da molti cibi). Maria stava per servirsi, quando gli venne un pensiero: “Sarà poi contento Gesù?“. Posò la forchetta sul tavolo e con un dolce sorriso disse: – Infine non si tratta che di una golosità ed è meglio ri­nunciarvi per fare un fioretto a Gesù che appagare la mia gola.

Un giorno ritornò desolata da scuola perché aveva sba­gliato un calcolo e anche perché una compagna aveva fatto meglio di lei. – Se ti dispiace per la maestra, – le fece osservare la mamma – il tuo dispiacere è lodevole, ma se ti dispiace che altre compagne abbiano fatto meglio di te, sta bene attenta che una brutta serpe, l’invidia, non entri a rodere il tuo piccolo cuore. Il Signore ti ha fatto vedere che se egli non ci aiuta, da noi soli non sappiamo e non possia­mo fare nulla di buono. Vuoi che andiamo a portare a Gesù questo grande dispiacere? E davanti alla cara statuetta il sereno ritornò nel picco­lo cuore turbato.

Quando, a sei anni, incominciò a frequentare le scuole, si distinse subito per la sua intelligenza aperta. La mamma prevenne un probabile compiacimento: – Devi aspirare ad essere la più buona di tutte – le dice­va – essere brava poco importa: è tuo dovere, se Dio ti ha dotata di una certa intelligenza. Maria se lo ricordò sempre, tanto che il giorno in cui al termine della scuola riportò ottimi voti, depose la pagella ai piedi del Sacro Cuore, dicendo: “Gesù, il merito è tutto tuo. Ti ringrazio per la consolazione che mi fai dare ai miei genitori“.

Maria era gracile, ma fino ai sette anni godette una flo­rida salute. Poi cominciò a soffrire di tutta una serie di mali che la lasciarono in pace solo poco tempo. Prima il morbillo, poi la nefrite, poi il diabete mellito, poi un ascesso che le richiese non una ma più dolorose operazio­ni. La piccola però era serena. La sua amata Teresa di Lisieux le aveva mostrato la “piccola via”, ed lei vi si era incamminata dal momento che aveva compreso che ama­re è soffrire e cioè dare a Gesù senza rimpianti.

A 10 anni la Prima Comunione. “La grande festa è passata, – scriveva ad una cugina qualche giorno dopo – ma ho ancora l’animo pieno di gioia. Non posso dirti quello che provai nel momento so­lenne in cui ricevetti Gesù per la prima volta!”

Nel gen­naio del 1925 passò venti giorni all’ospedale. Lì, insieme con le sofferenze dovute alle continue iniezioni, ebbe due grazie: ricevere Gesù tutti i giorni e trovare un saggio di­rettore nella persona del padre Aristide Enea Spilimbergo. Maria sentì il bisogno di affidargli tutta la sua anima e il padre l’accolse, la guidò e l’aiutò a diventare “l’agnellino di Gesù”. E quanto soffrì quando dopo appe­na un anno e mezzo circa il padre Spilimbergo fu trasfe­rito altrove!

Le continue iniezioni le avevano procurato un ascesso. Fu necessario un taglio di una ventina di centimetri e la tredicenne fanciulla subì tutto l’intervento guardando il Crocifisso e stringendo nella mano una piccola medaglia: – Gesù, fai di me quello che vuoi, – gli diceva con tutta confidenza – ma dammi la forza di sopportare ogni dolore per amore tuo. E Gesù si compiaceva di quella preghiera e confortava il suo Agnellino.

Senti mamma, – le confidava una notte in cui non po­teva prendere sonno per il troppo caldo – quando io sof­fro voi mi siete tutti vicini e soffrite con me, ma in quei momenti terribili anche Gesù, sai, mi è vicino.. oh, se tu sapessi come lo sento, come mi trovo unita con lui quan­do il male brucia! Vedi? Io sono contenta di soffrire e di soffrire con Gesù. Il dolore è una benedizione. Ringra­ziamo il Signore insieme, mamma.

Maria aveva amato sempre tanto i poveri nel corpo e i poveri nell’anima. Ai primi donava i suoi dolci, i suoi risparmi, la sua parola e la sua preghiera, mentre agli altri dava le sue sofferenze e tutta sé stessa.

Quando sarò grande sarò anch’io missionaria – dice­va. – Nel mio lettino posso essere un apostolo offrendo con­tinuamente a Gesù la mia sofferenza per la salute delle anime. Amava tanto le Missioni e per esse raccoglieva in mille modi offerte che spediva con gioia. Dei parenti erano stati invitati a casa? Finito il pranzo, Maria passava con il suo salvadanaio: Accetto per i poveri bimbi infelici qualunque somma, anche grossa – diceva con un sorriso a cui non si poteva negare nulla. La mamma faceva i conti di famiglia? Ecco Maria con il suo salvadanaio: – Quello che avanza mettilo qui – le diceva con grazia.

Un giorno, mentre era convalescente, volle evitare di prendere il tram. – Perché vuoi affaticarti tanto? – domandò la mamma. – Per le Missioni, mamma, ma tu dammi ugualmente i soldi che spenderei per il tram.

Il 30 novembre 1925, nella sua bianca cameretta fu ce­lebrata la santa Messa. Fu quello – come scrisse lei stes­sa – “un giorno di paradiso“. E pregava: “Gesù, fatemi buona, santa, tutta per voi. Ogni mio respiro sia un so­spiro per voi, ogni battito del mio cuore sia un palpito d’amore per voi...”.

I giorni passavano lenti e Maria, dal suo lettino, si offri­va continuamente a Gesù.

Va pure a fare scuola, – diceva alla mamma – e sta tranquilla, io sono sempre con Gesù. Vedi? Le mie ore sono sempre occupate: assisto spiritualmente a tutte le Messe che vengono celebrate in tutto il mondo e le offro a Gesù per la conversione dei peccatori. Raccolgo ai suoi piedi le sofferenze, le lacrime, i dolori della terra e glieli offro con tutti gli slanci d’amore, con tutte le virtù, con tutti i desideri santi delle anime buone. Gesù è contento. Io gli parlo, gli dico tante cose e il tempo con lui mi passa in fretta“.

Al padre Spilimbergo scriveva: “Sono proprio l’Agnellino prediletto di Gesù, ma l’Agnellino pronto ad essere sacri­ficato. Mi abbandono tranquillamente tra le braccia di Gesù e gli ripeto: “Fa di me quello che vuoi”, e sono con­tenta“.

E Gesù faceva di lei quello che voleva, chiamandola a diventare totalmente sua. Maria lo comprese e l’11 feb­braio 1927, giorno dell’Apparizione dell’Immacolata a Lourdes, si consacrò interamente al suo Gesù per le ma­ni della Vergine, emettendo il voto di verginità. Aveva 15 anni.

Ora sono la piccola figlia di Maria come sono l’Agnellino di Gesù. Maria mi ripara sotto il suo manto. Oh! Così protetta non temo la tempesta“.

Un giorno il padre Rosi, dopo averle portato la santa Comunione, le disse: – Ora Gesù è nel tuo cuore. Se ti dicesseTi concedo quello che desideri: vuoi la salute o continuare a soffrire? Sono ugualmente contento di concederti l’uno o l’altro“, cosa risponderesti? Io chiederei la sofferenza. Sei contenta di soffrire? – le domandò un giorno padre Rosi. – Io sono contenta di fare ciò che piace a Gesù. Fare la volontà di Gesù, la volontà di Dio, è come fare una Co­munione continua.

Fare la volontà di Dio – diceva – è una cosa tanto sem­plice, tanto facile: ci si abbandona tra le braccia di Gesù e si lascia che faccia tutto lui. Ogni nostra preoccupazio­ne allora svanisce ed ogni cosa diventa facile.

 

Si avvicina rapidamente la fine. Maria, rac­cogliendo tutte le sue energie, sollevatasi dal suo lettino, disse:

Sono tanto contenta d’aver fatto tutto quello che ho potuto per far contento Gesù. Ma tutti, tutti dovete fare quello che potete… tutti al mondo… Oh, se tutto il mon­do facesse quello che può, quanto sarebbe contento Ge­sù!… tutti angeli… tutti… mamma… mam…ma…

Padre Rosi vedendo le gravissime condizioni della fanciulla, le disse:

Maria, non puoi più ricevere il tuo Gesù che ami tan­to. Eccolo qui sul tuo cuore. È tutto tuo, sai? E le depose la teca sul petto e, su quella, mise una ma­no della fanciulla Così per due ore, fino all’ultimo anelito di quell’Agnellino di Gesù, mentre attorno a lei tutti era­no prostrati in adorazione, con il cuore stretto dall’angoscia per la prossima separazione.

A pochi minuti dalle nove di sera, Gesù portò con sé per sempre il suo Agnellino, lasciando tutti nella dolce speranza di rincontrarlo un giorno in paradiso, per l’eternità, dove si troveranno tutti i bimbi buoni.

Fonti: Come fiori per Gesù;  http://www.santiebeati.it/dettaglio/94436

 

MARIA CLOTILDE

MARIA CLOTILDE

Fanciulla (1908 – 1918) 30 maggio

Al santo battesimo la bambina ricevette il nome di Maria. Era una santa tradizione che ogni membro di famiglia si consacrasse alla gran Madre di Dio e portasse il nome di Maria. …

Il secondo nome era Clotilde. Il giorno della nascita l’8 gennaio 1908. Certi bambini nei primi giorni di vita piangono e strillano, altri invece sorridono. Clotilde non faceva né l’una né l’altra cosa, ma mostrava una serietà sempre uguale.

La sua prima parola fu “papà“. A undici mesi cominciò a muovere i primi passi, e si mostrava felicissima di questo suo progresso, perché si divertiva un mondo a giocare a rimpiattino con la bambinaia. Le disposizioni naturali di Clotilde facilitavano la sua educazione: era d’indole mite e calma, se ne stava contenta delle lunghe ore con un balocco e non aveva neppur l’ombra delle solite esigenze infantili.

Aveva un amore straordinario per l’ordine e la pulizia: bellissime doti che però nella piccina generarono due difetti: una lentezza esagerata e un certo attaccamento alle sue comodità. Non ci fu mai modo d’indurre Clotilde a fare con spigliatezza le cose sue; restò una posapiano per tutta la vita. Le piaceva che tutto intorno a lei fosse comodo e gradito. Le veniva voglia di sedersi? Prima sceglieva il posto più adatto, avendo cura che fosse sicuro e pulito.

Clotilde aveva due fratellini più piccoli, ma la morte li colse uno dopo l’altro rapidamente. Questa fu una prova delle più terribili per i genitori. Sebbene la bambina fosse ancora troppo piccola per comprendere la portata della sciagura, pure un solco di dolore si aprì nel suo cuoricino. Li amava tanto i suoi fratellini ed ora soffriva al pensiero che erano andati via e non sarebbero più tornati.

Oltre ai genitori, c’era in casa la nonna, tutta del buon Dio, che aveva le più tenere cure per la nipotina; la conduceva in chiesa, le mostrava la piccola casetta dorata nella quale abita Gesù, e le narrava le belle storie del Bambino Gesù e della Madre celeste. Per tal modo intorno all’anima della bambina si formò a poco a poco un’atmosfera celestiale. Anche la mamma le parlava spesso e volentieri della felicita della santa Comunione. Clotilde ascoltava tutto col più vivo interesse e per la bramosia di provare quella felicità ben presto domandò di gustare il pane degli Angeli.

La disposizione naturale alla pietà che sonnecchiava nel cuore della bambina, era destata e ravvivata dall’educazione religiosa. Era una necessità; l’opera dell’educazione veniva a tempo opportuno, perché in quella piccola anima si manifestava già un grande egoismo congiunto a presunzione, così che il minimo rimprovero che le si muoveva la urtava. Aveva poi sortito da natura un temperamento chiuso e sensibilissimo. Ma imparò a farsi guidare ed educare docilmente dalla mamma.

Ad appena cinque anni, su richiesta di sua madre, per via del grande desiderio della piccola le fu concesso di fare la prima santa Comunione. Si preparò al gran giorno con l’offerta di piccoli fioretti, con la rinuncia alle leccornie e con l’essere più ubbidiente del solito. Dai sette anni in poi la Comunione divenne quotidiana.

Con lo scoppio della guerra nell’estate del 1914, incominciò per loro un’epoca di grandi dolori. Il padre di Clotilde fu richiamato sotto le armi. Arras, la città natale, minacciata dal nemico, dovette essere sgombrata completamente. Come fu penosa la fuga! Vedere migliaia di uomini, in preda al terrore, fare ressa alle stazioni, pigiarsi nei treni merci e persino condividere le carrozze con le bestie.

Alla fine di settembre, stando alle notizie, pareva che la patria fosse ormai fuori di pericolo; e la madre di Clotilde si decise a far ritorno con la bambina. Anche questa volta il viaggio fu lungo e molesto; tanto più che i viaggiatori erano circondati da continui pericoli. Giungevano profughi spaventati che narravano gli orrori della guerra, si udiva in lontananza il rombo del cannone e i villaggi in fiamme gettavano bagliori sanguigni. Tuttavia, per grazia di Dio, la madre e la bambina arrivarono ad Aubigny, dove poterono riposare una notte.

Il giorno dopo proseguirono fino ad Arras, ma dopo due giorni di calma incominciò il bombardamento. Madre e figlia andarono a rifugiarsi in fondo alla cantina, la bambina le si aggrappava al petto nell’ansia della paura e tutt’e due cantavano canzoni devote per non udire il sibilo e lo scoppio dei proiettili.

Quando altre persone chiesero riparo nella stessa cantina, la situazione si fece più tollerabile; si consolavano a vicenda, pregavano insieme, si scambiavano i loro pensieri e sorridevano alla speranza di tempi migliori.

Il bombardamento durò cinque mesi; tutta la città venne distrutta. La madre comprese che doveva separarsi dai suoi figlioli, lasciandoli in cura alla zia. Clotilde, avvolta in buone coperte di lana, partì sul carro d’un mercante e la nonna accolse la piccola profuga col più tenero affetto. Alla fine di settembre venne anche la mamma, ma non poté trattenersi a lungo presso i parenti. Nell’autunno del 1915 si rimise in viaggio verso settentrione coi due figlioli e, non potendo andare ad Arras ch’era distrutta, si stabilì a Boulogne dove si procurò una modesta esistenza. Le circostanze imponevano alla famigliola molte privazioni: faceva freddo e la stanza da letto non si poteva riscaldare, la complessione delicata dei bambini ne soffriva e non mancavano le preoccupazioni materiali. Ma l’amore che univa quei tre cuori raddolciva tutte le amarezze, di modo che non mancava mai né l’allegria, né la contentezza.

[…]Per arrivare in tempo alla scuola, doveva alzarsi molto presto al mattino nonostante il freddo assai rigido che le faceva tanto male; eppure alle sette, anche nelle mattine scure, si affrettava sola soletta alla chiesa.

Un giorno la madre le chiede: «Ti parla mai Gesù Bambino?». La bimba risponde affermativamente e in seguito le parlerà anche di un loro segreto: «Avrei desiderio di farmi religiosa per curare i bambini poveri».

Clotilde si diede subito a mettere in pratica il suo proposito, esercitandosi nei lavori domestici. Nel novembre del 1917 la mamma s’ammalò e per parecchie settimane fu costretta a letto. Bisognava vedere con quale spigliatezza e con quanto zelo Clotilde accudiva alle faccende di casa! Diceva con un sorriso di compiacenza: «È ben giusto che impari a far tutto con garbo, perché se un giorno sarò suora dell’Ascensione, sia esercitata».

Clotilde aveva, una grande devozione alla sua Madre celeste. E ogni mattina e sera le cantava con la mamma un inno di devozione e tutti in famiglia avevano la convinzione di essere sotto la tutela speciale della gran Madre di Dio.

La sua preghiera prediletta era il Rosario. A otto anni prese a recitarlo ogni giorno e quando da sola percorreva la lunga via della scuola, ne mormorava sommessamente le Ave Maria. Prima della Comunione recitava con devoto sentimento una parte del Rosario, per preparare nel suo cuore, diceva lei, un bel lettino di rose a Gesù Bambino.

Come la fanciulletta si desse cura di non perdere neppure un minuto della giornata, lo dimostra il fatto seguente. Trascorse un giorno intero giocando col fratellino; giunta la sera, la mamma le domandò: «E come va col Rosario?». «L’ho già detto» rispose. «Com’è possibile?… Ma se hai giocato tutto il giorno!». «Cara mamma, capirai che non posso parlar sempre: di tanto in tanto si tace anche nel gioco e nei momenti di silenzio ho recitato il Rosario, un mistero alla volta.».

A scuola si studiava con tutta diligenza dì ricevere una buona classificazione, perché sapeva con questo di procurare al babbo la gioia più grande. S’era fitto in cuore questo bel principio «Se si fa piacere al babbo e alla mamma, si fa piacere anche al buon Dio, perché i genitori sono i suoi rappresentanti». La mamma vedeva che la figliola soffriva sotto le frecciate di alcune sue amichette invidiose e indusse Clotilde a pregar molto e precisamente per quelle cattive fanciulle. La preghiera dell’innocenza ebbe tale efficacia, che la più acerba nemica le si cambiò nella migliore amica.

Se la mamma le rifiutava il segno della croce sulla fronte la sera poiché era stata biricchina, ella gridava e prometteva di non farlo mai più, ma a quella benedizione proprio non voleva rinunciare. Era poi tutta contenta quando poteva fare il pio esercizio della Via Crucis assieme alla mamma.

Ma poi scoppiò un’epidemia di morbillo ed anche Clotilde e il suo fratellino ne furono presi; nella fanciulla la febbre salì a quaranta gradi. Ne uscì guarita, ma le restò una leggera debolezza di polmoni, perciò il medico ordinò che passasse in campagna un periodo di convalescenza. Fisicamente non tardò a ristabilirsi, ma invece soffriva d’un grande affanno morale che non la lasciava. Durante il periodo trascorso in campagna, non le fu permesso di alzarsi la mattina “per prendersi il suo Gesù Bambino”. E come le riusciva amaro il dover rinunziare alla santa Comunione!

Clotilde dovette entrare in un pensionato. Anche qui si mantenne fedele alla sua abitudine; lo scrisse ella stessa una volta: «Recito tutti i giorni la terza parte del Rosario, e la domenica lo recito per intiero». Quando la madre guarita torna a prenderla rimane stupita non vedendola per nulla meravigliata e la piccola le spiega: «Gesù Bambino nella santa Comunione mi ha detto che saresti tornata».

Clotilde spirò il 30 maggio 1918 a causa di un’appendicite. La sua ultima invocazione fu un’Ave Maria e l’ultimo bacio l’impresse sulla medaglia della Madonna. Così spirava tra le braccia della sua Madre celeste.

Fonti: www.vocechegrida.it; http://www.santiebeati.it/dettaglio/95009

 

 

DOMENICO ZAMBERLETTI

DOMENICO ZAMBERLETTI

Adolescente (1936-1950) 29 maggio

Un ragazzino di 14 anni che non ha potuto coronare il suo sogno di essere sacerdote sulla terra, promise: “quando avrete bisogno di qualche grazia chiedetela a me, ma chiamatemi, chiamatemi…”. E davvero il flusso di grazie non è mai cessato. Alla mamma raccomandò: “Mamma, quando non ci sarò più, va a trovare i bambini che soffrono negli ospedali, va a nome mio. Hanno tanto bisogno di conforto”.

Nasce nel 1936, nella famiglia dei gestori dell’albergo, localizzato a pochi passi dal celebre santuario che domina il Sacro Monte di Varese. Ultimo di tre fratelli di una famiglia agiata e ricca di sentimenti umani e cristiani che seppe trasmettere ai figli, specie al più piccolo Domenico, il quale già in tenera età era pieno di bontà per i poveri, al punto di disporre che in cucina si preparasse un piatto in più per il “Cristo affamato”, infatti tutti i giorni si presentava qualche povero all’albergo, bisognoso di cibo.

Pur cresciuto tra pentole e fornelli, gattonando tra i tavoli e familiarizzando con i clienti, è chiaro fin da subito che quello dell’albergatore non sarà comunque il suo destino. All’attività di famiglia preferisce di gran lunga il vicino santuario, di cui già a sei anni diventa il chierichetto più affezionato e solerte e, a nove anni appena, addirittura organista-titolare.

Quello della musica è un dono naturale, di cui i genitori si accorgono sentendolo suonare “ad orecchio” al pianoforte dell’albergo, e che hanno l’accortezza di coltivare senza trasformare lui in un bambino-prodigio. Oltre ad accompagnare all’organo le messe solenni, destreggiandosi in deliziose “improvvisazioni” durante la consacrazione, Domenichino a neppur dodici anni si rivela anche compositore di una messa a una voce e di numerose pastorali natalizie. Una volta una signora, commossa dalla melodia inedita, ne chiese lo spartito e Domenico rispose: “Mah… non ce l’ho! La musica mi è sgorgata dal cuore, ma io non ricordo nemmeno una nota”; continuò a suonare liberamente melodie stupende, anche per i propri compagni e parenti.

La scintilla scocca sui dieci anni: vincitore del Premio-Roma messo in palio nella gara catechistica, vedendo in piazza San Pietro tanti sacerdoti intenti alle confessioni dei ragazzi, si sente nascere dentro la voglia di essere prete, magari tra i Camilliani, certamente in veste di missionario.

Intanto va a scuola dai Salesiani a Varese e lì si innamora di don Bosco e soprattutto di Domenico Savio, al quale si sente legato non solo dal nome, ma anche dal desiderio di raggiungere in fretta la santità. La sua spiritualità fa progressi: la preghiera diventa intensa e fervorosa, sempre più intenso il desiderio di far sempre la volontà di Dio, ancora più insistente la spinta ad accompagnare il cammino dei suoi amici verso Gesù, cioè, come si diceva allora, a far apostolato.

Ha la stoffa del leader e riesce a far presa sui coetanei e particolarmente sui chierichetti, dei quali diventa cerimoniere attento e scrupoloso, aiutandoli ad entrare nel vero spirito della liturgia in cui lui, evidentemente, si trova già da tempo più che a suo agio. Il “cocco della Madonna”, come lo chiamano in casa, ha una devozione tenerissima per la mamma di Gesù, alla quale indirizza volentieri i suoi piccoli amici: è forse anche per questo che il suo santuario, che è la “casa della Madonna”, gli è così familiare e vi si trova così bene.

A gennaio 1949 si manifestano i sintomi di una strana malattia, caratterizzata da febbre alta, vomito e dolori articolari, che i medici per un anno non riescono a diagnosticare: soltanto nel successivo mese di dicembre, infatti, alla Columbus di Milano riescono ad individuare una rara forma leucemica, all’epoca inguaribile, malgrado ogni tentativo di cura, anche dolorosa, cui viene sottoposto e nonostante il suo prepotente desiderio di star bene “per diventare sacerdote”.

Le crisi della malattia sembrano inspiegabilmente acuirsi ogni venerdì, ed in modo particolare il 7 aprile 1950, venerdì santo, tanto che qualcuno è portato a vedere in ciò una relazione con la passione di Gesù, alla quale comunque Domenichino è costantemente unito, tutto offrendo per la salvezza degli altri, anche l’inappagato desiderio di essere prete.

So che non guarirò, il Paradiso è assicurato”, “Non voglio essere incosciente quando muoio… è Domenico Savio che mi viene incontro”, “Mamma, quando non ci sarò più, va a trovare i bambini che soffrono negli ospedali, va a nome mio. Hanno tanto bisogno di conforto”, “Mi sarebbe piaciuto tanto aver potuto tenere Gesù nelle mie mani, ma si vede che devo essere sacerdote in Paradiso”, “Mamma ho chiesto alla Mamma Celeste di venirti a consolare”.

VARESE SACRO MONTE DOMENICHINO ZAMBERLETTI

Chiude per sempre i suoi occhi il 29 maggio 1950, anno in cui il suo grande amico e confidente Domenico Savio, veniva proclamato beato, annunciando con gioia: “Mamma mi viene incontro la Madonna!”.

Il processo di beatificazione di questo fanciullo è stato bloccato dai familiari a causa dell’eccessiva intraprendenza di un sacerdote, che dal Sud un po’ troppo sovente saliva al Sacro Monte a fare incetta delle cose appartenute al loro bambino. Speriamo però che presto possa essere riaperta, visto che le grazie a seguito della sua intercessione non si sono mai fermate.

FONTE: http://www.santiebeati.it/dettaglio/92263

 

Herman Wijns

Herman Wijns

Fanciullo ( 1931 – 1941) 26 maggio

Nato in Belgio, sin da bambino manifestò il desiderio di farsi sacerdote. Il 24 maggio 1941, come ogni giorno, servì la Messa al suo parroco ed al termine questi gli domandò: “Davvero vuoi farti sacerdote?”. Il ragazzino gli risponde deciso: “Sì, solo sacerdote”. Nel pomeriggio dello stesso giorno si ferì ad una gamba. Spirò mormorando: “Vado da Gesù, starò con Lui per sempre”.

Herman Wijns è nato il 15 marzo 1931 in Belgio, nel paese di Merksem, presso Anversa in una famiglia benestante. Suo padre era un commerciante di successo, che viveva la sua professione con entusiasmo e gioia, convinto che si può diventare santi anche lavorando: l’importante è lavorare bene, fare bene il proprio dovere, essere onesti e leali.

Il papà di Herman sapeva che molti suoi colleghi e amici lavoravano “semplicemente”, ma scontenti, nervosi, facendo il minimo o addirittura imbrogliando gli altri. Invece lui credeva che si può lavorare “con amore”, mettendo il meglio di noi stessi, sapendo che chi lavora “con amore” realizza la missione che Dio ha affidato ad Adamo ed Eva – e dunque ad ogni uomo , quella di trasformare il mondo e di renderlo un poco di più il Paradiso di Dio. Chi lavora diventa “immagine e somiglianza di Dio”, perché come lui crea e plasma la realtà. Il papà di Herman voleva diventare “santo” nel posto in cui lo aveva posto Dio, per questo cercava di essere un “santo commerciante”.

Per essere stato sul lavoro, il papà di Herman metteva in pratica la “ricetta” della santità: ogni giorno faceva la comunione, ogni giorno recitava il rosario, ogni mattina ed ogni sera recitava le preghiere insieme a sua moglie ed ai suoi figli.

Accade così a Herman. Un giorno, rientrando a casa dai suoi giochi, vide suo padre con la corona del rosario in mano; gli chiese cosa stesse facendo. Suo padre gli rispose: “parlo con la Madonna, la mamma di Gesù e le affido tutti voi, la mamma, tutti coloro che soffrono”. Herman – allora aveva cinque anni si sedette accanto al papà e gli disse: “voglio pregare anch’io con te. Voglio pregare anche io per mamma e per i miei fratelli. Voglio pregare anche io la Madonna per tutti”. Da allora ogni giorno recitò il rosario, anche da solo: per i suoi cari e per tutti quelli che avevano bisogno di aiuto.

La stessa cosa accade per la comunione. Una mattina Herman chiese a suo padre perché uscisse di casa così presto: i genitori dei suoi amici andavano al lavoro più tardi. Papà gli rispose che, prima di andare al lavoro,voleva partecipare alla messa e fare la comunione, per avere Gesù nel cuore e con lui nel cuore lavorare. Herman disse subito: “papà, posso venire anch’io?”. Da quel giorno, ogni mattina Herman faceva una domanda sulla messa e papà spiegava una cosa nuova. Herman giorno per giorno si affascinava: “allora è una cosa grandissima!”, diceva. E domandava: “papà, quando potrò ricevere anche io Gesù nel mio cuore?”.

Aveva appena sei anni, ma il suo desiderio divenne così insistente che il Papà ed il parroco decisero di accontentarlo: era il 14 luglio 1937. Da allora partecipò ogni giorno alla messa e fece la comunione. Cominciava a prepararsi la sera prima: le sue preghiere, dette in ginocchio ai piedi del letto, già dicevano a Gesù quello che gli avrebbe chiesto nella comunione.

Nel pomeriggio tornava velocemente in chiesa, per ringraziare Gesù di averlo ricevuto nel cuore la mattina e promettergli che avrebbe vissuto “con lui nel cuore”. In effetti Herman si impegnava per dare il meglio di sé in tutto: a scuola studiava con passione ed era sempre tra i primi e, se gli chiedevano perché studiasse sempre tutto e bene, rispondeva che un cristiano deve sempre realizzare bene quello che fa. Non era un “secchione”: studiava, ma era anche capace di stare con i suoi compagni, anzi era un ragazzo che aveva molti amici, perché era allegro e sapeva aiutare i compagni meno bravi senza umiliarli.

Un giorno suo padre gli fece la domanda che prima o poi tutti i papà fanno: “che cosa farai da grande ?”. Herman – allora aveva sette anni-rispose con voce sicura: “Prima imparerò a servire la messa, poi diventerò prete”. Papà aggiunse: “allora devi prepararti diventando ogni giorno migliore e offrendo a Dio i tuoi sacrifici”.

Come sempre, Herman prese sul serio le parole di suo padre e cominciò ad offrire al Signore i suoi piccoli sacrifici di ogni giorno “per essere unito al sacrificio della messa e convertire i peccatori”.

Qualche volta esagerava, come quando ricevette in regalo dalla zia un paio di scarpe nuove, belle… ma strette, che decise di mettere per non ferire i sentimenti della zia e quando la mamma vide le vesciche sorrise, dicendole che aveva messo nel “calice” di Gesù quei “dolorini”. Era ancora un bambino e doveva imparare a distinguere tra i sacrifici inutili e quelli importanti. Un’altra volta in estate decise di soffrire la sete per unirla a quella patita da Gesù sulla croce e smise solo quando il parroco gli chiese di smettere.

Qualche altra volta non era esagerato, ma semplicemente coraggioso, innamorato di Gesù. Inverno tra il 1940 e il 1941: la temperatura era terribilmente bassa e gli erano venuti anche dei grossi geloni ai piedi. La mamma lo scongiurò di stare a casa, ma Herman rispose sereno e fermo: “mamma, non posso non uscire: Gesù mi attende a Messa”. Herman rispose così, perché si era dato una “regola di vita”, cui cercava di essere fedele sempre, anche se aveva appena nove anni.

Si alzava ogni mattina alle cinque per andare a servire la messa (allora si celebrava verso le 5.30/6.00), ma Herman faceva in modo di arrivare in chiesa almeno 20 min prima, per poter recitare un rosario: gli sembrava un bel modo di prepararsi alla messa, affidandosi alla mamma di Gesù, che avrebbe incontrato sull’altare. Alla messa non rinunciava mai, piuttosto rinunciava ad altre cose pur belle: in estate preferiva rinunciare ad una gita, che alla messa; preferiva “stare accanto a Gesù che viene sull’altare” che divertirsi, lasciando solo il suo Don, mentre diceva le parole di Gesù.

Dopo pranzo, prima di cominciare i compiti, Herman pregava ancora la Madonna e al tramonto recitava ancora il rosario, possibilmente con la mamma, il papà e i fratelli.

Purtroppo avvenne che il padre di Herman, per aiutare un amico in difficoltà, si ritrovò senza lavoro. Talvolta mancava anche il cibo sufficiente per tutti. Ma papà non si scoraggiò: continuò ad avere fiducia in Dio, a pregarlo con fedeltà. Qualche volta – è ovvio – c’erano momenti di scoraggiamento. Allora Herman dava coraggio a suo padre: “preghiamo, papà, e tutto si aggiusterà” e accompagnava suo padre in Chiesa, per la quotidiana visita a Gesù nel Santissimo sacramento: qualche volta il papà era triste, allora Herman gli proponeva di andare a “trovare Gesù nel tabernacolo”. Passava almeno mezz’ora, fissando il tabernacolo, come se vedesse realmente Gesù e il papà lo sentiva ripetere con entusiasmo: “Gesù, ti voglio bene”.

Qualche volta bisognava dare coraggio alla mamma, che si disperava, quando vedeva mancare il cibo per i suoi figli. E, come succede spesso, lo scoraggiamento la spingeva a ribellarsi a Dio, a rifiutarsi di pregarlo: “a che serve pregare? – diceva – tanto Dio non ci ascolta”. Allora Herman le rispondeva con la solita voce ferma e serena: “mamma, la forza della preghiera sta nel continuare a pregare, nel pregare sempre. Io continuo a pregare. Il Signore mi esaudirà”. Un altro giorno, Herman le propose: “mamma, perché non vieni anche tu a messa con noi? ”. Ella li rispose irritata: “ non ti deve interessare quello che faccio o non faccio io”. Herman replicò sereno: “mamma, un giorno papà e io andremo in paradiso e vorrei che ci fossi anche tu con noi, per fare festa tutti insieme per tutta l’eternità”.

In ogni caso, Herman non si limitava a pregare: cominciò a fare dei piccoli servizi per le persone e i negozi del vicinato, così guadagnava qualche soldo, che consegnava tutto sorridente ai genitori, per aiutarli a fare la spesa.

Herman vedendo che la situazione non migliorava decise di “fare sul serio con Dioe cominciò una Novena e poi una terza, alla venticinquesima Novena, l’ultimo giorno papà Wijns fu chiamato a lavorare in un ministero: era un lavoro sicuro, finalmente. Herman commentò il fatto: “vedete che quando si persevera, si ottiene tutto da Dio”. In effetti, lui aveva perseverato: per 225 giorni aveva insistito nella preghiera, sicuro che Dio e la Madonna lo avrebbero ascoltato: “la Madonna è la nostra mamma – diceva – e ci aiuterà sempre”. E, parlando della bontà di Dio: “se hai qualche grazia da ottenere dal Signore, dillo a me, che sono il più vicino a lui, perché servo la messa e sono vicino al suo altare”.

Il 24 maggio 1941 Herman andò come al solito a servire la messa. Al termine, in sacrestia, il parroco gli chiese: “Davvero vuoi diventare sacerdote?”. Herman ancora una volta rispose sereno e convinto: “sì, o sacerdote o nulla!”.

Nel pomeriggio, camminando lungo la strada trovò a terra un crocifisso: lo raccolse, lo baciò, lo portò a casa, lo pulì ben bene e lo appese nella sua camera. Era un poco triste, pensando dove lo aveva trovato: per terra, abbandonato e sporco. Guardando quel crocifisso smarrito, pensò: “povero Signore!”. E fece un proposito: “devo offrirgli la mia vita in riparazione dell’offesa che ha ricevuto per la salvezza di chi lo ha abbandonato per terra”.

Poi corse fuori, a giocare come al solito con gli amici. Scendeva la sera, quando, urtato involontariamente, cadde per terra, ferendosi gravemente la gamba: il sangue sgorgava copioso e inarrestabile. Fu portato di corsa all’ospedale ed operato d’urgenza, senza anestesia per fare più in fretta. Il giorno dopo fu operato una seconda volta, ma l’emorragia non si arrestava.

Il 26 maggio 1941 chiese di confessarsi e di fare la comunione. Poi chiese anche il sacramento dell’unzione degli infermi, che allora si riceveva per prepararsi a morire e, in effetti, era chiamata “estrema unzione”, rispondeva lui stesso alla preghiera del sacerdote, rispondeva sereno. Al termine del rito sorrise e il suo volto divenne luminoso di gioia. Mormorò:papà,mamma, vado da Gesù. Starò con lui per sempre. Vi aspetto”. Chiuse gli occhi, come per dormire. E fu per sempre.

Fonti: www.carloacutis.com; http://www.santiebeati.it/dettaglio/93913

 

MIRACOLI DI SANTA RITA

MIRACOLI DI SANTA RITA

22 maggio

Santa Rita incarna tutti noi, o meglio tutte le donne, mogli, madri, figlie e religiose. Ella provò tutto e vinse ogni prova, ogni tentazione con una tenacia e una volontà che si riscontra solo in chi pone la sua vita nelle mani di Dio. Da questa grande forza nacquero grandi miracoli

Alla santa di Cascia viene associato un fiore in particolare: la rosa. È il simbolo della devozione a lei. Perché? Si narra che una cugina le fece visita, e Rita, ormai morente, espresse un ultimo desiderio: una rosa dal giardino che aveva lasciato. Si era d’inverno. La parente ubbidì, andò e trovò nell’orto coperto di neve una rosa fiorita. Gliela portò e Rita tutta felice la regalò al suo Crocefisso.

Quando morì, il 22 maggio 1447, ci fu un scampanio “spontaneo” cioè miracoloso di tutte le campane del paese.

Rita, moglie e madre, a costo di grandi sacrifici e sofferenze personali riuscì a tenere unita la famiglia e a riaffermare l’indissolubilità del matrimonio cristiano. Il culto a santa Rita non ha mai conosciuto crisi, anche durante il ventennio fascista. Subito dopo la II Guerra Mondiale venne esaltata come eroina contro il divorzio.

Nel 1457, per iniziativa delle autorità comunali, i primi miracoli di Santa Rita cominciano ad essere riportati nel Codex miraculorum (il Codice dei miracoli). Fra questi, troviamo quello cosiddetto maxime, ovvero il più straordinario: il miracolo di un cieco che riebbe la vista.

Il corpo di Rita non è mai stato sepolto, proprio per il forte culto nato immediatamente dopo la sua morte. Da subito, infatti, cominciano ad arrivare gli ex voto portati dai devoti. Vedendo tanta venerazione, le monache, decidono di riporre il santo corpo in una cassa. È a questo punto che Mastro Cecco Barbari s’incarica di costruire (più probabile: far costruire) la prima bara detta “cassa umile”.

Tra le carte del processo, si legge che: «dopo morta, dovendosi fare una cassa per riporre il corpo della Beata per li tanti miracoli che faceva, né trovandosi chi la facesse, un certo mastro Cicco Barbaro da Cascia, concorso se con le altre genti in detta chiesa per vedere il corpo della beata, ch’era struppio delle mani, disse “o’ se io non fussi struppiato, la farei io questa cassa”, e che dopo dette parole restò sano delle mani e fece la cassa…».

Mastro Cecco, nel vedere il corpo di Rita, immediatamente guarisce. Questa testimonianza ha un grande rilievo storico perché ci fa capire con chiarezza che la Beata, appena morta, viene portata nella chiesa senza cassa, sicuramente avvolta in un lenzuolo, per essere poi sepolta nel loculo delle monache. Ma la gente accorre continuamente per venerarla, impedendo così che le sue consorelle procedano al rito della sepoltura. Il corpo, quindi, resta così per qualche tempo e, intanto, si diffonde la voce che Rita compia dei miracoli.

Sempre nel 1457, a causa di un incendio divampato nell’oratorio, la cassa e il corpo rimasti intatti, vengono messi nel sarcofago, conosciuto come “cassa solenne”. Probabilmente, anche questa cassa viene fatta dallo stesso Cecco Barbari come ex voto oppure su commissione della sua famiglia, devotissima alla Beata.

Questa cassa solenne, fatta a soli dieci anni di distanza dal trapasso di Rita, mostra la sua fama di santità già diffusa. Sopra, viene inserito un epitaffio commemorativo. Il corpo di Santa Rita viene poi spostato ulteriormente, fino a giungere nella bellissima cappella dentro la Basilica a lei intitolata. Oggi, la cassa umile si trova custodita all’interno della cassa solenne, nella cella di Santa Rita.

Altre grazie ricevute su http://www.santaritadacascia.org/approfondimenti/approfondimenti-testimonianze-grazie.php

Fonti: http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Santo_del_mese/05-Maggio/Santa_Rita_da_Cascia.html

http://www.santaritadacascia.org/santarita/santa-rita-primi-miracoli.php

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Luigi Calabresi

Luigi Calabresi

Martire della giustizia (1937-1972) 17 maggio

In un suo quaderno di note dello spirito, scrisse: “Appartengo a un gruppo di giovani che vuol andare contro-corrente. In questo mondo neopagano, il cristiano continua a dare un’enorme fastidio, perché il fine che persegue, lo scopo che dà alla vita, non coincide con quello dei più…

Presso la sua casa a Roma, c’era un’Associazione Cattolica molto viva: Luigi, frequentandola, vi incontrò buoni sacerdoti e crebbe nella conoscenza e nell’amore a Cristo e nella fedeltà alla Chiesa; adolescente limpido, leale e diritto, che non tollerava volgarità, pieno di dignità e di gioia.

Al Liceo S. Leone Magno, studiava con profitto, maturando un’ottima cultura con principi forti e luminosi ideali di donazione a Dio e al prossimo. Ne uscì a 18 anni, giovane cattolico che, dovunque si fosse buttato, si sarebbe distinto. Ormai vedeva la vita, il mondo e ogni scelta solo alla luce della fede – la luce di Cristo – e ne faceva propria la mentalità in ogni momento.

Così scelse “giurisprudenza”, con l’intento di fare della professione di domani un servizio alla società, con lo stile di Gesù.

Durante gli studi universitari entrò nel movimento Oasi, fondato il I° novembre 1950 dal gesuita P. Virginio Rotondi, impegnandosi con la meravigliosa promessa di consacrazione che trascriviamo intera:

O Gesù, Re divino Salvatore del mondo, io ti rendo grazie per avermi scelto e chiamato a offrire a Te, per le mani di Maria Immacolata, tutta la mia giovinezza. Assumo l’impegno di conservare in essa immacolato il mio candore e di questo faccio voto oggi. Voglio meditare, visitarti e nutrirmi di Te ogni giorno. Voglio onorare Maria, tua e mia Madre con il Rosario quotidiano. Metto a servizio della Chiesa il mio tempo e le mie energie. Accetta in odore soavità questo mio olocausto e dammi la grazia di saper affrontare anche la morte per rimanere fedele a Te, o Re divino, Gesù Salvatore del mondo“.

Così la vita diventò, ancora di più per Gigi, un continuo esaltante “sì” a Cristo e alla Chiesa, in intimità con Lui, nell’apostolato nella società, con disinvoltura e fierezza. Visse con generosità estrema questo stile di vita, entusiasmante, con “Gesù solo” al centro, con Gesù solo come vera passione d’amore.

In un suo quaderno di note dello spirito, scrisse: “Appartengo a un gruppo di giovani che vuol andare contro-corrente. In questo mondo neopagano, il cristiano continua a dare un’enorme fastidio, perché il fine che persegue, lo scopo che dà alla vita, non coincide con quello dei più… Sentiamo di vivere, tutto sommato, in un mondo non nostro, che tende a escluderci e a sopprimerci. Il mondo, così com’è, lo sentiamo ostile“.

Gigi amava tutti con il cuore di Gesù, ma come Gesù sentiva di essere un esule, anzi un continuo tormento per il mondo del peccato e del rifiuto di Dio. Si laureò brillantemente con una tesi sulla lotta alla mafia. Pensando e pregando, capì che la sua strada sarebbe stata quella del matrimonio cristiano e di un servizio disinteressato al bene comune, da laico cristiano, cattolico vero.

Continuò pertanto a approfondire la sua cultura teologica, partecipando attivamente a incontri con altri giovani a studiare la Sacra Scrittura e a pregare insieme. Poi, la decisione per la carriera in Polizia, per essere in questa struttura, luce e fermento di Vangelo.[…]

Incontra Gemma, la ragazza che sposerà, e sente che matrimonio e famiglia non sono ricerca di se stessi, ma una grande missione: “Si impara a essere buoni sposi, quando ancora non si è sposati. Prima, molto prima ci si prepara“. Lui lo fa nel rispetto gioioso della Legge di Dio, nella purezza che ha consacrato a Dio nel movimento Oasi!

Nel 1969, si sposa con Gemma: è felice assai, ma proprio in quell’anno, il suo lavoro diventa durissimo. Nel ’70, il primo figlio, poi, negli anni che verranno, gli altri due. Sono la sua gioia più grande.

Quanti ragazzi – si domanda – hanno il modo di sentire davvero la famiglia? Il genitore deve fare il padre o la madre; quando vuol fare troppo l’amico o il fratello maggiore, sbaglia. Il figlio deve avere un padre, cioè ben più di un amico. Vuole avere una guida che sappia dire anche dei no, quando sono motivati“.

Nel 1970, Luigi Calabresi diventa commissario-capo. In Italia, a Milano avvengono fatti gravissimi. Lui è in prima linea e non si arrende, va sino in fondo nel suo compito, senza compromessi. È attaccato ingiustamente da molti per la sua fermezza: “Io non posso fuggire – spiega – non voglio che domani qualcuno dei miei figli possa dire: tuo padre è fuggito“.

Sperimenta amarezza e solitudine, ma dice: “Se non fossi cristiano, non so come resistere“, ma confida anche: “Ho trovato risorse morali di cui ignoravo l’esistenza“. Come ha imparato da Gesù, esclude sempre l’odio, anzi coltiva la carità, anche per chi l’offende, pregando Dio di saper vivere il Vangelo sino alle ultime conseguenze. A un amico dice: “L’importante è il poter dire di aver sempre fatto il proprio dovere, tutto intero“.

Ama rileggersi e meditare un pensiero di uno scrittore, che ha fatto suo come condotta di vita: “Io ho fiducia nel Signore e nei suoi vasti disegni (anche se stiamo passando e scontando un periodo di sbandamento morale), e perciò penso che per quanto pochi ci si riduca, bisogna resistere a ogni costo sulle posizioni non ancora sommerse; e su queste attendere a dar mano a quanti, a poco a poco, approderanno, sfuggendo al gran naufragio“.

Gigi, che ora (siamo nel 1972), è noto in tutta Italia e altrove come “il commissario Calabresi”, resiste con coraggio, con audacia, rifiutando anche la scorta, per non mettere altri in pericolo, e confidando a qualcuno: “Forse sono un idealista… Ma io credo in Dio, cerco di servirlo fedelmente. Ma oggi a fare un discorso così, non sei capito. È meglio proseguire per la propria strada con coerenza al Vangelo“.

Trova energie nella fede, nella preghiera quotidiana, nel suo intenso rapporto con Gesù.

Mercoledì 17 maggio 1972, proprio sotto casa sua, è freddato da terribili spari alla nuca e alla schiena. Muore all’istante. L’ideologia non accetta un cattolico coerente nella società!

Il suo volto giovane e maschio – aveva 35 anni non ancora compiuti – parve a tutti i puri di cuore come “un Adamo senza peccato, un eroe antico senza macchia e senza paura, caduto per la Verità e la libertà”. Vennero parole di altissimo riconoscimento alle sue qualità cristiane; da Papa Paolo VI e presuli e credenti illustri. Qualcuno affermò: “Ci sono in lui i lineamenti del santo“. P. Rotondi, il fondatore dell’Oasi, scrisse: “Gigi visse da santo e morì da martire”.

Oggi si parla di avviare la sua causa di beatificazione… È certo comunque che, come Gigi Calabresi, dobbiamo trovare il coraggio di andare contro-corrente, di passare all’opposizione di questo mondo di peccato, per proclamare, anche se dà fastidio a troppi, anche sedicenti cristiani, con la vita e con parola: “GESÚ SOLO”

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/94632

 

Domenico Pasquale Pestarino

Domenico Pasquale Pestarino

Sacerdote (1817-1874) 15 maggio

Durante la seconda metà dell’Ottocento, ci fu in Italia tutto un fiorire di figure eccelse in santità, in politica, nelle scienze, nelle arti, nel fondare Congregazioni religiose, Istituti e Movimenti laici ed ecclesiastici, impegnati nella vita contemplativa, ma soprattutto nelle opere sociali, caritatevoli, d’istruzione e formazione, una di queste fu proprio Domenico Pasquale Pestarino.

Domenico Pasquale nacque il 5 gennaio 1817 a Mornese, provincia di Alessandria, diocesi di Acqui, settimo dei quindici figli di Giovanni Battista Pestarino e di Rosa Gastaldo.

Di tutti questi figli alcuni morirono in tenera età, come purtroppo accadeva nelle famiglie dei tempi passati, a causa della grande mortalità infantile esistente; uno diventerà sacerdote e tre saranno suore, un’altro medico e un’altro farmacista; la famiglia comunque era benestante e profondamente cristiana.

Domenico frequentò le prime scuole dai Padri Scolopi ad Ovada, poi sorta la vocazione sacerdotale, continuò gli studi nel Seminario di Acqui. Purtroppo delle divergenze fra gli insegnanti, provocarono lo spostarsi di quasi tutti gli allievi presso altri Seminari; Domenico si trasferì a quello di Genova nel 1835, per completare gli studi di filosofia e teologia.

Qui l’ambiente profondamente spirituale, incise sulla formazione del giovane chierico Pestarino, il Rettore avendolo notato, gli affidò come prefetto gli studenti più piccoli; nel Seminario genovese, incontrò altre sante figure di confessori, insegnanti, educatori, come il beato Antonio Giannelli, il beato Tommaso Reggio, il futuro cardinale arcivescovo di Torino, Alimonda, un fratello della beata Paola Frassinetti, don Giuseppe.

Il 21 settembre 1839, ottenuta la dispensa per la giovane età di 22 anni, Domenico Pestarino fu ordinato sacerdote dal cardinale arcivescovo di Genova, Tadini.

I suoi superiori non lo fecero allontanare e lo richiamarono nel Seminario genovese, come prefetto dei chierici e nella città della Lanterna, don Domenico affinò le sue doti educative e come prete completò la sua formazione pastorale.

Nei sei anni della permanenza a Genova dopo l’ordinazione, la situazione in città era tutta un fermento, sia a livello religioso che politico; qui operavano più o meno, Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Nino Bixio, Vincenzo Gioberti, il conte Doria e per alcuni preti il clima non era favorevole; alcuni significativi e importanti professori del Seminario, partirono missionari o si ritirarono in paesi isolati, alla fine anche don Pestarino nel 1847, ritornò al suo paese. Mornese, ridente paese posto a 350 m di altezza, in quel tempo era in preda al “giansenismo”, come del resto tanti altri Comuni del tempo.

Il giansenismo ebbe origine con l’opera ‘Augustinus’ del teologo olandese Cornelio Giansenio (1585-1638), il quale diede vita con le sue teorie, ad un Movimento religioso che prendendo spunto dalla polemica anti-pelagiana di s. Agostino, aveva accentuato il motivo della profonda corruzione dell’uomo dopo il peccato originale e dell’assoluta necessità della Grazia per la salvezza, la quale sarebbe stata concessa solo ad alcuni per imperscrutabile disegno di Dio (predestinazione). Alla luce di queste teorie gianseniste, in quel tempo si era cristiani e credenti, ma il Signore proprio perché è Onnipotente, veniva scomodato poco, bastava confessarsi e comunicarsi perlopiù una volta l’anno.

Don Domenico Pestarino diventò collaboratore dell’anziano parroco don Lorenzo Ghio, che era affetto anche da forte deficit visivo; poté così in piena libertà d’azione, esplicare il suo apostolato a favore della popolazione; la predicazione, il catechismo, le confessioni e le opere di carità, diventarono il lievito per la crescita della vocazione laicale della parrocchia.

Le importanti conoscenze di veri sacerdoti di Dio, vennero da lui sfruttate con inviti a venire a Mornese per predicazioni, convegni, scambi di esperienze.

Santa Maria Domenica Mazzarello

Fra le giovani della parrocchia, c’era una di cognome Maccagno, orfana di padre, dotata di una certa istruzione e discreta indipendenza economica; sotto la guida di don Pestarino diventò maestra e faceva scuola nel paese; in seguitò fondò le ‘Figlie dell’Immacolata’, che diventeranno poi le nuove Orsoline, e un gruppo di queste, formeranno con s. Maria Mazzarello, il nucleo fondante delle Suore “Figlie di Maria Ausiliatrice”.

Facilitato dalla posizione del fratello maggiore medico e sindaco del paese, don Domenico prese ad attuare un programma di promozione della vita umana, cristiana, culturale e sociale, a favore della popolazione, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale.

Nel 1860 il vecchio parroco morì e fu sostituito con un giovane sacerdote, ciò permise una diminuzione delle sue responsabilità; e in quel periodo in cui muore anche il padre, la madre era già deceduta nel 1845, don Domenico Pestarino incontrò don Giovanni Bosco; era inevitabile che fra i due attivi apostoli della gioventù, nascesse una simpatica collaborazione, tanto che don Domenico diventò salesiano esterno.

Don Bosco comunque lo lasciò a Tornese, a consolidare le varie attività esistenti e nel frattempo seguire il gruppo di ragazze che diventeranno poi le ‘Figlie di Maria Ausiliatrice’. Nel 1864, il 7 ottobre, don Bosco venne a Mornese per la prima volta, accompagnato da una settantina dei suoi turbolenti ragazzi e qui si decise di istituire un Collegio per ragazzi con l’interessamento degli abitanti, di don Pestarino e dell’Opera Salesiana.

Ma la Provvidenza decise altrimenti, su sollecitazione del vescovo di Acqui, che vedeva nel collegio una diminuzione di ragazzi frequentanti il piccolo Seminario, che si stava ricostituendo ad Acqui; l’edificio ormai ultimato, cambiò così destinazione d’uso, diventando la Casa di una nuova Istituzione, il ramo femminile dell’Opera Salesiana, cioè le Figlie di Maria Ausiliatrice.

Il 24 maggio 1872 il preesistente gruppo di Figlie dell’Immacolata, costituì la nuova Congregazione, eleggendo come superiora Maria Domenica Mazzarello (1837-1881) nativa di Mornese; don Domenico Pestarino già guida spirituale del gruppo e della Mazzarello, ne divenne il primo direttore spirituale.

San Giovanni Bosco

Don Pestarino, scrivendo a don Bosco sulle virtù e sul lavoro di Madre Mazzarello, diceva: “Non sa quasi scrivere e poco leggere; ma parla così fine e delicata in cose di virtù e con tale persuasione e chiarezza che sovente si direbbe ispirata dallo Spirito Santo“.

Trascorsero un paio d’anni dalla costituzione e i problemi non mancarono sia organizzativi, sia di formazione; il direttore spirituale don Domenico ne soffriva e taceva, ma la piccola navicella, nonostante tutto, continuò sempre più a navigare verso il largo, per la gloria di Dio e per il bene da fare nel mondo, affrancata alla grande Famiglia Salesiana.

Il 15 maggio 1874 don Pestarino moriva a Mornese, il suo paese che tanto gli è riconoscente, per aver in tempo di cambiamenti epocali, con la Grazia dello Spirito, indicato la strada giusta per rinnovare la fede dei suoi compaesani, portandoli ad una fede pregata, testimoniata e vissuta.

Autore: Antonio Borrelli

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/92481

 

ANTEA GIANETTI

ANTEA GIANETTI

Laica (1570-1630) 7 maggio

Detta “Madonna Antea” aveva una preghiera potente che otteneva grandi favori da Dio e grazie a casa Savoia riuscì a spargere la devozione alle anime del purgatorio e alla Vergine del Suffragio in tutta Europa.

Antea Gianetti nacque a Lucca nel 1570. Aveva solo due mesi quando la famiglia si trasferì a Brissago, il paese paterno, sulla sponda svizzera del Lago Maggiore, dove nacquero tre fratelli. Il padre era un uomo di modeste condizioni, mentre la madre era una nobile lucchese la cui famiglia era decaduta.

A sette anni Antea, osservando la vita delle religiose del monastero annesso al santuario di S. Maria del Monte, sentì il desiderio di farsi monaca.

Presto orfana di padre, dovette adattarsi ai lavori più umili: raccoglieva legna e portava le pecore al pascolo. All’età di sedici anni si sposò con un bravo giovane del paese che faceva il muratore a Sesto Calende.

Antea era “eccessivamente” generosa. Attingendo dalle provviste di casa, dava in elemosina più di quanto poteva e non pochi furono i litigi con il marito. Nel 1602 rimase vedova, senza figli, poco più che trentenne. Si trasferì ad Arona dove un gesuita divenne suo confessore.

Sacro Monte di Varallo

Un pellegrinaggio al Sacro Monte di Varallo, che compì in quegli anni, fu molto importante per fortificare la sua devozione per la Passione di Cristo. In seguito il confessore cadde malato e guarì grazie alle preghiere di Antea. Il sacerdote comprese le doti non ordinarie della donna e la inviò a Cascina s. Giorgio, nei pressi di Settimo Torinese.Era una proprietà dell’Ordine che aveva il vantaggio di essere più vicina a Torino dove Antea poteva recarsi regolarmente per vendere uova, burro e formaggio ai palazzi nobiliari e a Palazzo Ducale.

Nel 1604 ebbe la fortuna di assistere all’ostensione della Sindone. La sua umiltà e i saggi consigli che dava a quanti la conoscevano suscitò intorno alla sua persona un certo interesse e una dama di corte, appartenente all’illustre casato dei Tana, notandola, ne parlò ai Savoia. Ebbero inizio così i provvidenziali disegni che il Signore aveva sulla vita della pia contadina. Antea conobbe le venerabili Infanti Maria e Caterina di Savoia. Quest’ultima era malata e chiese le sue preghiere. La guarigione repentina fece scalpore e la sorella maggiore, Margherita, col marito Francesco Gonzaga, Duca di Mantova, vollero incontrarla a Casale Monferrato.

Madonna Antea, come veniva ormai chiamata, si trasferì a Torino ed entrò in relazione spirituale con una monaca che aveva una grande devozione per le anime dei defunti, in particolare per quelle che non ricevevano suffragi. Antea fece propri i sentimenti di carità per quelle anime. Qualche tempo dopo, mentre recitava il rosario davanti ad un pilone, vide la Regina del Cielo. Era sorridente e con le braccia distese concedeva grazie. Le venne spontaneo di chiedere di alleviare le sofferenze delle anime prive della vista di Dio. La Santa Vergine si disse madre di quelle anime e manifestò la volontà che si costruisse una chiesa per il loro suffragio.

Antea, nella chiesa di S. Domenico, organizzò una solenne esposizione settimanale del Santissimo, ottenendo come offerta da Carlo Emanuele I “il dono della cera”. Con le venerabili Infanti, intanto, prendeva forma l’idea che la chiesa potesse sorgere insieme al monastero delle cappuccine che si voleva fondare in città.

Antea ebbe un’ispirazione particolare pregando, nella festa di s. Bernardino, nel convento della Madonna degli Angeli, dove l’anno prima era morto il Servo di Dio fra’ Lorenzo Gallo da Revello. Quel giorno stesso iniziò a raccogliere i fondi necessari. Nel 1624 Papa Urbano VIII concesse il breve per la fondazione del monastero della Madonna del Suffragio e il 24 settembre, alla presenza solenne della corte, si innalzò la croce.

La “santa contadina” andava spesso a trovare le monache, istruendo in particolare le novizie nella devozione ai defunti. Tra queste c’era suor Maria del beato Amedeo Vercellone che poi divenne guida del cenobio, intima confidente di Madama Reale Cristina di Francia, fu la fondatrice del monastero di Mondovì e morì in concetto di santità.

L’attività di Antea non conobbe soste. Visitò, grazie alle “raccomandazioni” dei Savoia, diverse capitali italiane con la “missione” di diffondere il culto per la Madonna del Suffragio e le orazioni a vantaggio dei defunti. Al santuario di Vicoforte incontrò padre Bernardino Rossignolo, provinciale dei Gesuiti. Visitò le corti di Mantova, Ferrara, Modena e Milano. A Vercelli aiutò una religiosa a liberarsi dalle “ossessioni demoniache”.

Assisi – Santa Maria Degli Angeli – Porziuncola

Fu pellegrina ad Assisi, alla tomba del Serafico Padre Francesco, poi andò alla Santa Casa di Loreto. Passando per Firenze, andò a Roma per chiedere le indulgenze alle orazioni dei defunti. Si ammalò e guarì per intercessione di s. Carlo Borromeo.

Tornò a Mantova, dove ebbe in dono il rosario della venerabile francescana Giovanna della Croce. A Brissago fece visita ai parenti e con l’occasione raccolse elemosine a favore delle Orsoline di Cannobio. A Sesto “risanò” la sorella moribonda, poi andò ad Arona, ospite del Cardinale Borromeo, e a Como. Nel suo “pellegrinare missionario”, il suo esempio era di grande edificazione: aveva familiarità con Dio, grande carità verso i poveri, spirito d’umiltà e d’obbedienza.

Madonna Antea morì a Torino il 7 maggio 1630 e fu sepolta nel sepolcretto delle cappuccine. Sulla lapide, posta a memoria, si scrisse: “singolare per l’integrità della vita, celebre per la pietà verso i defunti, promotrice indefessa di questa casa”. Il confessore conosciuto da Antea ad Arona, Gerolamo Villani, nel 1617 scrisse “Una breve narrazione” della sua vita. Il manoscritto, rimasto purtroppo inedito, testimonia la straordinaria fama di santità di Antea e, si direbbe, il “dovere” che sentì l’autore di raccogliere notizie su di lei.

Nelle sua terra di origine la memoria di Antea rimase grazie ad un paio di ritratti conservati nella parrocchia di Angera e ad Arona. In quest’ultima città un suo dono fatto alle Madri della Congregazione della Purificazione è ancora oggi venerato nella collegiata. È un busto di Cristo “appassionato” che le fu a sua volta donato da una monaca di Lucca. La religiosa disse d’averlo creato, quasi prodigiosamente, con le sue mani. Antea lo portò con sé fino a quando ne fece dono alle religiose di Arona.

L’unico storico che parlò di Antea, Gian Alfonso Oldelli, nella sua opera “Dizionario storico-ragionato degli uomini illustri del Canton Ticino”, pubblicato nel 1807, cita i due ritratti e il busto, lamentando però la mancanza di notizie sulla donna. Definendola “beata”, dice che “ebbe gli onori della Regina di Francia, inviata ambasciatrice a Nostra Signora di Loreto; ricevette gli ultimi onori dalle Infanti di Savoia; portata sulle proprie loro spalle, come in trionfo”, riferendosi alla sepoltura. La devozione per le anime dei defunti si diffuse negli anni a venire in tutto il Piemonte. Le vicende di Antea caddero in oblio, ma ancora oggi, però, il monastero torinese delle cappuccine è dedicato alla Madonna del Suffragio.

Autore: Daniele Bolognini

FONTE: http://www.santiebeati.it/dettaglio/94279