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Archive for IL TUO SPAZIO

Padre James Manjackal

PADRE JAMES MANJACKAL

Sacerdote carismatico – 18 aprile 1946

Padre James Manjackal è nato il 18 aprile 1946 a Cheruvally a Kottayam in India. E’ un sacerdote cattolico romano della Congregazione dei Missionari di San Francesco di Sales e un personaggio di rilievo per i suoi significativi doni carismatici.

Padre James Manjackal è nato il 18 aprile 1946 a Cheruvally nello stato indiano del Kerala dove i cristiani costituiscono una forte minoranza entra a far parte dei missionari di San Francesco di Sales il 23 aprile 1973. Da quel momento intraprende viaggi di evangelizzazione in tutti i continenti, tra cui gli Stati Uniti, la Germania, la Bosnia-Erzegovina, la Croazia e l’Austria, ma anche nell’Arabia Saudita e negli Emirati Arabi.

Il suo ministero sacerdotale prevede incontri, seminari e ritiri, con “Messe di Guarigione e Liberazione”. Dirige anche alcune scuole di evangelizzazione fondando nel 1989 il centro di ritiro “Charis Bhavan” in Kerala, del quale è stato direttore per sei anni. Ha scritto molti libri sul rinnovamento Carismatico della Chiesa Cattolica. Le sue opere riflettono anche il suo ministero sacerdotale e raccontano gli eventi e le esperienze personali che ha vissuto con traduzioni in molte lingue.

Come cristiano cattolico, sono nato in una famiglia cattolica tradizionale in Kerala in India, pur vivendo tra gli indù. Ora sono un prete cattolico e carismatico che predica in 60 paesi di tutti i continenti, e devo dire qualcosa circa gli effetti negativi dello yoga sulla spiritualità cristiana e della vita cristiana. So che v’è un crescente interesse per lo yoga in tutto il mondo, anche tra i cristiani, e che questo interesse si è esteso anche ad altre pratiche esoteriche nuove come il Reiki, la reincarnazione, digitopressione, l’agopuntura, la guarigione pranica, riflessologia, etc. Questi metodi si trovano in conflitto con, “Jesus Christus portatore dell’acqua della vita”, così come ci ha messo in guardia il Vaticano nel suo documento.” (vedi articoli collegati MEDICINA ALTERNATIVA – PRATICHE ESOTERICHE E MEDICINE ALTERNATIVE)

Padre Manjackal sta lottando molto soprattutto nel nostro continente definito la culla del cristianesimo che purtroppo sembra essersi prostituita a queste forme pagane che senza rendersene conto portano ad allontanarsi da Dio e dalla sua vera essenza.

In un ritiro predicato a Medjugorje, in Bosnia-Erzegovina, un pomeriggio, un sacco di persone erano in piedi al di fuori della sala in attesa dell’imposizione delle mani e della sua preghiera. Improvvisamente, una donna si precipitò verso di lui furiosamente con alte grida e parole offensive, cercando di colpirlo con pugni, calci e sputi. Non furono sufficienti 8 persone per tenerla ferma. “Tu, sanguinoso sacerdote indiano perché vieni a distruggere noi e a cacciarci via?  Non ti vergogni di venire qui a lavorare senza nemmeno conoscere la nostra lingua e cultura“. Con una risata di scherno, disse anche, “O sapranno che siete molto poveri e che stavate morendo di fame in India, per questo siete venuti qui …“.

Intanto continuava ad urlare e cercava di stracciarsi le vesti. Stava esprimendo tutte le caratteristiche di uno spirito maligno, che si trova anche sul Vangelo in Marco 5: 1-10. Fu Fr. Slavko, il direttore spirituale del Centro mariano di Medjugorje a quel tempo, che venne in suo soccorso! Gli asciugò la saliva dalla faccia con il suo asciugamano e dopo avergli lavato il viso con l’acqua fresca prese anch’egli il Crocifisso e il Rosario e iniziarono a pregare insieme per la liberazione di quella donna. All’improvviso cadde a terra con la lingua fuori e il viso blu pur continuando a sputare e a dire parole offensive.

Anche se proveniva dall’Inghilterra, parlava in italiano così che solo Fr Slavko riusciva a capirla ma Padre James Manjackal no. L’esorcismo durò parecchie ore, ma il digiuno e la preghiera, unita alla grande fede riuscirono a liberarla dallo spirito maligno per essere riconsegnata nelle braccia del marito. Entrambi erano medici omeopatici ed egli li informò che queste le loro pratiche mediche erano intrise di altrettante pratiche esoteriche che traggono origine dall’Induismo e dal Buddismo. Si tratta di pratiche in cui la forza della natura viene mescolata ai poteri del male.

Nell’ottobre del 2001 venne organizzato un ritiro a Madrid con più di 500 carismatici che hanno ottenendo centinaia di guarigioni fisiche, ma soprattutto interiori, uno di questi era un ragazzo di dodici anni che camminava con l’ausilio di stampelle da sette anni il quale gettandole è salito sul palco per dare la sua testimonianza. Lo stesso è capitato ad un uomo in sedia a rotelle che dopo 17 anni ha riacquistato l’uso delle gambe. Ma questi sono solo due dei numerosissimi casi che accadono ogni volta che P. Manjackal si riunisce con i pellegrini di tutti le nazioni a pregare.

Fr. James Manjackal nelle sue catechesi afferma con decisione le parole della Bibbia ribadendo il concetto della famiglia: “Dio creò l’uomo e la famiglia, creando il maschio e la femmina, la vita coniugale era quindi nei piani di Dio, diventa perciò deplorevole il fatto che vi siano così tante separazioni e divorzi in Europa.”

Le sue parole sono Vangelo vivo e vero, ma ricordano molto anche le parole della Regina della Pace nei messaggi di Medjugorje: la famiglia che prega unita rimane unita; attraverso la preghiera si salvano i figli, chi non ama non conosce Dio perché Dio è amore,…

Padre Jamesnelle sue catechesi condanna i tanti aborti che si stanno compiendo nei nostri paesi europei, dichiarando: “Fermiamo tutti gli omicidi! Specialmente la strage dei piccoli bambini. … Se si ama veramente Dio si dovrebbe osservare i suoi comandamenti, se si smette di farlo allora non possiamo dire di amarlo perché bisogna dimostrarlo non con le parole ma con i fatti.”

Vedi il sito http://www.jmanjackal.net/eng/eng.htm

Fonti: http://www.jmanjackal.net/deu/deuyoga.htm; https://de.wikipedia.org/wiki/James_Manjackal; http://www.jmanjackal.net/eng/engnews.htmhttp://christtotheworld.blogspot.it/2011/03/medjugorje-fr-james-manjackal-driving.html

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LA SACRA SINDONE

LA SACRA SINDONE

sindone2Dalle parole di Papa Francesco: «il Volto della Sindone lascia trasparire un’energia contenuta, ma potente, come se dicesse: abbi fiducia, non perdere la speranza, la forza dell’amore di Dio, la forza del Risorto vince tutto».

La Sindone di Torino, nota anche come Sacra o Santa Sindone, è un lenzuolo di lino conservato nel Duomo di Torino, sul quale è visibile l’immagine di un uomo che porta segni interpretati come dovuti a maltrattamenti e torture compatibili con quelli descritti nella passione di Gesù. La tradizione identifica l’uomo con Gesù e il lenzuolo con quello usato per avvolgerne il corpo del Signore nel sepolcro.

Il termine “sindone” deriva dal greco σινδών (sindon), che indicava in senso generale un ampio tessuto, come un lenzuolo, e ove specificato poteva essere di lino di buona qualità o tessuto d’India. Anticamente “sindone” non aveva assolutamente un’accezione legata al culto dei morti o alla sepoltura, ma oggi il termine è ormai diventato sinonimo del lenzuolo funebre di Gesù.

Secondo le informazioni storiche la Sindone arrivò a noi verso la metà del XIV secolo, grazie ad un cavaliere, Geoffroy de Charny, il quale depose il Lenzuolo nella chiesa da lui fondata nel 1353 nel suo feudo di Lirey in Francia, non lontano da Troyes. Con la Guerra dei Cent’Anni la reliquia viaggiò per l’Europa fino a stabilirsi presso la corte dei duchi di Savoia. A partire dal 1471, Amedeo IX il sindoneBeato, figlio di Ludovico, incominciò ad abbellire e ingrandire la cappella del castello di Chambéry, capitale del Ducato, in previsione di una futura sistemazione della Sindone.

Dopo una iniziale collocazione, la Sindone venne definitivamente riposta nella Sainte-Chapelle du Saint-Suaire. In questo contesto i Savoia richiesero e ottennero nel 1506 dal Papa Giulio II il riconoscimento di una festa liturgica propria, per la quale fu scelto il 4 maggio. II 4 dicembre 1532 un incendio devastò la Sainte-Chapelle e causò al Lenzuolo notevoli danni che furono riparati nel 1534 dalle Suore Clarisse della città.

Emanuele Filiberto trasferì definitivamente la Sindone a Torino nel 1578. Il Lenzuolo giunse in città il 14 settembre di quell’anno, tra le salve dei cannoni, in un’atmosfera di grande solennità. La Sindone restò, da quel momento, definitivamente a Torino dove, nei secoli seguenti, fu oggetto di numerose ostensioni pubbliche e private.

Nel 1988, l’esame del carbonio 14, eseguito contemporaneamente e indipendentemente dai laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, ha datato la sindone in un intervallo di tempo compreso tra il 1260 e il 1390, periodo corrispondente all’inizio della storia della Sindone certamente documentata. Ciononostante, la sua autenticità continua ad essere oggetto di fortissime controversie.

MandylionJWAlcuni di coloro che ritengono autentica la sindone provano anche a tracciarne la storia nei secoli precedenti il 1353 e la identificano con il mandylion o “Immagine di Edessa, un’immagine di Gesù molto venerata dai cristiani d’Oriente, scomparsa nel 1204 (questo spiegherebbe l’assenza di documenti che si riferiscano alla Sindone in tale periodo). In questo caso, occorre ipotizzare che il telo di Edessa, che è descritto come un fazzoletto, fosse esposto solo ripiegato più volte e in modo tale da mostrare unicamente l’immagine del volto.

A Padova, il professor Giulio Fanti ha datato nuovamente il telo stabilendo che risale al I secolo a.C. con uno scarto di 250 anni, prima o dopo. Un periodo, in ogni caso, ben lontano da quello ipotizzato nel 1988 dai tre laboratori che svolsero le analisi con il Carbonio 14: Oxford, Zurigo e Tuscson (Arizona). Venticinque anni fa sembrava dimostrato che il lino fosse un tessuto medioevale, ma l’esperimento è stato inficiato da problemi di contaminazione. Fanti non ha usato il C14, ma tre altri metodi: Spettroscopia Raman e Spettroscopia Infrarossa a trasformata di Fourier, e uno strumento per la “datazione meccanica” del filo di lino. (dall’articolo del 27 marzo 2013 del settimanale OGGI)

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La Chiesa cattolica in passato si è espressa ufficialmente sulla questione dell’autenticità, prima in senso negativo (nel 1389 il vescovo di Troyes inviò un memoriale al papa, dichiarando che il telo era stato “artificiosamente dipinto in modo ingegnoso”, e che “fu provato anche dall’artefice che lo aveva dipinto che esso era fatto per opera umana, non miracolosamente prodotto”. Nel 1390 Clemente VII emanò di conseguenza quattro bolle, con le quali permetteva l’ostensione ma ordinava didire ad alta voce, per far cessare ogni frode, che la suddetta raffigurazione o rappresentazione non è il vero Sudario del Nostro Signore Gesù Cristo, ma una pittura o tavola fatta a raffigurazione o imitazione del Sudario“) e poi, ribaltando il giudizio, in senso positivo (nel 1506 Giulio II autorizzò il culto pubblico della Sindone con messa e ufficio proprio).

Attualmente, la Chiesa cattolica non si esprime ufficialmente sulla questione dell’autenticità, lasciando alla scienza il compito di esaminare le prove a favore e la_Sindone_di_Torinocontro, ma ne autorizza il culto come icona della Passione di Gesù. Diversi pontefici moderni, da papa Pio XI a papa Giovanni Paolo II, hanno inoltre espresso il loro personale convincimento a favore dell’autenticità.

Sono note circa 50 copie della Sindone, eseguite da vari pittori in diverse epoche. Una tra le più note, realizzata nel 1516 e conservata a Lier in Belgio, è attribuita ad Albrecht Dürer, ma questa attribuzione è controversa. Un’altra copia della Sindone è custodita nella Basilica Cattedrale di Gallipoli, realizzata a Torino nel XVI secolo e messa in contatto con l’originale nel 1578, per volere del vescovo Alessio Zelodano in occasione del pellegrinaggio di San Carlo Borromeo a Torino.

Le esposizioni pubbliche della Sindone sono chiamate ostensioni (dal latino ostendere, “mostrare”). Le ultime sono state nel 1978, 1998, 2000, 2010 (iniziata il 10 aprile, e si è conclusa il 23 maggio) e 2013 (ostensione accompagnata da un video-messaggio di papa Francesco).

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Fonti: http://www.sindone.org/santa_sindone/00023930_Santa_Sindone.html;http://it.wikipedia.org/wiki/Sindone_di_Torino http://www.oggi.it/focus/cronaca/2013/03/26/la-sindone-e-vera-ecco-le-nuove-conferme-della-scienza/; http://www.sindone.org/santa_sindone/news_e_info/00054186_Ostensione_2015__tutti_gli_orari_e_le_informazioni_.htmlhttp://www.sindone.org/santa_sindone/ostensione_2015/00054162_I_Pass_per_la_Messa_del_Papa_in_piazza_Vittorio_il_21_giugno.html

 

 

DEVOZIONE ALLE SANTE PIAGHE DI CRISTO

DEVOZIONE ALLE SANTE PIAGHE DI CRISTO

Rivelazioni a suor Maria Marta Chambon

Nessun’anima, eccetto la mia santa Madre, ha avuto come te la grazia di contemplare giorno e notte le mie sante Piaghe. Figlia mia, riconosci tu il tesoro del mondo? Il mondo non vuole riconoscerlo. Io voglio che tu lo veda, per comprendere meglio quello che ho fatto venendo a soffrire per te.

Figlia mia, ogni volta che tu offri a mio Padre i meriti delle mie divine Piaghe, guadagni una immensa fortuna. Siate simili a colui che incontrerà nella terra un gran tesoro, però, siccome voi non potete conservare questa fortuna, Dio torna a prenderla e così la mia divina Madre, per restituirvela nel momento della morte e applicarne i meriti alle anime che ne abbisognano, perciò devi far valere la ricchezza delle mie sante Piaghe.

PREGHIERA ALLE SANTE PIAGHE

“Padre eterno! Padre misericordioso! Accogli il Sangue di tuo Figlio! Accogli le sue Piaghe, accogli il suo Cuore per queste anime! Padre Eterno! Prendi il Sangue di tuo Figlio… le sue Piaghe. . . il suo Cuore! Guarda la sua testa trafitta di spine! Non permettere che ancora una volta questo sangue sia versato inutilmente! Guarda la sete che ho di portarti le anime in dono! Oh Padre mio, non permettere che queste anime si perdano! Salvale affinché ti glorifichino in eterno”

Le mie sante Piaghe sostengono il mondo. Bisogna chiedermi la fermezza nell’amore delle mie Piaghe, perché sono la sorgente di tutte le grazie. Devi invocarle spesso, portare il prossimo ad esse, parlarne e tornarvi con frequenza per imprimere la loro devozione nelle anime. Molto tempo sarà necessario per stabilire questa devozione: lavorate perciò con coraggio. … Tutte le parole dette a motivo delle mie sante Piaghe mi procurano un piacere indicibile… io le conto tutte. … Bisogna, figlia mia, che tu costringa ad entrare nelle mie Piaghe anche quelli che non ci vogliono venire

Coroncina alle Sante piaghe di Gesù

Disse Gesù a suor Maria Marta Chambon : “Non hai da temere, figlia mia, di far conoscere le mie Piaghe perchè non si vedrà mai qualcuno ingannato, anche quando le cose parranno impossibili. Con le mie Piaghe e il mio Cuore divino puoi ottenere tutto“. Suor Maria Marta Chambon, conversa della Visitazione di Chambéry, morta in odore di santità il 21 marzo 1907, affermò di aver ricevuto questa preghiera dalle stesse labbra di Gesù Cristo. La recita di questa coroncina permette che 13 “promesse” vengano mantenute. Ecco quali sono:

1) “Io accorderò tutto ciò che Mi si domanda con l’invocazione delle Mie sante Piaghe. Bisogna spargerne la devozione“.

2) “In verità questa preghiera non è della terra, ma del cielo… e può ottenere tutto”.

3) “Le mie sante Piaghe sostengono il mondo… chiedimi di amarle costantemente, perché Esse sono sorgente di ogni grazia. Bisogna invocarle spesso, attirarvi il prossimo ed imprimerne la devozione nelle anime”.

4) “Quando avete delle pene da soffrire portatele prontamente nelle Mie Piaghe, e saranno addolcite”.

5) “Bisogna ripetere spesso vicino agli ammalati: ‘Gesù mio, perdono, ecc.’ Questa preghiera solleverà l’anima e il corpo“.

6) “E il peccatore che dirà: ‘Eterno Padre, Vi offro le Piaghe, ecc…’ otterrà la conversione. Le Mie Piaghe ripareranno le vostre”.

7) “Non vi sarà morte per l’anima che spirerà nelle Mie Piaghe. Esse danno la vera vita”.

8) “Ad ogni parola che pronunciate della Corona della misericordia, Io lascio cadere una goccia del Mio Sangue sull’anima di un peccatore“.

9) “L’anima che avrà onorato le Mie sante Piaghe e le avrà offerte all’Eterno Padre per le anime del Purgatorio, sarà accompagnata in morte dalla santissima Vergine e dagli Angeli; e Io, risplendente di gloria, la riceverò per incoronarla”.

10) “Le sante Piaghe sono il Tesoro dei tesori per le anime del Purgatorio“.

11) “La devozione alle Mie Piaghe è il rimedio per questo tempo di iniquità”.

12) “Dalle Mie Piaghe escono i frutti di Santità. Meditandole vi troverete sempre nuovo alimento  di amore”.

13) “Figlia mia, se immergi le tue azioni nelle Mie sante Piaghe acquisteranno valore, le vostre minime azioni ricoperte del Mio Sangue appagheranno il Mio Cuore

Come si recita la coroncina alle Sante Piaghe :

Con una comune corona del Santo Rosario:

Nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen

O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto

Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, come era nel principio, ora e sempre nei secoli, nei secoli. Amen.

Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra; e in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, il quale fu concepito da Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente; di la verrà a giudicare i vivi e i morti. Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen

O Gesù, divin Redentore, abbi misericordia di noi e del mondo intero. Amen

Dio santo, Dio forte, Dio immortale, abbi pietà di noi e del mondo intero. Amen

Grazia e misericordia, o mio Dio, nei pericoli presenti, coprici col tuo sangue preziosissimo. Amen

O Padre Eterno, usaci misericordia per il Sangue di Gesù Cristo tuo unico Figlio, usaci misericordia; noi te ne scongiuriamo. Amen.

Sui grani del Padre Nostro:

Eterno Padre, Ti offro le Piaghe di nostro Signore Gesù Cristo, per guarire quelle delle anime nostre.

Sui grani dell’Ave Maria:

Gesù mio perdono e misericordia, per i meriti delle Tue sante Piaghe.

Alla fine si ripete per 3 volte:

Eterno Padre, Ti offro le Piaghe di Nostro Signore Gesù Cristo, per guarire quelle delle anime nostre.

ROSARIO DELLE SANTE PIAGHE DI GESU’

Si usa una comune corona del Santo Rosario.

Nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen

O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto.

Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, come era nel principio, ora e sempre nei secoli, nei secoli. Amen.

Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra; e in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, il quale fu concepito da Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente; di la verrà a giudicare i vivi e i morti. Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen

O Gesù, divin Redentore, abbi misericordia di noi e del mondo intero. Amen.

Dio santo, Dio forte, Dio immortale, abbi pietà di noi e del mondo intero. Amen.

O Gesù, per mezzo del Tuo Sangue preziosissimo, donaci grazia e misericordia nei pericoli presenti. Amen. 

O Padre Eterno, per il Sangue di Gesù Cristo, Tuo unico Figlio, ti scongiuriamo di usarci misericordia. Amen. Amen. Amen.   

Sui grani del Padre nostro:

Eterno Padre, Ti offro le Piaghe di nostro Signore Gesù Cristo per guarire quelle delle anime nostre.

Sui grani dell’Ave Maria:

Gesù mio, perdono e misericordia. Per i meriti delle Tue sante Piaghe.

Alla fine si ripete tre volte:

Eterno Padre, Ti offro le Piaghe di Nostro Signore Gesù Cristo per guarire quelle delle anime nostre.

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Suor Maria Marta Chambon

LA SETTIMANA SANTA

LA SETTIMANA SANTA

Ecco gli appuntamenti più importanti dei prossimi giorni con la spiegazione dei riti e delle celebrazioni anche in San Pietro.

Domenica 9 aprile 2017

– Domenica delle Palme e della Passione del Signore

Nella processione con i rami d’ulivo ricordiamo il solenne ingresso di Gesù in Gerusalemme accolto dalla folla con il grido: Osanna!

Piazza San Pietro alle ore 10.00 – CAPPELLA PAPALE- Benedizione delle Palme, Processione e Santa Messa.

Mercoledì 12 aprile 2017

Udienza generale ore 10.00

In questo giorno il Vescovo, circondato dai sacerdoti, ricorda l’Istituzione del sacerdozio da parte di Gesù durante l’Ultima Cena. Nella Messa odierna si consacrano gli Olii Santi che serviranno per i Sacramenti: Olio dei catecumeni, Olio dei malati e Sacro Crisma.

Giovedì 13 aprile 2017 

– Giovedì Santo – 

Oggi si celebra l’Ultima Cena (che è stata anche la prima Messa) di Gesù. È la Messa in cui siamo invitati a fare la Comunione Pasquale. Dopo la Messa si ripone l’Eucarestia in un luogo a parte, ornato con fiori e luci, detto ‘Altare della Reposizione’. Quì, Gesù
Eucarestia attende la nostra adorazione.

Basilica Vaticana, ore 9.30 – Santa Messa del Crisma – Santa Messa nella Cena del Signore – ore 16.30

Il Papa celebrerà la Messa in Cœna Domini nel pomeriggio del Giovedì Santo si recherà  nella Casa di Reclusione di Paliano anche quest’anno laverà i piedi ad alcuni detenuti e detenute.

Venerdì 14 aprile 2017 

– Venerdì Santo – 

È il giorno della Passione del Signore. La funzione delle 3 del pomeriggio, ora della morte di Gesù, si svolge in tre momenti: 1. La lettura della Passione con la grande preghiera universale. 2. L’adorazione della Croce. 3. La Comunione Eucaristica. Alla sera si rivive la morte del Signore con la VIA CRUCIS.

Basilica Vaticana, ore 17.00 – CAPPELLA PAPALE –Celebrazione della Passione del Signore – Colosseo, ore 21.15 – Via Crucis in Colosseo a Roma. I testi delle meditazioni sulle stazioni della Via Crucis saranno preparati quest’anno – per incarico di Papa Francesco – dalla prof.ssa Anne-Marie Pellettier, vincitrice del Premio Ratzinger 2014. Nata a Parigi 71 anni fa, la Pelletier è un’insigne studiosa di ermeneutica e di esegesi biblica. Tra i suoi studi, la donna nel cristianesimo e nella Chiesa, il rapporto tra Giudaismo e Cristianesimo e il mondo monastico. Nel 2001, ha inoltre partecipato come uditrice al Sinodo dei vescovi..

Sabato 15 aprile 2017  

In questo giorno nelle chiese c’è grande lutto: Gesù è nel sepolcro. Gli altari sono spogli, senza fiori né candele. C’è solo la Croce. La Veglia Pasquale è la celebrazione della Risurrezione del Signore:
1. Benedizione del fuoco e del cero pasquale e canto dell’Exultet. 2. Liturgia della Parola di Dio. 3. Liturgia battesimale e rinnovazione delle promesse battesimali.
4. Liturgia eucaristica.

– Basilica Vaticana, ore 20.30 – Veglia Pasquale nella Notte Santa

Domenica 16 aprile 2017

– Domenica di PasquaRisurrezione del Signore – 

Piazza San Pietro, ore 10.00 – CAPPELLA PAPALE – Santa Messa del giorno – Loggia centrale della Basilica Vaticana, ore 12.00 – Benedizione «Urbi et Orbi»

BUONA PASQUA A TUTTI!

Voglio chiedervi un favore: camminiamo tutti uniti, prendiamoci cura gli uni degli altri, rendetevi cura tra di voi, non facciamoci del male, curiamo la vita, curiamo la famiglia, curiamo la natura, curiamo i bambini, curiamo gli anziani
(Papa Francesco)

 

 

 

Fontehttp://w2.vatican.va/content/vatican/it/special/2017/settimanasanta2017.html

Emma Alutto

EMMA ALUTTO

Fanciulla cuneese (1928 – 1936) 5 aprile

La foto è di una bimba che potrebbe assomigliarle poichè non vi sono immagini reperibili di Emma sul web.

Visino serio che ispira fiducia, dei bei riccioli bruni raccolti in due treccine non troppo lunghe, espressione vivissima di grandi occhi azzurri, intelligenza precoce e cuore generoso, il tutto in una statura piuttosto piccola: ecco Emma Alutto.

 

 

 

Nacque ad Alba il 19 maggio 1928 e vi morì la domenica delle Palme, il 5 aprile 1936.

Tra gli affetti del suo cuore Emma ha riservato un posto speciale per Gesù Bambino.

A chi vuoi più bene, Emma? – domanda qualche volta la mamma.

Prima voglio bene a Gesù, poi alla Madonna, poi a voi, i miei cari mamma e papà.

E al piccolo Gesù Emma parla con tenerezza, offre i fiori del prato, rinnova l’offerta di sé. E Gesù ascolta, accetta, sorride. Talvolta, la piccola, segue in chiesa la mamma. Mentre questa rimane in ginocchio lei, con passi concitati e svelti si dirige alla balaustra. Fissa con amore il Tabernacolo, unisce le mani e prega per alcuni istanti. Dopo darà ragione del suo atto alla mamma: “È per vedere meglio Gesù“. Quando la mamma torna a casa da Messa, dove ha ricevuto la Comunione, Emma chiede un bacio: – Mamma, adesso profumi di Gesù!

Come tutti i bambini Emma cade in qualche difetto, ma in generale non fa i capricci, perché sa che non piacciono a Gesù. Uno sguardo severo della mamma la richiama al dovere. Si pente e supplica veramente pentita: – Mamma, perdonami, non lo farò più. Un bacio della mamma e la bimba riprende serena il suo gioco. Emma non ha delle sorelline con cui divertirsi, perché i sei fratelli sono tutti più grandi di lei. Gioca un po’ con la bambola e poi va a sedersi accanto alla mamma per osservarla mentre cuce.

Senti, mamma, – le dice una volta – ora io dico: “Io sono tutta tua e tutto quanto posseggo te lo offro, amabile mio Gesù, per mezzo di Maria tua Santissima Madre” e tu lo ripeti con me. E quando io dico: “Gesù è con noi”, tu rispondi; “Noi siamo con Gesù”. Poi, non bisogna più parlare. La mamma, per accontentare la piccola, faceva con lei quella Comunione spirituale e taceva per qualche istante. Ma poi rivolgeva la parola ad Emma che, qualche volta, sarebbe stata capace di continuare il silenzio anche per più di un’ora.

Chi aveva insegnato alla piccola quel modo di unire la preghiera con il lavoro? Il suo spirito di osservazione. Le alunne della Pia Società di san Paolo, presso le quali Emma si recava spesso, nell’esercizio del loro apostolato stampa, accompagnano il lavoro con preghiere, giaculatorie, Comunioni spirituali, Rosari ed offrono il silenzio come mezzo per ottenere delle grazie. Emma aveva visto, imparato e poi imitato.

Aveva appena cinque anni e già da più di una anno supplicava la mamma perché le permettesse di fare la prima ComunioneSei troppo piccola – dicevano le suore dove frequentava l’Asilo. – Ma Gesù vuole bene ai piccoli! – rispondeva lei. Non temette di presentarsi al Vescovo per ottenere il favore tanto desiderato. Mons. Grassi guardò quella bimba dal viso serio e sereno. In quegli occhi lucenti ed espressivi vide tutto l’ardente desiderio di un’anima assetata del suo Dio e concesse volentieri il permesso che gli veniva chiesto. Emma era felice. Il 3 maggio 1934 si unì per la prima volta con il suo Gesù. Da quel giorno, quante Comunioni ricevette la cara bambina!

Ora, mamma – diceva – sono grande anche io. Chiamami pure presto al mattino, verrò con te alla Messa a ricevere Gesù. – E fu fedele, anche quando faceva freddo e stare al caldo sotto le coperte le avrebbe fatto piacere. Qualche volta la mamma non poteva accompagnarla in chiesa. Emma, allora, invece di andare in parrocchia, che era più distante, si recava nella chiesa di san Paolo dove era sicura di trovare qualche suora. Le si avvicinava con garbo e le diceva: – Suora, mi aiuti a prepararmi per ricevere la Comunione.

Nell’autunno de 1934 Emma cominciò ad andare a scuola. Diventò presto una scolara modello, talmente che la maestra ne era orgogliosa e tutta le compagne la prendevano a modello. Emma era nata nel mese di maggio, il mese della Madonna. Vedeva il suo Gesù Bambino quasi sempre in braccio alla Madonna e come voleva bene a lui voleva bene alla sua Mamma.

Da piccola, aveva imparato a recitare la corona del Rosario ed ogni sera, nella famiglia raccolta davanti l’immagine della Madonna, si distingueva, fra tutte, la sua vocina di bimba ha che intonava e guidava la preghiera, lo non so capire – diceva un giorno alla mamma – come mai certe persone trovino lunga la recita del Rosario. Si fa così presto a finirlo! Ed essa ne recitava tanti. Com’era lieta quando alla sera poteva dire: – Oggi, mamma, ho recitato quattro, cinque, sei Rosari! – Quanti fioretti sapeva offrire alla Madonna nel mese di Maggio e al sabato! Un giorno, avendo sete, aveva avvicinato alle labbra un bicchiere di acqua fresca, ma ad un tratto lo allontanò dicendo: “Non ricordavo più il fioretto: ieri il sacerdote ha detto di non bere fuori pasto“.

Spesso, nel giardino della suore dove frequentava l’Asilo, Emma sospendeva il gioco, si portava davanti alla statua della Vergine Maria, sostava un poco e poi tornava a giocare con le compagne. Cosa andava a fare? A pregare, o forse ad offrire alla Madonna i fioretti che aveva imparato a fare e che contava su un’apposita coroncina regalatale dalle Figlie di san Paolo. Il più bel premio per lei era di poter andare nella chiesa di san Paolo. Emma, anche se ancora piccola, amava e apprezzava l’apostolato della stampa delle Figlie di san Paolo, tanto da desiderarlo per sé: – Quando sarò alta – diceva – mi farò Figlia di san Paolo.

Ai primi di dicembre del 1935, Emma accusò un forte mal di denti. Fu il principio di una serie di mali. La bim­ba soffriva, ma non si lamentava. Fu portata all’ospedale della città per una visita e invece si ritenne opportuno trattenerla. – Vuoi rimanere in ospedale, Emma? – le domandò la mamma.- Se volete che rimanga, sì...

E una grossa lacrima luccicò su quegli occhi azzurri. Alla bimba costava molto il distacco dai suoi familiari, ma l’offrì al signore insieme con gli altri dolori fisici. Era però contenta perché, come disseogni mattina poteva fare la Comunione“.

Il male progrediva ed Emma venne riportata in famiglia. Sentiva di dover lasciare presto questa terra, perciò amava più che altre volte la compagnia della mamma.

Mamma, parlami di Gesù, – chiedeva – non voglio sentire altro, ti prego. Sempre gentile con tutti, non permetteva a nessuno, oltre la mamma, di toccarla. Un giorno rimandò a più tardi, l’iniezione perché in camera c’era una persona estranea.

Tutti erano impressionati dalla serenità di questa bambina. Alcuni andavano a farle visita per il semplice gusto di sentirla parlare. Emma non negava mai il suo sorriso e la sua parola, ma se chi le si presentava non fosse stato vestito decentemente, non otteneva alcuna risposta. Così, una volta, davanti ad una persona distinta, ma truccata e scollacciata, non si riuscì a farle aprire bocca, nonostante che avesse parlato fino a quel momento, cosa che continuò a fare dopo che la signora si allontanò.

I giorni passavano lenti e le notti sembravano interminabili. Emma volle fare la sua confessione generale. – La mia anima è bianca come dopo il Battesimo – disse allora. Non temeva la morte e non voleva che altri si rattristassero per lei.

Non piangere, – diceva alla mamma – se muoio vado in Paradiso. Lassù pregherò tanto il Signore che mandi qualcuno a consolarti.

Presto andrò in Paradiso. – disse un giorno – Quando sarò morta mi metterai il vestito bianco della prima Comunione, le calze bianche, il velo ed anche i guanti… e mi scioglierai i capelli, come santa Agnese. Perché, Emma, non chiedi a Gesù di farti soffrire di meno? – domandò, per provarla, un sacerdotePotresti andare in Paradiso camminando sulla strada coperta di rose… No, no, padre. Io voglio andare in paradiso per la via piena di spine.

Un giorno, dopo la santa Comunione, Emma dice alla mamma che vuole lasciare questa terra. E dove vuoi andare? In Paradiso, sì, in Paradiso.

La notte del sabato 4 aprile, Emma dice di vedere Gesù, la Madonna, l’Angelo Custode, poi la sofferenza si fa ancora più atroce. Lei stessa invita a pregare, suggerisce giaculatorie, mentre ansima di dolore. Soffre e si contorce nel suo piccolo corpo martoriato. Ad un tratto si gira leggermente, allarga le braccia e dice:

Mamma, voglio darti l’ultimo bacio. Anche a te, papà, il mio ultimo bacio… soffro tanto… tanto. Vuole che la mamma, e solo lei, gli scaldi i piedi con le sue mani e, dopo, domanda: – Che ora è? – Sono le due e mezzo – risponde la mamma. – Troppo presto, è ancora troppo presto.

E continua a soffrire e a mormorare giaculatorie. Un segno delle labbra ormai esauste avvisa la mamma che le porge il Crocifisso. Emma, con un ultimo sforzo, stringe le labbra e lo bacia. Poi, con debolissima voce, chiama la mamma e il papà: – Ciao mamma, ciao papà! Gesù mio, misericordia! Cuore di Gesù, venga il tuo re…gnoL’ultima sillaba le muore sulle labbra. Lentamente china la testa sul braccio della mamma e non si muove più. Erano le tre del mattino della Domenica delle Palme. Emma era andata a cantare il suo “Osanna a Colui che viene nel nome del Signore”.

Autore: Maria Cecilia Calabresi

Fonte: Come fiori per Gesù su http://www.santiebeati.it/dettaglio/94376

 

Meditazioni sui Messaggi di Gesù a Suor Josefa Menendez

Meditazioni sui Messaggi di Gesù a Suor Josefa Menendez

Dalle parole di Gesù: Chiedo alle anime tre cose: RIPARAZIONE – AMORE – CONFIDENZA. […] Quando ti mando dei dolori non credere ch’io ti ami meno… Ho bisogno di medicine per curare le piaghe del mondo.

Suor Josefa Menendez, umile suora coadiutrice delle Religiose del Sacro Cuore, morì il 29.12.1923 all’età di 33 anni. I primi 15 anni dopo la morte sono trascorsi nel silenzio, ma i favori ottenuti per sua intercessione, appena fu reso noto il reale valore del “Messaggio” da lei ricevuto, hanno determinato l’Autorità Ecclesiastica a farlo conoscere a tutti.

I° GIORNO

Dalle parole di Gesù: “”Chiedo alle anime tre cose: RIPARAZIONE – AMORE – CONFIDENZA. Vengo a riposarmi in te, anima cara … Sono tanto poco amato dagli uomini…! Cerco sempre amore, e non trovo che ingratitudine!… Sono così poche le anime che mi amano veramente!… Io da te desidero che tu sia disposta a consolare il mio Cuore, quando te lo chiederò; perchè il conforto che mi dà un anima fedele compensa l’amarezza che mi cagionano tante anime fredde e indifferenti…

(Suor Josefa Menendez, Invito all’Amore)

Quanta malizia! Come si perdono le anime!… L’ostentazione di un’anima colpevole ferisce profondamente il mio Cuore, ma la tenerezza di un’anima fedele non solo ne rimargina le piaghe, ma arresta la giustizia del Padre mio! Quando ti mando dei dolori non credere ch’io ti ami meno… Ho bisogno di medicine per curare le piaghe del mondo. Io m’incarico di riparare per te; tu ripara per le anime. Oggi mi consolerai: entra molto addentro nel mio Amore. Presentati al Padre mio con tutti i meriti del tuo Sposo. Chiedigli perdono per tante anime ingrate. Digli che sei disposta, nella tua piccolezza a riparare le offese che riceve. Digli che sei una vittima molto misera, ma che ti presenti coperta del Sangue del mio Cuore. Così passerai il giorno, implorando perdono e riparando

II° GIORNO

Dalle parole di Gesù:

Santa Caterina beve il Sangue di Cristo opera di Francesco Vanni

Guarda le mie piaghe aperte sulla croce, per riscattare il mondo dalla morte eterna e per dargli la vita… sono esse che ottengono misericordia e perdono a tante anime che provocano la collera del Padre. Queste piaghe daranno d’ora in poi luce, forza, amore a tutte le anime. Questa piaga, quella del Cuore, è un vulcano divino dove vorrei che si accendessero le anime da me elette; tutte le grazie che il mio Cuore racchiude sono per esse, affinchè le spargano sul mondo, su tante anime che non sanno cercarle, ed anche su quelle che le disprezzano. Io darò loro luce necessaria perchè sappiano approfittare di tale tesoro e perchè non solo si facciano conoscere ed amare, ma anche perchè riparino le offese che io ricevo dai peccatori. Sì, il mondo mi offende… ma si salverà con la riparazione della anime a me consacrate. Ama, perchè l’amore è riparazione e la riparazione è amore.  Contempla il mio cuore… studialo, e da esso imparerai ad amare. Il vero amore è disinteressato, umile, generoso. Se tu dunque vuoi ch’io t’insegni ad amarmi incomincia a dimenticare te stessa; non contare i sacrifici, non guardare ciò che ti costano… non tener conto se è o non è di tuo gusto… ama ed avrai forza“.

III° GIORNO

Dalle parole di Gesù:

“Voglio che tu mi ami così: soavemente, sempre e in tutto, nel lavoro e nel riposo, nella preghiera e nella gioia, nel dolore e nell’umiliazione; sempre insomma, devi provarmi con le opere il tuo amore. Questo è amore! Se le anime lo capissero, quanto avanzerebbero nella perfezione! Quanto consolerebbero il mio Cuore! Dimmi che mi ami: è ciò che più mi consola, perchè sono affamato d’amore! Voglio che tu arda dal desiderio di vedermi amato e che il tuo cuore non si alimenti che di questo desiderio. Guarda il mio Cuore e la fiamma che lo consuma: è l’amore mio per le anime e specialmente per le anime prescelte. Ad esse il mio Cuore riserva un posto di preferenza… ma quante lo ignorano! Entra nel mio Cuore, gustane la dolcezza, inebriati della sua pace: lascia che il tuo cuore si accenda al contatto della fiamma divina… Partecipa alle mie pene, alla mia tristezza, alle mie ore di solitudine; tienimi compagnia. Amami per tante anime che mi abbandonano e mi disprezzano“.

IV° GIORNO

Dalle parole di Gesù:

L’amore rende tutto facile. L’anima che ama desidera soffrire; il patimento alimenta l’amore. L’amore e il patimento uniscono l’anima intimamente a Dio e la identificano con Lui. Molte anime mi ricevono bene quando le visito in tempo di consolazione. Molte mi ricevono con piacere nella Comunione. Ma poche sono quelle che mi fanno un accoglienza quando busso alla porta con la mia croce. L’anima che trovandosi stesa sulla croce ad essa si abbandona, mi glorifica, mi consola e mi sta vicino. E’ vero che molte anime non mi conoscono, però maggiore è il numero di quelle che, conoscendomi, mi abbandonano per seguire una vita di piacere… vi sono tante anime sensuali… tante che vogliono solo godere… perciò si perdono; perchè la mai vita è dolore e croce. Per questo cerco Amore; perchè solo l’Amore dà forza per seguirmi“.

V° GIORNO

Dalle parole di Gesù:

Santa Faustina Kowalska in adorazione al S.Cuore

Quando due persone si amano, la più piccola mancanza di delicatezza dell’una ferisce il cuore dell’altra. Così accade col mio Cuore. Se sei fedele ad osservare le delicatezze dell’amore, non mi lascerò vincere in generosità e inonderò di pace l’anima tua. Non ti lascerò sola; nella tua piccolezza sarai grande, perchè sarò io che vivrò in te. Il mio Cuore non può raffrenare il desiderio di darsi, di offrirsi, di rimanere sempre nelle anime. Attendo che m’aprano il loro cuore e in esso mi rinchiudano, affinchè il fuoco che divora il mio le conforti e le avvampi. Allora mi offro alle anime e sono per loro tutto ciò che esse vogliono che io sia. Se mi vogliono Padre, sarò Padre: se mi vogliono Sposo sarò tale; se hanno bisogno di forza le fortificherò, e se desiderano consolarmi, mi lascerò consolare. Il mio desiderio è di dare tutto me stesso alle anime e di spargere su di loro tutte le grazie che il mio Cuore ha per loro in serbo”.

VI° GIORNO

Dalle parole di Gesù:

Lascia che io mi dilati in te, perchè la mia grandezza farà sparire la tua piccolezza. Lavoreremo sempre uniti. Io vivrò in te e tu vivrai per le anime. Il mio Cuore farà tutto; la mia misericordia opererà, il mio Amore annienterò il tuo essere. Quanto più tu sparirai e tanto più io sarò la tua vita e tu un cielo di riposo per me. Parlami, perchè sto con te; non credere di essere sola perchè non mi vedi… Io ti vedo, ti odo… parlami, sorridimi, poichè sono il tuo compagno inseparabile. Mi piaci per la tua piccolezza. Non ti chiedo che due sole cose: amore e abbandono Voglio che tu sia come un recipiente vuoto, che io m’incaricherò di riempiere. In quanto a te non aver misura nell’amore… ama e lascia che il tuo Creatore si occupi della sua creatura. Se sei povera, io sono ricco; se sei debole, io sono la medesima forza. Solo ti chiedo di non negarmi nulla; ti difenderò… ti rialzerò… tu abbandonati, io farò tutto… Voglio che tutto, anche la più piccola cosa, tu me la offra per consolare il mio Cuore di tutto ciò che soffre, e specialmente da parte delle anime a me consacrate”.    

VII° GIORNO

Dalle parole di Gesù:

“Voglio che tu riposi senza paura nel mio Cuore. Guardalo bene e vedrai fino a che punto la sua fiamma è capace di consumare tutto ciò che hai in te di imperfetto. Voglio che tu ti abbandoni al mio Cuore e non ti occupi d’altro che di compiacermi. Ricordati che sono tuo Padre, tuo Salvatore e tuo Dio. Entra in questo Cuore che è un abisso d’amore e non temere. Non ti chiedo di meritare le grazie che ti faccio; voglio solo che tu le riceva. Lasciami operare in te. Ho lo sguardo fisso su di te; fissa il tuo in me. Non m’importa la tua nullità, e neppure le tue cadute… il mio Sangue cancella tutto… ti basti sapere che ti amo… tu abbandonati a me… L’anima che veramente si abbandona a me, mi riesce tanto gradita che nonostante le sue miserie e le sue imperfezioni, ne faccio il mio cielo e mi compiaccio d’abitare in essa. Se abbandoni tutto per me, tutto ritroverai nel mio Cuore.“.

VIII° GIORNO

Dalle parole di Gesù:

Ho bisogno di cuori che amino… di anime che riparino… e di vittime che si immolino… ma soprattutto di anime che a me si abbandonino. Lasciati condurre ad occhi chiusi, perchè io sono il Padre tuo e li tengo aperti per condurti e guidarti. Quando mi chiami Padre, attiri il mio sguardo di compiacenza e il mio Cuore si sente costretto ad aver cura di te. Non sai quanto gioiscano i genitori quando il bambino incomincia a parlare e pronunciare e il nome così tenero di “Padre”, all’udirlo gli aprono le braccia, lo stringono al cuore con immensa tenerezza e provano una gioia maggiore di tutti i piaceri del mondo per quanto dolci e soavi si presentino. Ora, se un padre e una madre della terra fanno così, che farà Colui che contemporaneamente è Padre, Madre, Creatore, Salvatore, Sposo? Qual cuore potrà eguagliare il mio nella tenerezza dell’amore? Si, anima cara, quando sei oppressa e angustiata, vieni, accorri a me, chiamami “Padre” e riposa nel mio Cuore! Se, durante il lavoro, non puoi prostrarti ai miei piedi come vorresti, ripeti questa parola: “Padre”, e io t’aiuterò, ti sosterrò, ti guiderò e ti consolerò“.

IX° GIORNO

Dalle parole di Gesù:

Guarda il mio Cuore: è il libro sul quale devi meditare. T’insegnerò tutte le virtù e specialmente lo zelo della mia gloria e della salvezza delle anime. Guarda bene il mio cuore. Esso è l’asilo dei miseri e quindi il tuo; perchè chi è più misero di te? Guarda il fondo del mio Cuore e vedrai che è il crogiolo dove si purificano i cuori più macchiati e dove poi s’infiammano d’amore. Vieni, avvicinati a questa fornace ardente, lascia le tue miserie e i tuoi peccati. Abbi fiducia e credi in me, che sono il tuo Salvatore. Guarda ancora il mio Cuore. Esso è fonte d’acqua viva. Tuffati in esso e bevi fino a saziare la tua sete. Desidero, voglio che tutte le anime vengano a questa sorgente e trovino in essa il loro refrigerio. Quanto a te ti ho collocata molto addentro nel mio Cuore, perchè, siccome sei piccola, da sola non avresti potuto venire. Approfittane, e bevi le grazie che ti do. Lascia che il mio amore lavori in te e continua a rimanere piccola. Sì, dici bene, che sono buono. Affinchè le anime lo comprendano è necessaria una cosa sola: unione e vita interiore. Quando le anime si uniscono a me, conoscono i miei sentimenti e sanno quanto sono offeso, mi consolano, riparano…. e, piene di fiducia nella mia bontà, chiedono perdono e ottengono grazie per il mondo. Tu mi ami perchè sono buono. Io ti amo, perchè sei piccola e perchè mi ha dato la tua piccolezza”.      

X° GIORNO

Dalle parole di Gesù:

I tuoi peccati io li cancello; le tue miserie io le consumo; la tua debolezza io la sostengo. Quanto più grande sarà la tua miseria, più ti sosterrà la mia potenza. Ti arricchirò dei miei doni. Se mi sei fedele farò della tua anima la mia dimora, dove io mi rifugerò quando le anime mi scacciano col peccato. Riposerò in te e tu vivrai in me. Se tu sei un abisso di miseria, io sono un abisso di Bontà e di Misericordia. Il mio Cuore è il tuo rifugio. Vieni a cercare in esso quanto ti occorre, ed anche quello che io stesso ti chiedo. Non guardare alla tua piccolezza, guarda alla potenza del mio Cuore. Non temere, sono la tua forza e il riparatore della tua miseria. Se sei nelle mie mani, che puoi temere? Non dubitare della bontà del mio Cuore, nè dell’amore che ti porto. La tua miseria mi attira... Che saresti senza di me? Non dimenticare che più sarai piccola e più ti starò vicino. Non ti affliggere esageratamente per le tue cadute; non mi manca nulla per fare di te una santa; ciò che io esigo è che tu non mi neghi nulla di quanto io ti chiedo... Ti cercherò nel tuo nulla per unirti a me. La tua piccolezza e la tua miseria sono calamita che attira il mio sguardo. Non ti scoraggiare, perchè nella tua fragilità risplende meglio la mia misericordia.”   

XI° GIORNO

Dalle parole di Gesù:

” Voglio imprigionarti nel mio Cuore, perchè ti amo infinitamente e, nonostante tutti i tuoi difetti e le tue miserie, mi servirò di te per far conoscere a molte anime la mia misericordia e il mio amore. Sono molte quelle che non conoscono ancora la bontà del mio Cuore. Il mio unico desiderio è che tutte queste anime s’immergano e quasi si smarriscano per sempre nell’abisso senza fondo del mio cuore. Sono il tuo Salvatore! Sono il tuo Sposo! Quando le anime capiscono poco il valore di questi due nomi!… Questa è l’opera che voglio compiere per mezzo tuo. Il più ardente sospiro del mio Cuore è la salvezza delle anime, e voglio che quelle che mi sono consacrate sappiano con quanta facilità possono darmi altre anime. Io farò loro conoscere il tesoro che spesso lasciano disperdere, perchè non approfondiscono questi due titoli di Salvatore e di Sposo. Il mio Cuore ti ama e non si stanca della tua piccolezza; essa è ciò che ha attirato su di te il mio sguardo, essa fa che io ti ami con ebbrezza divina, Sono il Sole divino che ti scopre la tua miseria. Quanto più la vedi grande, tanto più deve aumentare la tenerezza e l’amore tuo per me.

Se l’anima tua è terra difettosa, che non può dar frutto, io sono il giardiniere che la coltiva; manderò un raggio di sole che la purifichi, poi la mia mano seminerà. Il mio Cuore si consola perdonando… non ho desiderio maggiore, nè gioia più grande di questa: perdonare. E’ così grande il conforto che mi procura un’anima quando torna a me dopo una caduta, che questa quasi le torna di guadagno , perchè allora io la guardo con infinito amore. Poco m’importa la sua miseria, purchè suo unico desiderio sia il glorificarmi. Nonostante la sua pochezza quest’anima ottiene grazie per molte altre. Quando un’anima desidera ardentemente essere fedele, io la sostengo nella sua debolezza, e le sue cadute mettono maggiormente in opera la mia bontà e la mia misericordia. Solo chiedo che, dimenticando se stessa, riconosca la sua debolezza, sia umile e faccia ogni sforzo per cercare non la propria soddisfazione, ma la mia gloria. Non puoi capire quanto il mio Cuore goda nel perdonare gli errori e le cadute dovute a sola fragilità. Dunque non affannarti: ho fissato in te i miei sguardi perchè sei fragile e debole.

Fonte: Il libro delle novene ed. Ancilla

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SUOR JOSEFA MENENDEZ

 

MARC CHAGALL

MARC CHAGALL

Pittore (1887 – 1985) 28 marzo

Nel ventesimo secolo nessun artista ha dedicato tanta attenzione agli angeli quanto Marc Chagall. Egli racconta che un angelo gli apparve, a Pietroburgo, e ne descrive l’esperienza nelle sue memorie.

Moshe Zacharovix Sagal (questo il suo vero nome) nasce a Vitebsk (Bielorussia) nel 1887, da una modesta famiglia di cultura hassidico-ebraica, cioè appartenente al movimento mistico che privilegia il rapporto diretto con Dio e la meraviglia contemplativa per i benefici della vita terrena. Studiò a San Pietroburgo con Bakst che gli fece conoscere la pittura di Cèzanne, Gauguin e Van Gogh.

Nel 1910 recatosi a Parigi, si legò con gli intellettuali d’avanguardia ed incontrò Lenin e Lunacarskij che in seguito divenne ministro della cultura sovietica. Nel 1914 ritornò in Russia ed espose i suoi dipinti che riecheggiavano una mitica vita di villaggio e il rituale ebraico nelle mostre d’avanguardia. Nel 1917 aderì con entusiasmo alla rivoluzione e l’anno seguente fu nominato commissario di belle arti nella sua città natale dove fondò un’accademia invitandovi pittori costruttivisti e suprematisti che però finirono per prevaricarlo costringendolo a ritirarsi a Mosca dove fra il 1919 e il 1921 eseguì pitture murali e il sipario del Teatro d’Arte ebraico.

March Chagall con il suo grande amore Belle e la loro figlia

March Chagall con il suo grande amore Belle e la loro figlia

Tornato a Parigi nel 1922 dipinse nature morte con fiori e figure, eseguendo pure una serie di mirabili incisioni per la Bibbia. Nel 1933 alcune sue opere furono bruciate dai nazisti su ordine di Goebbels. In questo periodo prevale nella sua pittura il tema simbolico della crocifissione. Nel 1945 curò l’allestimento dell’uccello di fuoco di Stravinskij e due anni dopo terminò la caduta dell’Angelo che è un vero repertorio dei suoi temi pittorici prediletti. Rientrato dagli Stati Uniti si stabilì in Provenza dove si dedicò alla ceramica e alla scultura iniziando grandi opere monumentali integrate con lo spazio architettonico. Morì nel 1985 a Saint-Paul-de-Vence.

Pittore atipico, a suo modo slegato dalle impetuose correnti dell’epoca, Chagall è portavoce fino in fondo di una sua personale sensibilità interiore. In un momento storico in cui tutto doveva essere appartenenza, fortemente relazionata ad idee e movimenti (che fossero artistici, politici o culturali), egli riesce a rimanere ancorato alle realtà profonde dell’animo umano, legato fino alla fine al semplice mondo contadino dei villaggi ebrei dell’Europa dell’est, quel mondo che, ormai cancellato, annientato e spazzato via dalla criminale follia nazista, l’artista ci restituisce attraverso le sue tele.

[…] Nelle sue opere, pertanto, si accordano cultura ebraica e avanguardie internazionali. I temi del suo bagaglio simbolico, però, nascono dalla sua esperienza interiore, dal suo fantasticare che unisce pittura e poesia, mentre l’allungarsi delle figure, liberate dalla gravità newtoniana, e il rifiuto della prospettiva si ricollegano alla tradizione bizantina delle icone russe. Chagall, fin dalla sua prima giovinezza, ha avvertito una forte attrazione nei confronti delle Sacre Scritture: “Mi è sembrato e mi sembra tuttora – afferma, riferendosi alla Bibbia – che questa sia la principale fonte di poesia di tutti i tempi. Da allora, ho sempre cercato questo riflesso nella vita e nell’arte”.

Il discorso sull’opera religiosa di Chagall è alquanto complesso. Egli racconta che un angelo gli apparve, a Pietroburgo, e ne descrive l’esperienza nelle sue memorie. Questo episodio, fondamentale nella sua formazione poetica, è riprodotto, sulla traccia iconografica dell’Annunciazione, nella grande tela dell’Apparizione, dove egli si raffigura seduto al lavoro, con la testa girata per guardare ispirato verso un angelo, maestoso e quasi invisibile, che riempie la parte destra della composizione. L’angelo si fonde, in una raffigurazione quasi cubista, con il mondo fenomenale del pittore; il contorno del corpo è assorbito dalla grande nuvola, di cui la creatura e la stanza sembrano una parte. […]

Chagall doveva avere quest’immagine ben ancorata in testa, dipingendola come l’ha presente nella memoria, perché il lavoro preparatorio dell’opera non comporta nessun abbozzo per la parte destra del quadro riguardante lo spirito celeste. In un altro grande quadro, “La caduta dell’angelo”, al quale l’artista lavora per più di un ventennio, dal 1923 al 1947, un angelo rosso sta cadendo sulla terra dove gli uomini continuano a commettere i loro orrori indisturbati. […] “Il martirio di Gesù è il martirio del mio popolo in questi anni”, risponde a quanti accusarono di aver inserito simboli cristiani all’interno della sua opera. […]

Tra il 1935 e il 1956, Chagall realizza il ciclo del “Messaggio Biblico” raccolto nel moderno museo di Nizza: 17 grandi tele, 194 incisioni e guazzi che rappresentano scene della Genesi, l’Esodo e il Cantico dei Cantici, e poi sculture, mosaici, arazzi, una sala per concerti con grandi vetrate. L’artista avvicina la Bibbia con un atteggiamento molto poetico, vedendola come una grande storia, un racconto pieno di episodi stupefacenti, di figure mitiche e di eventi sovrannaturali.

Più che illustrare, come ha fatto Doré, egli reinventa il testo con il criterio della sua fantasia e sceglie le figure e gli episodi sulla base delle emozioni che sono in grado di trasmettergli. Egli scriveva: “La Bibbia è come una risonanza della natura e io ho cercato di trasmettere questo segreto. Questi quadri, nel mio pensiero, non rappresentano il sogno di un solo popolo, ma quello dell’umanità”. […] Ogni opera del ciclo è organizzata intorno all’incontro fra un uomo profeta, patriarca Dio e trasmette il messaggio che sta alla base dell’opera di Chagall: “Ho voluto lasciare in questa casa i miei dipinti perché gli uomini vi possano cercare e trovare una certa pace, una certa spiritualità, un senso della vita…”.

[…] Le opere del “Messaggio Biblico” sono state donate dall’artista alla Francia con questa dedica: “Ho voluto dipingere il sogno di pace dell’umanità…Forse in questa casa verranno giovani e meno giovani a cercare un ideale di fraternità e d’amore come i miei colori l’hanno sognato. Forse non ci saranno più nemici… e tutti, qualunque sia la loro religione, potranno venire qui e parlare di questo sogno, lontano dalla malvagità e dalla violenza. Sarà possibile questo? Credo di si, tutto è possibile se si comincia dall’amore”.

Lavorare è pregare” affermava Chagall. E dalla preghiera emergevano meravigliose immagini di un sogno tutto spirituale.

Autore: Don Marcello Stanzione

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/95443

 

 

Lia Varesio

LIA VARESIO

Volontaria laica (1945-2008) 11 marzo

Conosciuta come l’ “Angelo dei barboni” a cui ha dedicato la vita, alla fine degli anni Settanta aveva iniziato ad assistere i senza fissa dimora e proprio dopo la morte nel 1980 di uno di essi, Bartolomeo C., aveva fondato l’associazione con il suo nome che continua ad aiutare barboni, scappati di casa, dimessi da ospedali psichiatrici, tossicodipendenti, ex carcerati e altri.

Lia Varesio nasce a Torino nel 1945 da una famiglia di forti tradizioni cattoliche. Il padre, allora presidente della San Vincenzo de’ Paoli, la coinvolge ancora bambina nelle attività di aiuto ai più bisognosi. Di quei momenti d’infanzia Lia mantiene un ricordo vivissimo:

Ricordo che nella nostra cucina mia madre aveva una macchina da cucire che usava tutto il giorno per fare rudimentali sacchetti di stoffa. Quando mio padre tornava a casa, portava spesso con sé enormi sacchi di riso, che venivano divisi in tanti sacchetti più piccoli da portare alle famiglie bisognose nelle soffitte. Ricordo una sera in cui siamo andati a portare il riso in una famiglia in cui c’era una marea di bambini. Un bimbo piccolissimo dormiva in un cassetto del guardaroba; mio padre aveva posato il suo cappello su una specie di mobile. Quando e’ stata l’ora di uscire non l’abbiamo più trovato. Il papà dei bambini ha chiesto: «Chi ha preso il cappello al signore?». Si è fatto avanti uno e ha detto: «L’ho preso io perché tu non ce l’hai!». Mio padre lasciò il cappello in quella soffitta”.

Durante la giovinezza la sua attenzione agli altri viene esercitata in parrocchia, dove dà una mano alla mensa per i poveri, segue gli ammalati e gli anziani, collabora con una missione di Capoverde. Nel frattempo trova lavoro in Fiat, come impiegata, nell’assistenza sociale: si occupa dei poveri che scrivono alla Fondazione Agnelli, cercando di rispondere al meglio alle loro richieste.

È proprio una mattina andando al lavoro che accade un episodio capace di cambiarle la vita: “Mentre camminavo per strada mi sono imbattuta in una donna scalza, scarmigliata, con mani e piedi laccati di rosso, che urlava. Sono rimasta sconvolta, non tanto perché lei urlava ma perché la gente scappava via terrorizzata. Mi sono chiesta «Scappi anche tu?» e mi sono data la risposta. Mi sono avvicinata e le ho chiesto «Perché gridi cosi?». La risposta e’ stata «Grido al mondo la mia disperazione ma nessuno si ferma». La salutai: «Sono Lia»; mi disse che si chiamava Ester, era uscita dal manicomio e nessuno si era presa cura di lei; erano tre giorni che non mangiava. Vicino c’era un bar che conoscevo perché ci andavo ogni tanto, invece di andare al lavoro ho telefonato in Fiat e mi sono presa un giorno di ferie. Quando ci siamo sedute al tavolo del bar la donna ha cominciato a mangiare cornetti e cappuccini, intanto mi ha raccontato la sua storia. Era stata in manicomio, adesso era per strada, andava a mangiare al Cottolengo e dormiva alla stazione. Io l’accompagnai al Cottolengo e poi a Porta Nuova dove mi fece incontrare gli altri, i suoi amici, gli abitanti della stazione”.

Da quel giorno nasce ancora più forte in Lia il desiderio di conoscere queste persone, di parlare con loro, di capire, di aiutare. Ne parla al fratello e a un gruppo di amici e con loro prende l’abitudine di andare a trovare questa gente, portando bevande calde, cibo, coperte, all’inizio solo a Porta Nuova, poi anche nelle altre stazioni, infine le “ronde” in giro per la città. Una sera d’inverno del 1980 manca all’appello uno dei soliti, Bartolomeo, lo cercano nei posti consueti, non lo trovano. Decidono di andare a vedere nel centro storico, fra i ruderi di una vecchia casa. Non lo trovano neanche lì, stanno per andarsene quando Lia inciampa in un mucchio di stracci, quando si rialza si accorge che da quel mucchio di stracci spuntano un piede ed una gamba. E’ Bartolomeo, morto di freddo e di stenti nel cuore della città. Si fortifica quella sera la necessità di continuare il cammino intrapreso e viene così fondata dopo breve tempo l’associazione “Bartolomeo & C.”

In quegli anni sindaco della città è Diego Novelli. Lia lo convince ad accompagnarla nei suoi giri notturni, lui, conquistato da tanta determinazione, la chiama a lavorare in comune, all’ufficio dei senza fissa dimora. Dal 1986 al 1990 lavora anche nelle carceri di Corso Vittorio e delle Vallette come assistente volontaria penitenziaria. In quegli anni frequenta la Scuola di Cultura religiosa diocesana, è anche componente della Commissione diocesana per la sanità e l’assistenza. “Sono laica, ma credente, il mio impegno è un atto di fede in Dio in favore degli uomini”.

Nel 1994 va in pensione e inizia a dedicarsi a tempo pieno alle attività della Bartolomeo & C. Negli anni viene aperto un dormitorio, la sede si allarga, il numero degli utenti cresce. Così come cresce anche la fama di Lia. Nel 1994 le viene assegnato il “Lion d’oro” dai Lions Club di Torino «per l’attività di soccorso materiale e spirituale che da 14 anni sviluppa in Torino, operando per le strade a favore di un’umanità emarginata, porgendo a barboni, alcolisti, tossicodipendenti l’ultima speranza per riemergere da una vita disperata», nel 1996 il “Premio Bruno Caccia” del Rotary International «per la dedizione dimostrata con pluriennale opera, faticosa e pericolosa, di assistenza verso barboni, tossicodipendenti, alcolisti, malati psichici ed emarginati in genere», il 1997 è l’anno del “Premio Bogianen” del Centro Congressi della Camera di commercio «per la generosità e l’entusiasmo ampiamente manifestati nel realizzare interventi di sostegno per particolari categorie di persone in difficoltà», fino all’onorificenza più prestigiosa, quella di Cavaliere della Repubblica Italiana, conferitale nel 2005 dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi, per l’opera sociale di aiuto ai poveri.

Negli ultimi anni, nonostante i problemi di salute e i frequenti ricoveri, la sua attenzione resta sempre rivolta agli altri. Dei momenti passati in ospedale ricorda: “Soprattutto la sera, quando tutto era in silenzio, le mie emozioni erano tutte rivolte all’ascolto dei malati che telefonavano ai loro cari, a qualche persona amica…quanto bisogno di contatti umani! Si raccontavano, ed è proprio questo che a volte manca. Non siamo più capaci di raccontarci, abbiamo troppa fretta e non riusciamo a sentire i gemiti di chi soffre. Passiamo accanto alla gente e non ci accorgiamo di loro, dei loro bisogni. Devo dire che ho trovato tanta solidarietà attorno a me, ma ho scoperto anche tanta solitudine e disperazione. A volte è sufficiente una parola, un gesto, un sorriso e le persone possono guarire psicologicamente e uscire dal loro autismo. Ed è proprio questo che mi stimola ad andare avanti e continuare a lavorare per uomini e donne della città che non hanno ancora trovato spazio, cure, dignità, attenzione, giustizia e solidarietà”.

L’undici marzo 2008, circondata dall’affetto del fratello e degli amici, Lia muore, all’Ospedale Mauriziano, mentre risuonano nelle orecchie di tutti le parole che tante volte aveva pronunciato: “Non dobbiamo fare da spettatori ma chiederci cosa stiamo facendo concretamente per gli altri. Se il nostro fratello non ce la fa da solo a portare la croce noi abbiamo il dovere di aiutarlo. E’ ora di smetterla di essere spettatori. Occorre diventare protagonisti attraverso il nostro impegno concreto e quotidiano”.

Fonti: www.liavaresio.it, http://www.santiebeati.it/dettaglio/94020

 

 

 

QUARESIMA

QUARESIMA

La Quaresima è un periodo di 40 giorni di preparazione alla Pasqua, tale periodo ha una ricchissima storia nella liturgia. In un primo momento costituiva il tempo della definitiva preparazione dei candidati al Battesimo (catecumeni), amministrato la Vigilia di Pasqua.

I riti legati a questa preparazione venivano chiamati «scrutini»; alla preparazione dei catecumeni , prendeva parte la comunità dei credenti e, in questa maniera, la preparazione al Battesimo degli uni diventava per gli altri l’occasione per meditare sul proprio battesimo.

Il periodo di preparazione di quaranta giorni era un periodo di penitenza, che, col tempo, fu ridotta principalmente al digiuno. Completavano il digiuno, la preghiera e l’elemosina.

Come ci si preparava allora?
  • Non si celebravano matrimoni
  • Non si consumava carne il venerdì
  • Non si organizzava nessuna festa pubblica
  • Ci si impegnava a pregare più intensamente
  • Ci si dedicava amaggiormente alla carità per i poveri
  • Non ci si concedeva alcuna distrazione che distogliesse dall’ascolto della parola di Dio
L’idea di fare penitenza

Un giorno i discepoli di Giovanni s’avvicinarono a Gesù e gli dissero:

Per qual motivo, mentre noi e i Farisei digiuniamo spesso, i tuoi discepoli non digiunano? E Gesù rispose loro: Com’è possibile che gli amici dello sposo possano fare lutto finché lo sposo è con loro? Verranno poi i giorni in cui lo sposo sarà loro tolto, ed allora digiuneranno” (Mt. 9, 14-15).

I primi cristiani si ricordarono di quelle parole di Gesù, e cominciarono molto presto a passare nel digiuno assoluto i tre giorni del mistero della Redenzione, cioè dal Giovedì Santo al mattino di Pasqua.

Fin dal II e III secolo abbiamo la prova che in parecchie Chiese si digiunava il Venerdì e il Sabato Santo. S. Ireneo, nella Lettera al Papa S. Vittore, afferma che molte Chiese d’Oriente facevano la stessa cosa durante l’intera Settimana Santa. Il digiuno pasquale si estese poi nel IV secolo, fino a che la preparazione alla festa di Pasqua, attraverso un periodo che divenne sempre più lungo fino a durare quaranta giorni, cioè Quadragesima o Quaresima.

Perchè i giorni sono quaranta?

Alcuni numeri, nella Bibbia, acquistano un significato per gli avvenimenti del popolo di Dio ai quali sono connessi. Per questo diventano dei “segni”, e sono a loro volta veicoli di particolari messaggi.

  • Genesi 7,12 : Nel racconto del diluvio universale la Genesi dice: Cadde la pioggia sulla terra per 40 giorni e 40 notti.
  • Esodo 24,18: Quando Il Signore stabilì l’Alleanza con il popolo di Israele sul monte Sinai la Bibbia dice: Mosè entrò dunque in mezzo alla nube e salì sul monte. Mosè rimase sul monte 40 giorni e 40 notti.
  • Numeri 14,33: Il viaggio di 40 anni nel deserto del popolo ebreo: I vostri figli saranno nomadi nel deserto per 40 anni e porteranno il peso delle vostre infedeltà, finché i vostri cadaveri siano tutti quanti nel deserto.
  • 1 Samuele 17,16: Golia sfida per 40 giorni gli Israeliti fino all’arrivo di Davide: Il Filisteo avanzava mattina e sera; continuò per 40 giorni a presentarsi.
  • 1 Re 19,8: Elia proseguì nel deserto per 40 giorni con la forza del pane dato da Dio: Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per 40 giorni e 40 notti fino al monte di Dio, l’Oreb.
  • Matteo 4,1-11: Gesù trascorse quaranta giorni nel deserto, digiunando, pregando, e resistendo alle tentazioni: Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato 40 giorni e 40 notti, ebbe fame.

Il numero 40 nella Bibbia misura un periodo di tempo durante il quale il popolo ebreo o un rappresentante del popolo ebreo viene messo alla prova (la tentazione). Questa prova da una parte saggia la sua fede dall’altra manifesta che solo in Dio vi è salvezza.

La Chiesa ci chiede di vivere la Quaresima dedicando particolare attenzione queste cose:

  • Austerità e vigilanza
  • Ascolto e preghiera
  • Digiuno e conversione
  • Memoria del Battesimo
  • Carità e condivisione
In Chiesa

I paramenti del sacerdote sono di colore viola, il colore della penitenza. L’altare è senza decorazioni floreali. Durante la Messa non si canta il Gloria, né l’Alleluja.

La Quaresima oggi

La Quaresima inizia il mercoledì detto “delle Ceneri”, giorno in cui ci rechiamo in chiesa e accettando l’imposizione delle ceneri, riconosciamo di essere peccatori: è questa una tacita confessione.

Il sacerdote mettendoci un po’ di cenere sulla testa dice:Ricordati che polvere sei e in polvere ritornerai“. In pratica, riconoscendo la nostra condizione di peccatori, noi accettiamo anche il nostro castigo: la morte temporale.

Intanto, siccome Dio “non vuole la morte del peccatore”, dobbiamo confidare nella sua misericordia per salvarci dalla morte eterna, e prendere all’inizio della Quaresima, la risoluzione di lottare contro il peccato. La Quaresima termina la sera del Giovedì Santo prima della Messa “In coena Domini”.

Il Tempo di Quaresima è segnato anzitutto
  • dal ricordo dei quaranta giorni di Gesù nel deserto,
  • dalla sua lotta con il demonio,
  • dalla sua vittoria sul tentatore.

Nel deserto Gesù viene nutrito della Parola di Dio, e così supera ogni suggestione diabolica, scegliendo decisamente il cammino segnatogli dal Padre: la redenzione mediante l’umiltà della croce. Durante questo tempo, attraverso un ascolto più attento e volonteroso, dobbiamo accostarci anche noi alla Parola di Dio, per attingervi la forza di metterci in cammino sulla strada di Gesù Cristo.

FONTE: La voce cristiana

 

MARISA MORINI

MARISA MORINI

Martire della purezza (1951-1964) 1 marzo

Adolescente della Diocesi di Ferrara e Comacchio. I Giornali alla sua morte scrissero di lei: “è martire… è santa… un’altra Maria Goretti”. Non è però ancora stata avviata la causa di canonizzazione.

I Giornali han detto di Lei: “è Martire… è Santa… un’altra Maria Goretti” L’Osservatore Romano il 15 marzo nel 1964 ha raccontato: nata in una famiglia numerosa era la penultima degli otto fratelli e sorelle.

I genitori coltivavano un terreno nella bassa ferrarese, a Fossanova S. Biagio, una frazione a 8 Km. da Ferrara. La Cascina dove abitavano era distante mezzo chilometro dal Centro della piccola borgata. La fanciulla, ormai tredicenne, aveva fatto la prima comunione da due anni e frequentava l’ultima classe delle elementari; vivace ed intelligente, tanto che la maestra consigliò la mamma a farle continuare gli studi.

Cosa che fu giudicata impossibile per mancanza di mezzi. A 13 anni Marisa Morini dimostrava più della sua età. Si era sviluppata precocemente, ma non aveva grilli per la testa. La sua famiglia era numerosa e soprattutto povera: il mestiere di salariato agricolo che facevano suo padre e i suoi fratelli bastava appena a comprare il pane tutti i giorni e il vino la domenica. Una vita magra ma Marisa non si lamentava, aiutava volentieri la mamma nel faticosissimo lavoro di accudire alle necessità di tanti uomini.

Era brava e buona e cantava sempre. Questo amore per il canto affiora proprio l’ultima sera della sua vita, domenica 1 marzo 1964.

Nel pomeriggio la TV trasmetteva lo “zecchino d’oro”. Una vera attrattiva per la fanciulla. Ma a casa non avevano la televisione, ma c’era nel Bar della borgata a mezzo chilometro da casa. La mamma, anche con apprensione, le concedeva il permesso, d’altronde la fanciulla tante volte aveva fatto quella strada. Si può immaginare quanta gioia abbia provato Marisa nel sentire cantare tutti quei Bambini, come faceva lei in casa e a scuola.

Alle 18,30 la trasmissione era fìnita. E lei svelta, riprende la sua bicicletta, appoggiata li fuori e via verso casa. Sarebbero bastati pochi minuti, invece a casa non arrivava mai.

Passano le ore ma inutilmente, nonostante che tutti anche i carabinieri, avvertiti dal padre, si siano messi alla sua ricerca. Soltanto sul far del giorno, il fratello Mario s’imbatte nelle scarpe della sorella e nella bicicletta, là per terra. Chiama il carabiniere più vicino e insieme scoprono il mucchio di rami e di fascine là davanti. Il corpo della fanciulla, orrendamente massacrato al volto e piagate le mani, era lì sotto. Che era successo? Lo racconta l’assassino reo confesso. L’aveva vista al bar quando usciva; l’aveva rincorsa con la bicicletta, urtata e gettata a terra, tentando di violentarla. Marisa cominciò a gridare, a divincolarsi, a sferrare calci.

Egli cercò inutilmente di immobilizzarla afferandola per i polsi. Ma essa continuò a urlare e sforare calci; perdette le scarpe. Per farla smettere le affondò la testa nel fango, ma inutilmente, allora la trascinò giù dall’argine… e l’assassino inferocito, trovò un grosso bastone e lo batte con tutta la forza sul viso della fanciulla fracassandolo orribilmente e causandole la morte. Compiuto il delitto, l’omicida nascose il corpo della martire sotto quel mucchio di frasche.

La fortezza della fanciulla aveva vinto. La perizia necoscropica ha accertato che Marisa ha salvato la sua purezza.È morta come una Santa“, dicono gli abitanti della campagna ferrarese . E una scritta a lettere d’oro, sulla porta della Cappella dell’ospedale di Ferrara, dove era esposto il corpo della fanciulla in attesa del rito funebre, diceva: “S. Maria Goretti, protettrice dell’innocenza, accogli Marisa che ha sopportato il tuo stesso martirio”.

Marisa Morini, un’altra Maria Goretti! Un Fiore candido, imporporato di sangue,nel tempo dell’ateismo e della “noia” Ecco le pagine di grandezza, delle umili vite, ed ecco la testimonianza perenne del costume morale cristiano anche nell’epoca dello scetticismo e del nichilismo morale.

Fonti: www.santamariagoretti.it; http://www.santiebeati.it/dettaglio/93603

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Laura Rossi

Laura Rossi

Adolescente ( 1950 – 1962) 28 febbraio

Una bambina di 11 anni che chiede a Dio 1 anno di sofferenze per la Chiesa, per i missionari e per il ritorno dei Cristiani separati dalla Chiesa Cattolica. La sua richiesta verrà esaudita e suo fratello Orazio divenne sacerdote e missionario.

Una bambina dolce e gentile, di singolare coraggio… Vive la fede in semplicità nella sua famiglia. A 11 anni, compie uno speciale patto con Dio. Patto accettato.

Lui, Giuseppe Rossi, giovane mite e sereno, che ha sofferto molto per la guerra e la prigione in Africa, di professione muratore; lei, Luigina Manzoni, tutta buon senso, fiducia in Dio e carità. Si sono sposati e hanno dato vita alla loro famiglia a Pedrengo (Bergamo) in un ambiente semplice e ricco di fede. Il 1° marzo 1950, nasce una bambina minuta, che al bat­tesimo chiamano Laura.

Per molto tempo la piccola ha bisogno di cure, poi trova le sue energie per partire per la vita, ma rimane sempre delicata di salute. A tre anni, comincia a fre­quentare la scuola materna del paese, tenuta dalle Suore dell’Istituto Palazzolo. Suor Miralisa che sarà poi la sua confidente, la ricorda così: “Anche se qual­che bambino le faceva un dispetto, Laura cedeva subi­to; gli andava vicino, gli parlava, anche se era stata offesa: convinta, non perché avesse paura“. Dai genito­ri, dalle suore, dal parroco, don Casari, riceve una buona educazione cristiana.

Alla scuola elementare, tutti i bambini e le bam­bine diventano suoi amici. Laura si trova bene con lo­ro e con la maestra e impara in fretta, dimostrando presto una sua maturità ben oltre gli anni verdi e te­neri che ha… A otto anni, la prima Comunione: una grande festa “perché oggi è venuto da me Gesù in persona“. Intanto in casa, sono nati Maria-Rosa, Ester e infine anche un fratellino, Orazio, che ella sembra voler prendere sotto la sua protezione.

A Pedrengo è assai viva l’Azione Cattolica con le diverse sezioni per età e categorie. Laura vi entra co­me “beniamina” – come si dice – tra le più piccole, continua come “aspirante” frequentando assiduamen­te gli incontri formativi, in cui impara a conoscere Gesù, Uomo-Dio, il Salvatore, l’Amico, Colui che rende bella, grande e santa la vita, e ci porta in Paradiso. Sa dove e come incontrarlo – nei Sacramenti e nella preghiera – e prende a confessarsi molto spes­so e a andare alla Messa ogni mattina, insieme al nu­meroso gruppo di persone che ci vanno quotidiana­mente. Cerca di non mancare mai, anche se deve al­zarsi prestissimo, poi va a scuola, lieta con il sorriso in volto, anche quando la salute non risponde troppo. Si affida alla Madonna, con le sue gioie e con le sue difficoltà. Si ricorda sempre di pregare per il Papa Pio XII, poi Giovanni XXIII, bergamasco come lei.

La mamma, quando ha bisogno di aiuto, si rivol­ge a Maria-Rosa, che è più robusta, ma Laura vuole fare la sua parte a tutti i costi, collaborando con i ge­nitori, in casa, nell’orto, a far la spesa, a curare galli­ne e conigli… Molto diligente a scuola, al pomeriggio, appena può, ritorna all’asilo dalle suore, per imparare a cucire, a ricamare, attirata soprattutto da suor Miralisa, che intesse tra lei e Gesù un singolare rap­porto d’amore.

Lì, inoltre c’è la possibilità di giocare, di chiac­chierare con le amiche, di apprendere un mondo di co­se interessanti e utili per la vita. Le suore tengono le loro alunne attente alla vita della Chiesa e del mondo e le invitano a pregare per molte intenzioni. Laura sgrana ogni giorno alcune decine del Rosario alla Madonna.

Vuol bene a tutte ed è riamata. Il colloquio fre­quente con il parroco in confessione o fuori, la Comunione che diventa quotidiana, la rendono davve­ro “un tesoro” di bambina. Nel 1961 finisce le ele­mentari. Sottovoce, più volte, ha confidato a suor Miralisa: “Io… mi farò suora… Sarò missionaria“. Per il momento, viene iscritta all’Avviamento profes­sionale di Bergamo. Poi, si vedrà.

Il 2 giugno 1961, mentre aiuta i suoi a caricare della legna, sente un forte dolore alla spalla. La mam­ma la mette a letto, affinché riposi tranquilla. Appena è sola nella stanzetta, Laura si alza, si inginocchia sul pavimento e dice al Signore Gesù, come se fosse la cosa più naturale del mondo: “Fammi ammalare per un anno, poi, se vuoi, fammi guarire o morire, sia fatta la tua volontà. Offro le sofferenza di questo anno per la Chiesa, per il ri­torno dei cristiani separati alla Chiesa Cattolica, per i missionari “.

Si rimette a letto e, fino ad addormentarsi, prega, prega… Ha soltanto undici anni, ma già sa che la Chiesa vive un momento particolare, che può essere carico di speranze, ma denso di difficoltà. Dei mis­sionari, Laura è affascinata perché ha uno zio missio­nario. Le sembra quindi naturale la sua “offerta”, che nessuno, per il momento, viene a sapere: solo Gesù deve saperlo.

Le prime cure le danno qualche sollievo, ma “il male” resta. In ottobre inizia a frequentare la nuova scuola e le sue amiche, vedendo che fatica a portare la cartella, si offrono per aiutarla. È evidente che soffre, anche se vuole nasconderlo più che può.

Ricoverata in clinica a Bergamo, la diagnosi è “fibroma ascellare” per cui occorrerà un intervento. Laura scrive allo zio missionario: “Sopporterò volen­tieri l’operazione secondo le tue intenzioni e per i tan­ti sacrifici dei missionari, per quelli che sono separa­ti dalla Chiesa Cattolica, affinché possano un giorno ritornare ad essa“.

Fatto l’intervento, tutto sembra risolto, ma il 6 di­cembre 1961, dev’essere di nuovo ricoverata al “Bolognini” di Seriate: è tumore maligno che ormai si espande verso il braccio e al torace e non si può più operare tanto è diffuso. Accetta, serena, di restare, per 40 giorni in ospedale. Non vuole calmanti, nonostan­te i dolori atroci. Non si ribella, non piange. Se ha vo­glia di gridare, morde nel lenzuolo e raddoppia le pre­ghiere. Non vuole essere coccolata né ammirata.

Come Gesù in croce, soffre e basta. Il primario è meravigliato di questa bambina che gli appare straordi­naria. Ella offre le sue sofferenze a Dio e prega, fedele al patto stretto con Gesù, il 2 giugno precedente. Però ogni giorno, vuole la Comunione. “Mangia, Laura” – le raccomanda la mamma. Risponde: “Prima voglio rice­vere Gesù. Quando faccio la Comunione, Lui mi dà tan­ta forza e io mi sento sazia per tutta la giornata“.

Un giorno, la suora infermiera le dice: “Qui in ospedale c’è un uomo ormai morente che non vuole ricevere i Sacramenti, è lontano da Dio. Offri tu per lui“. Durante la notte i dolori di Laura sono laceranti, ma all’indomani, quello si confessa, riceve la Comunione, muore in pace con Dio. Gli altri infermi spesso si radunano attorno al letto di Laura a trovare consolazione, a pregare con lei.

Il 16 gennaio 1962, Laura torna a casa: non c’è più nulla da fare. Il suo letto diventa un altare. Vengono in molti a chiederle di pregare. Il vice-par­roco don Locatelli, le affida i giovani che sta per ra­dunare in “ritiro”. Quando torna a dirle “com’è anda­ta”, dichiara: “Laura, da anni, quelli non venivano più a Messa, adesso sono venuti in tantissimi, si sono con­fessati, hanno ricevuto Gesù… Grazie, Laura!“.

A suor Miralisa, ella confida: “Lascio andare a letto i miei genitori, poi mi alzo e mi inginocchio ac­canto al mio lettino, anche quando ho tanto male, e prego…“. “Per chi?“. “Per tutti“. Sovente, incredibile a dirsi, ma vero, parte delle sue notti le passa così. Quando la medesima suora vorrebbe farle le iniezioni di calmante, Laura rifiuta: “Non devo portare solo la mia anima in Paradiso, devo portarne tante di più“. A chi le manifesta le proprie necessità, Laura risponde che intercederà presso Dio: le grazie avvengono anche nei casi più disperati.

Scrive al Papa Giovanni XXIII per raccontargli la sua offerta per la Chiesa… Il Papa le risponde: “Ho co­nosciuto la tua pietà e bontà. Prego per te. Ti benedi­co con i tuoi cari“. Verso la fine di febbraio 1962, Laura apre il cuore a suor Miralisa: “Quando ho sen­tito per la prima volta il dolore al braccio, ho offerto la mia vita per la Chiesa… È un segreto, il mio segre­to. Non lo dica alla mamma“. Ma all’indomani, alla mamma che le è vicino, ella stessa rivela il segreto.

La mamma le dice: “Abbiamo fatto tutto per te… Ora andrai a trovare i nonni, lo zio, in Paradiso“. Senza affannarsi, Laura risponde: “Allora, se devo morire, lasciatemi sola con Dio, perchè devo racco­mandargli la mia anima“. Serena e forte, riceve l’Unzione degli infermi e lo comunica al papà con gioia: “Ora sto bene, sono così forte che posso anda­re anche a comprarti le sigarette  “.

Si fa dare il suo Crocifisso, lo stringe tra le mani, si copre il volto con il lenzuolo e fa la sua ultima of­ferta. Alla suora sua confidente, raccomanda: “Dica ai miei genitori di non piangere per me. Vado in Paradiso“. Ai suoi cari: “Pregherà molto per voi, so­prattutto per Orazio“. “Voglio essere vestita con l’a­bito bianco della mia prima Comunione. Grazie, mamma, perché me lo hai già fatto allungare “.

È il 28 febbraio 1962: al mattino sta assai male, ma rassicura tutti: “Non muoio adesso. Sarà per sta­sera alle sette. Portatemi nel letto grande della mam­ma“. Non vuole che nessuno le parli, che tutti i pre­senti veglino e preghino con lei: è Gesù che viene a prendere la sua piccola amica. Quando dal campanile suonano le sette, mentre il cielo si gremisce di stelle e attorno c’è una grande pace, Laura alza il capo, si fa sorridente, fissa un punto preciso davanti a sé ed esclama:Che bella strada luminosa!“. E ancora: “Che bello, che bello! “.

Che cosa vedi Laura?“- le domanda suor Miralisa. Il suo volto si distende nella pace: vede Dio, la Luce, la Bellezza eterna, venirle incontro, il suo Paradiso per sempre.

Dodici anni appena, offerti in olocausto per la Chiesa, per i missionari. Il fratello minore, Orazio, a suo tempo, diventerà prete e missionario. Altri giova­ni e ragazze di Pedrengo si consacreranno a Dio… Se nella Chiesa, domani sboccerà una nuova primavera, più che degli intelligenti e dei loquaci, sarà il frutto di piccole sante creature così, simili al Crocifisso, dal Quale soltanto discende la redenzione del mondo.

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/93912

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IL PARADISO PER DAVVERO

 

Gilles Bouhours

Gilles Bouhours

Fanciullo, veggente (1944 – 1960) 26 febbraio

Gilles Bouhours non aveva ancora tre anni quando la Madonna gli apparve per la prima volta. Da questo incontro nacque tra Lei e lui un legame indissolubile di amore materno e filiale che durò per gli undici anni che seguirono.

Gilles è nato il 27 novembre 1944, festa della Medaglia Miracolosa in una famiglia del dipartimento di Mayenne. Cinque bambini sono nati dall’unione di Bouhours Gabriel, nato nel 1913, idraulico ferramenta, e Madeleine, nata nel 1911 a Cornilleau: Teresa (1937), Jean-Claude (1939), Gilles (1944), Marc (1947) e Michel (1951).

I genitori saranno costretti a spostarsi più volte a Bergerac (Dordogne, dove nacque Gilles) ad Arcachon, di Bouilhe-Preuil (Alti Pirenei) a Moissac (Tarn-et-Garonne) nel momento in cui alla madre di Gilles viene diagnosticata la poliomielite, in quanto le consigliano diversi trattamenti tra i quali bagni di sabbia calda. Dal 1953, la famiglia vive in Seilhan (Haute-Garonne), nella casa chiamata la “castagna”.

All’età di nove mesi, gli viene diagnosticata la meningite. I medici sono categorici: solo la preghiera può salvare il bambino.

Santa Teresa di Lisieux

Santa Teresa di Lisieux

Una suora dell’ordine delle Piccole sorelle dei poveri, grande amica di famiglia, chiede ai suoi genitori di mettere sotto il cuscino di Gilles due immagini, una di Santa Teresa del Bambino Gesù, accompagnato da una piccola reliquia (un pezzo di stoffa bianco) e padre Daniel Brottier (1876-1936), dei Santi Padri dello Spirito, un ex missionario in Africa e direttore degli orfani Apprendisti di Auteuil a Parigi.

Per tre notti non si ebbe alcun miglioramento e la quarta i genitori stavano sonnecchiando quando il respiro di Gilles sembrò normalizzarsi. La febbre era diminuita senza alcuna spiegazione e persino il pallore era svanito lasciando spazio ad sano rossore sulle guance.

Un particolare però attira l’attenzione dei genitori: mentre l’immagine del missionario era rimasta intatta, quella di Santa Teresina si era sgretolata, mentre la reliquia risultava ora libera dal suo involucro rosso che era letteralmente scomparso. Come ringraziamento decidono di andare in pellegrinaggio a Lisieux.”

Il 30 settembre 1947 la famiglia si trova a Bouhours Arcachon. Gilles ha due anni e dieci mesi, ed è un bambino apparentemente come tutti gli altri, eppure per la prima volta ebbe l’apparizione della Vergine Maria, nella quale gli chiede di andare ad Espis dove altri l’avevano vista. Il padre fa ricerche e trova questa località nei pressi di Moissac e decide di portarvi subito Gilles.

In effetti il 22 agosto 1946, Claudine e Nadine Combalbert mentre accudivano le oche nel bosco vicino ad Espis, avevano visto comparire all’improvviso una “signora vestita di nero” con un “abito con le margherite”. Il giorno successivo, anche un’altro bambino dice di averla vista. Mentre dal 31 agosto, un uomo sulla quarantina sosterrà anch’egli di avere visioni della Vergine: “Io sono l’Immacolata Concezione.

Iniziano i pellegrinaggi anche se il vescovo locale non crede alle apparizioni definendole illusioni. Il 4 maggio 1947, il prelato pubblica un ufficiale giudizio negativo, ed emette un provvedimento di sospensione a divinis per qualsiasi prete si rechi a Espis. Con il cambio del vescovo viene istituita una commissione d’inchiesta il 1 ° febbraio 1950 nella quale si definiscono le presunte apparizioni come allucinazioni.

Gabriel Bouhours, una volta raggiunto Espis, cominciò a fare domande per capire se le parole di suo figlio erano esatte e ne ebbe conferma la sera del 30 settembre 1947, quando tutti i bambini Gilles compreso, videro la Santa Vergine nelle sembianze della Madonna di Lourdes nel giardino di casa. “La Beata Vergine è in acqua. Taglia l’acqua con un bastone. Vedo due bastoni in aria.

Egli descrive Maria con un “tetto” a significare che Lei indossa un velo sul capo. Alla domanda sul significato dei “bastoni”: “Questo è il bastone”, ha ribattuto con il suo vocabolario di bambino, cercando di spiegare che in realtà si trattava di una croce! Poi si passa a descrivere un terribile “fumo giallo” che alzandosi nel cielo fa piangere la Vergine. E nella sua estrema semplicità Le offre il suo fazzolettino.

La freschezza e la semplicità dei dialoghi sono toccanti per tutti coloro che assistono alle apparizioni. In una di queste la Santa Vergine promette una fonte e chiede di pregare una decina del rosario per il Sacro Cuore.

In dicembre, vede una “grande croce” nel cielo e due giorni più tardi anche Santa Teresa di Lisieux gli appare mentre getta i suoi fiori. Seguirà un pellegrinaggio da parte di tutta la famiglia Bouhours a Lourdes. Il piccolo Gilles afferma che la sua Madonna è più bella di come appare nelle rappresentazioni a Lourdes e quando la Vergine gli appare versa lacrime di sangue e due giorni dopo lo bacia.  

Visto il parere contrario delle autorità su Espis la famiglia decide di rimanerne lontana, ma le apparizioni continuano anche nella loro casa, nella sua stanza e nel giardino. Egli descriverà una pioggia di croci.

Il 24 giugno 1949 , riferisce ai suoi genitori con singolare semplicità: “La Santa Vergine verrà a vedermi in giardino dopo la Domenica. Non oggi, non ha tempo!”  – Che cosa deve fare? –  Non la minestra, naturalmente! Lei mette fiori nel cielo. “

Con altrettanta semplicità il 13 ottobre, “rivela” la “lotta” condotta da Michele per il bene delle anime, descrivendo il male come una specie di lucertolone e l’acangelo come un uomo con le ali.

Il 13 dicembre, Maria affida un “segreto” a Gilles per il Papa.  Il 12 giugno fa la sua prima comunione in un clima di semplicità e di interiorità spirituale. Durante l’estate, Gilles continua a mietere apparizioni e locuzioni il 13 di ogni mese, con altri due visioni il 15 agosto.

Il 13 novembre 1949, la Vergine, dopo aver chiesto di pregare per tutti i malati, invita, “il piccolo Gilles”, a recarsi a Roma per vedere il Papa. A dicembre va da lui, ma non essendo solo non può fare come gli ha chiesto la Madonna. Le autorità però non sono a favore di queste apparizioni e gli viene negata l’udienza. La Madonna insiste e miracolosamente si aprono le porte del Vaticano per il piccolo messaggero.

Il 1° maggio 1950 il piccolo Gilles Bouhours affidò a Papa Pio XII il messaggio che la Vergine Maria gli aveva affidato: “La Sainte Vierge n’est pas morte, Elle est montée au Ciel en corps et en âme“. Sei mesi dopo il Pontefice proclamò infallibilmente il dogma dell’Assunzione al Cielo in anima e corpo della Beata Vergine Maria.

Dopo essere rimasto solo con il papa e liberato dal suo vincolo potè riferire a tutti il suo segreto.” La Santa Vergine non è morta; lei è salita al cielo con il suo corpo e la sua anima.

A quanto pare Pio XII, avrebbe chiesto a Dio durante l’Anno Santo del 1950 un “segno” che potesse illuminarlo sul dogma dell’Assunzione della Vergine. Non solo al papa ma a tutto il suo immediato entourage, fu chiaro che quello era il segno atteso, la rivelazione di un bambino.

Dal 1950 al 1958, Gilles continuerà a vedere la Madonna a intervalli regolari. Il 13 maggio 1950, disse: “il 13 giugno, devo avere un abito bianco. Camminerò a piedi nudi, come il bambino Gesù per la conversione dei peccatori. “Le immagini fotografiche hanno immortalato il momento.

Il 15 agosto 1958, la Vergine apparve per l’ultima volta. Il piccolo Gilles ritornò alla casa del Padre il 26 febbraio 1960.

Da allora, le testimonianze di grazie si sono moltiplicate. Tantissimi i casi di conversione.

Estratti da “Magazine cristiana”

Fonte: http://trinite.1.free.fr/enseignements/petit_gilles.htm

 

Maria Gabriella Taurel

Maria Gabriella Taurel

Fanciulla (1905- 1912) 25 febbraio 

Voglio andare a vedere Gesù“, aveva detto un giorno Maria Gabriella. Aveva desiderato tanto riceverlo nel suo piccolo cuore, ma non gli era stato possibile. A sei anni, cinque mesi e sei giorni, dopo aver ripetuto il suo deside­rio, andava a vederlo e a goderlo, per sempre, in Cielo.

Era nata a Tolone il 19 settembre 1905 e poiché si fe­steggiava l’anniversario dell’apparizione di Nostra Signo­ra a La Salette, Maria Gabriella o “Rirì“, come la chiama­vano in famiglia, si considererà come la “figliuola della Santa Vergine“.

In casa aveva trovato un fratello, Giuseppe, che contava nove anni più di lei. Dopo Giuseppe i genitori non aveva­no potuto avere altri figli a cui donare il loro amore e al­lora avevano deciso di adottare una bambina. Ma questo Maria Gabriella non lo saprà mai. I due fratelli si amaro­no tanto e giocavano tanto volentieri insieme.

In casa, Maria Gabriella era coccolata da tutti: dal bab­bo che, essendo ufficiale di marina, passava lunghi pe­riodi in mare, lontano da casa e perciò vedeva raramente la sua bambina, dalla mamma che le insegnava ad unire le manine e a mandare i bacetti a Gesù e a Maria, dalle zie Luisa e Manetta che abitavano nella stessa casa e da Giuseppe che era impaziente di vederla crescere per cor­rere con lei in giardino e sulla riva del mare.

Era bionda e paffuta, con gli occhi color castano scuro. I suoi capelli color oro erano straordinariamente abbon­danti. Sembrava che le pesassero perchè Gabriella chi­nava la testina verso una parte. Era tanto bella in quella sua semplice mossa di timidezza!

Tutte le mattine, da quando seppe balbettare le prime parole, si inginocchiava a terra e, in compagnia della mamma, diceva le sue preghiere e invocava la Madonna per il papà lontano: “Stella del mare, proteggi papà!“.

La tormentavano mille perché e faceva continuamente domande alla mamma, ai parenti e ai conoscenti:

Perché i bimbi si bagnano quando piove? Che cos’è l’acqua? Perché Gesù non si fa vedere? Perché si na­sconde? Mamma, – domandò un giorno – ci saranno i confetti in Paradiso? Sicuro! Ce ne saranno tanti! Allora li mangerò anch’io e non mi faranno male, ve­ro? Gabriella soffriva quasi sempre di una noiosa enterite, perciò non poteva mangiare roba dolce. Era un vero sa­crificio per lei, ma si consolava pensando che in Paradiso si sarebbe rifatta di ogni privazione.

Amava ed era riamata. Spesso interrompeva il gioco e mettendo la sua testina sul grembo della mamma, le gri­dava affettuosamente: – Mamma, ti voglio tanto bene! Quando il babbo tornava, Maria Gabriella gli andava incontro festante, gli si arrampicava sulle ginocchia e le sussurrava mille tenere ed affettuose parole. – Sai papà, Rirì ha imparato bene il catechismo, ha ob­bedito alla mamma, non ha mangiato cioccolatini… Poi, abbassando la voce fissandolo con gli occhi lucidi: – Che cosa mi hai portato, papà? […]

Come tutti i bambini Maria Gabriella aspetta il Natale più che ogni altra festa, perché Gesù Bambino è il suo amico più caro. Per lui prepara dei piccoli fioretti, per lui impara la poesia che reciterà davanti al presepio e da lui si aspetta qualche dono. – Ma che Gesù Bambino! – le dice un Natale un’altra bambina – Non è lui che porta i doni! […] La mamma l’accoglie teneramente e la consola: – Dì a quella bambina che i doni di Natale sono i doni di Gesù Bambino, perché è lui che dà ai parenti il modo di procurare le tante cose belle e ghiotte che trovate nelle scarpine. Maria Gabriella è consolata e ringrazia ancora il piccolo Gesù che le ha inviato tanti doni.

Le piace tanto giocare, ma. trova un vero diletto nel di­vertirsi con le sue bambole. Ne ha quattro, una delle quali si chiama Natalina, perché l’ha ricevuta a Natale. Le altre si chiamano: Maria, Alice e Rosita. […]

Insieme con i genitori e la madrina, nel dicembre del 1910, Maria Gabriella si recò ad Aiaccio, in Corsica, mentre Giuseppe restava a casa per proseguire gli studi presso i padri Maristi. Il viaggio in mare fu terribile, perché le onde tempestose, per un certo tratto di mare, sembravano dovessero travolgere la nave, ma poi era tor­nata la calma e si era potuto approdare nell’isola. Appe­na sbarcata ad Aiaccio, Maria Gabriella, che era rimasta fino ad allora in silenzio, confidò alla mamma di aver fat­to una promessa: Sai, mamma, – le disse – ho avuto tanta paura, ma ho pregato e promesso alla Madonna la mia bambola Alice se fossimo arrivati salvi in porto. E la promessa fu man­tenuta.

[…] Nella villa dei signori Taurel ad Aiaccio c’era una cap­pella dedicata a Nostra Signora di Loreto. Così, insieme alla mamma e alla madrina, Maria Gabriella assisteva tutti i giorni alla santa Messa. Alla domenica sì ritrovavano per la Messa gli abitanti dei dintorni, perciò il sabato era la giornata in cui la cap­pella veniva pulita. Maria Gabriella, anche se era piccola, riservava per sé parte del lavoro: prendeva la scopa e non la lasciava fin­ché non vedeva tutto il pavimento ben pulito.  Il sabato è la domenica della Santa Vergine — diceva con gli occhi che brillavano di gioia.

Amava tanto la Santa Vergine, la chiamava “la buona Madre” e la invocava in ogni occasione. Quante volte le offriva le sue preghiere, i suoi fioretti e le confidava le sue pene quando vedeva il mare in burrasca! Il babbo era in mare e Rirì lo diceva alla Madonna. Era sicura che “la buona Madre” l’avrebbe esaudita.

Anche nel gioco Maria Gabriella onorava la Santa Ver­gine. Prendeva una statuina che la raffigurava, la collo­cava in una nicchia sul terrazzo di casa e poi pregava e cantava inni e lodi, ordinando alle sue bambole di fare altrettanto.

Qualche volta, invece delle bambole invitava le amichet­te e, ad un certo punto, intonava il Rosario. Alcune avrebbero preferito continuare a giocare, ma Maria Ga­briella sapeva convincerle così bene che cedevano tutte, perché sapevano che se ne sarebbero ritornate a casa più buone. […]

Quando il sacerdote darà Gesù anche a me? Quando sarai pronta. Bisogna sapere bene il catechi­smo. Maria Gabriella si mise subito a studiare il catechismo con tutto l’ardore di cui era capace. Le piaceva tanto sen­tir parlare di Gesù. Ciò che proprio non poteva capire era perché gli uomini cattivi avessero fatto soffrire tanto Ge­sù. […]

Che cos’è Dio? – le domandò un giorno la mamma. – Dio, – rispose sicura la bambina – è un purissimo spi­rito che non ha né forma né colore, infinitamente perfet­to, creatore del cielo e della terra, padrone assoluto di tutte le cose. La risposta è esatta, ma Maria Gabriella, dopo alcuni momenti di riflessione, domandò: – Ma come si può essere, mamma, se non si ha né for­ma né colore? La signora Taurel spiegò: – Ci sono tante cose che non si sapranno mai qui sulla terra. Crediamo nell’insegnamento del catechismo e un giorno, in Cielo, saremo illuminati. – Ebbene, sì, voglio fare come te, mamma, Voglio crede­re, senza ben capire, certe cose che si chiamano “miste­ro”.

[…] L’unica ghiottoneria che le era permessa era qualche zolletta di zucchero nel caffèlatte, ma durante la Quare­sima del 1911 volle privarsene per fare penitenza. […]

Nel dicembre del 1911, la famiglia Taurel lasciava Aiaccio e tornava a Tolone. A Tolone era scoppiata un’epidemia di ipertosse e Maria Gabriella ne fu subito colpita. Il medico le ordinò di cambiare aria, ma la piccola insisteva che prima di partire le si desse Gesù. Perciò si decise di farle fare la prima Co­munione. Superato l’esame di catechismo, si fissò la data della cerimonia per il 2 di febbraio, festa della Purificazione di Maria Santissima. Maria Gabriella contava i giorni nell’attesa del “gran giorno”.

Ma intanto l’ipertosse non le dava tregua. In più il 2 febbraio 1912 fu una pessima giornata: freddo, pioggia, vento… La signora Taurel temette per la piccola e non la sve­gliò. […] – Non è nulla, caro angelo! – cercava di consolarla la mammaQuesta brutta tosse passerà. Non piangere co­sì… E per quel giorno fece la sua più ardente Comunione spirituale.

Passarono alcuni giorni e Maria Gabriella fu portata in una località dove avrebbe potuto respirare aria buona. Lì si sperò di poterle far ricevere il sospirato Gesù, ma, quando sembrava che stesse meglio, sopravvenne una complicazione: la tosse era accompagnata dal vomito che la faceva tanto soffrire.

Datemi il buon Gesù!supplicava. Ma come era possibile, in quello stato? Dopo le terribili crisi si addormentava, ma al risveglio si metteva subito a pregare. Chiedi a Gesù di guarirti? – domandò una volta la mamma. – Oh, no, mamma: io gli dono il mio piccolo cuore. Gli voglio tanto bene e desidero vederlo.[…] – Soffro molto, – diceva – ma anche il buon Gesù ha sofferto tanto.

[…] Il 24 febbraio all’ipertosse si aggiunsero altre complica­zioni. Si trattava di polmonite. […] Venne il parroco che gli diede la benedizione. La morte si avvicinava. Poco prima i presenti avevano visto Maria Gabriella attorniata da una insolita luce. No, non era il miracolo della guarigione, come aveva chiesto lungamen­te la mamma nella preghiera. No, Gesù veniva a prender­si la sua piccola innamorata.

Maria Gabriella agitò le sue piccole mani. Era tutta su­data e non tossiva più. Guardava tutto intorno. – Perché piangete? Quando avrò il buon Gesù? Addio, mamma! Addio, madrina!… Ho tanto sonno! Datemi il buon Gesù, perché io lo abbracci! E anche la “buona Madre”, anche…

Abbracciò il Crocifìsso, strinse al petto una statuetta dell’Immacolata di Lourdes e tacque per sempre.

Rirì, – supplicò la mamma – il Signore ti chiama… la Vergine viene a cercarti. La vedi? – Maria Gabriella si voltò, spalancò i suoi occhioni scuri, trasse un profondo sospiro e… si addormentò. Il suo pic­colo cuore aveva cessato di battere. La “figliolina della Santissima Vergine” poteva finalmente godere Gesù in Cielo, dove vanno tutti i bambini buoni.

Era la domenica 25 febbraio 1912, anniversario della dodicesima Apparizione di Nostra Signora di Lourdes.

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/94437

 

Paul Claudel

PAUL CLAUDEL

Scrittore, politico (1868 – 1955) 23 febbraio

Un nome celebre nel mondo, ma con la sete intima di Verità. Comprende che «chi crede è felice di una felicità immensa». Ancora fanciullo, scrive: «Il mondo esiste! Io esisto. Essere: è una cosa bella, è una cosa gioiosa!».

A Villeneuve-sur-Fère-en-Tardenois (Francia), da famiglia religiosamente indifferente, il 6 agosto 1868, nacque Paul Claudel, il quale a contatto con la natura bella e vergine, crebbe sentendosene parte viva tra “creature sorelle” da lui assai amate. Predilige il cielo, la luna, le stelle, il sole, la campagna, i fiori, gli alberi che lo incantano: tutto osserva e di tutto prova stupore e fascino.

Ancora fanciullo, è già poeta e scandisce con ammirazione: «Il mondo esiste! Io esisto. Essere: è una cosa bella, è una cosa gioiosa!». Ma l’ambiente familiare, scolastico, sociale, culturale e politico, intorno agli anni ’80 del XIX secolo in Francia spegne l’anelito prepotente alla scoperta della Realtà e del significato più profondo dell’uomo e del mondo.

Trasferitasi la sua famiglia a Parigi nel 1881, il giovane Paul frequenta con profitto e onore il liceo “Louis-le-Grand”. Ha sete dell’Essere, ma di questo Essere non gli dicono nulla le filosofie e le mode letterarie del suo tempo: positivismo, naturalismo, parnassianesimo. Solo il simbolismo lo persuade per un certo tempo, appunto perché al di là delle cose che appaiono, vede una realtà interiore profonda, immersa nel Mistero. Ma neppure il simbolismo gli dà alcuna certezza, mentre lui ha fame e sete di Verità assoluta.

Al liceo, si distingue talmente per intelligenza e successo che si merita le onorificenze più alte, quelle che si danno solo agli studenti migliori. A lui, Paul, un giorno gliela consegna lo spretato e tristemente famoso autore di una Vita di Gesù, Ernest Rénan, negatore e bestemmiatore di Cristo. Ma giunge il Natale 1886, con l’esperienza sconvolgente della grazia che rinnova e santifica.

Paul ha 18 anni e in quella sera di Natale entra a Notre-Dame per puro dilettantismo letterario. È un esteta, non un asceta, tanto meno un estatico. Nella Cattedrale di Parigi, i pueri cantores si apprestano a cantare il Magnificat dei Vespri. Sull’altare parato a festa e inondato di luci c’è il Bambino Gesù, Luce del mondo, giovinezza eterna di Dio, venuto a ringiovanire il mondo decrepito per il peccato. Luce e vita, dono di giovinezza e di gioia si riversano dal Bambino Gesù sulla folla che prega, come nessun altro uomo saprebbe donare.

«Chi crede – pensa Claudel – è felice di una felicità immensa. È lo specchio della felicità stessa di Dio. Gli altri, compresi i simbolisti, non sono felici. Dunque la fede rende giovani e felici, questo è segno che è vera». «Allora – continua lo Scrittore – accadde in me l’avvenimento straordinario e misterioso, che avrebbe dominato tutta la mia vita. A un tratto, mi sentii toccare il cuore e io credetti. Credetti con tal forza di adesione, con tale sollevamento di tutto il mio essere, con una così profonda convinzione, con una certezza così esente da ogni dubbio possibile, che in seguito tutti i libri, tutti i ragionamenti, tutte le peripezie di una vita agitatissima, non scossero né intaccarono mai la mia fede».

Al colmo della gioia, scrive ancora di sé: «Fu una rivelazione improvvisa e ineffabile; fu la rivelazione netta e tagliente dell’innocenza purissima e dell’eterna infanzia di Dio. Felici quelli che credono! Se fosse vero! Sì, è vero, Dio esiste, è là, è Qualcuno, un Essere personale come me! Egli mi ama e mi chiama per nome».

Lacrime e singhiozzi accolgono questa folgorante rivelazione. I piccoli cantori continuano a cantare a Notre-Dame. Ora sono arrivati all’“Adeste fideles… venite, venite a Betlemme”. Con gli altri che già credono da sempre, il giovane Claudel si alza dalla sua incredulità e va con lo spirito dal piccolo Gesù, «il Figlio di Dio venuto sulla terra a ringiovanire il mondo».

Quattro anni dopo, nel 1890, dopo aver infranto la corazza dell’incredulità che le stolte filosofie del secolo gli avevano messo addosso, egli entra ufficialmente nella Chiesa Cattolica. […]

Della sua conversione, egli scriverà cinque relazioni. Nell’ultima (1940) confesserà: «Conoscevo la storia di Gesù solo per mezzo di Rénan, fidandomi di questo impostore, mentre ignoravo persino che Lui si era detto Figlio di Dio. Ma ogni riga del Vangelo smentiva con maestosa semplicità le impudenti affermazioni di Rénan, l’apostata, e mi spalancava gli occhi. È vero, – lo confesso con il centurione – sì, Gesù è il Figlio di Dio. Era a me, Paul, che Gesù si rivolgeva e mi prometteva il suo amore. Ma nello stesso tempo, se non lo seguivo, mi lasciava la dannazione eterna come unica alternativa. Non avevo bisogno che mi spiegasse che cosa è l’inferno: l’inferno è dovunque non c’è Gesù Cristo! Che cosa poteva ancora importarmi del mondo, davanti a Gesù, quest’Uomo nuovo e prodigioso che mi era svelato?».[…]

Finalmente nel dicembre 1890, Paul Claudel si confessa da un giovane sacerdote, don Ménard, e ritrova la pace nella Verità del Cattolicesimo. Il 25 dicembre 1890, Solennità di Natale, riceve la sua seconda prima Comunione a Notre-Dame, là dove Gesù Bambino gli era venuto incontro la prima volta: «Il Dio Bambino che ci rende giovani».

Intanto ha frequentato la Facoltà di Diritto e la scuola superiore di Scienze politiche coronando gli studi con prestigiose lauree. Nel 1892 vince il concorso presso il Ministero degli Esteri e inizia la sua brillante carriera diplomatica. D’ora in poi, sarà console e ambasciatore di Francia per più di 40 anni all’estero, in Cina, in Giappone, negli Stati Uniti, in Germania, in Ungheria, in Italia, in Brasile, in Danimarca e in Belgio.

Nel medesimo tempo, produce un’opera letteraria estremamente viva e ricca. In essa, la parte principale è rappresentata da composizioni teatrali, ma non manca la poesia. Dal 1890, quando pubblicò la sua prima opera Testa d’Oro, al 1849, quando elaborò l’edizione definitiva di L’annuncio a Maria, più di trenta opere sono uscite dalla sua mente fervida e feconda.

Nel 1835 si ritira a vita privata. Nel 1846 è chiamato a far parte dell’Academie française.

Il 1° maggio 1936, Paul Claudel, ormai settantenne, noto in Francia e nel mondo intero. […] «… finché l’uomo non comprende di essere chiamato a questa comunione con Dio in Cristo – o lo rifiuta – sarà sempre inquieto e tragicamente deluso. …» […]. Che vale il mondo rispetto alla vita? E che vale la vita se non per essere donata? E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire?».

Con questo spirito, Paul Claudel, novantenne, ma rifatto nuovo come un bambino dal nostro amabilissimo Gesù che rende sempre giovani, andò incontro a Dio, a Parigi, il 23 febbraio 1955. Se nel XX secolo, uno scrittore, un convertito aveva avuto così grande influenza sulle anime, questi era stato proprio lui, che in una sua nota aveva confidato, avviandosi al tramonto su questa terra: «Jésus, par moi aussi, il a semé, / Jésus a fait naître des épis dorées: / maintenant Jésus vient à moissonner le blé». Gesù, anche per mezzo mio, ha seminato: Gesù ha fatto nascere delle spighe dorate: ora Gesù viene a mietere il grano.

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/96352

 

I mercoledì dedicati a San Giuseppe

I mercoledì dedicati a San Giuseppe

In attesa della festa del Santo Giuseppe, colui che consolò il piccolo Gesù Bambino fin dalle sue prime lacrime, si raccomandano le seguenti pratiche ogni mercoledì: S. Messa con Comunione, preghiere in onore del Santo e preghiere per i morenti.

PIE SUPPLICHE

Iniziamo recitando le Pie Suppliche in ricordo della vita nascosta di San Giuseppe con Gesù e Maria

San Giuseppe, prega Gesù che venga nell’anima mia e la santifichi.

San Giuseppe, prega Gesù che venga nel mio cuore e lo infiammi di carità.

San Giuseppe, prega Gesù che venga nella mia intelligenza e la illumini.

San Giuseppe, prega Gesù che venga nella mia volontà e la fortifichi.

San Giuseppe, prega Gesù che venga nei miei pensieri e li purifichi.

San Giuseppe, prega Gesù che venga nei miei affetti e li regoli.

San Giuseppe, prega Gesù che venga nei miei desideri e li diriga.

San Giuseppe, prega Gesù che venga nelle mie operazioni e le benedica.

 

San Giuseppe, ottienimi da Gesù il Suo santo amore.

San Giuseppe, ottienimi da Gesù l’imitazione delle Sue virtù.

San Giuseppe, ottienimi da Gesù la vera umiltà di spirito.

San Giuseppe, ottienimi da Gesù la mitezza di cuore.

San Giuseppe, ottienimi da Gesù la pace dell’anima.

San Giuseppe, ottienimi da Gesù il santo timore di Dio.

San Giuseppe, ottienimi da Gesù il desiderio della perfezione.

San Giuseppe, ottienimi da Gesù la dolcezza di carattere.

San Giuseppe, ottienimi da Gesù un cuore puro e caritatevole.

San Giuseppe, ottienimi da Gesù la grazia di sopportare con pazienza le sofferenze della vita.

San Giuseppe, ottienimi da Gesù la sapienza delle verità eterne.

San Giuseppe, ottienimi da Gesù la perseveranza nell’operare il bene.

San Giuseppe, ottienimi da Gesù la fortezza nel sopportare le croci.

San Giuseppe, ottienimi da Gesù il distacco dai beni di questa terra.

San Giuseppe, ottienimi da Gesù di camminare per la via stretta del cielo.

San Giuseppe, ottienimi da Gesù di essere libero da ogni occasione di peccato.

San Giuseppe, ottienimi da Gesù un santo desiderio del Paradiso.

San Giuseppe, ottienimi da Gesù la perseveranza finale.

 

San Giuseppe, non mi allontanare da te.

San Giuseppe, fa’ che il mio cuore non cessi mai di amarti e la mia lingua di lodarti.

San Giuseppe, per l’amore che portasti a Gesù aiutami ad amarlo.

San Giuseppe, degnati di accogliermi come tuo devoto.

San Giuseppe, io mi dono a te: accettami e soccorrimi.

San Giuseppe, non mi abbandonare nell’ora della morte.

 

Gesù, Giuseppe e Maria vi dono il cuore e l’anima mia.

Gesù, Giuseppe e Maria, assistetemi ora e nell’ultima agonia.

Gesù, Giuseppe e Maria, spiri in pace tra Voi l’anima mia.

Gesù, Giuseppe e Maria, fate che l’ultimo mio cibo sia la santa Eucaristia

3 Padre Nostro

Padre nostro, che sei nei cieli,sia santificato il tuo nome,venga il tuo regno,sia fatta la tua volontà,come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano,e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori,e non ci indurre in tentazione,ma liberaci dal male. Amen.

Ave Maria

Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne E benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.

Gloria al Padre 

Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era nel principio, e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.

Giuseppe carissimo, accetta questa mia supplica e disponi il mio spirito e la mia mente affinché sappiano accogliere con totale disponibilità la grazia che certamente mi giungerà per mano tua. Converti la mia vita, ti prego. 

INVOCAZIONI A SAN GIUSEPPE

Ricordati mio caro protettore San Giuseppe, purissimo sposo di Maria Vergine, che mai si udì che alcuno abbia invocato la tua protezione e chiesto il tuo aiuto, senza essere stato consolato. Con questa fiducia, vengo a te e con insistenza mi raccomando. O San Giuseppe, ascolta la mia preghiera, accoglila pietosamente ed esaudiscila. Amen

Glorioso San Giuseppe, sposo di Maria e padre davidico di Gesù, pensa a me, veglia su di me. Insegnami a lavorare per la mia santificazione ed aiutami a comprendere il tuo esempio di castità. Prendi sotto la tua pietosa cura i bisogni urgenti che oggi affido alle tue sollecitudini paterne.

Allontana gli ostacoli e le difficoltà e fa che il felice esito di quanto ti chiedo sia per la maggior gloria del Signore e per il bene della mia anima.

In segno della mia più viva riconoscenza, ti prometto di far conoscere le tue glorie, mentre con tutto l’affetto benedico il Signore che ti volle tanto potente in cielo e e sulla terra.

3 L’ETERNO RIPOSO

L’Eterno Riposo dona a loro o Signore, risplenda ad essi la luce perpetua riposino in pace. Amen

 

Fonti: Il libro delle novene ed. Ancilla; Pregate, pregate pregate ed. Shalom

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Don Antonio Alessi

Don Antonio Alessi

Salesiano (1915 – 1996) 4 febbraio

Il tipico ragazzino impossibile che una ne pensa e cento ne fa, quello che nemmeno don Bosco sembrava poter domare, decide di farsi sacerdote salesiano per poi scegliere di aiutare i più poveri della terra.

Antonio nacque in una bella casa accogliente a Rosà, un centro agricolo a 6 chilometri da Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza. Era il 23 Marzo 1915 alla soglia della Prima Guerra Mondiale. Quando terminò, Antonio aveva appena tre anni e mezzo. I suoi ricordi su quei tremendi anni erano molto sbiaditi. Ricordava solo che “la polenta era il piatto forte mattino, mezzogiorno e sera. Il pane bianco, cotto una volta al mese nei forni a legna, si conservava gelosamente per i giorni di festa e per le grandi occasioni”.

Appena fu nell’età per andare a scuola, Antonio ricevette da papà la bicicletta, il sogno di tutti i ragazzi di quel tempo. Alla sera (e sarà un’abitudine che don Antonio terrà per tutta la vita) la recita del Rosario.

Finite le elementari invece di studiare preferì unirsi al papà e al fratello maggiore nel girare i mercati dove portavano il loro banco di frutta e verdura. Gli sembrava un’avventura affascinante. Presto se ne disincantò. Finì per cedere alle insistenze della mamma, e con un amico raggiunse il convitto-aspirantato dei Salesiani di Trento. Il primo incontro con Don Bosco non riuscì però a domare il suo carattere avventuroso. Alla fine dell’anno gli fecero capire che era meglio se non fosse tornato.

Ma di tornare sui mercati non aveva più voglia, e i genitori lo iscrissero come esterno al “Collegio Graziani” di Bassano. Arrivava in bici al mattino, ripartiva in bici alla sera. Ebbe per compagno Sebastiano Baggio, che sarebbe diventato Cardinale e gli sarebbe sempre stato amico.

Gli anni passati a Bassano furono tre, molti di più gli insegnanti giunti al limite della sopportazione. Ogni settimana c’era una lunga lista di lamentele da far firmare a papà. E così Antonio decise di impegnarsi seriamente a falsificare la firma del padre. Riuscì così bene che potè anche giustificare diverse “assenze per salute” che passava scorazzando in bici per la campagna. Dopo il terzo anno, il rettore mise al centro della lettera di congedo una parola sottolineata più volte: Basta. Antonio aveva 16 anni, aveva finito la media inferiore e cominciato il ginnasio.

Durante le vacanze ci pensò a lungo, poi a tavola annunciò: “Mi farò prete. Torno dai Salesiani”. Fu come un fulmine a ciel sereno. La sorella Angela (che sarà poi religiosa salesiana, FMA) esplose: “Se diventi prete, mangio un topo. Giuro”. L’unica che non cadde dalle nuvole fu la mamma. Sorrise e mormorò: “Lo sapevo prima ancora che nascesse”. Scrisse a Torino, alla Casa Madre dei Salesiani, e fu accettato nell’aspirantato di Avigliana: 25 chilometri da Torino, sulle rive di un lago alpino, presso il Santuari della Madonna dei Laghi.

Due anni. Scrive: “Mi aiutò molto il clima di serenità e di pietà in cui si viveva. Lontano da mamma Regina mi affidai alla dolce Madre celeste, alla quale lei mi aveva insegnato a ricorrere con grande fiducia”.

Nel 1978 don Alessi aveva ormai 63 anni. Da 35 si dedicava con intensità totale alla catechesi, che per lui era “Vangelo sminuzzato, approfondito, valorizzato”. Ma viaggiando su è giù per l’india, a contatto con i missionari che lavoravano tra le gente più povera e dimenticata del mondo, sentì nascere in se stesso una nuova vocazione.

E’ lui stesso a descrivere questa nascita:

Osservando la miseria, le sofferenze cui sono condannate tante creature, prive spesso del necessario per vivere, ho cominciato a pensare che avrei potuto dedicare l’ultimo scorcio della mia vita a una missione caritativa, anche perché è sull’amore verso i fratelli che saremo giudicati al termine della vita: “Io ho avuto fame, e voi mi avete dato da mangiare…” (Matteo 25,35).

Il Cristo nudo, affamato, crocifisso nella carne, lo avevo incontrato tante volte nei miei viaggi. Il paese dove lo avevo avvicinato in condizioni inimmaginabili, più che in qualsiasi altro luogo del mondo, era l’India, con i suoi milioni di lebbrosi “i maledetti di Brahma per i delitti commessi in esistenze precedenti, che nessuno deve amare e aiutare”, nei milioni di orfani e figli di lebbrosi ridotti sovente a larve umane, con il ventre gonfio o ischeletriti per la fame; nei milioni di “paria”, i fuori casta, che “non sono nulla e non contano nulla”, come afferma la religione indù.

I contatti con Madre Teresa di Calcutta, l’opera di tanti eroici missionari che lavorano silenziosamente e quasi nascostamente al servizio dei più poveri, mi convinsero che dovevo fare qualcosa anch’io… “

 l’ultimo e più grande impegno della mia vita: realizzare dei grandi centri di accoglienza per i lebbrosi, per salvare i loro bambini innocenti, strappandoli alla morte per fame e al pericolo anche più tragico della lebbra”.

Don Alessi incontrò una congregazione religiosa femminile che operava negli “slums”, baraccopoli di miseria e di dolore, a Bombay e in altri stati dell’India. Cominciò ad affidare loro ogni offerta che riceveva per aiutarle nell’assistenza ai lebbrosi, ai poveri, ai bambini che sostentavano nei luoghi dov’erano presenti. Si chiamano “Helpers of Mary”, le “Serve di Maria”. Don Antonio le ribattezzò nel suo fiorito linguaggio “Le suore del sorriso”, perché, malgrado i luoghi degradanti cui sceglievano di vivere, le vedeva sorridere sempre, sorridere a tutti.

Sono le più eroiche suore mai incontrate nei miei viaggi in tanti Paesi – scrisse di loro don Antonio -. Sono state fondate da madre Huberta Rogendorf, una religiosa tedesca giunta in India nel 1932. Raccogliendo ragazze povere, abbandonate, figlie di lebbrosi dagli “slums” di Bombay, nel 1942 aveva dato inizio a una Associazione di volontarie per l’assistenza e la cura dei lebbrosi e degli orfani.

Convinto che si poteva fare qualcosa di concreto per aiutare queste eroine della carità, don Alessi diede inizio a una campagna su vasta scala. Pubblicò libri, volantini, articoli per giornali. Organizzò viaggi in India, per sensibilizzare un numero sempre più grande di persone all’amore verso i più poveri dei poveri.

Nel 1987 fondò l’Associazione “I Fratelli Dimenticati”, che si trasformò in “Fondazione” con approvazione governativa nel 1994.

Nel 1988 don Alessi, che aveva sempre goduto di una salute di ferro, cominciò a soffrire seri disturbi fisici. Fu sottoposto a diversi interventi chirurgici. Poi un vasto aneurisma aortico gli invase la parte sinistra del petto e gli schiacciò le corde vocali tanto da ridurlo quasi in silenzio.

Passò nelle mani di altri Salesiani la Fondazione e continuò a ricevere nel suo studio, e poi nella sua camera, moltissimi visitatori e benefattori. Continuava ad usare il telefono, per tenere faticosamente ma coraggiosamente i contatti. Ascoltava molto, e parlava come poteva con un filo roco di voce.

Concelebrò la S. Messa fino all’ultimo giorno, con un confratello sacerdote che celebrava ogni giorno accanto al suo letto. Le ultime parole che scrisse sono “Signore, tu conosci il giorno e il momento migliore perché venga a te. Signore, fa che sia sempre disponibile a fare la tua volontà. Signore, quello che tu vuoi, dove vuoi, quando vuoi, sicuro che quanto decidi tu è sempre per il mio bene e di tutti coloro che amo”.

L’ultima crisi lo assalì nei primi giorni del febbraio 1996. Portato d’urgenza all’ospedale, al confratello che gli diceva che le speranze si stanno esaurendo, disse con quel suo filo di voce roca ma decisa: “Sono pronto”. Dio gli venne incontro il 4 febbraio.

Lontano lontano, i figli dei lebbrosi giocavano sereni nelle opere create dalla sua Fondazione. Valeva la pena essere vissuti così.

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/95979

 

André Frossard

André Frossard

Laico (1915 – 1995)  2 febbraio

Di famiglia atea il padre era tra i fondatori del Partito Comunista Francese, viene folgorato dalla presenza viva di Cristo Eucaristico.  “[…] Dio: io l’ho veduto. […] La Verità è qualcuno, è Gesù Cristo. […] abbiamo perso la passione di convincere, di testimoniare, di convertire!

Mia nonna era ebrea, mia madre protestante, mio padre non era battezzato. Così narrava di sé André Frossard, nato nel 1915 a Belford, nella Francia Orientale. Suo padre, Ludovico, nel 1920, fu tra i fondatori del Partito Comunista Francese, di cui divenne il primo segretario. Tutta la famiglia, guadagnata al marxismo, era completamente atea. Nella sua educazione, il problema di Dio non venne mai sfiorato.

André studiava arte, perché sapeva dipingere. Poi suo padre lo sistemò presso un giornale: non ingranava. Passò da un giornale all’altro. Finalmente trovò il suo posto al «Temps present». Aveva 20 anni nel 1935 e lavorava – si fa per dire – a Parigi.

È l’8 luglio – racconta – una magnifica estate. Per la sera ho un appuntamento con una tedeschina bionda… Non credo a niente. A ogni modo, se credessi all’esistenza di una verità, i preti sarebbero gli ultimi ai quali andrei a chiederla. Non provo infine alcuna curiosità per le cose di religione che ritengo di un’altra epoca.

Verso sera André, con un amico, si reca in via d’Ulm. L’amico entra in una chiesetta. André, ateo tranquillo, preferisce aspettarlo fuori. Quello non torna più. Sono le 17,10. Spinto dalla curiosità, André entra nella cappella, ma non trova l’amico. Si trova però di fronte a «cose» mai viste: un altare, il Santissimo Sacramento esposto in alto tra fiori e candele accese. Dinanzi all’altare, alcune suore in preghiera. Per caso fissa una candela: la seconda a sinistra della croce.

Dapprima mi vengono suggerite queste parole:Vita spirituale”. Le ho sentite come se fossero state pronunciate accanto a me sottovoce da una Persona che io non vedo ancora. […]Non dico che il Cielo si apre. Non si apre, ma si slancia, s’innalza silenziosa folgorazione, da quella insospettabile cappella nella quale si trovava misteriosamente rinchiuso… Un mondo, un altro mondo d’uno splendore e di una densità che rimandano di molto il nostro mondo fra le ombre fragili dei sogni irrealizzati.

Nella vita di André Frossard, l’ateo ventenne, è capitato il fatto più importante, l’unico che conta: davanti a Gesù Eucaristico, esposto sull’altare, Gesù che è il Dio vivente, ha incontrato Dio, fino all’evidenza.

L’irruzione di Dio, straripante, totale, s’accompagna con una gioia che non è altro che l’esultanza del salvato, la gioia del naufrago raccolto in tempo… Nello stesso tempo, mi viene data una nuova famiglia, la Chiesa Cattolica, con l’incarico per Lei di condurmi dove è necessario che io vada.

André uscì. Vide l’amico che, accortosi di qualcosa di nuovo e di strano, lo fissava curioso e indagatore: – Ma che cosa ti capita? Andrà rispose: – Sono cattolico, apostolico, romano… Dio esiste ed è tutto vero.

Quella sera dell’8 luglio 1935 non andò più all’appuntamento con la biondina tedesca: Dio in persona era entrato nella sua esistenza e lui si sentiva un bambino appena nato e pronto al Battesimo. Si rivolse a un sacerdote cattolico per prepararsi: – Ciò che il prete mi disse del Cattolicesimo, io lo aspettavo e lo accolsi con gioia: l’insegnamento della Chiesa Cattolica è vero fino all’ultima virgola e io ne prendevo atto a ogni linea.

Quando suo padre, primo segretario del Partito Comunista Francese, lo seppe, pensò trattarsi di una piccola crisi risolvibile in breve. Ma, visto che la «crisi» non passava, gli proibì di parlarne alla mamma e alla sorella. Le quali, però, contagiate da André, non tardarono a farsi cattoliche. Il padre, invece, morì a 56 anni, improvvisamente, senza giungere alla Fede.

Dopo la guerra e la resistenza cui partecipò attivamente, rientrato dalla prigionia sotto i nazisti, tra i quali era stato apostolo di Cristo, André Frossard ritornò al suo lavoro di giornalista sui più prestigiosi quotidiani francesi, fino a diventare corsivista a «Le Figaro» con pagine estremamente vivaci, intelligenti, spesso polemiche e mordaci, in cui mai intruppato dietro le idee correnti, era sempre capace di andare controcorrente, in nome della Verità incontrata fino a vederla.

Il suo stupendo incontro con Dio lo ha testimoniato nel libro Dio esiste: io l’ho incontrato (SEI, Torino), in cui afferma, certissimo, sereno: – L’uomo non è solo. Il mondo in cui vive, per quanto bello, non è che un leggerissimo riflesso della immensa realtà momentaneamente invisibile, spirituale, splendente, che lo attraversa, lo avvolge, lo aspetta. Il nostro destino non si conclude con questa vita. L’uomo che viene da Dio-Amore, ritorna a Lui, grazie alla fede e alla carità, attraverso la sofferenza e la morte. E questo niente può impedirlo.

In un altro suo libro (“Dio. Le domande dell’uomo” ed Mondadori), Frossard scrive: “Al di là del mondo che ci circonda e di cui facciamo parte, esiste un’altra realtà, infinitamente più concreta di quella a cui generalmente facciamo credito, e questa realtà è quella definitiva, dinanzi alla quale non ci sono più domande“.

La Domenica 22 ottobre 1978 in cui Papa Giovanni Paolo II  inaugurava il suo Pontificato, André Frossard strinse amicizia con lui fino a diventarne il confidente in lunghe ore di conversazione…

Nei suoi scritti, Frossard pone in luce il primato di Cristo, nella vita e nel mondo, la presenza infinitamente viva e operosa di Lui, Pane di vita nell’esistenza sua, già di ateo tranquillo, che un giorno è stato folgorato dall’Ostensorio silenzioso nella luce divina più splendente.

Una vita intera per far conoscere Lui…

André Frossard si è spento il 2 febbraio 1995. A chi lo incontrava era solito ripetere: – Non ho fede in Dio: io l’ho veduto. Tutta la Verità si trova nella Chiesa Cattolica. La Verità è qualcuno, è Gesù Cristo. Che ci posso fare se il Cattolicesimo è vero, se questa Verità è Cristo che vuole essere incontrato? Siamo noi che abbiamo perso la passione di convincere, di testimoniare, di convertire!

Fonti: http://www.santiebeati.it/dettaglio/94749;

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Silvana Agosti

Silvana Agosti

Giovane (1930 – 1946) 1 febbraio

A volte le croci della vita portano il nostro cuore ad indurirsi a chiudersi al mondo e alla gioia, ma la dolcezza e la caparbietà di una brava direttrice le cambieranno la vita.

Un po’ introversa e a tratti irriverente, la giovane Silvana Agosti – che nasce il 4 giugno 1930 – è però chiamata a scalare le vette più alte… quando si dice che le vie del Signore sono infinite! La piccola non viene alla luce sotto una buona stella: perde infatti dapprima il padre, poi anche la madre, divenuta fragilissima a causa della morte del marito e di una vita che ogni giorno si faceva più stentata anche a causa dello scoppio della guerra.

Silvana, affidata allo zio che sarà suo tutore, non è animata da quello smalto di colori, profumi, sensazioni che riecheggiano come grida da un monte all’altro negli anni d’oro della giovinezza, ma spegne quasi ogni luce attorno a sé per chiudersi nel buio della sua stanza dei ricordi e della nostalgia.

C’è però chi è in grado di far tintinnare quel campanellino di vita che è rimasto lì da qualche parte nell’attesa di chi sappia farlo suonare; Silvana, infatti, ormai da qualche tempo in collegio a Ulzio, presso l’istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, mette a dura prova la volontà e la pazienza delle sue compagne di studio rendendosi spesso insofferente alla loro presenza. Ma non stinge neanche un po’ la determinazione della direttrice che con instancabile virtù materna cura le ferite della giovane, schiudendola di nuovo lentamente alla vita.

Scoperta la straordinarietà dell’esistenza nella gioia, è poi uno snocciolarsi di inaspettate e insperate qualità: adesso è la prima nelle attività ricreative ed eccelle nella preparazione scolastica, facendo dono di sé anche alle altre allieve. L’agghiacciante teatro della guerra, che semina terrore e morte, sembra perdersi nella tranquillità del collegio, avvolto dal morbido candore delle cime innevate e riscaldate dai cori delle giovani collegiali che ora si arricchiscono della voce di Silvana.

Toccate le corde dell’amore (quello vero!), comincia a farsi strada un’idea: quella di dedicarsi completamente e interamente alla vita religiosa, pur nella consapevolezza delle resistenze che dovrà incontrare; l’arcigno zio, suo tutore, cerca di dissuaderla mettendola di fronte allo “scintillio” dell’eredità che l’aspetta, ma niente per lei brilla ormai di più della luce di Dio.

La sua predisposizione al “sì” si è fatta, con il tempo, granitica e non si piega neppure di fronte ai più umili servizi che, al contrario, intraprende con slancio e fervore alimentati dalla preghiera e dall’appuntamento quotidiano con Gesù che si fa Eucaristia.

Ma qualcuno chiama dall’alto e nei momenti di sofferenza che precedono la morte il suo ripetere “Deus meus et omnia”, diviene l’arma che si fa salvezza dell’anima. Colpita da difterite è trasportata d’urgenza in ospedale seguita dalla madre ispettrice, la quale le domanda: “Silvana, che cosa dobbiamo chiedere per te”? E lei: “Che io sappia fare bene la volontà di Dio”.

Chiede di poter ricevere i voti, richiesta che le viene accordata e che pronuncia tra fatica e gioia, quando Dio alle ore 17 di venerdì 1° febbraio del 1946 la chiama a sé.

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/94250

Aldo Marchetti

ALDO MARCHETTI

Giovane laico (1920 – 1940) 25 gennaio

aldo-marchettiNon voglio essere compianto, sono felice; solo mi duole veder soffrire la mia mamma; vorrei esserle d’aiuto, ma sono certo che il mio buon Gesù la ricompenserà”… “Gesù è il più grande amore, non mi cambierei con nessuna persona di questo mondo”.

Passando per una trafficatissima strada di Trieste, Via dei Piccardi, al numero 27 si legge una lapide in onore di Aldo Marchetti, «fiore di cristiana purezza» vissuto lì. In una chiesetta abbiamo trovato un vecchio opuscolo, scritto dal gesuita Gabriele Navone, che ci ha permesso di ricostruire la vita di questo giovanissimo testimone di Cristo sulla croce.

L’anno 1920 a Trieste nasceva Aldo Marchetti, figlio di un ex carabiniere nativo di Ferrara, divenuto guardia municipale, e di una donna di condizione modesta, originaria di Pirano in Istria, molto religiosa. Il papà era affettuosissimo col piccolo Aldo: lo portava a passeggio non appena smontava dal lavoro, non mancando mai di fare una visita in chiesa prima di rincasare.

Purtroppo, però, logorato dalle fatiche della Grande Guerra, morì a soli 32 anni nel 1924, lasciando la vedova e il figlioletto in povertà. La loro condizione era aggravata dal doversi prendere cura dell’anziana nonna, cieca per diabete; unico aiuto erano una zia e un modesto sussidio comunale. Il bambino, all’età di 8 anni, ottenne un posto gratuito al Convitto Nazionale di Cividale del Friuli, dove fece la Prima Comunione.

maniNel 1929 una serie di sintomi preannunciarono un verdetto terribile: Aldo era afflitto da poliartrite deformante. Riuscì a terminare la quarta elementare, poi dovette tornare a Trieste, dove intraprese cure dolorose quanto inutili, senza però lasciar trasparire alcuna tristezza. Il suo unico conforto terreno era la vicinanza della mamma.

Nel 1931 ottenne di partecipare ad un pellegrinaggio a Lourdes, da dove ritornò con un vivissimo desiderio di ricevere la Comunione frequente: si vide così più volte la commovente scena della madre di Aldo che lo portava in braccio verso l’altare, finché, un anno dopo, la malattia lo costrinse a restare immobile nel suo letto.

Forse suonerà retorico, ma è la pura verità affermare che quel letto divenne l’altare su cui Aldo Marchetti offrì se stesso in sacrificio, unito con Gesù.

I dolori atroci cui Aldo era soggetto, sia per la malattia sia per le cure inutili, non gli strappavano mai una parola di insofferenza o di rammarico: tutti coloro che lo conobbero, rimasero meravigliati dal suo comportamento, davvero eccezionale se ricordiamo che era ancora un ragazzino.

lourdes.1Ma non si trattava solo di sopportazione. Un giorno una zia lontana dalla fede, non vedendo nel nipotino alcun miglioramento, gli disse: “Tu sei stato a Lourdes per chiedere alla Madonna la grazia della tua guarigione, ma io vedo che non hai ottenuto nulla, perché il tuo male non è diminuito affatto, anzi è peggiorato. Dunque, vedi che la Madonna non è stata buona con te!”.

Il volto di Aldo si offuscò, gli occhi brillarono di lacrime ed egli le intimò di uscire dalla stanza, soggiungendo: “Povera zia, quanto mi fai compassione! Tu non hai la vera fede, perciò non puoi comprendere la grazia più grande che mi ha fatto la Madonna! Non ho ricevuto la guarigione, ma un dono incomparabilmente migliore, ed è che sono felice di poter soffrire. Questo è il dono che Maria fa alle sue anime predilette”. E queste erano le parole di un ragazzino che aveva fatto solo la quarta elementare…

Un’altra volta la medesima zia insisteva: “Ma Aldo, non sei stanco di soffrire tanto per gli altri? Non è forse meglio godere in questo mondo? Qui almeno si sa come si sta, dell’altro mondo invece non si sa nulla”. Aldo dolcemente rispose: “Non sai quello che dici. Io preferisco mille volte soffrire in questo mondo che nell’altro, perché qui siamo di passaggio, là invece ci troveremo per l’eternità; qui le nostre sofferenze possono giovare non solo per noi stessi, ma anche per i poveri peccatori: e sono tanti i peccatori che hanno bisogno di essere convertiti…”. Questa zia di Aldo fu convertita dalla sua testimonianza.

Gesù bambino e croceA chi osservava: “Ogni persona deve portare la sua croce, ma la tua mi sembra davvero troppo pesante!”, Aldo replicò: “Non sono io che porto la mia croce, ma è Gesù che la porta per me”. Tante erano le persone che d’ora in poi verranno a trovarlo in casa, e tutte ne uscivano edificate. Anche Gesù eucaristico gli veniva ormai portato in casa e Aldo, tredicenne, volle che la sua famiglia fosse consacrata al Sacro Cuore con tutto il decoro che quella povera casa poteva permettersi: “Per Gesù è tutto poco quello che si fa”.

Nel 1936 Aldo, stremato dagli spasimi della sofferenza (a fatica poteva aprire la bocca per prendere cibo), scrisse una lettera al Capo del Governo Benito Mussolini (oggi la si può leggere nell’Archivio Centrale dello Stato, a Roma), facendogli presente le misere condizioni di sé e della sua famiglia, ottenendo così una somma di denaro con la quale fu comprata una carrozzella per lui.

Invano, perché purtroppo a partire dall’anno seguente non poté più alzarsi dal letto; si mise sul fianco destro e in questa posizione restò per tre anni, senza poter più muoversi e neppure voltarsi sul fianco sinistro. Nel 1938 sopraggiunse una grande insufficienza cardiaca con dilatazione del cuore e spostamento della milza e del fegato, che gli causavano acutissimi dolori. Infine l’artrite gli tolse anche la vista.

Il suo commento fu: “Mi meraviglio io stesso di come mi sento il coraggio e la forza di rinunciare a questo bel dono che ci ha fatto il Signore e di farlo senza rimpianto. Si vede che non è la mia bravura, ma quella di Gesù che è in me”.

bambino-ospedaleAldo offriva sempre con serenità il proprio dolore per le persone che gli chiedevano di pregare per loro e che uscivano dalla sua cameretta liete. Ripeteva spesso: “Bisogna pregare molto per i sacerdoti. Il mondo è cattivo, e tutto noi abbiamo da loro. Anche in Cielo continuerò per loro le mie preghiere”. Una signora, trovandolo un giorno in una sofferenza che gli toglieva la forza di parlare, commentò: “Tu che parli sempre del tuo Gesù e dici che è tanto buono e misericordioso, dovresti sapermi dire in che consiste la sua misericordia, dal momento che ti dà tante sofferenze senza compassione. Che cosa hai fatto di male in questo mondo per essere così castigato? Se Gesù è un Dio giusto, come tu sei convinto, non dovrebbe martoriarti così. Queste tue sofferenze doveva darle a un delinquente! Per questo io non posso aver fede”.

Aldo ebbe la forza di rispondere: “Povera signora! Lei vorrebbe che un Dio così onnipotente e d’infinita bontà facesse soffrire un delinquente! E che bene ne potrebbe ottenere? Non conoscendo egli l’amore di Gesù, non saprebbe offrire i suoi dolori per la gloria del Signore: la sua vita diverrebbe una continua bestemmia ed offesa a Dio, e si dannerebbe per sempre. Dio non vuole questo. Sceglie invece un’anima pura che sappia offrire la propria vita per la salvezza dei fratelli. Quindi io sono il più felice di questo mondo! Felice di fare la volontà di Dio adesso e sempre, per la sua maggior gloria!”.

mani-paradisoAldo morì a 19 anni, rammaricandosi solo di non poter soffrire di più e di lasciare nel dolore la mamma che lo aveva accudito giorno e notte fra tanti sacrifici, ma alla quale preannunciò che si sarebbero ritrovati in Paradiso. Poco prima di spirare, improvvisamente alzò il capo, che non poteva muovere da tre anni, e disse a voce alta: “Pregate! Abbiate fede! Pregate! Dio è certezza!”.

Raggiunse quel Paradiso tanto desiderato il 25 gennaio 1940. Ancora oggi, la mattina dell’ultima domenica di gennaio la cameretta dove Aldo Marchetti visse, rimasta intatta com’era allora, col suo letto e la sua bibliotechina, viene aperta alla visita di coloro che lo venerano e ringraziano Dio di averci dato in lui un così bello e forte ammaestramento, quanto mai attuale in un’epoca in cui ormai si ritiene di eliminare la sofferenza eliminando il malato.

Autore: Luca Pignataro

Fonti: Radici Cristiane; http://www.santiebeati.it/dettaglio/96046

 

NOVENA DELLA PURIFICAZIONE

NOVENA DELLA PURIFICAZIONE 

Inizio il 24 gennaiotermina il 2 febbraio

tempio presentazioneCon questa novena ricordiamo i giorni di attesa per la purificazione di Maria SS. e la presentazione di Gesù bambino al Tempio. Si tratta di una preghiera molto breve, ma che concede 300 giorni di indulgenza, mentre diventa plenaria se detta ogni giorno per un mese intero.

Poco conosciuta in Italia, questa preghiera proprio per la sua brevità può essere recitata ogni giorno e il suo potere non è da sottovalutare. Ovviamente sarà di certo ancor più gradita l’unione di qualche Ave Maria, Padre Nostro e Gloria o magari un bel rosario, ma di certo prendere l’abitudine di offrire questa invocazione alla Santa Vergine le darà una grande gioia e ci offrirà numerose grazie.

Ricordate che la preghiera deve essere detta con le labbra al fine di ottenere le indulgenze. Questa novena inizia il 24 gennaio e termina il 2 febbraio.

tempio-simeonePREGHIERA

O Santa Madre di Dio, che sei salita al Tempio secondo la legge, offrendo piccole colombe bianche, prega per me, affinchè anch’io possa osservare la legge ed essere pura di cuore come Te.

Dolce cuore di Maria sii Tu la salvezza dell’anima mia.

 

(300 giorni di indulgenza in condizioni normali, mentre viene offerta l’indulgenza plenaria al fedele che la recita ogni giorno per un mese intero – SC Indulg 30 settembre, 1852,..)

Preghiera per il 2 Febbraio

O Maria, tu oggi sei salita umilmente al Tempio, portando il tuo divin Figlio e lo hai offerto al Padre per la salvezza di tutti gli uomini. Oggi lo Spirito Santo ha rivelato al mondo che Cristo è la gloria di Israele e la luce delle genti. Ti preghiamo, o Vergine santa, presenta anche noi, che pure siamo tuoi figli, al Signore e fa’ che, rinnovati nello spirito,  possiamo camminare nella luce di Cristo finché lo incontreremo glorioso nella vita eterna. Amen

Fonti: Tutto il giorno con Dio di Blanche Jennings Thompson; http://www.preghiereperlafamiglia.it/presentazione-gesu-al-tempio.htm

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