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Archive for BRICIOLE DI LUCE

Santa Taide

SANTA TAIDE

Anche detta Taisia la penitente (III sec) 8 ottobre

Compare nella letteratura pagana con il nome di Taide una meretrice, in una commedia scritta da Terenzio e anche Dante la nomina, non certo per elogiarla, nel suo Inferno, tra gli adulatori, immersa nello sterco di Malebolge.

Quasi per bilanciare la figura della peccatrice pagana è sorta, nel vivace verziere dell’agiografia medievale, la leggenda della Santa Taide cristiana, peccatrice anch’ella, ma penitente e redenta.
Sembra quasi che la pietà cristiana abbia dato un seguito alla storia dell’antica Taide, completandola e coronandola in senso spirituale e in maniera edificante. Il risultato appare così come una suggestiva ” moralità “, come si chiamavano le rappresentazioni allegoriche e didascaliche del Medioevo, che ha per oggetto la rinunzia al peccato e soprattutto l’esaltazione della penitenza.

La leggenda di Santa Taide segue lo stesso schema di quelle, ancora più celebri ‘ di Santa Maria Egiziaca e di Santa Pelagia, e di altre donne passate dal vizio più sfrenato alla penitenza più dura. I particolari del racconto sono però sempre diversi e sempre pittoreschi, con sfumature impreviste e significative. Vere e proprie ” leggende “, cioè composizioni ” da leggere “, con piacere sempre nuovo e curiosità mai delusa, anche quando sia noto il tema e palese l’intenzione edificante.

Della leggenda di Taide esistono testi, abbastanza antichi, greci, siriaci e latini. Roswita, Abbadessa di Gandersheim, e Marbordio, Vescovo di Rennes, la ridussero a dramma, per le scene medievali. E più che dagli storici, è stata prediletta dagli scrittori, sian essi devoti agiografi come il Beato Jacopo da Varagine, o moderni letterati estetizzanti, come Anatole France.

Un Santo anacoreta, che vien detto Bessarione, oppure Serapione, oppure Giovanni il Nano, ma, più spesso, ha il nome di San Paffluzio, saputo dello scandalo di Taide, giunse alla casa della cortigiana e chiese d’esser ricevuto nella più segreta delle sue segrete stanze. Riconosciutolo per un monaco, la donna lo schernì:Se è di Dio che hai paura, in nessun luogo potrai nasconderti ai suoi occhi! “.

Allora Pafnuzio abbandonò la finzione e parlò con santa fermezza: ” Tu sai dunque che esiste un Dio? Perché allora sei la causa della perdita di tante anime? “. Taide cadde in ginocchio, chiedendo tre ore di tempo per liberarsi dalla donna che era stata fino ad allora. In quelle tre ore, fece un gran fuoco, sulla piazza, dei preziosi doni dei suoi visitatori, delle vesti procaci e dei monili vistosi.

Tre anni di penitenza, di preghiera e di contrizione in un monastero, resero l’anima di Taide peccatrice più candida di una colomba. Infatti, nel deserto, San Paolo, discepolo di Sant’Antonio Abate, vide nel cielo un magnifico letto custodito da tre vergini biancovestite: la Paura dell’inferno, la Vergogna per il peccato e la Passione di giustizia. Paolo credette che si trattasse del premio sperato per il vecchissimo Patriarca Sant’Antonio, ma una voce dal cielo lo dissuase. Si trattava dei premio di Taide, ormai perdonata.

Pafnuzio, informato di ciò, corse al monastero e disse alla donna di uscire pure dalla cella oscura e maleodorante dove la sua penitenza era fiorita con tanto rigoglio da cancellare il ricordo del male passato. Taide però non si mosse. Seguitò a pregare per i suoi peccati, anche se ormai scontati. Quindici giorni dopo era morta. La meretrice egiziana veniva accolta così nel letto dell’eterna gloria, custodito dalle tre Vergini biancovestite.

Fontehttp://www.santiebeati.it/dettaglio/90463

 

Ven. Riccardo Andrea Maria Borello

Ven. Riccardo Andrea Maria Borello

Fratello laico, Discepolo Paolino (1916-1948) 4 settembre

Un altro figlio della Pia Società S. Paolo, che si avvia verso la beatificazione, cioè il riconoscimento ufficiale su questa terra, dei suoi meriti spirituali e apostolici, nel suo caso nel campo della Comunicazione Sociale.

Riccardo Borello, nacque a Mango provincia di Cuneo, l’8 marzo 1916, rimase orfano del padre, deceduto durante la Prima Guerra Mondiale e fu educato dalla madre, che nel 1925 si risposò, trasferendosi con il marito a Castagnole Lanze (Asti), portando con sé i figli Riccardo e Maria.

In questo paese, Riccardo continuò il lavoro che già svolgeva in famiglia, di servo di campagna, presso una famiglia di contadini, con entusiasmo militò tra le file dell’Azione Cattolica, santificando la sua giovinezza con la preghiera e nell’accettazione del lavoro, offerto come mezzo di santificazione propria.

Grazie alla lettura della biografia di Maggiorino Vigolungo, allievo della “Scuola tipografica Editrice”, conobbe la Pia Società S. Paolo, fondata da don Alberione e l’8 luglio 1936 a 20 anni, assecondando la chiamata di Dio, entrò nella Società S. Paolo, come aspirante Discepolo del Divin Maestro; attratto dal desiderio di divenire anch’egli un apostolo della ‘Buona Stampa’.

Il 19 marzo 1937 vestì l’abito religioso come fratello laico o ‘discepolo’ come si dice nell’Istituzione; prendendo il nome di Andrea Maria. In aprile iniziò il noviziato a Roma e il 7 aprile 1938 emise i voti rientrando poi nella casa-madre dell’Istituto ad Alba (Cuneo) dove fu assegnato prima ai lavori di cartiera e poi al laboratorio di calzoleria.

Nel suo grande amore alla vocazione e alla Congregazione, con il consenso del suo direttore spirituale, fece speciale offerta della vita a Dio, perché tutti i chiamati fossero fedeli alla grazia della loro vocazione.

Emise i voti perpetui il 20 marzo 1944; dopo quattro anni a soli 32 anni venne colpito da una tubercolosi fulminante, morendo nella casa di cura, che l’Istituto aveva allora a Sanfré (Cuneo) il 4 settembre 1948.

Nel 1959, la salma venne traslata dal locale cimitero alla cappella dell’Istituto nel cimitero di Alba e successivamente nella chiesa di S. Paolo Apostolo sempre in Alba. Le lettere e altre cose di fratel Andrea Maria Borello, furono bruciate alla sua morte, per ordine dei sanitari legali, per evitare il pericolo di contagio.

Il primo processo per la sua beatificazione si ebbe in Alba il 31 maggio 1964 e gli atti successivi proseguono presso la Congregazione competente a Roma.

Fontehttp://www.santiebeati.it/dettaglio/91364

Santa Teresa di Gesù Jornet e Ibars

Santa Teresa di Gesù Jornet e Ibars

Vergine, Fondatrice (1843 – 1897) 26 agosto

Un incontro casuale le prospettò la possibilità di aderire a una nascente congregazione per l’assistenza agli anziani poveri e ammalati. Venne nominata superiora di quelle che vennero poi chiamate le “Piccole Suore dei Poveri Abbandonati”, poi rinominate “Piccole Suore degli Anziani Abbandonati”.

Nacque ad Aytona presso Lérida in Catalogna, il 9 gennaio 1843, figlia di Francisco Jornet e di Antonia Ibars. Ricevette il Battesimo il giorno dopo la nascita e la Cresima, secondo l’uso del tempo, a sei anni. Quasi adolescente, fu condotta a Lérida da sua zia Rosa. In seguito, Teresa si trasferì a Fraga, dove conseguì il diploma magistrale. A diciannove anni fu destinata come maestra ad Argensola, vicino Barcellona.

Teresa aveva mantenuto i contatti con un fratello di sua nonna materna, padre Francisco Palau y Quer, Carmelitano scalzo (beatificato nel 1988). Esclaustrato per motivi politici, aveva fondato gruppi di Terziari e Terziarie carmelitani, per l’insegnamento religioso all’infanzia e la cura degli infermi a domicilio. Nel 1862 la giovane accettò di far parte di quell’opera: lavorò quindi con impegno alla direzione di quelle piccole scuole, pur senza prendere i voti.

Desiderosa di maggiore spiritualità e perfezione, nel 1868 entrò fra le clarisse di Briviesca presso Burgos. Ne uscì nel 1870, a causa della salute cagionevole, e tornò ad Aytona. Una volta ripresasi in salute, fu nominata da padre Palau visitatrice delle sue scuole: le servì per fare esperienza dei bisogni della Chiesa e delle anime. Un mese dopo la morte di padre Palau, avvenuta il 20 marzo 1872, Teresa si sganciò dalla sua opera e rientrò ad Aytona, per vedere con più chiarezza il disegno di Dio su di lei.

Nel giugno dello stesso anno accompagnò sua madre a Estadilla, presso Huesca, per le cure termali. Sulla via del ritorno, nel mese di agosto, si fermarono a Barbastro, dove Teresa incontrò casualmente un sacerdote, don Pedro Llacera. Lui le espose un progetto che un suo amico e confratello, don Saturnino López Novoa, era andato maturando: fondare un istituto religioso femminile, che avesse come scopo l’accoglienza di anziani poveri e invalidi di ambo i sessi, per badare a loro e assisterli sul piano spirituale e su quello corporale.

Teresa riconobbe che l’iniziativa era in perfetta sintonia con il suo desiderio di consacrazione totale a Dio: l’11 ottobre, quindi, si trasferì a Barbastro con sua sorella María e con un’amica di entrambe, Mercedes Calzada y Senán. Non molto tempo dopo, fu nominata superiora del piccolo gruppo e ricevette le prime Costituzioni, commentando: «Questo libriccino, padre, mi salverà o mi dannerà».

Il 27 gennaio 1873, nella cappella del Seminario di Barbastro, si svolse la vestizione delle prime dieci religiose, incluse Teresa e le sue compagne: quella è considerata la data di fondazione della congregazione, denominata “Piccole Suore dei Poveri Abbandonati”. Dato che a don Saturnino premeva installare la Casa madre a Valencia, l’8 maggio 1873 Teresa vi si trasferì: l’inaugurazione avvenne l’11, festa della Madonna degli Abbandonati, patrona di Valencia e della nascente congregazione.

Nello stesso anno l’arcivescovo della città approvò le Costituzioni, confermando Teresa nella carica di superiora. Con la sua direzione si aprirono altre fondazioni a partire da Saragozza: in dodici anni aprì 47 case per gli anziani poveri, sparse in tutta la Spagna.

Nel 1877 sorse una grave contestazione. Padre Auguste Le Pailleur, che già aveva impedito la rielezione di suor Maria della Croce (al secolo Jeanne Jugan, canonizzata nel 2009) al governo delle Piccole Suore dei Poveri sorte in Francia, si era rivolto alla Santa Sede perché, a suo dire, la congregazione spagnola aveva usurpato il loro nome. Per ovviare al problema, monsignor Cattani, Nunzio apostolico in Spagna, propose la fusione delle due realtà, o almeno il cambio di nome. Don Saturnino difese tenacemente lo specifico della sua fondazione, mentre madre Teresa era più incline alla modifica del nome. Intanto, nel mese di agosto, si ammalò, ma poté riprendersi in tempo per la sua professione solenne l’8 dicembre, con la quale assunse il nome di madre Teresa di Gesù.

Il contrasto si protrasse finché non si giunse a un accordo. Il 13 luglio 1882, nella nunziatura di Madrid, madre Teresa e sua sorella madre Maria firmarono un documento, siglato anche dalla Segretaria generale e dalla superiora della casa di Madrid delle Piccole Suore dei Poveri: le spagnole si sarebbero chiamate “Piccole Suore degli Anziani Abbandonati”; entrambe le istituzioni sarebbero rimaste indipendenti; nessuna delle due parti avrebbe potuto aprire nuove fondazioni dove l’altra si era già stabilita. Il Papa confermò il patto il 21 luglio 1882.

Una fusione in altro senso ci fu, con le Piccole Suore dei Poveri Anziani Invalidi di Cuba: di diritto diocesano, erano state fondate a Santiago di Cuba nel 1869 da Ciriaco María Sancha y Hervás, futuro cardinale arcivescovo di Toledo (Beato dal 2009). Ciò consentì, in seguito, l’espansione della congregazione nell’America latina. Finalmente, nel settembre 1887, arrivò anche l’approvazione definitiva da parte della Santa Sede, col decreto datato 24 agosto.

A causa della sua declinante salute, madre Teresa chiese con insistenza al Capitolo generale, aperto a Valencia il 23 aprile 1896, di non essere rieletta superiora generale, ma non fu ascoltata: le consorelle ritenevano che, finché fosse rimasta viva, la Madre potesse essere solo lei. Tra miglioramenti e ricadute, si occupò d’installare un secondo noviziato e intensificò la preghiera: «Adesso non posso più dedicarmi al lavoro materiale, perciò impiego tutto il tempo a chiedere al Signore che illumini tutte e che tutte siano sempre osservanti», spiegò a suor Giuseppa di San Luigi.

Quando fu chiaro dai sintomi che aveva la tubercolosi, fu trasferita nella casa di Liria. Incontrò l’ultima volta don Saturnino il 15 luglio 1897, poi morì, il 26 agosto, poco dopo aver avuto la notizia che le Costituzioni erano state approvate dalla Santa Sede. In quell’anno le sue suore erano 1200, divise in 103 case-ospizi.

I suoi resti mortali furono traslati da Liria alla Casa madre di Valencia il 1° giugno 1904. Il 25 agosto 1913, insieme a quelli di don Saturnino, furono collocati nella cripta adiacente alla chiesa di Casa madre, dove, due anni dopo, furono posti anche quelli di don Francisco García López, suo direttore spirituale e vescovo ausiliare di Valencia.

Nonostante la sua fama di santità fosse ampiamente diffusa, non si poté procedere ad aprire la sua causa canonica: una sua disposizione, infatti, prevedeva di non spendere denaro che non fosse per i poveri, specie se per promuovere la santità di questa o quella suora. La situazione poté sbloccarsi con l’intervento delle autorità ecclesiastiche: il processo ordinario si svolse a Valencia dal 23 aprile 1945 al 7 marzo 1946, mentre il 27 giugno 1952 papa Pio XII firmò il decreto d’introduzione della causa.

L’iter fu veloce e il 27 aprile 1958 sempre papa Pio XII la proclamò Beata. Dopo l’approvazione dei necessari miracoli ottenuti per sua intercessione, è stata canonizzata da papa Paolo VI il 27 gennaio 1974.

Non molti anni dopo la morte di don Saturnino, avvenuta nel 1905 (è Venerabile dal 2014), la Congregazione aveva cominciato ad attribuire alla sola madre Teresa il titolo di Fondatrice. Senza dubbio, l’ispirazione iniziale fu del sacerdote ma non va trascurato neppure l’apporto che lei diede, conformandosi ai suggerimenti suoi e del direttore spirituale. Di conseguenza, entrambi sono da considerare Fondatori pari merito e a pieno titolo.

Attualmente le Piccole Suore degli Anziani Abbandonati contano 204 case in 19 Paesi; in Italia sono a Roma e nella provincia di Ferrara. Nella persecuzione della guerra civile spagnola hanno avuto due martiri, suor Giuseppa di San Giovanni di Dio Ruano Garcia e suor Maria Addolorata di Santa Eulalia Puig Bonany, beatificate nel 2011.

La festa liturgica di santa Teresa di Gesù Jornet e Ibars viene celebrata il 26 agosto, giorno della sua morte.

Autore: Emilia Flocchini

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/91058

 

Beata Elisabetta Renzi

BEATA ELISABETTA RENZI

Vergine e Fondatrice (1786-1859) 14 agosto

Educata dalle Clarisse non entra in convento poichè Napoleone sopprime il Monastero, ma dopo una caduta da cavallo la sua corsa riprende e arriverà a fondare la congregazione delle Maestre Pie dell’Addolorata. 

Maria Elisabetta, questo il suo nome completo, secondogenita di Giambattista Renzi e di Vittoria Boni, nacque a Saludecio, un paese situato nelle verdi colline dell’entroterra riminese, prospiciente il Mare Adriatico. La famiglia di Elisabetta si trasferì a Mondaino nel 1791. Le ragioni di questo trasferimento si possono trovare in una suddivisione dell’asse paterno e nella convenienza di suo padre di esercitare meglio la professione di perito estimatore e di amministratore dei suoi beni e di quelli del monastero delle Clarisse, posti in q Elisabetta entrò nel monastero delle Clarisse come educanda, e poco dopo ricevette la Prima Comunione. La sua permanenza come educanda, dovette lasciare tracce marcate nel suo spirito e ciò, soprattutto, attraverso l’insegnamento e l’esempio delle monache addette direttamente alla formazione delle giovinette.

Elisabetta ha iniziato qui a percepire la presenza di Dio nella sua vita, agevolata da un “naturale dolcissimo” e dalla forte esperienza di vita cristiana fatta con i genitori.

Giancarlo Renzi, fratello di Elisabetta testimonia:

Fanciulla schiuse se stessa nel silenzio e nella preghiera; Elisabetta passò tra le agiatezze della casa che la vide nascere, come raggio di luce sull’oro diffuso; non attinse bellezza dalle cose preziose che la circondavano, ma le cose preziose rese belle essa stessa con la sua grande bontà e soavità“.

Già da fanciulla amava stare raccolta, per trascorrere con l’amato Gesù il suo tempo; si impegnava a crescere nella virtù, tanto che si racconta, si scelse una compagna con la quale fare a gara per vedere chi amasse di più Gesù.

Nel 1807 all’età di 21 anni, desiderosa di donarsi completamente a Dio e ai fratelli, chiese di poter fare esperienza nel monastero agostiniano di Pietrarubbia, nella Contea di Carpegna (PU). Esso godeva grande fama per la profonda spiritualità delle Monache Agostiniane: era poverissimo, situato su terreno franoso di un dirupo, per cui, a dire del Vescovo del Montefeltro, ci voleva una speciale vocazione per la totale solitudine che ivi regnava e per i disagi causati dalle abbondanti nevi e dall’intenso freddo.

Elisabetta avvertì subito tutta la forza di una intensa vita di consacrazione al Signore, come appare dalla lettera da lei scritta al padre, in cui manifesta la decisa volontà di darsi unicamente alla gloria di Dio, nella casa di Dio:

« Date lode al Signore perché Egli è buono: eterna è la sua misericordia. All’infuori di Dio, non v’è cosa solida, nessuna, nessuna al mondo! Se è la vita, passa; se è la ricchezza sfugge; se è la salute, perdesi, se è la reputazione, la ci viene intaccata; ah, tutte le cose se ne vanno, precipitano. O babbo, mi permetta che io attenda qui il premio di opere buone, di buoni pensieri, di desideri buoni, imperocché Dio, che solo è buono, anche dei buoni desideri tien conto. Dio mi fa tante offerte! Vuole dunque che non mi curi tosto della Sua amicizia, che non faccia tosto gran caso delle Sue promesse? Babbo veneratissimo, glielo dico: ho un vivo desiderio di far del bene, di pregare tanto per la gloria di Dio, anzi per la maggior gloria di Dio… nella casa di Dio».

Nel Monastero agostiniano di Pietrarubbia passò momenti felicissimi in unione col Signore onde portarlo a chi non lo conosceva come scrisse all’Abadessa del Monastero delle Clarisse di Mondaino:

Immagini di vedere la meschina e fortunata Elisabetta in una cellina che le è tanto cara e che è il suo santuario, fatto solo per Gesù e per me, e indovinerà facilmente le ore felici che passo col mio Diletto Come sarebbero vuote le nostre celle ed i chiostri se non li riempisse Lui! Ma noi Lo vediamo attraverso tutto, perché Lo portiamo in noi e la nostra vita è un paradiso anticipato. La cella è qualcosa di sacro! Rievoco, madre Badessa, la sua giusta espressione; è un intimo santuario destinato a Lui e alla sua sposa; e vi stiamo così bene tutti e due! Vorrei che tutto il mio essere tacesse e in me tutto adorasse, e così penetrare ognor più in Lui ed esserne così piena da poterlo dare a quelle povere anime che non conoscono il dono di Dio! Che io me ne stia sempre sotto la grande visione di Dio”.

Fra queste mura il Signore la preparò a quella missione apostolica a cui l’avrebbe chiamata. Nel 1810 il Monastero fu soppresso per decreto napoleonico ed Elisabetta, dopo esperienze tanto felici, dovette abbandonare il monastero e riprendere la vita in famiglia; questo passo ha segnato un momento doloroso per lei, ma la forgerà maggiormente per le prove che dovranno venire.

Intanto, fatti nuovi concorsero a renderle più faticoso questo periodo di dolorosa attesa: nel 1813, l’unica sorella, Dorotea, mori all’età di vent’anni.

Abbandonò il primitivo fervore, ma continuò a chiedere al Signore nella preghiera il suo progetto: “Signore, quale progetto hai su di me ?Un giorno, mentre stava cavalcando assieme ad una domestica venne sbalzata via dal cavallo imbizzarrito. Si rialzò incolume ed interpretò questa caduta come il segno di una chiamata da parte di Dio, ma non sapeva bene dove dirigere i suoi passi.

Si consigliò con il suo direttore Spirituale don Vitale Corbucci che la rassicurò dicendole che la sua missione era quella di educatrice e le indicò Coriano dove funzionava un “Conservatorio” cioè una scuola per le ragazze e le donne più povere. Elisabetta arrivò a Coriano il 29 aprile 1824.

Si adoperò per unire il “Conservatorio”di Coriano con l’opera delle Canossiane. Santa Maddalena di Canossa visitando la piccola comunità di Coriano conobbe personalmente Elisabetta Renzi e di lei ebbe a dire:

Tra il Signore ed Elisabetta vi è tale effusione di reciproco amore, tale perfetta donazione scambievole da tenere per certissimo che, nel porre piede in Coriano, si stringesse fra la creatura e il Creatore, quel nodo che s’insempra nel Cielo

Maddalena consigliò Elisabetta a prendere la direzione del Conservatorio ed Elisabetta accettò dalle mani di Dio la decisione del Vescovo di Rimini Monsignor Ottavio Zollio che la nominò Superiora della piccola comunità. Sofferenze, imprevisti, non la fermarono, anzi la resero sempre più forte e coraggiosa

Nel 1828 Elisabetta tracciò alcune norme di vita spirituale e comunitaria con il Regolamento delle “Povere del Crocifisso”: vi insiste sul distacco dal mondo per vivere lo spirito della croce, indispensabile per “fare la più amorevole conversazione con lo Sposo divino e sentire l’amorosa sua voce nella solitudine e nel raccoglimento di spirito”.

Il 26 agosto 1839 Monsignor Francesco Gentilini, Vescovo di Rimini eresse canonicamente la nuova Congregazione delle Maestre Pie dell’Addolorata. Il 29 agosto 1839 nella Chiesa parrocchiale di Coriano Elisabetta Renzi e le sue dieci compagne offrirono la loro vita a Dio e ai fratelli con la professione dei Consigli evangelici e ricevettero l’abito delle Maestre Pie dell’Addolorata. Dopo Coriano Madre Elisabetta fondò le comunità di Sogliano al Rubicone, Roncofreddo, Faenza, Cotignola, Savignano di Romagna, Mondaino. A Coriano il 14 agosto 1859 all’età di 72 anni, Madre Elisabetta muore, soavemente abbandonata fra le braccia del suo Sposo Crocifisso e Risorto.

Madre Elisabetta fu proclamata Beata dal Papa Giovanni Paolo II il 18 giugno 1989. I suoi resti mortali sono venerati nella Cappella della Casa Madre a Coriano, in Provincia e Diocesi di Rimini.

Presso la Congregazione per le Cause dei Santi è in corso lo studio per il riconoscimento di un ulteriore miracolo ottenuto per intercessione della Beata Elisabetta Renzi dalla brasiliana Livia Mara Santos Simao che è inspiegabilmente guarita da un trombo dopo aver invocato ripetutamente e con fede la Beata Elisabetta Renzi che in un giorno, ormai non lontano, speriamo la Chiesa proclamerà Santa.

La spiritualità elisabettiana scaturisce dall’amore al Crocifisso, all’Addolorata, all’Eucarestia. Come per Madre Elisabetta, anche per coloro che oggi vivono il carisma ricevuto dallo Spirito, attraverso di lei, da questi Amori scaturiscono: carità, umiltà, fede, abbandono in Dio, ubbidienza, semplicità, allegrezza di spirito, gioia del dovere, dono di sé, amore al sacrificio e al nascondimento.

Il carisma educativo della Beata Elisabetta Renzi è diffuso, oggi, in quattro continenti: EUROPA, AMERICA, AFRICA e ASIA dove le Maestre Pie dell’Addolorata, testimoniano l’amore di predilezione di Cristo verso i poveri, i piccoli e i deboli.

A fianco alle Maestre Pie dell’Addolorata, con approvazione ecclesiastica, opera dal 1994 il Movimento Per l’Alleluia, costituito da laici che vivono la spiritualità ed il carisma della Beata Elisabetta in tutti gli ambiti della quotidianità.

Lo Stemma dell’Istituto “Maestre Pie dell’Addolorata” è formato da un cuore che arde e sprigiona luce, trapassato da una spada, circondato da gigli, arricchito dalla frase programma: “ARDERE ET LUCERE” – Ardere per illuminare.

Preghiera per ottenere grazie attraverso l’intercessione della Beata ELISABETTA RENZI

Ti benedico, Signore Gesù Cristo, che hai voluto scegliere la Beata Elisabetta Renzi per manifestare al mondo la gioia di conoscerti, amarti e seguirti. Infondi, Ti prego nel mio cuore il suo grande amore verso i fratelli e l’ardente sua brama di annunziare dovunque il Vangelo della salvezza, affinché tutti possano conoscere amare e seguire Te, via verità e vita. Per sua intercessione concedimi anche, se è tua volontà, la grazia particolare che umilmente ti chiedo. Amen. (3 Gloria alla SS.ma Trinità)

Per informazioni e comunicazioni: Istituto Maestre Pie dell’Addolorata (curiampda@ols.org)

Autore: Sr Sabrina, Maestra Pia dell’Addolorata

FONTE:  http://www.santiebeati.it/dettaglio/91602

 

San Giovanni Berchmans

SAN GIOVANNI BERCHMANS

Sacerdote gesuita (1599 – 1621) 13 agosto

Primo dei cinque figli di un calzolaio, a causa di una grave malattia che aveva colpito la madre venne affidato alle cure di due zie e poi di un sacerdote. Lavorando riuscì a permettersi di studiare. Era amato da tutti per la sua pietà sincera, la schietta carità e l’allegria incessante. Patrono della gioventù studentesca.

Nacque il 12 marzo 1599 a Diest nelle Fiandre (Belgio), primogenito dei cinque figli di Giovanni Berchmans, calzolaio e conciatore di pelli, e di Elisabetta, figlia del borgomastro Adriano Van den Hove. Quando nel 1609 la madre fu colpita da una incurabile e lenta malattia, Giovanni venne affidato, insieme ai suoi fratelli, alle cure di due zie e, nell’ottobre, posto nel pensionato retto dal premostratense Pietro Van Emmerick, pio parroco della chiesa di N. Signora di Diest.

Avviatosi verso la vita ecclesiastica, iniziò gli studi latini nella Scuola Grande di Diest; ma nel 1612 il padre si vide costretto dalla situazione economica, a chiedere a Giovanni di abbandonare gli studi intrapresi e di imparare un mestiere; l’aiuto offerto poi da alcuni familiari rese possibile un’altra soluzione piú confacente alle doti e all’impegno del ragazzo.

A metà settembre 1612, Giovanni entrò infatti nella casa del canonico Froymont, a Malines, per continuare i suoi studi presso la Scuola Grande di questa città, ma serviva al tempo stesso come cameriere il Froymont e come istitutore alcuni giovanissimi ragazzi della nobiltà, convittori nella canonica. Avendo nel 1615 i Gesuiti aperto un collegio a Malines, Giovanni poté compiere sotto la loro direzione gli studi di retorica e divenne anche membro della Congregazione Mariana.

Provate alcune incertezze nei riguardi della forma concreta in cui attuare la sua vocazione sacerdotale, leggendo una biografia di s. Luigi Gonzaga, capí che Dio lo chiamava nella Compagnia di Gesú. Dovette tuttavia ancora superare la resistenza oppostagli dal padre, che sognava per lui una ricca prebenda vi riuscí in maniera cosí convincente che il padre stesso, dopo la morte della moglie, avvenuta nel 1616, abbracciò lo stato ecclesiastico e divenne sacerdote.

Conclusi gli studi umanistici in maniera brillante, Giovanni iniziò a Malines il noviziato sotto la direzione di A. Sucquet, autore della celebre opera Via Vitae Aeternae. I progressi spirituali furono cosí rapidi e sicuri che i superiori gli concessero di emettere, dopo un solo anno di noviziato, i tre voti perpetui detti “di devozione” e lo nominarono ianitor, ossia prefetto dei novizi, che erano allora piú di cento.

Poco dopo la fine del noviziato (24 settembre 1618) fu prescelto per essere inviato a Roma a fare i suoi studi filosofici al Collegio Romano, ove giunse il 2 gennaio 1619. Qui ebbe la fortuna di trovare nella persona di Virgilio Cepari – uno dei migliori scrittori spirituali di quel secolo – un eccellente direttore spirituale. Al termine degli studi filosofici, Giovanni fu incaricato di sostenere l’onorifico e solenne actus publicus, nello svolgimento del quale la chiarezza della sua intelligenza e la profondità delle sue conoscenze destarono grande ammirazione cosí come la sua modestia, umiltà e dolcezza.

Il rigido tenore di vita da lui seguito e il clima di Roma, poco confacentesi a lui, ne avevano però minato l’alquanto delicata salute; quando, il 7 agosto 1621, fu assalito da violente febbri, accompagnate da catarro intestinale e da infiammazione polmonare, i dottori disperarono di poterlo salvare e infatti egli spirò il 13 agosto 1621 dando esempio di una morte santissima.

Se Giovanni raggiunse nella breve durata della sua vita, svoltasi in circostanze del tutto ordinarie, le vette della santità canonizzata, ciò deve naturalmente essere ascritto innanzitutto alla grazia e provvidenza di Dio che—oltre ad avergli dato un temperamento felice, dei genitori cristiani esemplari e dei direttori spirituali di primo ordine—lo guidò manifestamente e lo colmò di grazie, fra le quali spicca il dono della piú perfetta castità.

Già un anno dopo la morte di Giovanni si fecero le prime indagini canoniche in Roma e in Belgio; i decreti di Urbano VIII (1625) e di Innocenzo XI (1678) in materia di processi e procedura e, poi, la soppressione della Compagnia di Gesú ritardarono lo svolgimento della causa. Quando essa fu riattivata nel 1830 i progressi furono rapidissimi: 5 giugno 1843, decreto sulla eroicità delle virtú; 9 maggio 1865, beatificazione; 27 novembre 1887, decreto detto del tuto; 15 gennaio 1888, solenne canonizzazione.

Il corpo del santo riposa nella chiesa di S.Ignazio a Roma, mentre il suo cuore è venerato nella chiesa dei padri gesuiti a Lovanio. La sua festa si celebre il 13 agosto, mentre la Compagnia di Gesù festeggia la memoria il 26 novembre. Insieme a s. Luigi Gonzaga, Giovanni è venerato come patrono della gioventù studentesca.

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/66050

 

Beata Vittoria Diez y Bustos de Molina

BEATA VITTORIA DIEZ Y BUSTOS DE MOLINA 

Vergine e martire (1903-1936) 12 agosto

Maestra uccisa durante la persecuzione spagnola per aver sostenuto la fede. Prima di essere uccisa esortò gli altri a fare altrettanto gridando: “Viva Cristo Re, e viva la Sua Madre. … Coraggio, vedo il cielo aperto”.

E’ figlia unica e, forse, un po’ soffocata dall’affetto di mamma e papà. E lei, nata a Siviglia l’11 novembre 1903, cresce con questi genitori iperprotettivi, preoccupati sempre per la gracilità della sua costituzione, interiormente divisa tra il senso del dovere verso la sua famiglia e un desiderio missionario che di anno in anno si fa più insistente. A prezzo di non pochi sacrifici i genitori, di condizione piuttosto modesta, riescono a farla studiare e lei si diploma maestra nel 1923.

Quasi contemporaneamente conosce la spiritualità di Santa Teresa d’Avila e ne resta affascinata; viene in contatto con l’Istituzione Teresiana e ne resta conquistata. Si tratta di un’associazione di laici, uomini e donne, che secondo le loro specifiche vocazioni, realizzano nei diversi campi educativi, culturali e professionali, la vocazione cristiana dei laici nel mondo “secondo lo stile dei primi cristiani”.

A fondarla è stato un sacerdote infiammato d’amore per le anime, don Pedro Poveda Castroverde (ora anch’egli elevato alla gloria degli altari). Lei, la maestrina che sta cercando una sede e sta facendo concorsi per poter insegnare, sente che l’ Istituzione Teresiana può rappresentare la realizzazione della sua vocazione missionaria perché le permette, pur restando nel mondo, di vivere il suo ruolo di insegnante e di donna impegnata con spirito evangelizzatore, aiutando gli altri a fare lo stesso.

Nel 1927 vince il suo primo concorso di insegnante e ottiene la prima sospirata nomina, ma deve trasferirsi a Cheles, un paesino dell’Estremadura, quasi al confine con il Portogallo, dove resta per un anno, in compagnia della mamma. L’anno successivo ottiene l’avvicinamento di sede e si trasferisce a Hornachuelos, a metà strada tra Cordova e Siviglia.

Il 1928 è anche l’anno della sua consacrazione al Signore nell’Istituzione Teresiana e questo avvenimento sembra mettere le ali al suo apostolato. Perché nel paese in cui ha ottenuto il trasferimento non c’è che da rimboccarsi le maniche e tuffarsi nel lavoro, senza cercare l’impossibile ma anche senza accontentarsi del poco che già esiste.

Così organizza e dà nuovo impulso all’Azione Cattolica, programma corsi serali per le donne lavoratrici, trova un nuovo locale per la sua scuola, instaura nuovi rapporti con le famiglie delle sue alunne e riesce a mettere in piedi una rete di sostegno e di aiuto concreto per quelle più bisognose, organizza il catechismo per i ragazzi della parrocchia, addirittura diventa presidente del Consiglio Comunale.

A livello personale sostiene il suo apostolato con una robusta vita di fede e con atti di squisita carità verso le alunne più bisognose, per le quali si priva addirittura del cibo che la mamma le procura. Così facendo è inevitabile che in paese rivesta un ruolo di primo piano e che, allo scoppio della guerra civile spagnola e della persecuzione religiosa contro la Chiesa Cattolica, finisca subito nell’occhio del ciclone.

La propaganda antireligiosa ingiunge la soppressione dalle aule scolastiche del crocifisso, che lei si porta a casa, e fa distribuire libri e opuscoli, che lei meticolosamente distrugge per evitare che influiscano negativamente sulla formazione morale e religiosa delle sue alunne.

Il 20 luglio 1936 viene assaltata la chiesa parrocchiale e arrestato il parroco; l’11 agosto tocca a lei essere imprigionata insieme ad altri in una casa adattata a carcere. All’alba del giorno dopo, legati a due a due, sono diciotto i condannati a morte che sfilano per il paese, scortati dai miliziani, in direzione della miniera ed è lei, unica donna del gruppo, a incitare e incoraggiare gli uomini, soprattutto quelli che tremano al pensiero della morte imminente.

Giunti alla miniera, dopo un processo-farsa, ciascun condannato è posizionato accanto alla bocca del pozzo e fucilato, in modo che il corpo vi cada direttamente dentro. L’ultima ad essere chiamata è lei, alla quale promettono l’immediata libertà se grida “Viva il comunismo”.

Basterebbe davvero poco per aver salva la vita, ma sarebbe un rinnegare la sua fede e insieme a questa, rinnegare tutta la sua vita e l’impegno apostolico fino ad allora profuso. Allora risponde nel solo modo che sa: “Dico quello che penso: Viva Cristo Re e viva la Madre miae le sue parole sono coperte dagli spari che la fanno scomparire insieme agli altri nel pozzo della miniera. Di lì la tireranno fuori a novembre per seppellirla nel cimitero del paese e trent’anni dopo la trasferiscono nella cripta dell’Istituzione Teresiana di Cordoba. La Chiesa riconosce in Vittoria Diez y Bustos de Molina una testimone della fede, la cui morte è avvenuta in “odium fidei” e Giovanni Paolo II° la proclama beata il 10 ottobre 1993.

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/92553

 

Beato Francesco Jagerstatter

BEATO FRANCESCO JAGERSTATTER

Laico, martire (1907 – 1943) 9 agosto

C’è un beato che deve la sua felice collocazione in Paradiso, oltre che alla grazia di Dio, anche alla propria moglie. E non, si badi bene, in virtù del luogo comune secondo cui tutte le donne fanno guadagnare il paradiso ai rispettivi mariti, ma perchè “quella” donna è riuscita a trasformare il “suo” uomo da un cristiano qualsiasi (e neppure tanto fervente) in un martire.

Francesco, figlio di ragazza madre, nasce in Austria nel 1907, frutto dell’amore contrastato e “impossibile” tra una ragazza a servizio in una fattoria e un contadino che lavora nei campi attigui: entrambi troppo poveri per sposarsi, tanto che la famiglia di lei, ad un matrimonio di miseria, preferisce tenersi il bambino.

Dieci anni dopo la mamma si sposa con il proprietario di una piccola fattoria che lo adotta e gli da il proprio cognome. A 20 anni Francesco va a lavorare in una fattoria della Baviera e in una miniera della Stiria: con i soldi guadagnati, dopo tre anni può tornare in sella ad una moto, la prima del paese, che desta l’invidia degli amici e l’ammirazione delle ragazze, ma ha perso per strada la fede.

Simpatico, allegro e festaiolo, ama corteggiare le ragazze del paese e si lascia coinvolgere anche in alcune risse con i giovani delle cricche rivali: un giovane come tanti, insomma, neppure migliore degli altri, che un giorno del 1933 si ritrova anche padre, in seguito alla contrastata relazione con una domestica.

Comincia un lungo percorso di riavvicinamento alla fede, ma la vera svolta nella sua vita avviene nel 1935, quando conosce Francesca, che sposa l’anno successivo: cominciano a pregare insieme, la Bibbia diventa loro lettura quotidiana, cercano di “aiutarsi l’un l’altra nella fede”, come ricorda ancora oggi Francesca.

Non avrei mai immaginato che essere sposati potesse essere così bello”, ammette Francesco, che intanto diventa papà di tre meravigliose bimbe. Contadino nei campi che il padre adottivo gli ha lasciato in eredità e per qualche tempo anche sacrestano della sua parrocchia, la sua fede, si nutre sempre più di preghiera e di comunione frequente.

I problemi di coscienza cominciano per lui con l’ascesa di Hitler al potere. Ritenendo il nazismo assolutamente incompatibile con il Vangelo e per restare un cristiano coerente non solo a parole, comincia la sua solitaria battaglia di opposizione: rifiuta di fare il sindaco del suo paese, manda indietro gli assegni familiari che lo stato gli dovrebbe, rinuncia anche all’indennizzo per i danni della grandine, fino a convincersi che è peccato grave combattere e uccidere per permettere a Hitler di conquistare il mondo.

Prega, digiuna, si confronta con parenti ed amici sacerdoti e tutti gli consigliano di adeguarsi, di pensare alla famiglia, di non mettere a repentaglio la propria vita, mentre lo stesso vescovo di Linz gli ricorda che non è compito di un padre di famiglia stabilire se la guerra sia giusta o no. Tutti, ad eccezione di Francesca. Che, pur sperando in una via d’uscita, non fa pressioni al suo uomo, lo lascia libero di seguire la sua coscienza, lo sostiene quando gli altri non lo capiscono o lo avversano.

Così, quando il 1° marzo 1943 viene chiamato a fare il soldato, rifiuta con decisione il servizio militare armato perché “nulla potrebbe garantire la mia anima contro i pericoli che i nazisti le farebbero correre”. Immediatamente arrestato e processato a Berlino davanti al Tribunale supremo del Terzo Reich, viene condannato a morte. Passa in carcere momenti terribili, combattuto tra il ricordo delle figlie e dei momenti felici regalatigli da Francesca, che gli “sembrano talvolta perfino dei miracoli”, e i suoi imprescindibili doveri di cristiano.

Mentre sente “l’obbligo di pregare Dio, che ci permetta di capire a chi e quando dobbiamo obbedire”, cosciente che potrebbe cambiare il suo destino con un semplice “sì”, arriva alla conclusione che “né il carcere, né le catene e neppure la morte possono separare un uomo dall’amore di Dio e rubargli la sua libera volontà” “Scrivo con le mani legate, ma è meglio così che se fosse incatenata la mia volontà”, è il suo ultimo messaggio dal carcere; viene ghigliottinato il 9 agosto 1943 a Brandeburgo, nello stesso carcere in cui è detenuto anche il teologo protestante Bonhoeffer. Franz Jägerstätter, il contadino che disse di no ad Hitler, è stato beatificato a Linz il 26 ottobre dell’ano scorso.

FONTE: http://www.santiebeati.it/dettaglio/93494

 

Venerabile Don Nicola Mazza

Venerabile Don Nicola Mazza

Fondatore (1790 – 1865) 2 agosto

Scherzosamente chiamato dai compagni don Congo per il suo “pallino” di voler evangelizzare l’Africa, anche se non riuscirà mai ad andarci. Attorno a lui è un pullulare di santi o candidati tali, a testimonianza della sua straordinaria fecondità spirituale.

Nasce il 10 marzo 1790 nella numerosa e benestante famiglia, (primogenito di otto fratelli) di un commerciante veronese di stoffe. La salute del bambino è così fragile e compromessa da impedirgli di frequentare la scuola, rendendo così necessaria la presenza di un precettore in casa, che diventa per lui una figura di riferimento anche sotto il profilo spirituale. Ordinato prete nel 1814, dopo le prime esperienze pastorali nel circondario, alla parrocchia che gli viene offerta preferisce l’insegnamento in seminario, dove per 33 anni è un professore coi fiocchi: di matematica, ma anche di meccanica e storia.

È proprio questo lungo periodo di docenza a portarlo a creare un’incredibile rete di opportunità, che permetta ai poveri di frequentare le scuole superiori e anche l’università. Non è d’accordo insomma, come invece avviene ai suoi tempi, che le condizioni economiche possano impedire ad un ragazzo capace e intelligente di ambire ad un grado di istruzione e ad un’alta professionalità.  In un contesto sociale in cui l’analfabetismo è la norma, manca ancora l’obbligo scolastico (che arriverà solo nel 1877) e la frequenza di scuole superiori è molto inferiore allo 0,5%, il prete veronese è invece convinto che a fare la differenza debbano essere esclusivamente l’impegno e le capacità.

Comincia ad accogliere due giovani, poveri ma meritevoli, che poi diventeranno preti e saranno le colonne della sua comunità, ma occorre dire – e questa è una sua particolarità – che suo obiettivo primario non è avviare i giovani poveri al sacerdozio, piuttosto puntare alla formazione dei laici, offrendo loro la possibilità di arrivare ad essere medici, avvocati, insegnanti, anche se provenienti dalle più umili classi sociali.

Sul versante femminile è altrettanto anticipatore, pur pagando un debito residuo alla cultura sessista del tempo: mentre da un lato vara un’iniziativa, rivoluzionaria nel suo genere, perchè anche alle ragazze sia assicurata una cultura elementare, non arriva ancora a concepire che per esse ci sia la possibilità di accedere alle scuole superiori, accontentandosi “di formarle donne di famiglia”. Così, mentre i maschi vengono accolti in un collegio “tradizionale”, per le ragazze si inventa quelle che oggi si chiamerebbero “case-famiglia”: piccoli gruppi, in svariati alloggi disseminati per Verona, ciascuno sotto la guida di una “madre”.

Il suo entusiasmo missionario, invece, va incontro a insuccessi e fallimenti, primo fra tutti l’eccezionale morìa che colpisce la prima spedizione in Sudan e di cui fa parte Daniele Comboni, che da Khartum scrive sconsolato: “Dei 22 missionari di questa Missione, che esiste da 10 anni, 16 sono morti e quasi tutti nel corso dei primi mesi”. Di qui l’idea che è fallimentare tentare di evangelizzare l’Africa con missionari europei: più realistico e fruttuoso, invece, tentare di “rigenerare l’Africa con l’Africa”, passando attraverso la formazione di missionari indigeni.

A Verona arrivano i primi “moretti”, che i suoi istituti si incaricano di formare e poi far rimpatriare. Non tocca però a lui far decollare questa nuova formula di  evangelizzazione, ma al suo discepolo Comboni, che pur fondando una propria congregazione sempre si definirà con orgoglio “missionario mazziano”, anche se con il suo maestro avrà forti contrasti, a dimostrazione che, a volte, anche i santi litigano tra loro (ma poi fanno pace).

 

Di don Nicola Mazza si riconoscono pubblicamente le benemerenze in campo educativo e l’imperatore d’Austria gli assegna la medaglia d’oro con collana, non sapendo che quest’ultima verrà continuamente utilizzata come pegno al Monte di Pietà per i bisogni più urgenti delle comunità che aveva fondato.

Nel luglio 1865 si aggravano le sue sempre precarie condizioni di salute; muore il successivo 2 agosto e solo nel 2013 sono state riconosciute le sue virtù eroiche. Il suo collegio a Verona è sempre attivo e nel 1932 sono nate anche le “Suore di don Mazza” che attingono dalla sua spiritualità e sono presenti pure in Brasile.

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/91186

Beato Agostino da Biella

BEATO AGOSTINO DA BIELLA

Domenicano (1430-1493) 22 luglio

Entrò giovanissimo nel convento domenicano della sua città. Fu colpito da una malattia che lo ricoprì di piaghe. Ebbe il dono dei miracoli in uno dei quali restituì la vita ad un bimbo morto senza il battesimo e la liberazione di una donna da cinque demonii.

Agostino Da Biella, noto anche come Agostino de Fango per via della sua nobile famiglia, nacque tra il 1425 e il 1430. Il padre Simone era ancora minorenne nel 1420 e in uno scritto lo stesso Agostino racconta di essere stato inviato dal convento di Pavia a quello di Bologna nel 1447 «ancor giovinotto». Vesti l’Abito domenicano nel Convento di Biella, da poco eretto.

Fu anima di grande innocenza, dedita ad asprissima penitenza, inoltre, visitava assiduamente i malati, portando la sua illuminata parola e la sua inesauribile carità. Dalle sue biografie antiche si può tracciare un rapido resoconto biografico: secondo padre Gerolamo Borselli fu «persona devota e dotta, illustre in vita per prodigi e miracoli». Questi «prodigi e miracoli» non vengono indicati, invece segue un elenco di opere caritatevoli «Fu uomo di grande carità nell’attendere alle confessioni, nell’elargire consigli, nel visitare gli infermi».

A menzionare un miracolo è invece un altro suo biografo, padre Leandro Alberti, «Spesso fu visto pregare o meditare sollevato un cubito da terra». Questo autore ci informa anche che «era solito effondere lacrime» durante la Messa e l’Ufficio e che «usava d’un asprissimo cilicio sulle sue carni», menziona poi la sua attività di esorcista e un altro miracolo che racconta così «ad un fanciullo che piangeva per una brocca rotta, da cui s’era perso il vino, restituì integra la brocca piena di vino».

Altri due prodigi furono però dipinti sul suo sepolcro nel 1497: la risurrezione di un fanciullo morto senza battesimo a Soncino e la liberazione di una donna da cinque demonii a Vigevano. Questi miracoli sarebbero avvenuti nel 1464 e 1474 rispettivamente.

La sua generosa mortificazione fu premiata col dono di un’altissima contemplazione. Niente valeva a distrarlo dall’interno raccoglimento; neppure i più acuti dolori. Come Giobbe fu colpito da una malattia che coprì di piaghe tutto il suo corpo, già esausto dalle penitenze.

Quando il chirurgo gli praticò nella viva carne profonde incisioni, era talmente insensibile a tutto ciò, che se ne meravigliò lo stesso dottore. Svolse per tutta la vita, nel segreto del confessionale, il più prezioso ministero, e fu questa la sua predicazione. Direttore di anime, dotto e santo, il suo solo esempio incitava alla virtù.

Fu Priore in diversi conventi, dove sostenne o restituì la regolare osservanza che, in quel secolo, rifioriva nelle diverse Provincie per merito di tanti santi e zelanti religiosi.

Agostino morì il 22 luglio 1493 nell’osservantissimo Convento di S. Domenico di Venezia. Dopo aver ricevuti tutti i Sacramenti, si alzò in ginocchio sul letto esclamando:Sia lode a Dio, sia lode all’Altissimo!”.

Il culto si diffuse già pochi anni dopo la morte. Nel 1502 il convento di Soncino chiese una reliquia ai frati di Venezia, ottenendo l’indice della mano destra. In quest’occasione per la prima volta Agostino è menzionato con l’appellativo di beato.

A Biella fu eretto un altare a lui dedicato nella chiesa di San Domenico nel XVI secolo e nel 1610 i biellesi ottennero una reliquia, consistente nell’osso del braccio sinistro. Un’altra reliquia fu destinata alla cattedrale di Biella nel 1873.

Intanto il 5 settembre 1872 il culto del Beato fu riconosciuto ufficialmente da papa Pio IX, soprattutto per istanza del padre domenicano Vincenzo Acquarone, del vescovo di Biella Giovanni Pietro Losana e del patriarca di Venezia cardinale Giuseppe Luigi Trevisanato. L’ufficiatura propria del Beato fu concessa il 15 febbraio 1874 all’Ordine domenicano, alla diocesi di Biella e all’arcidiocesi di Vercelli.

Il 13 settembre 1972 l’urna con il corpo del Beato Agostino fu portata da Venezia a Biella dall’arciprete don Albino Pizzato e il 23 giugno 1973 trovò la sua collocazione definitiva nella chiesa parrocchiale di San Giacomo.

Fonti: http://www.santiebeati.it/dettaglio/90788; https://it.wikipedia.org/wiki/Agostino_de_Fango

 

SAN BONAVENTURA

SAN BONAVENTURA

Vescovo e dottore della Chiesa (1218 – 1274) 15 luglio

Sostenne il diritto di frequentare l’università e costruire conventi specializzati nelle città universitarie, poichè secondo lui lo studio e l’erudizione erano elementi cruciali nell’apostolato dei frati, vale a dire praticare ed essere guide spirituali del popolo.

Quale pienezza di fede, di pietà, di lavoro, di azione nella vita dei santi! San Bonaventura ne è un esempio notevole. La sua vita religiosa, sacerdotale, episcopale, in una atmosfera di lavoro di serenità, di calda e dolce pietà, gli è valso da parte dal papa Sisto IV il titolo di “Dottore Serafico”.

San Bonaventura si chiamava Giovanni di Fidanza. Nacque a Civita di Bagnoregio presso Viterbo nel 1217. Egli stesso narra che da bambino si ammalò di un morbo che lo stava conducendo alla morte, ma poi fu risanato da san Francesco in persona il quale, facendo su di lui un segno di Croce, pronunciò queste parole: Bona ventura”. Fu guarito e da allora fu chiamato Bonaventura”.

Entrò nell’ordine francescano e compì gli studi a Parigi, dove iniziò anche ad insegnare. Una delle caratteristiche più significative della cultura medievale fu quella di non separare il naturale dal soprannaturale, in una prospettiva che non fosse solo di semplice riconoscimento intellettuale del soprannaturale, ma che si trasformasse inevitabilmente in consapevolezza dell’esserci di Dio in tutto.

San Bonaventura afferma chiaramente che Dio è l’essere assoluto, eterno, provvidente e …illuminante perché la vita, la sapienza, la bontà di Dio sono la luce stessa di Dio impressa nelle cose al momento della creazione. Con questa teoria teologica di san Bonaventura si riconosce uno stretto legame tra Creatore e realtà creata, legame che però non scivola nel panteismo, cioè nella identificazione tra Creatore e creato.

Infatti san Bonaventura sceglie questa teoria perché convinto che solo così si possa spiegare il continuo intervento provvidente di Dio nel creato. Tutto l’universo – dice-  è manifestazione evidente dell’esistenza di Dio. Ma oltre questa evidenza di carattere esterno, egli insegna che Dio è presente in ciascun essere, specialmente nell’anima umana.

San Bonaventura ritiene che la conoscenza fine a se stessa non vale a nulla, questa ha senso se fa vivere meglio, se fa raggiungere la felicità che è unicamente Dio e in Dio. Ecco spiegato il perché Bonaventura non distingue tra conoscenza, vita morale e ascetica e ne parla come di un unico viaggio dell’anima, un itinerario della mente verso Dio che è formato da sei gradi fino a raggiungere l’unione con Dio senza perdere la propria individualità.

In tal modo egli evita qualsiasi tipo di spiritualismo astratto. L’uomo arriva a Dio partendo dalle sue cose della sua vita quotidiana, ma non solo nel senso della conoscenza filosofica, ma anche nel senso della conoscenza come semplice studio delle cose. Tutto se conosciuto bene, concorre al raggiungimento di Dio; perché la realtà è una sorta di sinfonia di Dio. Il primo grado dice infatti che per mezzo dei sensi esterni l’anima apprende la bellezza del creato e tende al Creatore.

Teologo dogmatico, mistico, superiore generale del suo Ordine dei Frati Minori, Vescovo Cardinale, egli non è vissuto che 53 anni ed ha lasciato dietro di sé come un immenso solco la soavità della sua anima penetrata dalla dottrina e nello stesso tempo della tenera pietà in una grande santità. Egli scrisse una vita di San Francesco d’Assisi, cosa che faceva dire a San Tommaso d’Aquino :è l’opera di un santo su di un altro santo.

Le anime coscienziose della loro perfezione, della loro santificazione quotidiana hanno interesse e profitto a frequentare, per quanto  possono, dei santi del livello spirituale d’un San Bonaventura. Egli aveva una grande intelligenza, ma specialmente una grande potenza d’amore semplice ed affettuosa per Dio, per Gesù e per la Vergine, un senso d’equilibrio morale che lo distinse in mezzo ai suoi Frati così che più tardi il Pontefice lo elevò agli incarichi ed agli onori più importanti nella Chiesa.

Le sensibilità moderne hanno un grande bisogno d’orientamento semplice e forte verso un autentico cristianesimo, verso una spiritualità completa, fuori dalle mode passeggere e dei punti di vista troppo particolari, talvolta interessanti ma incompleti. Occorre loro una base solida di vita soprannaturale per avere esse stesse un’attività durevole sia nell’ordine dello sforzo e nel loro fervore personale che nel loro apostolato. A giusto titolo esse sognano di adattarsi al tempo presente, alle condizioni di vita, ma non possono realizzare questo adattamento senza delle virtù iniziali di dimenticanza di sé, di rinuncia e di umiltà.

Questo adattamento non significa abbandono del rigore evangelico, addolcimento della fede che richiede, facilitato per alterare sotto la coltre di più comprensione il dato divino del Vangelo, delle sue esigenze, del suo vero senso che è quello espresso da Cristo, dalle sue parole, dai suoi esempi.

A questo titolo, un San Bonaventura, tutto permeato d’amore di Dio, al modo che avrà un giorno, quattro secoli più tardi, un san Francesco di Sales, e nello stesso tempo formato all’austerità delle virtù cristiane, sacerdotali e religiose, è un vero testimone di Cristo e del Vangelo.

L’adattamento ricercato ed augurabile nella formazione dei cristiani moderni non sarà fecondo che nella misura in cui questa psicologia profonda della vita spirituale sarà conservata intatta, con delle virtù che sono di tutti i tempi : la pietà, la purezza, l’umiltà, la fede, la speranza, la carità. Nel quadro differente ed evoluto, occorre guardare a queste virtù fondamentali tutto il loro posto, tutta la forza di lievito in una pasta forse più difficile da lavorare, ma che esige certamente un lievito di qualità.

È a questo titolo che la psicologia dei santi ci insegna ammirabilmente quali siano le indispensabili sorgenti spirituali d’amore di Dio e delle anime, la profonda rinuncia a se stessi che solo realizzano ogni fruttuoso apostolato di oggi come di ieri e di sempre.

Autore: Don Marcello Stanzione

FONTE: http://www.santiebeati.it/dettaglio/23550

 

 

 

 

Beato Andrea (Oxner) da Rinn

Beato Andrea (Oxner) da Rinn

Martire (1459-1462) 12 luglio

Il culto di questo martire bambino è legato all’antica leggenda dell’omicidio a scopo rituale operato da ebrei.

Della vicenda del Beato Andrea non esistono fonti scritte coeve all’evento del suo martirio. La più antica, come si avrà modo di chiarire in seguito, risale ad oltre dieci anni dallo stesso. Il racconto dei fatti, quindi, arricchitosi nel tempo di particolari, a volte pittoreschi, è stato tramandato oralmente dalle popolazioni locali per moltissimo tempo, con tutti i limiti che una detta trasmissione comporta sulla veridicità storica dell’episodio.

Secondo la Bibliotheca Sanctorum, il piccolo Andrea Oxner nacque il 16 novembre 1459. Era figlio di Simone Oxner e di una donna di nome Maria. Aveva due anni circa quando perse il padre. La madre vedova, per rendersi la vita più facile, decise di affidare la sua giovane creatura ad uno zio, certo Meyer, albergatore a Rinn, piccola località nei pressi di Innsbruck, in Tirolo, allora in diocesi di Bressanone, nominandolo tutore del bambino.

Qualche tempo dopo, dei commercianti ebrei di Nurberg di passaggio nella locanda di questi e diretti a Posen per l’annuale fiera che vi si svolgeva (in occasione della festa del SS. Sacramento), notarono subito il piccolo Andrea decidendone di farne una loro preda. Offrirono al Meyer (che era anche padrino del bambino) una discreta somma di denaro chiedendogli di cedere loro il nipote. Il turpe mercato fu presto concluso, accordandosi che avrebbero prelevato il fanciullo al loro ritorno dalla fiera.

Venerdì 9 luglio 1462, gli ebrei, in effetti, erano di ritorno. Sostarono nuovamente a Rinn e, dopo un soggiorno di tre giorni, presero con loro il bambino, versando allo zio la somma pattuita.

Quindi, condotto il piccolo Andrea in un boschetto di betulle, non molto distante dal paese, immolarono la giovane vittima su una pietra, detta da allora “Judenstein” (pietra degli ebrei). Dopo averlo circonciso, quale ultimo sfregio, appesero il cadaverino ad un ramo di betulla, nei pressi di un ponticello. Gli omicidi, quindi, scomparvero nel nulla, non lasciando tracce. Era il 12 luglio 1462.

In quelle condizioni fu rinvenuto dalla madre, la quale provvide, senza troppi interrogativi, a dargli adeguata sepoltura nel cimitero di Ampass, villaggio vicino Rinn.

L’assassinio, tuttavia, rimase inspiegabilmente impunito né si tentò di perseguire lo zio, che accettò l’ignobile commercio. Anzi, non vi è traccia di alcuna inchiesta giudiziaria.

Fu solo tempo dopo, sotto l’episcopato di Mons. Giorgio Golser, vescovo di Bressanone dal 1471 al 1489, che l’arciduchessa Maria Cristina volle un’inchiesta, la quale fu condotta a Rinn e ad Ampass. Essa, tuttavia, non approdò ad alcun risultato concreto né lasciò significative tracce scritte.

È da notare, ad ogni modo, che non si parlò subito di martirio né si pensò di tributare al piccolo Andrea Oxner una qualche forma di culto. Fu in occasione di un analogo caso di presunto omicidio rituale, accaduto a Trento nel 1475, e riguardante il piccolo Simone, che gli abitanti di Rinn pensarono di onorare la giovane vittima tirolese con un culto pubblico, trasferendo i resti del bambino dal cimitero di Ampass alla chiesa di S. Andrea apostolo in Rinn. In quel momento fu composta, in tedesco, un’epigrafe nella suddetta chiesa, che indicava, per la prima volta, le circostanze della morte di Andrea (sino ad allora tramandate soltanto oralmente). Sempre non contemporanei agli eventi sono anche gli Annnali Premostratensi di Wilten (Wiltinenses) nei quali si racconta della vicenda.

La fama di miracoli avvenuti sulla tomba – di cui, ad ogni modo, mancavano i caratteri dell’autenticità – attirarono numerosi pellegrini, tra i quali l’imperatore Massimiliano d’Asburgo (morto nel 1519).

Sul luogo del delitto fu successivamente (1620) edificata una cappella – su interessamento di un medico di Hall, certo Ippolito Guarinoni, autore anche di un bizzarro libro sul Beato. In tale nuovo edificio, in seguito, sedente sulla cattedra episcopale di Bressanone Mons. Paolino Mayr (1677-1685), furono traslati i poveri resti del fanciullo.

Da fonti storiche si sa che, nel 1722, il giorno della sua festa, cioè il 12 luglio, si celebrava in onore del martire la messa votiva dei Santi Innocenti.

Nel 1750 (o, secondo altre fonti, l’anno successivo) il vescovo di Bressanone e l’abate dei Premostratensi di Wilten indirizzarono a papa Benedetto XIV Lambertini una supplica allo scopo di ottenere una messa ed un ufficio propri del beato Andrea, per il clero secolare e regolare della diocesi tirolese.

Con lettera del 27 settembre 1751, il pontefice domandò ai richiedenti di svolgere un regolare processo “de martyrio, de miraculorum fama, deque cultu immemoriali”. Tuttavia, gli istanti obiettarono che si trattava di un procedimento assai costoso, le cui spese non erano in grado di sostenere. Papa Prospero Lambertini, quindi, rinunciò alla sua richiesta, accontentandosi di quanto pubblicato dai Bollandisti nel corso del XVIII sec. e dell’opera, apparsa qualche anno prima (1745), di un certo Andrea Kempter, “Acta pro veritate martyrii corporis et cultus publici B. Andreae Rinnensis”.

In virtù di queste prove stragiudiziali, il papa accorderà il 25 dicembre 1752 una messa ed un ufficio propri, con rubriche proprie, di rito doppio, da recitarsi dal clero secolare e regolare dei due sessi nella cittadina di Rinn ed in tutta la diocesi bressanonese.

Il vescovo, quindi, chiese al papa di procedere alla canonizzazione del piccolo Andrea. Ma il pontefice non ritenne opportuno assecondare questa nuova istanza. Nell’estesa Costituzione apostolica, “Beatus Andreas”, indirizzata all’allora promotore della fede, Benedetto Veterani, risalente al 22 febbraio 1755, il saggio pontefice, pur confermando il culto del piccolo tirolese, spiegava le ragioni per le quali una siffatta canonizzazione, che era senza precedenti nella storia della Chiesa, dovesse ritenersi moralmente impossibile.

Il culto del Beato, infatti, conservava nel tempo i suoi caratteri d’origine, nato com’era su base spontanea, senza un’adeguata e sicura documentazione scritta contemporanea ai fatti. Basti solo pensare, a questi fini, che l’epigrafe della fine del XV secolo, ricordata sopra come la prima fonte scritta dell’episodio (e comunque ad esso posteriore di oltre un decennio!), nel 1620, era già pressoché illeggibile.

Non si trattò, pertanto, di una vera e propria beatificazione, ma di una “beatificazione equipollente”, come scrisse Benedetto XIV. Conseguentemente, rimarcava quel Papa, la Suprema Autorità della Chiesa non si riteneva formalmente vincolata dal culto del Beato Andrea.

Con il caso di Andrea da Rinn, perciò, fu dato dalla Chiesa un esempio dei bambini cristiani messi a morte in odio a Cristo, sebbene nelle fonti suindicate ed in special modo nei Bollandisti non si parlasse mai di “omicidio rituale”.

La tradizione, ciononostante, volle che il piccolo Andrea Oxner fosse rimasto vittima di uno dei tanti omicidi rituali di cui assai spesso furono accusati gli ebrei, in special modo nel Medio Evo. Tali accuse devono, tuttavia, ritenersi infondate storicamente, come dimostrò lo stesso francescano Lorenzo Ganganelli (futuro papa Clemente XIV), relatore del S. Uffizio, nella sua memoria presentata il 2 marzo 1758 alla Congregazione delle Grazie, benché egli ammettesse come certi e veritieri soltanto i due casi di Andrea da Rinn e di Simonino di Trento.

Le odierne rigorose metodologie di ricerca storica, d’altronde, hanno messo in evidenza come il caso degli omicidi c.d. rituali, presuntamente perpetuati da ebrei, fossero soltanto leggende, senza alcuna prova storicamente attendibile. Ciò ha fatto sì che la Chiesa potesse ricredersi nel suo giudizio, ritenendo gli omicidi a danno di bambini come tanti segni di violenza dei quali, ieri come oggi, sono vittime degli innocenti, ad opera di persone crudeli e senza scrupoli.

Per questa ragione ed onde evitare il perpetuarsi di un’accusa non provata storicamente, nel 1985, l’arcivescovo di Innsbruck, Mons. Reinhold Stecher, disponeva il trasferimento del corpo del Beato dalla Cappella in cui si trovava dal XVII sec. al cimitero. Nel 1994, lo stesso prelato, inoltre, aboliva ufficialmente il culto del Beato Andrea, sebbene la sua tomba continui ad essere meta di pellegrinaggi di gruppi di cattolici conservatori.

Autore: Francesco Patruno

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/91670

 

SANT’OLGA DI KIEV

Sant’ Olga di Kiev

Granduchessa – 11 luglio

Nel giorno di san Benedetto, patrono d’Europa, la Chiesa ricorda anche Olga, tra i primi santi russi inseriti nel calendario cattolico. È considerata l’anello di congiunzione tra epoca pagana e cristiana.  Si innamorò di questa bellissima traghettatrice del fiume Velika, il principe Igor che la fece sua sposa.

Olga è tra i primi santi russi-slavi inseriti nel calendario cattolico bizantino; è considerata l’anello di congiunzione tra l’epoca pagana e quella cristiana, nella storia dei popoli russi.

Le fonti che parlano di lei sono numerose e tutte di rilevanza storica, da esse apprendiamo che Olga nacque nell’890 nel villaggio Vybuti a pochi km da Pskov, sul fiume Velika. Bellissima popolana era addetta al traghettamento delle persone sul fiume stesso; nel 903 fu vista dal principe Igor Rjurikovic che volle sposarla sebbene giovanissima.

In realtà Olga o Helga era figlia di un capo variago, tribù normanna di origine scandinava, che proveniente dal Nord si occupavano di traffici e commerci lungo la via del Volga, del Mar Nero e del Caucaso; sicuramente il padre era sorvegliante e responsabile di qualche punto strategico di questo percorso.

Il loro matrimonio fu il simbolo concreto della fusione del popolo russo-slavo con quello variago, che alla fine del secolo IX cominciava ad attuarsi sotto il benefico influsso del Cristianesimo.

Nell’anno 945 il principe Igor, marito di Olga, fu ucciso dai Drevljani ed ella con un temperamento retto ma violento, vendicò con fermezza l’assassinio, mandando a morte molti capi nemici e imponendo ai superstiti tributi e tasse di ogni genere.

Divenne reggente del principato di Kiev, per il figlio Svjatoslav di tre anni, governò con saggezza politica, riuscendo a far diventare tributaria di Kiev la stessa importante provincia di Novgorod; amata dal popolo che le riconosceva il merito di essere giusta e misericordiosa, ma anche inflessibile, educò rettamente il figlio, anche se non ebbe la gioia di saperlo cristiano, dopo che lei verso il 957, si era convertita al cristianesimo. Sarà uno dei nipoti Vladimiro a darle questa soddisfazione, infatti non solo diventò cristiano e battezzato, ma diventerà “battezzatore della Rus’”, “nuovo apostolo” e santo della Chiesa.

La prima conversione del popolo russo-variago fu nell’862 attraverso i bizantini, poi ci fu l’opera di apostolato dei santi Cirillo e Metodio e pur attraversando un periodo di persecuzione da parte dei refrattari Variaghi, il cristianesimo si andò affermando in tutto lo Stato, di pari passo con la diffusione della lingua slava e già al tempo del governo del principe Igor, esisteva a Kiev una chiesa dedicata al profeta Elia.

Olga con la sua conversione e con la sua opera contribuì attivamente all’evangelizzazione del regno ” Rus’”.

Tentò di stringere legami solidi con l’Impero di Bisanzio, desiderando di sposare il figlio Svjatoslav con una principessa bizantina; nel 957 si recò personalmente a Costantinopoli, ma il viaggio risultò infruttuoso fra la delusione dei cristiani e la soddisfazione dei pagani. Allora i cristiani si appoggiarono all’imperatore Ottone I di Sassonia e nel 959 gli chiesero di inviare un vescovo per la Russia, che purtroppo nel 962 fu scacciato da una rivolta pagana.

Olga pregava giorno e notte per la conversione del figlio e per il bene dei sudditi, al termine della reggenza, secondo le leggi di allora, si ritirò nei suoi possedimenti privati, dove continuò nella sua opera di apostolato e missionaria, costruì alcune chiese fra cui quella in legno di S. Sofia a Kiev.

Visse piamente e morì a circa 80 anni l’11 luglio 969. Dice il suo biografo Giacomo: prima del Battesimo la sua vita fu macchiata da debolezze e peccati, crudeltà e sensualità; ella ciononostante divenne santa non certo per suo merito, ma per un disegno speciale di Dio sul popolo russo.

La venerazione per Olga cominciò sotto il governo del nipote s. Vladimiro, che nel 996 fece trasportare il corpo nella chiesa da lui fatta costruire. La festa fu fissata all’11 luglio, venerazione che fu poi confermata dal Concilio Russo del 1574.

I mongoli, nel 1240 invasero e distrussero completamente Kiev, 400 anni dopo il metropolita della città Pietro Moghila, fece restaurare le antiche chiese distrutte e le reliquie di s. Olga sembra che siano state ritrovate, ma dal 1700 non si hanno più notizie di dove siano.

Autore: Antonio Borrelli

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/61750

 

Beata Nazaria Ignazia March Mesa

BEATA NAZARIA IGNAZIA MARCH MESA

Vergine (1889-1943) 6 luglio

Da Madrid la famiglia si trasferì in Messico per ragioni economiche. Sulla nave conobbe alcune suore che si occupavano di anziani abbandonati. Lei si fece religiosa proprio in quella Congregazione. Concepì poi una nuova Congregazione, con il nome di Missionarie Crociate della Chiesa.

La vita di questa Beata si può dividere in tre tappe ben definite: i primi 18 anni, trascorsi in buona parte in famiglia (1889-1908); i seguenti 17 anni, trascorsi nell’Istituto delle Piccole Sorelle degli Anziani Abbandonati (1908-1925); infine, gli ultimi 18 anni, trascorsi in qualità di fondatrice e di superiora generale delle Missionarie Crociate della Chiesa.

Nazaria nacque il 10-1-1889 a Madrid da Giuseppe March Reus, commerciante e liberale, e da Nazaria Mesa Ramos, cattolica non praticante, che diede al marito ben 18 figli, di cui soltanto 10 sopravvissero. Al fonte battesimale della parrocchia di San Giuseppe le furono imposti i nomi di Nazaria e Ignazia. Crescendo ebbe esempi di pratica religiosa soltanto dalla nonna materna, residente a Sanlucar la Mayor, la quale la pose a Siviglia, con borsa di studio, nel collegio delle nobili fanciulle, diretto dalle Agostiniane dello Spirito Santo. In esso fece con devozione la sua prima comunione (1898). Ripensando in seguito alle dolcezze di quel giorno, con un voto segreto di verginità.

I propositi della Beata si trasformarono in realtà. Ne fu ricompensata dal Signore nella quaresima con il triste e, nello stesso tempo, dolce e continuo ricordo della Passione. La notte precedente aveva pregato a lungo inginocchiata sul letto. Quando si addormentò, vide in sogno Gesù che, carico della croce, fissandola le disse: “Nazaria, tu seguimi“. La Beata gli rispose più volte: “Voglio seguirti da più vicino possibile“.

Quando ritornò in famiglia (26-9-1901), Nazaria soffrì per l’indifferenza dei familiari, i quali giunsero al punto di proibirle la frequenza ai sacramenti. Avrebbero preferito che si fosse data come loro alla bella vita. La Beata per un certo tempo accettò il corteggiamento di un giovane. Più tardi scriverà: “Mi sentii amata, tuttavia è giocoforza lasciare l’uomo quando una persona si è sentita amata da Dio“.

Perle mani del B. Marcelle Spinolay Maestre (1835-1906), arcivescovo di Siviglia, a 13 anni Nazaria ricevette la cresima. Ritornò risolutamente ai buoni propositi e, con il permesso della nonna, si ascrisse al Terz’ordine Francescano. I genitori le concessero allora maggior libertà, ed ella ne approfittò per darsi un regolamento di vita, fare dure penitenze ed esercitare un così intenso apostolato tra i familiari da indurli tutti a frequentare la chiesa.

Verso la fine del 1904 fallì la Compagnia di navigazione a vapore di cui faceva parte il padre della Beata. Costui, per rifarsi dei danni subiti e dare inizio ad altre attività, decise di recarsi in Messico. Nazaria, con tre sorelle, si trasferì in casa della nonna, dove attese a preparare i bambini alla prima comunione. In seguito anche lei si trasferì con tutta la famiglia a Città del Messico. Fu là che il 7-12-1908, per soddisfare il desiderio di sacrificio che provava, chiese e ottenne di essere ammessa, diciannovenne, nell’Ospizio diretto dalle Piccole Sorelle degli Anziani Abbandonati.

Dopo il postulandato, Nazaria fu inviata a fare il noviziato a Palencia (Spagna). Con l’abito religioso, il 12-9-1909 assunse pure il nome di Suor Nazaria di S. Teresa di Gesù. Tra le 83 novizie si distinse per la fedeltà alla vita comune, la laboriosità e l’amore al sacrificio. Quando le superiore chiesero volontarie per la fondazione di una casa a Oruro (Bolivia), si dimostrò disposta a partire. Fece la professione temporanea il 15-10-1911 e, all’inizio del 1912, stese un minuzioso regolamento di vita. Propose riguardo ai compiti domestici: “Indosserò con sollecitudine il grembiule e, riflettendo con viva fede sulla verità che, nei poveri anziani, servo il Signore, mi disporrò fervidamente a non lasciarmi vincere da nessuna consorella nella pratica delle più umili e ripugnanti faccende“. Il fulcro della sua vita, però, sarà costituito dalla volontà di pregare per la Chiesa, per la perseveranza dei religiosi e lo spirito apostolico dei sacerdoti.

La Beata giunse a Oruro, di circa 45.000 abitanti, il 23-12-1912 con altre 9 religiose. Nell’ospizio degli Anziani svolse, con somma diligenza, secondo le necessità, il compito di economa, di guardarobiera, di infermiera, di portinaia, di cuoca e persino di questuante. Non tutti le tornavano ugualmente graditi. Nel suo Diario lasciò comunque scritto: “Com’è dolce soffrire per l’Amato senza che nessuno lo sappia, senza che si disponga di un petto umano su cui reclinare il nostro capo dolorante, se non il divino eucaristico Gesù“.

Sentendo grandi desideri di perfezione e non sapendo come realizzarli, Suor Nazaria, nella solennità del Corpus Domini del 1914, chiese a Gesù di “essere ammessa alla sua celestiale scuola”. Nella solennità del S. Cuore le fu dato comprendere che doveva adoperarsi a vincere se stessa, umiliare il proprio giudizio e “lasciarsi spremere come l’uva nel torchio”. Non disponendo di forze sufficienti, decise di abbandonarsi al “Sovrano Artefice e di permettergli di scolpire nella dura pietra del suo cuore la divina immagine”.

Molto presto ebbe inizio la dolorosa purificazione della Beata. Scrisse nel suo Diario: “Mi sentii sottomessa a prove che non avevo mai immaginato“. Praticava con molta difficoltà le virtù dell’obbedienza e della carità, che aveva tanto amato, a causa dell’antipatia, dell’avversione che provava verso le superiore. Tra spaventosi dubbi e terribili tentazioni pregava con Gesù in croce: “Padre mio, nelle tue mani raccomando il mio spirito“, e si disponeva al sacrificio con cui avrebbe potuto presentare al Signore un grande numero di anime. Il 6-10-1914 nel Diario annotò: “Oh, che fortuna poter imitare Maria, essere vergine ed essere madre; madre di anime lei con la sua maternità divina, io con la mia maternità spirituale“.

Dal 1918 al 1924 nell’andare a chiedere elemosine per gli Anziani abbondanti, Suor Nazaria sentì rinascere in sé le antiche inclinazioni alla vita apostolica. Essendo diffusissima l’ignoranza religiosa e l’analfabetismo tra il popolo, cominciò a fare scuola di catechismo e ad organizzare un’associazione di giovani per l’apostolato. Dovette abbandonare dette occupazioni perché non erano conformi al fine della congregazione.

Speciali preoccupazioni destarono nella Beata il moltiplicarsi delle sette protestanti, la scarsezza di sacerdoti e la loro condotta non priva di scandali. Ripeteva allora: “Tutto il mio essere è posto sulla patena perché sia trasformato in Ostia per la Chiesa“. Nel suo Diario il 30-11-1914 confessò: “Fin dalla mia infanzia ho sognato di esser sacerdote. Non credo che il Signore mi abbia dato così grandi desideri per non realizzarli“.

Suor Nazaria fece la professione perpetua il 1-1-1915. La notte precedente era stata orribilmente tentata di ribellione all’olocausto. Prima di partire per la Spagna, nella basilica di Guadalupe, non aveva chiesto alla madre del Signore di poter seguire, nella sua vita religiosa, le orme insanguinate del suo divin Figlio?

La Beata aveva acquistato molta popolarità in Oruro. Grazie alla sua influenza e spirito di iniziativa l’Ospizio dei vecchi fu trasferito in un locale nuovo, e grazie alla sua abilità, per mezzo dell’Internunzio in Bolivia, ottenne che i Claretiani si prendessero cura della chiesa matrice della città.

Per preservare la fede tra il popolo era indispensabile intensificare l’istruzione religiosa di tutti. Ma come fare se, due delle quattro diocesi che erano state erette nel paese, erano vacanti e i sacerdoti scarseggiavano. Mons. Filippo Cortesi, dal 1921 Nunzio in Venezuela e Internunzio in Bolivia, sognava la fondazione di un istituto di suore che, con l’insegnamento, aiutassero la Chiesa a ricristianizzare il mondo. Quando si recò a Oruro per benedire la prima pietra dell’Ospizio degli Anziani s’incontrò con Suor Nazaria e poté rendersi conto di quali sentimenti fosse animata.

La rivide a La Paz il 22-6-1924 in qualità di segretaria dell’Ospizio, assieme alla superiora. Fu allora che, imponendole le mani, l’autorizzò a parlare ai bambini nell’ottava di Pentecoste. La superiora gli aveva confidato che, fin da bambina, la Beata avrebbe voluto essere “missionario gesuita“. Nel Diario quel giorno annotò: “Mi parve di essere convertita da donna in apostolo di Cristo“.

Nel mese di agosto Suor Nazaria cadde gravemente malata, con febbre. Manifestò allora al confessore che si sentiva chiamata all’apostolato missionario. Nello stesso giorno ricevette da Mons. Cortesi un’immagine della Vergine, attorniata da pecorelle, con la dedica: “Momento al Missionario Gesuita, 15-8-1924”. L’11 novembre furono erette tre nuove diocesi in Bolivia. Il P. Abele Isidoro Antezana, claretiano, volle fare una visita all’Ospizio degli Anziani. Suor Nazaria, che pochi giorni prima, nella festa della Cattedra di San Pietro, aveva fatto uno speciale voto di obbedienza al papa, in una lunga conversazione gli raccontò, tra i singhiozzi, ciò che avveniva nella sua anima dal 1919. Mons. Antezana le consigliò di parlarne con Mons. Cortesi. La beata il 12-2-1925 si recò a La Paz, residenza dell’Internunzio, e gli confidò i suoi piani missionari e il disegno che aveva di iniziare una “Crociata Pontificia”. Mons. Cortesi nel congedarla le disse: “Preghi molto e mi dica, per scritto, quello che il Signore le ispira al riguardo“.

Il 25-3-1925 l’Internunzio consacrò nella cattedrale di La Paz 5 nuovi vescovi. Suor Nazaria, presente alla cerimonia, se ne stette in profonda contemplazione. Nel suo Diario scrisse: “Si avvicina, senza dubbio, il momento di mangiare dello stesso pane, di bere allo stesso calice, di unirmi ad essi“. Difatti, 1’8 agosto ricevette la notizia che i suoi piani erano stati approvati da Mons. Cortesi, dal vescovo di Oruro, dal vescovo di La Paz, Mons. Augusto Sieffert, redentorista, e dal suo direttore spirituale, il P. Luigi Capitàn SJ.

Pochi giorni dopo Mons. Cortesi la mandò a chiamare e le disse: “È giunta l’ora di Dio, e lei dovrà mettersi alla testa di questo nuovo Istituto, la Crociata Pontificia. La strada è terribile, dolorosa all’estremo, e lei dovrà percorrerla sola, sola. Tuttavia si faccia animo perché lavorerà per la Chiesa, per la gloria di Dio e le anime. Nel suo Diario l’interessata scrisse: “Mi sono sentita con la fortezza e la fede dei martiri. Uscii dall’Internunziatura disposta a dare il mio sangue, la mia vita, per issare la bandiera pontificia, e formare un reggimento di anime apostoliche che lottino per la Santa Chiesa, a lato del papa e dei suoi vescovi“. Mons. Antezana il 16-6-1925 affidò a Suor Nazaria il compito di riformare il Beaterio delle Nazarene, sistemato in un vecchio palazzone.

A lei, con l’aiuto dei padri Claretiani, si unirono presto 9 compagne che le facilitarono l’apertura di un orfanotrofio. Non le mancarono critiche e incomprensioni da parte di superiori, di sacerdoti e laici. La Beata rimase fedele alla consegna. Si domanderà: “Con quali fantasie? Quelle dei crociati, morire senza lustro ne gloria nella difesa degli interessi di Cristo… Morire sotto un apparente insuccesso, come perde la sua vita il soldato senza galloni e senza nome… Non ambisco altra gloria che quella dell’occultamento e della umiliazione; desidero soltanto di essere quello che Gesù vuole, un’anima che muore per i suoi interessi senza che nessuno lo sappia, davanti alla quale tutti sorridono al vederne l’insuccesso“.

Essendo volontà di Dio che Suor Nazaria fondasse una nuova famiglia religiosa, Mons. Gaetano Cicognani, primo nunzio in Bolivia, la sostenne nonostante i parerei contrari. Il Signore gliela aveva ispirata la prima volta, in modo generico, mentre faceva la meditazione sul regno di Cristo e, la seconda volta, in modo più distinto, mentre faceva la meditazione sui Due Stendardi di ignaziana memoria (1920). Nel suo Diario appuntò: “Ricordo di aver visto una moltitudine di anime che mi seguiva… Il gran campo di cui parla S. Ignazio apparve davanti ai miei occhi. Il divino capitano attrasse il mio sguardo, corsi verso di lui e con lui rimasi ad amarlo e servirlo per sempre“.

Mons. Antezana il 3-12-1926 eresse l’Istituto delle Sorelle Missionarie della Crociata Pontificia in congregazione di diritto diocesano, per la catechizzazione dei bambini e degli adulti anche con le missioni e la stampa di fogli religiosi. La fondatrice indossò la nuova divisa con le 6 prime novizie, e fece la professione perpetua. L’Istituto, vero braccio destro dei parroci, in Bolivia si diffuse molto rapidamente. Molto a proposito la fondatrice ha potuto scrivere nel suo Diario: “Continuo ad essere portata. Gesù sa quanto sono debole e come, se lasciata sola, non farei che inciampare e guastare la delicatissima opera che ha posto nelle mie mani. L’opera è sua; io sono qui semplicemente il sipario dietro il quale egli lavora“.

Mons. Cortesi, nominato nunzio in Argentina, non si dimenticò di Madre Nazaria. Difatti volle che aprisse una casa delle sue Missionarie anche a Buenos Aires, sei mesi prima che fosse proclamata, all’unanimità, il 6-1-1930, superiora generale nel primo capitolo. Al principio del 1934 egli chiederà, alla Congregazione dei Religiosi, l’approvazione delle regole che la fondatrice aveva scritto, da sola , basandosi sulla spiritualità ignaziana.

Per portare a termine la sua opera, alla maggiore gloria di Dio, la Beata dovette affrontare molte prove, una più dolorosa delle altre. Le sue consorelle, infatti, la considerarono e la trattarono come una infedele alla propria vocazione; alcuni Padri Claretiani attribuirono la fondazione dell’Istituto a Mons. Antezana, loro confratello; e, gli abitanti di Oruro, a Rebecca Morales, prima compagna di Madre Nazaria, la quale, nel 1932, non fu ammessa alla professione perpetua perché considerata una ribelle all’autorità. La vera fondatrice tutto sopportò senza un lamento. Scrisse in quel tempo al P. Capitàn: “Il Signore mi tratta come sua sposa e sono felice“. “Sono molto tranquilla e contenta di consumare le fecce del calice che in realtà per me costituiscono una deliziosa bevanda. Quanto è dolce il vivere soltanto per Dio, ricevendo dalle creature il disprezzo e la calunnia… È forza che spinge verso l’alto“.

Per accelerare l’approvazione del suo Istituto, all’inizio del 1934 Madre Nazaria si recò a Roma con un pellegrinaggio argentino. Ne approfittò per visitare le memorie storiche del cristianesimo ed esser ricevuta in udienza privata da Pio XI. Quando si trovò ai suoi piedi, tra l’altro gli disse che desiderava morire per la Chiesa. Il papa le rispose: “Non morire, ma vivere e lavorare per la Chiesa”. Il 29-5-1935 ricevette dalla S. Sede il Decreto di Lode. Ai soliti tre voti non le fu concesso di aggiungerne altri. Con l’approvazione definitiva del 1947 le sue religiose avrebbero assunto soltanto il nome di Missionarie Crociate della Chiesa. Nel viaggio di ritorno Madre Nazaria fece sosta in Spagna, dalla quale mancava da 22 anni, visitò i luoghi santificati da S. Ignazio, e i più celebri santuari. A Madrid tornerà all’inizio del 1935 per fondarvi una casa per esercizi spirituali. Le suore che la componevano erano straniere e vivevano protette dalla bandiera uruguaiana. Non furono, perciò, fucilate con la fondatrice nel mese di luglio 1936, quando il generale Franco si sollevò contro il governo repubblicano di sinistra (1936-1939).

Con l’aiuto dell’ambasciatore della Bolivia, Madre Nazaria poté raggiungere, con diverse suore, la città di Viteria (Navarra), riorganizzarvi il noviziato e partire per l’America da cui mancava da due anni. A Oruro certi sacerdoti ritenevano che fosse rimasta vittima della guerra civile spagnuola. Ella, invece, nel 1937 convocò un capitolo straordinario generale per rafforzare, attorno a sé, l’unione di tutte le sue figlie spirituali, e poiché la sua salute cominciava a vacillare a causa della tisi e del mal di cuore, fu consigliata dai medici di cambiare aria. Nonostante le infermità, la beata non lesinò al Signore alcun sacrificio e nessun lavoro richiesto dalla sua carica. Continuò, con materna bontà, benché fosse di temperamento impulsivo, a formare virilmente le suore all’osservanza delle regole e all’esercizio di tutte le virtù, prima con l’esempio, poi con l’esortazione e, quindi, con un’abbondantissima corrispondenza. Le sue risorse per condurre ai pascoli eterni il suo gregge furono il tabernacolo, la SS. Vergine e la pratica della bontà. Alle superiore delle varie case raccomandava sempre di essere materne, non dure con le suddite, e di precederle con il buon esempio giacché non si può esigere quello che non si compie.

Preoccupata per le suore che aveva lasciato in Spagna a Carabanchel Alto (Madrid), appena seppe che la guerra civile era terminata, vi tornò di nuovo per consolidare l’opera e animare le religiose nell’esercizio del loro apostolato, specialmente quello delle missioni nei sobborghi della capitale. Un giorno pregò: “Soffro molto… Signore, che non appaia in niente… Voglio essere intatta nella verginità del dolore“.

In occasione del terzo capitolo generale da celebrarsi a Buenos Aires nel 1943, la fondatrice volle prendervi parte nonostante la malferma salute, e preparavisi facendo gli esercizi spirituali nella casa dei gesuiti di San Michele. Conscia di aver fatto quanto poteva per Gesù Cristo, era disposta a scomparire in qualsiasi momento. Pregò: “Signore e Dio mio, chiedo solo di essere la cenere dell’olocausto che, a tua gloria, ho offerto a Te e, per mezzo di Te, alla tua Chiesa santa!“.

Colpita da polmonite, il 14 maggio Madre Nazaria fu internata nell’ospedale Rivadavia. Morì, però, il 6 luglio, per emottisi, dopo aver molto pregato e offerto la sua vita per la Chiesa e detto molte volte alle sue Missionarie: “State unite, state unite! Lavorate unite; tutte insieme, tutte insieme!“. Fu seppellita nel cimitero di Chacorita. Dal 1972 le sue reliquie sono venerate a Oruro, nella casa dell’antico Beaterio.

Giovanni Paolo II ne riconobbe l’eroicità delle virtù il 1-9-1988, e la beatificò il 27-9-1992.

Autore: Guido Pettinati

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/92109

 

 

 

 

 

 

Beato Raimondo Lullo

BEATO RAIMONDO LULLO

Terziario francescano, martire (1235 – 1316) 29 giugno

Intorno ai trent’anni lascia tutto x entrare nell’Ordine francescano dedicandosi allo studio e a viaggi di conoscenza, con lo scopo diffondere il cristianesimo soprattutto tra i musulmani. Fonda un collegio per far studiare l’arabo ai francescani.

Nasce a Maiorca nel 1235 da una nobile famiglia catalana e ricevette un’educazione adeguata. Per molti anni visse la vita di corte, fatta di lusso, feste e bei vestiti. Raimondo, poeta e cavaliere di corte non si sentiva a disagio. Gli piaceva quella vita e la celebrava anche nelle poesie d’amore. Si sposò ed ebbe anche due figli. Sembrava contento della propria vita e di se stesso… Qualcuno Altro no!

Verso i 30 anni ecco la crisi religiosa. L’origine? Strane visioni del Cristo Crocifisso che per ben cinque volte gli sussurrò: “Raimondo, segui me!“. Prima non ci badò, dubitando di tutto; poi non ci volle credere. Alla fine si arrese. Conversione totale. Fine di quella vita. D’accordo con la moglie e dopo aver lasciato beni sufficienti anche per i figli, lasciò lusso e agiatezza, feste di corte e i bei vestiti, vendette parte dei beni, e si mise in cammino. Visitò santuari e chiese, vivendo in preghiera e povertà, per alcuni anni. E riprese a studiare e a ricercare.

Per due anni (1287-1289) Raimondo fu anche insegnante all’Università di Parigi (poi Roma e Napoli). Così ebbe l’opportunità di esporre i capisaldi della propria dottrina, dando lettura pubblica dell’Ars Magna (i posteri per i suoi scritti lo chiameranno Doctor Illuminatus).

Essendo essenzialmente uomo di azione, anche la sua riflessione era concentrata su come rendere più efficiente ed efficace, più convincente e più convertente l’azione del missionario. Essendo, secondo lui, la predicazione del Vangelo un’altissima missione non poteva essere lasciata solamente all’abnegazione e alla buona volontà del singolo. Occorreva preparare e prepararsi. Il suo pensiero (teso quasi a fondare scientificamente la missione) e la sua azione ne hanno fatto un precursore di quella che oggi si chiama Missionologia.

Da convertito insomma voleva diventare un convertitore, sempre con la ragione e con l’amore. Sentiva profondamente che alla missione però si doveva arrivare non solo con la predicazione e con il dialogo (fatto con amore) ma anche con la cultura (argomentazioni razionali). Furono questi i due orizzonti che segnarono tutto il pensiero e l’azione di Raimondo. Si impegnò quindi ad approfondire la filosofia, la teologia, a studiare l’arabo e ad enucleare le tecniche della logica, considerandola l’arte universale.

Forse in questo è stato ispirato da San Pietro, l’ex pescatore che, in una sua lettera, esortava i primi cristiani ad “essere pronti a dare ragione della speranza” che avevano e che li faceva vivere e morire diversi dagli altri. Questo suo invito ebbe successo nei secoli seguenti: ricordiamo, tra gli altri, Giustino, filosofo e martire, e il grande Agostino. Anche Raimondo era conscio di quello che, secoli dopo, avrebbe scritto Giovanni Paolo II (Beato) nell’Enciclica Fides et Ratio: “La Fede e la Ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità“.

Non solo uno studioso, un professore di successo, ma anche missionario. Primo tentativo a 60 anni: altro che pensione! Era a Genova per imbarcarsi per Tunisi. Missione? Tra i musulmani, per predicare e testare le proprie teorie. Ma la prospettiva della morte (probabile) lo terrorizzò. Rimase a Genova, in preda ad una grave crisi psicologica e vicino alla follia. Vinta la paura partì finalmente. Ma venne quasi subito espulso. Una delusione: altro che dialogo. In seguito, nel 1307, si recò nell’odierna Algeria. Sperava in una sorte migliore. Le intenzioni erano ottime, la preparazione anche. Ma i musulmani non erano cambiati: lo arrestarono, lo picchiarono, lo imprigionarono. Fine della missione. Ultimo tentativo a 80 anni nel 1314. Ancora Tunisi: qui dedicò i propri scritti al sovrano tentando di nuovo la via del dialogo, con la ragione e con l’amore. Le cose non andarono meglio: fu lapidato. Per fortuna sua venne raccolto da mercanti genovesi e riportato in patria, dove morì nel 1315. La fama popolare di beato circonda la sua figura subito dopo la morte, e poi nei tempi successivi: ma anche gli sforzi di farlo beatificare falliscono. Nel 1850, infine, Pio IX approverà il culto come beato, che già da tempo gli veniva tributato in Catalogna e nell’Ordine francescano.

Non amare è morire Dimmi, o Pazza d’amore, se il tuo Amato non ti amasse più, che cosa faresti allora? Io continuerei ad amare, per non morire. Perché non amare è morire. Amare è vivere.” (Beato Raimondo Lullo)

Fonti: Famiglia Cristiana; http://www.santiebeati.it/dettaglio/90394

 

San Giovanni Southworth

SAN GIOVANNI SOUTHWORTH

Sacerdote e martire (1592-1654) 28 giugno

Sacerdote e martire, che, esercitando il suo sacerdozio in Inghilterra, patì più volte il carcere e l’esilio; condannato, infine, a morte sotto il governo di Oliver Cromwell, mentre fissava con gli occhi il laccio preparato per lui a Tyburn, proclamò che il patibolo era per lui come la croce di Cristo.

Appartenente ad un’antica e no­bile famiglia, rimasta sempre cattolica ad onta di tante sofferenze e danni subiti a causa della perse­cuzione, il Southworth nacque nel Lancashire verso il 1592. Sotto il nome fittizio di Giovanni Lee entrò, il 14 lugl. 1613, nel collegio inglese di Douai, dove ricevette l’ordinazione sacerdotale il 14 apr. 1618. Allo scopo di completare la propria istruzione, rimase ancora un anno in se­minario, che lasciò il 28 giug. 1619 per recarsi in un’abbazia benedettina « ut monasticam vitam secundum regulam Sti Benedicti capesseret », come si legge nel Diario succitato (p. 151); non senten­dosi tuttavia fatto per quel genere di vita, il 13 dic. seguente parti per la missione inglese.

Non si conosce nulla dell’attività missionaria da lui svolta — sembra nei dintorni di Londra — ne­gli anni immediatamente seguenti al suo rimpatrio. Il 24 marzo 1624 era comunque di nuovo nel col­legio di Douai, dove si trattenne sino al 29 lugl. allorché si recò a Bruxelles, « ubi non ita post in monasterio monialium Sti Benedicti confessarii mu-nus explevit », come risulta sempre dal già menzio­nato Diario (p. 230). Tornato non molto tempo dopo in Inghilterra, andò a stabilirsi nel natio Lancashire, dove nel 1627 cadde nelle mani dei perse­cutori anticattolici; processato e condannato a morte, fu tuttavia risparmiato, venendo rinchiuso nel castello di Lancaster, dove rimase tre anni, finché fu trasferito nelle prigioni del Clink per essere poco dopo liberato, l’11 apr. 1630, per istanza della regina Enrichetta Maria, insieme con altri quindici sacerdoti.

Bandito dall’Inghilterra, il Southworth forse non lasciò la patria, o vi dovette ritornare quasi subito, segui­tando ad esercitare il suo ministero, finché venne nuovamente catturato nel 1632; rinchiuso anche questa volta nel Clink, fu tuttavia libero di andare e venire a suo piacimento, come facevano quasi tutti i preti che vi erano detenuti, cosa di cui si lamentava nel 1635 il noto persecutore Giovanni Gray con il Consiglio privato. Approfittando di questa libertà il Southworth poté dedicarsi, durante la peste che infierì a Londra nel 1636, al servizio dei col­piti, che assistette con totale sprezzo del contagio e con incomparabile spirito di sacrificio, adoperan­dosi zelantemente a favore di chiunque; ma ciò fu motivo perché fosse ulteriormente rinchiuso, dietro segnalazione del vicario protestante di S. Marghe­rita a Westminster, Roberto White, che in una lettera all’arcivescovo di Canterbury si lamentava che il S. fosse lasciato andare a visitare gli appe­stati parlando di religione ed inducendo non pochi a riconciliarsi con la Chiesa cattolica.

Dopo il 16 giug. 1640, data dell’ultima sua scarcerazione, si perdono le tracce del S. sino al 1654, allorché, denunziato da un tal Jefferies, ven­ne definitivamente arrestato nel cuor della notte dal colonnello Worsley. Portato davanti alla corte a Old Bailey, confessò apertamente di aver sempre esplicato la sua missione di sacerdote della Chiesa romana, dichiarando in pari tempo di non sentirsi e di non essere affatto colpevole di tradimento, se­condo l’accusa; ciò nonostante e malgrado l’inter­vento in suo favore degli ambasciatori di Francia e di Portogallo, il S. fu condannato a morte come sacerdote e giustiziato al Tyburn il 28 giug. 1654, ultima vittima della repubblica cromwelliana.

L’ambasciatore di Spagna, Don Flento de Car-denas, ottenne dal carnefice che gli fossero conse­gnati i tronconi del corpo del martire, che furono ricomposti ed imbalsamati e portati nel 1655 nel collegio inglese di Douai, dove rimasero sino al 1793, allorché per la chiusura del collegio stesso, durante la Rivoluzione francese, il corpo del Southworth fu tolto di nascosto dalla cappella, al fine di salvarlo da ogni profanazione, e sotterrato profondamente nell’interno dell’edificio medesimo, rimanendovi per centotrentaquattro anni, fino a quando, cioè, la cas­sa contenente i resti mortali del martire riaffiorò, il 15 lugl. 1927, durante i lavori di scavo che si stavano facendo sul posto dove sorgeva l’edificio dell’antico collegio inglese. Identificati per quelli del Southworth da A. B. Purdie, i gloriosi resti del martire furono portati in Inghilterra e deposti nel­la cappella del Collegio di S. Edmondo di Ware, dove continua dal 1793 l’opera dell’antico Colle­gio di Douai. Il 15 dic. 1929, giorno della solenne beatificazione del Southwouth, le reliquie del beato furono trasferite nella cappella dei martiri inglesi nella cat­tedrale di Westminster, dove tuttora si venerano. La sua festa è celebrata il 28 giugno.

Fonte:  Bibliotheca Sanctorum; http://www.santiebeati.it/dettaglio/93307

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BEATI SACERDOTI MARTIRI INGLESI

 

B. LUISA TERESA DE MONTAIGNAC DE CHAUVANCE

B. LUISA TERESA DE MONTAIGNAC DE CHAUVANCE

Fondatrice (1820 – 1885) 27 giugno

La sua famiglia era imparentata con i reali di Francia e tra i suoi avi troviamo numerosi Crociati oltre al santo abate Amabile. Fondò la Pia Unione delle Oblate del Sacro Cuore di Gesù.

Luisa Teresa de Montaignac de Chauvance, nacque il 14 maggio 1820 a Le Havre in Francia da Raimondo Amato e Anna de Raffin, quinta dei loro sei figli; la famiglia era di nobili origini, imparentata con i reali di Francia e nei suoi avi ci furono numerosi Crociati e il santo abate Amabile.

Ricevé l’educazione in famiglia e poi a sette anni dalle suore “Fedeli Compagne di Gesù”. Proseguì passando al celebre pensionato “Les Oiseaux” di Parigi, dove ebbe inizio quella sua devozione al Sacro Cuore di Gesù a cui consacrò tutta la sua vita; in quella Casa nel 1833 mons. De Quelen autorizzò la celebrazione del primo mese dedicato al Sacro Cuore.

Lasciato il pensionato per motivi di salute, fu affidata dalla madre inferma alla zia Madame de Raffin, che era anche sua madrina; da lei Luisa ricevette un’educazione spirituale e dottrinale molto profonda, leggendo con passione il Vangelo e gli scritti di s. Teresa d’Avila; a 13 anni ricevette la Prima Comunione, che costituì l’esperienza più bella della sua vita.

Visse con prudenza gli impegni di società della sua famiglia; intelligente, portata alla musica e alla pittura, coltivò comunque il desiderio di una maggiore intimità con Dio. Nel 1837 a 17 anni ritornò a “Les Oiseaux” di Parigi, dove approfondì la sua devozione al Sacro Cuore entrando in rapporto con il gesuita Rousin, uno dei propagatori di quella devozione.

L’8 settembre 1843 pronunciò il voto di consacrazione al Sacro Cuore e seguì la zia nel suo progetto di fondare un’Associazione per diffonderne il culto; ma il 4 dicembre 1845 la zia morì improvvisamente e Luisa si trovò erede del suo progetto e anche dei suoi beni.

Seguì la famiglia che si era trasferita nel 1848 a Montluçon, qui fu nominata direttrice della locale Associazione delle “Figlie di Maria” sostenendo il peso principale del lavoro di accudire gli orfani, arredare le chiese povere, dare istruzione alle fanciulle bisognose.

Commossa soprattutto dalla miseria delle chiese rurali della regione, nel 1848 fondò l’Opera dei Tabernacoli, per aiutare il loro mantenimento; nel 1850 accolse anche alcune bambine rimaste orfane, in un locale attiguo alla casa paterna, ponendo le basi per un orfanotrofio, che nel 1852 fondò a Moulins.

Nel 1854 fondò l’Opera dell’Adorazione riparatrice; dopo il 1854 a 34 anni, fu colpita da una malattia grave alle gambe che la costrinse a stare più a letto che in piedi per sette anni, sarà una malattia che l’accompagnerà per tutta la vita, ma Luisa de Montaignac non si stancò mai dal continuare la devozione al Sacro Cuore.

Dopo vari tentativi di aggregare il suo gruppo come Terz’Ordine a delle Congregazioni votate al Sacro Cuore, alla fine su consiglio del gesuita Gautrelet (1807-1886), fondatore dell’Apostolato della Preghiera e suo direttore spirituale, Luisa Teresa diede vita nel marzo 1874 alla “Pia Unione delle Oblate del Sacro Cuore” approvata dal vescovo di Moulins; l’Istituzione era divisa in due gruppi, le “Oblate Religiose” che potevano vivere in comune e le “Oblate Secolari” che avevano per scopo le opere di carità per i bisognosi.

Nel dicembre 1875 Luisa Teresa fu nominata segretaria generale dell’Apostolato della Preghiera, diretto allora dal gesuita Enrico Ramière; pur essendo quasi immobile per la sua malattia, poté allargare le sue relazioni e seguire specie per corrispondenza le sue Oblate.

Nel 1880 le Oblate decisero di unire i due rami, le Religiose e quelle dette delle ‘Riunioni’ in unica Congregazione, eleggendo Luisa Teresa superiora generale.

Nonostante la rottura con padre Ramière, la Congregazione ottenne il 4 ottobre 1881 l’approvazione della Santa Sede. Un anno dopo Luisa fondò l’opera dei “Piccoli Samueliper preparare i ragazzi a scegliere la vita sacerdotale o religiosa.

Purtroppo in seguito, nel 1888, quando l’Istituzione fu approvata dalla Congregazione romana, solo le Oblate religiose vennero riconosciute, le Oblate Secolari o delle ‘Riunioni’ e le Dame aggregate, vennero soppresse.

Ma la fondatrice Luisa Teresa de Montaignac non ebbe questo dispiacere, perché era morta il 27 giugno 1885 a Montluçon a 65 anni.

La causa per la sua beatificazione fu introdotta a Roma il 15 dicembre 1914 e papa Giovanni Paolo II l’ha proclamata beata il 4 novembre 1990.

Autore: Antonio Borrelli

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/92299

 

SANT’ONOFRIO

SANT’ONOFRIO

Eremita – 12 giugno

Monaco anacoreta visse nel deserto coperto solo della sua lunga barba, dei capelli e dei suoi peli da cavernicolo, che assunsero una particolare venerazione tra le donne palermitane desiderose di maritarsi.

Pafnuzio, monaco in Egitto nel V secolo, desideroso di incontrare gli anacoreti del deserto, per conoscere la loro vita e la loro esperienza eremitica, di cui tanto si parlava in quel tempo e in quella zona, si inoltrò dunque nel deserto alla loro ricerca.

Dopo due tappe fatte in 21 giorni, sfinito si accasciò a terra; vide allora apparire una figura umana di terribile aspetto, ricoperta da capo a piedi solo dai lunghi capelli e da qualche foglia.

Questo abbigliamento era solito negli anacoreti, che abituati a star soli e visti solo dagli angeli, alla fine facevano a meno di un indumento difficile a procurarsi o a sostituire lì nel deserto.

Inizialmente spaventato, Pafnuzio cercò di scappare, ma la figura umana lo chiamò dicendogli di restare, allora egli capì di aver trovato chi cercava, era un anacoreta. Stabilitasi una fiducia reciproca, cominciarono le confidenze, l’eremita disse di chiamarsi Onofrio e stava nel deserto da 70 anni e di non aver mai più visto anima viva, si nutriva di erbe e si riposava nelle caverne; ma inizialmente non fu così, aveva vissuto in un monastero della Tebaide a Ermopolis, insieme ad un centinaio di monaci.

Ma desideroso di una vita più solitaria sull’esempio di s. Giovanni Battista e del profeta Elia, lasciò il monastero per dedicarsi alla vita eremitica; inoltratosi nella zona desertica con pochi viveri, dopo alcuni giorni incontrò in una grotta un altro eremita, cui chiese di iniziarlo a quella vita così particolare.

L’eremita l’accontentò e poi lo accompagnò in un posto che era un’oasi con palmizi, stette con lui trenta giorni e poi lo lasciò solo, ritornandosene alla sua caverna. Una volta l’anno l’eremita lo raggiungeva per fargli visita e confortarlo, ma in una di queste visite, appena arrivato si inchinò per salutare e si accasciò morendo; pieno di tristezza Onofrio lo seppellì in un luogo vicino al suo ritiro.

Onofrio poi racconta a Pafnuzio di come si adattava al cambio delle stagioni, di come resisteva alle intemperie e di come si sosteneva, un angelo provvedeva quotidianamente al suo nutrimento, lo stesso angelo la domenica gli portava la s. Comunione. Il miracolo dell’angelo fu visto pure da Pafnuzio che Onofrio condusse al suo eremo di Calidiomea, il luogo dei palmizi.

Continuarono le loro conversazioni spirituali finché il santo anacoreta disse: “Dio ti ha inviato qui perché tu dia al mio corpo conveniente sepoltura, poiché sono giunto alla fine della mia vita terrena”. Pafnuzio propose ad Onofrio di prendere il suo posto, ma l’eremita rispose che non era questa la volontà di Dio, egli doveva ritornare in Egitto e raccontare ciò di cui era stato testimone.

Dopo averlo benedetto si inginocchiò in preghiera e morì; Pafnuzio ricopertolo con parte della sua tunica, lo seppellì in un anfratto della roccia. Prima che egli partisse, una frana ridusse in rovina la caverna di Onofrio, abbattendo anche i palmizi, segno della volontà di Dio, che in quel posto nessun altro sarebbe vissuto come eremita.

La ‘Vita’ scritta da Pafnuzio, è nota anche in diverse recensioni orientali, greca, copta, armena, araba; essa ci presenta in effetti un elogio della vita monastica cenobitica e nel contempo, una presentazione dello stato di vita più perfetto: la solitudine nel deserto.

Indipendentemente dalla esistenza storica di Onofrio, la ‘Vita’ greca di Pafnuzio si conclude dicendo che il santo eremita, morì un 11 giugno, comunque s. Onofrio è celebrato il 12 giugno nei sinassari bizantini. Antonio, arcivescovo di Novgorod riferisce che ai suoi tempi (1200) la testa di Onofrio era conservata nella chiesa di S. Acindino.

Il suo culto e il suo ricordo fu esteso in tutti i Paesi dell’Asia Minore e in Egitto, tutti i calendari di queste regioni lo riportano chi al 10, chi all’11, chi al 12 giugno; in arabo è l’Abü Nufar, (l’erbivoro), qualifica che gli si adatta perfettamente.

L’immagine di s. Onofrio anacoreta nudo, ricoperto dei soli capelli, fu oggetto della rappresentazione figurata nell’arte, in tutti i secoli, arricchita dei tanti particolari narrati, il perizoma di foglie, il cammello, il teschio, la croce, l’ostia con il calice, l’angelo.

Il nome Onofrio è di origine egizio e significa ‘che è sempre felice’. In Egitto era un appellativo di Osiride.

Le donne del meridione e in particolare le palermitane sono particolarmente devote a questo santo o meglio alla sua peluria infatti vi è addirittura una cantilenante preghiera dialettale utilizzata con solerzia dalle donne in cerca di marito che supplicano “Santu Nofriu pilusu pilusu…” (Sant’Onofrio peloso peloso) di far trovare loro il compagno della vita.

Fonti: http://www.santiebeati.it/dettaglio/56850http://www.biagiogamba.it/i-peli-miracolosi-di-santonofrio/

Serva di Dio Maria Vieira da Silva

Serva di Dio Maria Vieira da Silva

Vergine e martire ( 1926-1940) 4 giugno

Membro della Crociata Eucaristica dei fanciulli, trascorse la sua breve esistenza nell’isola di Terceira, parte dell’arcipelago delle Azzorre. Assalita da un uomo, resistette e riuscita a tonare a casa, seppur in fin di vita, perdonò l’aggressore. Aveva 13 anni.

Maria Vieira da Silva nacque l’11 novembre 1926 nell’antica città di Vila de São Sebastião, situata nell’isola di Terceira, compresa nell’arcipelago delle Azzorre, territorio portoghese. Originaria di una famiglia dagli scarsi mezzi, era di carattere riservato, silenzioso e tranquillo.

La sua formazione religiosa si svolse nella parrocchia di San Sebastiano, guidata dal parroco padre Joaquim Esteves Lourenço. Aderì alla Crociata Eucaristica dei fanciulli, che era stata impiantata in Portogallo a partire dal 1921. Quanto all’istruzione, arrivò a fatica all’esame della quarta classe, perché venne considerata mal preparata; tuttavia, fu l’unica della sua classe a distinguersi positivamente.

Il 4 giugno 1940, Maria e una sua sorella, di circa quattro anni, stavano andando a portare la cena al padre, che lavorava lontano da casa. Nei pressi della montagna detta Pico dos Cornos, le due vennero assalite da José Quinteiro, un uomo sulla cinquantina. Maria ordinò alla sorellina di fuggire, mentre cercava di resistere al suo aggressore e gridava aiuto. Furioso per essere stato respinto, questi la colpì in testa con una zappa, facendola cadere a terra. In seguito, la nascose dietro un cespuglio, percuotendola altre volte, poi l’abbandonò, credendo di averla uccisa.

Maria, in realtà, era solo gravemente ferita: aveva subito in tutto quattrodici colpi in testa e aveva svariate escoriazioni sulle braccia e sulle gambe. Riuscì a fatica ad arrivare a casa: prima di perdere i sensi, pronunciò il nome di Quinteiro, aggiungendo che non era in collera con lui.

Trasportata d’urgenza all’Ospedale di Santo Spirito ad Angra do Heroismo, ebbe un altro momento di lucidità, mentre i medici si stavano preparando per l’operazione che avrebbe potuto salvarle la vita. Ripeté il nome dell’aggressore e, quasi come santa Maria Goretti per Alessandro Serenelli, chiese che non gli venisse fatto del male. Ricevette gli ultimi Sacramenti e, poco dopo, morì; aveva tredici anni. Venne quindi sepolta nel cimitero della Concezione della medesima città.

José Quinteiro, che aveva rischiato di venire linciato dal popolo di Sao Sebastiao, venne condannato a ventott’anni di carcere, ridotti a sedici per buona condotta. Nel medesimo processo, il 14 dicembre 1940, si verificò che Maria aveva avuto una reale coscienza di essere vittima di una tentata violenza e resistette, preferendo essere ferita a morte.

Sul luogo dell’aggressione venne costruita una cappella, ufficialmente intitolata al Cuore Immacolato di Maria, ma comunemente nota come Ermida de Maria Vieira (“Cappella di Maria Vieira”), che divenne il centro di un culto popolare attorno alla sua persona.

A fronte della perdurante fama di santità e della memoria del suo coraggio, specie tra i giovani dell’isola di Terceira, nel 2006 il parroco della chiesa di San Sebastiano, Jacinto Bento, ha presentato al vescovo della diocesi di Angra una petizione per l’introduzione della causa di canonizzazione della fanciulla. Le fasi preliminari hanno visto la raccolta di documenti e testimonianze, incluse quelle contenute nel libro di António Neves Leal «Maria Vieira, Mártir dos Açores», edito nel 1999.

 

PREGHIERA dall’originale portoghese

Dio, che sei la forza dei deboli, la luce dei ciechi e la verità degli erranti, concedici, per intercessione di Nostra Signora di Fatima e del Glorioso Martire San Sebastiano, la fortezza nelle tentazioni e la grazia di percorrere sempre il retto cammino del Tuo Amore, con purezza e generosità, sull’esempio di Maria Vieira, che preferì morire piuttosto che offenderTi.

Concedici, Signore, il perdono dei nostri peccati e l’eterna Gloria dei tuoi Santi.

A seguire, tre Ave Maria per chiedere alla Madonna la grazia di non morire in peccato mortale e in suffragio dell’anima di Maria Vieira.

Imprimatur Angrae, 11 Junii 1955

EMANUEL. Epp. Coadjutor Angrensi

Autore: Emilia Flocchini

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/93601

 

SAN GIUSTINO

 

SAN GIUSTINO

martire (ca. 100-165) 1 giugno

Greco della Samaria divenuto cristiano. Coi libri che ci ha lasciato, ma più ancora col suo eroico sacrificio, egli proclama anche oggi che gli uomini non vengono salvati dalla loro saggezza, né dall’ostentazione di segni straordinari. Vengono salvati dalla Croce, follia e scandalo per gli uomini, potenza e sapienza di Dio.

La sua famiglia è di probabile origine latina (il padre si chiama Prisco) e vive a Flavia Neapolis, città fondata in Samaria dai Romani dopo avere schiacciato l’insurrezione nazionale ebraica e aver distrutto il Tempio di Gerusalemme. Nato nel paganesimo, Giustino studia a fondo i filosofi greci, e soprattutto Platone. Poi viene attratto dai Profeti di Israele, e per questa via arriva a farsi cristiano, ricevendo il battesimo verso l’anno 130, a Efeso. Ma questo non significa una rottura con il suo passato di studioso dell’ellenismo. Anzi: egli sente di avere raggiunto un traguardo, trovando in Cristo la verità che i pensatori greci gli hanno insegnato a ricercare.

Negli anni 131-132 lo troviamo a Roma, annunciatore del Vangelo agli studiosi pagani; un missionario-filosofo, che parla e scrive. Nella prima delle sue due Apologie, egli onora la sapienza antica, collocandola nel piano divino di salvezza che si realizza in Cristo. È l’uomo, insomma, dei primi passi nel dialogo con la cultura greco-romana.

Al tempo stesso, Giustino si batte contro i pregiudizi che l’ignoranza alimenta contro i cristiani, esalta il vigore della loro fede anche nella persecuzione, la loro mitezza e l’amore per il prossimo. Vuole sradicare quella taccia di “nemici dello Stato”, che giustifica avversioni e paure. Il successivo Dialogo con Trifone ha invece la forma letteraria di una sua disputa a Efeso con un rabbino, nel quale Giustino illustra come Gesù ha dato adempimento in vita e in morte alla Legge e agli annunci dei Profeti.

Predicatore e studioso itinerante, Giustino soggiorna in varie città dell’Impero; ma è ancora a Roma che si conclude la sua vita. Qui alcuni cristiani sono stati messi a morte come “atei” (cioè sovversivi, nemici dello Stato e dei suoi culti). Allora lui scrive una seconda Apologia, indirizzata al Senato romano, e si scaglia contro un accanito denunciatore, il filosofo Crescente: sappiano i senatori che costui è un calunniatore, già ampiamente svergognato come tale da lui, Giustino, in pubblici contraddittori. Ma Crescente sta con il potere, e Giustino finisce in carcere, anche lui come “ateo”, per essere decapitato con altri sei compagni di fede, al tempo dell’imperatore Marco Aurelio. Lo attestano gli Acta Sancti Iustini et sociorum, il cui valore storico è riconosciuto unanimemente. Non ci è noto il luogo della sua sepoltura.

Anche la maggior parte dei suoi scritti è andata perduta. Eppure la sua voce ha continuato a parlare. Nel Concilio Vaticano I i vescovi vollero che egli fosse ricordato ogni anno dalla Chiesa universale. E il Concilio Vaticano II ha richiamato il suo insegnamento in due dei suoi testi fondamentali: la costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium, e la costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Gaudium et spes.

Negli “Atti del Martirio”, di San Giustino, al capitolo 1, troviamo queste parole autobiografiche che sono un ottimo biglietto da visita per descrivere la sua personalità e la vita intera.

Ho tentato di imparare tutte le filosofie, poi ho aderito alla vera dottrina… Quella di adorare il Dio dei Cristiani, che riteniamo unico creatore e artefice, fin da principio, di tutto l’universo, delle cose visibili e invisibili; e inoltre il Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, che fu preannunciato dai profeti come colui che doveva venire tra gli uomini di salvezza e Maestro di buona dottrina”.

Fonti: http://www.santiebeati.it/dettaglio/23200http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Santo_del_mese/06-Giugno/San_Giustino_martire.html

 

 

Santa Giuliana di Norwich

Santa Giuliana di Norwich

Mistica inglese (1342-1416) 13 maggio

Santa Giuliana è considerata una delle più grandi mistiche della storia. All’età di trent’anni, soffrendo per una grave malattia e credendosi prossima alla morte, Giuliana avrebbe avuto una serie di intense visioni. In una di queste riuscì a descrivere minuziosamente la passione di Cristo.

Con la narrazione delle sue straordinarie visioni, Giuliana ha tramandato ai posteri un documento tra i più significativi della letteratura mistica medievale. Nella sua profonda umiltà, non ha lasciato quasi nessuna testimonianza sulla sua vita privata condotta nel nascondimento, nel silenzio e nella preghiera. Di lei non conosciamo neppure il nome di famiglia.

«…questa rivelazione fu fatta a una creatura semplice e illetterata mentre viveva ancora nella sua carne mortale, nell’anno di nostro Signore 1373, il 13 maggio. »

Si tratta di una data estremamente precisa (soprattutto se si pensa che ne parla a distanza di decenni) per un avvenimento che lascerà per sempre un segno indelebile nella vita di questa “creatura”, che neppure si preoccupa di dire il suo nome. Si pensa che il suo libro: “Sedici Rivelazioni dell’Amore Divino” (circa 1393), sia il primo scritto da una donna in lingua inglese.

Nacque verso il 1343, forse nello Yorkshire. A Norwich, capitale del Norfolk, il 13 maggio del 1373, ebbe sedici visioni che si succedettero tutte nell’arco della giornata. Più che di veri e propri fenomeni sensibili, ella parla di visioni a carattere intellettuale, spirituale. Fu probabilmente dopo questa esperienza che ella si ritirò come reclusa in un piccolo ambiente addossato alla chiesa di San Giuliano, situata nelle immediate vicinanze di Norwich. Qui redasse il suo libro delle rivelazioni, in cui al resoconto della sua esperienza aggiunge delle riflessioni personali.

Per quanto concerne la Vergine Santa, il Signore concesse a Giuliana di fare un’esperienza forte degli eventi basilari della vita di sua Madre ossia l’Annunciazione, la partecipazione al mistero del Calvario e la glorificazione celeste.

La teologia di Giuliana è ottimistica; parla dell’amore di Dio in termini di gioia e compassione in opposizione alla legge e al dovere. Per Giuliana, la sofferenza non è una punizione inflitta da Dio, ma uno strumento che egli usa per attirarci più vicino a lui. Questa concezione è assai differente dalla prevalente visione del suo tempo, che vedeva le calamità come la peste come un castigo divino. A causa delle sue affermazioni che oltre la realtà del fuoco dell’Inferno esiste un più grande mistero dell’amore di Dio, si è fatto riferimento a lei anche come ad una proto-universalista.

Il suo più conosciuto ed importante detto riflette la sua teologia:

«È stato necessario che esistesse il peccato; ma tutto sarà bene, e tutto sarà bene, ed ogni sorta di cosa sarà bene. » (Rivelazioni, cap. 27)

Esso è anche uno dei versi più famosi nella teologia cattolica e una delle frasi più conosciute della sua epoca. Più avanti il concetto è spiegato più ampiamente:

«Io posso compiere bene ogni cosa, Io sono in grado di compiere bene ogni cosa, Io voglio compiere bene ogni cosa, e Io compirò bene ogni cosa; e tu vedrai da te stessa che ogni sorta di cosa sarà bene. » (Rivelazioni, cap. 31)

Giuliana dà un’interpretazione di questa frase, che lei definisce “le cinque parole“, intendendo nell’espressione “Io posso” la persona del Padre, in “sono in grado” il Figlio, in “voglio” lo Spirito Santo, in “Io compirò” l’intera Trinità divina; e dove è detto “tu stessa vedrai” ella intende l’unità della natura umana che sarà salvata dall’amore di Dio e condotta al bene, interamente.

Un’altra espressione molto nota di Giuliana, decisamente rivoluzionaria per la sua epoca, è:«com’è vero che Dio è nostro Padre, così è vero che Dio è nostra Madre. » (Rivelazioni, cap. 59)

Il capitolo 59 prosegue con l’affermazione di Dio:

«Sono io, la forza e la bontà della paternità; sono io, la sapienza e la dolcezza della maternità; sono io, la luce e la grazia che è ogni amore benedetto; sono io, la Trinità; sono io, l’Unità; sono io, la sovrana Bontà di ogni specie di cosa; sono io che ti spingo ad amare; sono io che ti spingo a desiderare; sono io l’infinito compimento di ogni vero desiderio. » (Rivelazioni, cap. 59)

In lei l’aspetto femminile e materno di Dio ha una notevole importanza, e per questo Giuliana ha un posto speciale nella teologia mistica di tutti i tempi.

Visione di Cristo:

“…la pelle splendente era lacerata da profonde ferite che penetravano nella tenera carne a causa dei duri colpi su tutto il dolce corpo. Il sangue caldo scorreva con tale abbondanza che non si riusciva a vedere né le pelle né le ferite, perché tutto era coperto di sangue. E quando giungeva al punto in cui avrebbe dovuto cadere scompariva. Ciò nonostante il sangue continuò a scorrere per un certo tempo, fino a che potei osservarlo con attenzione. Ed era così abbondante che mi venne da pensare che se fosse stato veramente fatto di sostanza reale avrebbe insanguinato tutto il letto e sarebbe traboccato tutto all’intorno.

Allora mi venne in mente che Dio ha creato abbondanza di acque sulla terra per il nostro uso e per le nostre necessità fisiche secondo il tenero amore che egli ha per noi. Ma tuttavia egli preferisce che noi prendiamo come medicina perfetta il suo sangue beato per lavarci dai nostri peccati: questa è la bevanda che egli desidera darci più di qualsiasi altra nel creato. Perché il suo sangue è abbondantissimo, così come è preziosissimo per virtù della beata divinità. Ed è della nostra stessa natura, e per la nostra beatitudine esso scorre sopra di noi per virtù del suo amore prezioso.

Il preziosissimo sangue di nostro Signore Gesù Cristo, così come è veramente inestimabile, è altrettanto veramente sovrabbondante. …”

Fonti: http://www.culturacattolica.it/cristianesimo/le-piaghe-del-messia/la-passione-del-signore-vista-dai-mistici/s-giuliana-di-norwich-1342-1416; https://books.google.it/books?id=gQ81vagczlAC&pg=PA590&lpg=PA590&dq=beata+giuliana+di+norwich+BISCOBREAK&source=bl&ots=4W76zG7h4-&sig=HuD6pQ-yo3E-dKdx1C7rQIrEM3k&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjPvNCpzOTTAhXCCCwKHW_JDTcQ6AEISjAF#v=onepage&q=beata%20giuliana%20di%20norwich%20BISCOBREAK&f=false; http://it.cathopedia.org/wiki/Beata_Giuliana_di_Norwich