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Archive for BRICIOLE DI LUCE

San Goslino (Gozzelino)

San Goslino (Gozzelino)

Abate di S. Solutore 12 febbraio 1053

Nato da una famiglia nobile divenne abate di San Solutore. Le sue reliquie vennero traslate nella chiesa dei santi martiri Solutore, Ottavio e Avventore, in seguito all’occupazione francese  di Torino.

Nel Medioevo le guerre erano continue e mettevano a dura prova intere popolazioni, spesso già provate dalla fame e dalle epidemie. Nelle città, il più delle volte, la massima autorità era il vescovo. Torino, facente parte con Susa di un Marchesato, mentre subiva le scorribande degli Ungari e dei Saraceni, aveva come particolari nemici i Borgognoni. L’instabilità politica causava anche il malcostume sia del popolo che del clero. Intorno all’anno Mille il Vescovo Gezone, amante dell’ideale monastico, vide nella fondazione di nuovi monasteri un modo per contrastare tale decadenza morale. Mentre S. Guglielmo Abate fondava la celebre Abbazia di Fruttuaria e S. Giovanni Vincenzo illuminava con la sua santità la Sacra di S. Michele della Chiusa, a Torino nasceva un monastero benedettino presso la cappella dei Ss. Protomartiri Solutore, Avventore e Ottavio (voluta dalla B. Giuliana d’Ivrea per dare loro degna sepoltura).

I monaci, lontani dagli affetti terreni, dediti alla preghiera e allo studio della Sacra Scrittura, rispettavano umilmente i voti di povertà, castità e obbedienza. Amare il Signore voleva dire amare il prossimo e il loro esempio era di edificazione a tutti. Giorno e notte le orazioni incessanti accompagnavano le diverse occupazioni a cui ognuno era preposto. Compito dei monaci era anche quello di contrastare la diffusione delle eresie (la più pericolosa era quella dei Simoniaci).

Il monastero di S. Solutore fu fondato nell’anno 1006 e tra i primi giovani che offrirono la loro vita a Dio vi fu Goslino (o Gozzelino). Appartenente alla nobile famiglia torinese degli Avari, fu educato e istruito nelle lettere e nelle scienze umane. La vocazione religiosa arrivò presto e così rinunciò al mondo per abbracciare la Regola di S. Benedetto.

Suo maestro fu il primo abate del Cenobio, Romano, mentre compagno privilegiato fu Atanasio. Il rispetto di Goslino per la Regola fu ineccepibile, nessuno sconto si concedeva neppure quando era ammalato. Umilissimo, non prevalse mai sui compagni sebbene fosse superiore ai più per istruzione e dottrina. Digiuni e penitenze erano l’arma per combattere le passioni mentre cibo per l’anima era la lettura di libri spirituali. Fu vero modello di perfezione per coloro che vivevano al suo fianco e per quanti frequentavano il monastero: la sua santità era conosciuta da tutti.

Nel 1031, nonostante da sempre avesse declinato ogni onore, venne eletto abate. Sulla sua nomina erano d’accordo tutti ed egli accettò per adempiere alla volontà di Dio. Affidò la cura delle cose materiali ad alcuni fidati collaboratori mentre volle solo occuparsi di quelle spirituali. L’osservanza della Regola da parte di tutti i monaci garantiva il cammino della comunità verso la perfezione evangelica e Goslino, per primo, ne era il modello. Fu molto attento ai poveri, sia a quelli dei dintorni che ai pellegrini, anche a costo di impoverire notevolmente le derrate del monastero. Soccorrere il prossimo nelle necessità materiali voleva dire potersi occupare poi di quelle dello Spirito. Il Signore vigilava e mai mancò loro il necessario. Il vescovo Cuniberto, dal canto suo, fece nuove donazioni (1048).

Carico di fatiche e soprattutto di meriti, morì il 13 dicembre 1051 tra la venerazione e la stima sia del popolo che del clero. Considerato un santo, tale si tramandò la sua memoria negli scrittori antichi dell’Ordine. Purtroppo però il tempo non ci ha consegnato i manoscritti di coloro che, suoi contemporanei, ebbero modo di conoscerlo.

Sepolto umilmente, come era vissuto, nel corso dei secoli si perse traccia del suo sepolcro. Solo nel 1472 fu ritrovato il sacro corpo vestito con mitra e pastorale: un epitaffio lo indicava chiaramente. Grande stupore suscitò il candore delle sua ossa, come a testimoniare la sua santa condotta di vita. Il ritrovamento ebbe vasta eco e numerose furono le grazie che il popolo ottenne per sua intercessione. Il primo ad essere miracolato fu il medico di corte, Michele Brutis.

Il monastero fu distrutto dai francesi nel 1536. Le sue reliquie, con quelle dei Protomartiri e della beata Giuliana, fortunatamente erano state poste al sicuro nel monastero della Consolata, retto anch’esso dai Benedettini. Fu l’ultimo abate di S. Solutore, Vincenzo Parpaglia, che si preoccupò di dare loro una degna collocazione. Durante una sua ambasceria a Roma incontrò S. Francesco Borgia, terzo Generale della Compagnia di Gesù, e il Papa S. Pio V. Si definì che i Gesuiti, da poco arrivati a Torino, avrebbero costruito una chiesa dedicata ai tre martiri torinesi per accogliere le loro spoglie.

La traslazione dei cinque santi fu solenne, alla presenza del Duca Emanuele Filiberto di Savoia (19 gennaio 1575). Le reliquie di S. Goslino vennero sigillate in una cassetta e custodite con le altre prima nell’oratorio, poi nella cappella di S. Paolo della erigenda chiesa (1584). Oggi sono conservate sotto la statua del presbiterio che lo raffigura. La memoria è fissata localmente al 12 febbraio, con quella di santa Giuliana.

Autore: Daniele Bolognini

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/92107

 

Santa Vereburga

SANTA VEREBURGA

Badessa (650 – 700 circa) 3 febbraio

Questa santa principessa, dal nome per noi quasi impronunciabile, discendeva da una famiglia di santi. La tradizione vuole che riportando in vita un’oca selvatica salvò un villaggio.

Nata nel 650 dal re Wulfhere di Mercia e da Santa Ermenilda, nel 675 alla morte del padre Vereburga rinunciò ai fasti della corte e si ritirò nell’abbazia di Ely.

Il fratello del defunto, Etelredo, succedutogli al trono, fece tornare la nipote per affidarle un gruppo di case per religiose nelle contee dell’Inghilterra centrale, con lo specifico compito di introdurvi una più rigida osservanza.

Tra questi monasteri figuravano quello di Weedon nel Nothamptonshire, già abitazione reale che la santa poi trasformò in monastero, Trentham nel Lincolnshire, ove ella morì, ed Hanbury nello Staffordshire, in cui desiderò essere sepolta. Le reliquie di Vereburga furono poi traslate a Chester, assai probabilmente per salvarle dalla profanazione durante le invasioni danesi. Qui il suo sacrario, posto nella cattedrale cittadina, divenne frequentatissima meta di pellegrinaggi.

Santa Vereburga deve gran parte della sua popolarità ad una romanzesca leggenda, secondo la quale la bella principessa respinse le avances di non pochi corteggiatori onde salvaguardare la sua consacrazione al Signore. A Werbod, suo principale ammiratore, il sovrano concesse la figlia in sposa, purché egli riuscisse ad ottenere il libero consenso da parte di Vereburga. Il pretendente era però pagano e quindi già la regina Ermenilda ed i suoi figli si opposero all’eventualità di questa unione, suscitando però in tal modo la sua ira.

I principi erano stati educati da San Chad, vescovo di Lichfield, che viveva in una foresta e dava perciò loro la possibilità di mascherare le visite rivoltegli con delle spedizioni di caccia. Werbod denunciò questo fatto al re e questi non esitò a farli uccidere. Anche Werbod, però, ben presto andò incontro ad una miserabile morte ed il sovrano, roso dal rimorso, mutò in positivo i suoi rapporti con la sua santa consorte e con San Chad. Questi eventi incoraggiarono Vereburga nel suo proposito e chiese allora il permesso al padre di poter entrare ad Ely.

Un’altra antica leggenda spiega il perchè l’oca sia divenuto l’emblema principale di questa santa: un gruppo di oche selvatiche devastò i raccolti di Weedon e Vereburga le fece catturare, ma dopo che nottetempo un servo ne uccise una e la cucinò, la santa la riportò in vita. Lo stormo di animali poi fuggì, senza più tornare a rovinare i raccolti.

Le reliquie di Santa Vereburga vennero nuovamente traslate nella cattedrale di Chester nel 1095, cioè pressapoco quando Goscelino scrisse la sua Vita, ove questa leggenda è raffigurata su una mensola d’appoggio di un sedile del coro: al centro vi è la santa con un bastone pastorale in mano, mentre un servo le porge un’oca; sulla destra un uomo confessa di aver rubato l’animale, mentre a sinistra si scorgono le altre oche rinchiuse. Questa storiella in realtà era già stata utilizzata dallo stesso autore nella Vita di Santa Amalberga.

Santa Vereburga è festeggiata dal Martyrologium Romanum al 3 febbraio, presumibilmente data della morte, mentre il 21 giugno ricorre l’anniversario della traslazione delle reliquie nella cattedrale di Chester, della quale è protettrice. Attrazione per numerosi pellegrini, il suo sacraio fu però distrutto sotto il regno di Edoardi VIII d’Inghilterra, nel contesto della Riforma Protestante e della nascita della Chiesa Anglicana.

Autore: Fabio Arduino

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/39475

 

San Giuliano l’ospitaliere

SAN GIULIANO L’OSPITALIERE

29 gennaio e 31 agosto

Gustave Flubert trasse dalla storia di questo santo un’avvincente romanzo parlando di questo fiammingo patito per la caccia anche violenta, cavaliere infaticabile e carattere vendicativo che non aveva esitato a uccidere il padre e la madre coricati nel suo letto credendoli la moglie e il suo presunto amante.

San Giuliano L’Ospitaliere, patrono dei viaggiatori come degli albergatori è il protettore della città di Macerata. Chiunque visiti questa città lo troverà rappresentato ovunque: sulle porte d’accesso intorno alle mura, nelle opere conservate in pinacoteca, nell’antico sigillo dell’università, nelle medaglie commemorative del comune, nei palazzi signorili, sugli stendardi…

La sua immagine più antica, a cavallo, è del 1326, una scultura in pietra un tempo nella Fonte maggiore e oggi nell’atrio della pinacoteca comunale; la più scenografica nelle chiesa delle Vergini mentre tiene in mano il modellino della città; la più moderna nel ciclo della vota del presbiterio del Duomo dove negli anni 30 è stata affrescata la storia della sua redenzione dopo un tragico, incredibile evento. Gustave Flubert ne aveva già tratto una novella-romanzo, Saint Julien l’Hospitalier, raccontando con tinte fosche la giovinezza di questo fiammingo patito per la caccia anche violenta, cavaliere infaticabile e carattere vendicativoPoi una vita di espiazione e di preghiera dedicata all’accoglienza dei poveri e al traghetto dei pellegrini da una riva all’altra di un periglioso fiume.

La leggenda narra infatti che un mentre cacciava un cervo, questi, invece di scappare si rivolse a lui dicendo: “Come osi inseguirmi tu che ucciderai tuo padre e tua madre?” Ovviamente atterrito lasciò scappare il cervo e per paura che la profezia dell’animale si avverasse scappò dalla città senza avvisare nessuno. Trovò fortuna in un paese lontano dove riuscì addirittura a sposare una nobile che aveva un castello. I suoi genitori intanto non si davano pace per la sua scomparsa e decisero di mettersi in viaggio per cercarlo. Caso volle che un giorno giunsero proprio al castello di Giuliano dove vennero accolti dalla sua sposa, la quale sentendo la storia di questi genitori si rese conto che si trattava proprio degli suoceri. Senza dire nulla al marito e per rispetto, li fece alloggiare nelle sue stanze.

All’alba la giovane si trovava nella cappella a pregare quando il marito rientrò dal suo viaggio. Desideroso di fare una sorpresa alla moglie entrò nella loro camera da letto, quando ancora la luce del giorno non aveva riempito la stanza. Vedendo due persone dormire nel suo letto immaginò che si trattasse di un tradimento e preso dall’ira uccise entrambi i genitori. Si rese conto di quanto aveva fatto, solo quando vide venirgli incontro la moglie che l’informava di aver ospitato i suoi genitori.

Disperato Giuliano comprese che tutti i suoi sforzi non erano bastati a salvarlo da quella terribile profezia e giurò di andarsene pellegrino fino a quando il Signore non gli avesse dato un segno del suo perdono per il male fatto ai genitori. La moglie, che amava profondamente il marito non volle lasciarlo e decise di diventare essa stessa una pellegrina insieme a lui.

Fondarono un ospizio sulle rive del fiume Potenza. Mentre una notte dormiva gli giunse una voce che chiedeva aiuto per attraversare il fiume. Vedendo che l’uomo era intirizzito dal freddo gli propose di entrare in casa e lo mise vicino al fuoco per riscaldarlo, ma ancora l’uomo che sembrava malato di lebbra sembrava stare meglio. Così decise di metterlo nel suo letto e solo allora lo vide trasfigurarsi in un’immagine luminosa che si sollevò dinanzi a lui. Questo angelo del Signore gli annunciò di essere stato mandato da Dio, il quale aveva accettato la sua penitenza e gli comunicava che in pochi giorni lui e la moglie sarebbero morti santamente. E così avvenne.

Dedicata a San Giuliano l’ospitaliere, vi è anche la chiesa gemella di Saint Julien-le Pauvre nel quartiere latino, che raccoglie un certo interesse e avvolta da un alone misterioso, infatti la chiesa parigina, costruita dai benedettini tra il 1170 e il 1240 su una originaria cappella del VI secolo dedicata a Saint Julien-l’Hospitalier, faceva parte della ventina di chiese edificate nei dintorni di Notre -Dame, tutte scomparse tranne quella. Situata nel cuore del centro universitario del XII e XIV secolo, fu luogo d’incontro di studenti e mastri, quando le lezioni si tenevano all’aria aperta, e al suo interno si riuniva l’assemblea per l’elezione del Rector Magnificus.

Pare che Dante vi ascoltò le lezioni di Sigieri e che certamente la frequentarono Alberto Magno, Tommaso d’Aquino e Petrarca e più tardi Villon e Rabelais. Solo quando furono costruiti nelle vicinanze i collegi della Montagne Sainte Geneviève tra i quali si impose quello della Sorbona, la chiesa perdette d’importanza.

Quanto al santo cui è intitolata, la fama popolare ha sempre fatto coincidere il Giuliano storico con l’ospitaliere, tant’è che in veste di traghettatore compare in piedi sulla barca in un bassorilievo medievale incastrato nella facciata numero 42 della rue de Galande, di fianco alla chiesa: nel vicino giardino, che la separa dalla Senna e dalla fiancata destra dell’imponente Notre-Dame, una fontana in bronzo, questa recente, porta scolpiti tutti intorno a cascata i fatti salienti della sua storia. Tutto sembra quindi far pensare che si tratti di San Giuliano l’Ospitaliere eppure l’opuscolo predisposto dalla parrocchia di rito greco-melkita e il prete interpellato propendono per l’identificazione del santo con Giuliano martire di Brioude.

Tutto ciò appare assai strano…Il Giuliano leggendario, al quale la voce popolare ha dato il nome di ospitaliere rendendolo patrono di fatto anche nella chiesa di Parigi, sarebbe perciò usurpatore del titolo e in ogni caso, come ribadisce anche l’attento custode, non sarebbe riconosciuto come santo dall’autorità ecclesiastica. Un bell’impiccio per tutte le chiese francesi, italiane e spagnole che lo hanno scelto come loro protettore.

I dubbi vennero fugati nel momento in cui il 6 gennaio del 1442, quando un nobile maceratese affermò di sapere con certezza il luogo che custodiva la reliquia del braccio del santo in questione. La sua certezza veniva dalla testimonianza di un vecchio del suo paese, ormai defunto. Trattandosi di una persona stimata e conosciuta il vescovo decise di scavare, tra le colonne dell’altare maggiore, luogo indicato dal veggente, dove infatti fu trovato un cofanetto contenente pochi resti di un braccio avvolti da un drappo di seta insieme ad un’antica pergamena che ne avvalorava l’identità.     

L’atto notarile che descrive il ritrovamento è ora depositato nell’archivio priorale mentre le ossa, dopo varie collocazioni, sono conservate in una urna d’argento cesellata dall’orafo Domenico Piani.

Quello che conta è che in nome del patrono, santo reale o possibile, si aggreghino interessi culturali e iniziative utili alla città proprio nel senso e nella direzione dell'”ospitalità”. La pensa così il comitato “Amici di San Giuliano” che si è costituito con spirito attivo e che non si preoccupa tanto dei riconoscimenti ufficiali quanto il promuovere in suo nome in tempi tanto angoscianti il valore dell’accoglienza.

Il 14 gennaio 2001, riprendendo un’antica tradizione, è stata innalzata in cielo una stella luminosa in onore del santo e la sua storia raccontata per le vie, quasi in veste di banditore, dall’attore Giorgio Pietroni mentre risuonavano i canti della Pasquella, continuazione allegra di un evento che sarebbe durato troppo poco se esaurito nel giorno dell’Epifania.

Non è citato nel Martirologio Romano, mentre la Bibliotheca Sanctorum lo pone al 29 gennaio.

E’ patrono della Diocesi e della città di Macerata che lo festeggiano il 31 agosto.

PREGHIERA A SAN GIULIANO L’OSPITALIERE

O glorioso San Giuliano, che hai visto e accolto nei miseri Cristo stesso, proteggi noi tuoi devoti nelle necessità temporali e spirituali, e intercedi per noi, affinché orientando la nostra vita al bene supremo e operando in spirito di carità a vantaggio dei nostri fratelli, possiamo meritare di avere ospite nel nostro cuore il Signore Gesù e di godere un giorno con Te la luce del Paradiso. Amen

Fonti: http://www.santiebeati.it/dettaglio/36750; http://www.figlidellaluce.it/documenti/preghiere/198-preghiere/13846-preghiera-a-s-giuliano-l-ospitaliere

 

Servo di Dio Pasquale Canzii

Servo di Dio Pasquale Canzii

Seminarista (1914 – 1930) 24 gennaio

Detto Pasqualino, sentì prestissimo la chiamata al sacerdozio desiderando diventare passionista entrà dodicenne in seminario. Morì sedicenne per tubercolosi raggiungendo il suo obbiettivo: la santità.

Nacque il 6 novembre 1914 a Bisenti, comune in provincia di Teramo, posto nella vallata del Fino. I suoi genitori, Alfredo Canzii e Semira Forcellese, sarto e casalinga, erano persone semplici, ferventi nella vita cristiana e laboriose e accolsero quel figlio tanto atteso con gioia profonda. Ricevette il battesimo il 16 maggio 1915 nella parrocchia di Santa Maria degli Angeli a Bisenti.

La sua prima catechista fu la mamma, che gli insegnò ad invocare la protezione dell’Angelo Custode, di san Pasquale Baylon del quale portava il nome (e che era pure il patrono del paese) e di san Gabriele dell’Addolorata, che fu canonizzato nel 1920 e dichiarato patrono d’Abruzzo. Insieme pregavano Gesù nel Tabernacolo e recitavano il rosario alla Madonna.

Pasqualino, com’era soprannominato, maturò un carattere mite e riservato. Era diligente nel compiere i suoi doveri quotidiani, ma anche come studente e come chierichetto. Ricevette la Prima Comunione il 31 maggio 1925 a 10 anni e la Cresima il 29 maggio dell’anno successivo.

Verso la fine dell’estate del 1926 arrivarono a Bisenti due padri Passionisti, per predicare una missione popolare e ad uno di loro, padre Ireneo Cataldi, Pasquale confidò il desiderio di farsi sacerdote nella stessa congregazione sua e di san Gabriele. Il missionario gli suggerì di riflettere attentamente e di orientarsi, possibilmente, al sacerdozio diocesano.

La madre, quindi, informò il marito della scelta del loro primogenito: dopo la nascita nel 1919 dell’altro figlio, Pietro, Alfredo era infatti emigrato in America per trovare un sostegno economico alla famiglia. Non essendoci ostacoli da parte sua, concesse a Pasqualino di partire: gli avrebbe poi inviato lui il denaro necessario per mantenerlo agli studi. Così il 14 ottobre 1926, a dodici anni, il ragazzo entrò nel Seminario diocesano di Penne (Pescara), vestendo l’abito talare.

Pasquale era di aspetto delicato e gentile. Il suo contegno era sempre rispettoso sia verso i professori sia verso i compagni: per questo, tutti cercavano la sua compagnia. Spesso era indicato come esempio agli altri seminaristi, per il suo impegno nello studio e per l’innato spirito di carità e devozione.

Tutti potevano vedere, nel suo sguardo dolce, lo specchio del suo animo limpido: s’illuminava tutto quando si parlava di Gesù, della Vergine Maria e delle cose divine. Nelle lettere scritte ai familiari e nei suoi appunti espresse con insistenza il suo desiderio e il suo impegno di farsi santo, adempiendo con fedeltà ai suoi doveri per amore di Dio.

Improvvisamente, nel gennaio 1930, si rivelarono in Pasquale i sintomi della malattia del ventesimo secolo: la tubercolosi, che mieteva in Italia e nel mondo innumerevoli vittime, senza distinzione di età. Nella fase acuta galoppante durò poco, forse perché diagnosticata troppo tardi, ma il giovane seminarista si rese conto della situazione e accettò con serenità la volontà di Dio. Nel suo letto, con le poche forze che gli rimanevano, riusciva appena a recitare brevi invocazioni, dalle quali traspariva la sua fervente fede e il desiderio dell’amore di Dio.

Negli ultimi giorni, alla mamma e alla nonna che l’assistevano amorevolmente, disse: «Si avvicina l’ora beata: sono felice! Iddio mi chiama. Tu mamma mia, non piangere: è necessario che io parta da questo mondo; insieme, facciamo al Signore un’umile offerta della mia vita e del tuo fervido amore materno. Un giorno, lassù, io pregherò per te, per la nonna, per il babbo, per il fratellino, per tutti».

Morì il 24 gennaio 1930 a 15 anni e 2 mesi nel Seminario di Penne, fra il dolore dei familiari e la costernazione di compagni ed insegnanti. La sua salma fu esposta in Cattedrale. I funerali furono officiati dal vescovo monsignor Carlo Pensa, con la partecipazione di tutta Penne; altrettanta partecipazione ci fu alla sua sepoltura nel cimitero di Bisenti.

Il suo ricordo è perdurato nel tempo, aumentando la devozione dei fedeli di Penne e di Bisenti e valicando i confini dell’Abruzzo tanto che, nel 1993, si è costituito il Comitato Pasqualino Canzii, perché non si smarrisca. Il 26 gennaio 1999 la diocesi di Pescara-Penne ha ricevuto il nulla osta della Congregazione delle Cause dei Santi per l’inizio della sua causa di beatificazione.

Il 4 luglio i resti di Pasquale sono stati riesumati alla presenza di oltre cinquemila persone, incluso suo fratello Pietro, anche lui emigrato negli Stati Uniti, precisamente a Baltimora. Hanno ricevuto nuova tumulazione nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Bisenti, nel primo altare laterale rispetto all’altare maggiore.

La fase diocesana del processo di beatificazione si è conclusa il 1° aprile 2001 nella cattedrale di San Cetteo a Pescara ed è stata convalidata il 1° febbraio 2002. La “positio super virtutibus” è stata trasmessa a Roma nel 2004.

Autore: Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/92704

Servo di Dio Aldo Marcozzi

SERVO DI DIO ALDO MARCOZZI

Adolescente (1914 – 1928) 24 novembre 

Oggi sembra impossibile trovarsi davanti un ragazzo adolescente che ama tanto Gesù Eucaristico, la Santa Messa e il rosario, eppure questo ragazzo che sembrava ne più ne meno come tutti gli altri ha dato un grande esempio di fede e di amore.

Aldo Marcozzi di 14 anni, nacque a Milano il 25 luglio 1914 da una buona e distinta famiglia. Ricevette un’ottima educazione cristiana, prima dai genitori, poi dalle insegnanti della scuola e a nove anni prese a frequentare l’Istituto Gonzaga di Milano, retto dai Fratelli delle Scuole Cristiane.

Della sua breve esistenza non vi sono episodi straordinari, ma tutto nella vita quotidiana fu eccezionale in lui, come l’intelligenza, il candore della sua anima, lo studio, la devozione ardente a Gesù e alla Madonna, la fedeltà ai doveri quotidiani, la bontà verso il prossimo, la preghiera.

Appassionato per lo sport, alto, slanciato, elegante e gentile nei modi, premuroso, espansivo, sempre sorridente, Aldo fu una bella figura di ragazzo cristiano e nei suoi occhi puri e gioiosi, si poteva leggere tutta la serenità della sua anima.

Leggeva ogni giorno il Vangelo, eletto a codice della sua vita; totalmente fedele a Gesù rinunciava volentieri a tutto per Lui, come la domenica se invitato ad una gita, non esisteva la possibilità di partecipare alla Messa, respingeva l’invito.

La sua giovanissima esistenza era da lui intesa come appartenente alla “milizia” per Cristo-Re; nel suo diario annotò durante un corso di Esercizi Spirituali, tutta la sua gioia di essere cristiano-cattolico e l’impegno di professare la sua fede, vivendola intimamente e interamente.

Aldo si può dire con certezza, era un innamorato di Gesù Eucaristico, dall’età di dieci anni partecipava alla Messa ogni mattina facendo il chierichetto e ricevendo la Comunione, si confessava ogni settimana, convinto che anche il più lieve peccato offendeva l’amore di Gesù Eucaristia; la mamma disse: “L’Eucaristia fu il più grande desiderio di Aldo in vita e il suo supremo desiderio in morte”.

Una giornata senza l’Eucaristia era per Aldo Marcozzi una giornata senza sole e piena soltanto di tristezza; riceveva la S. Comunione e si raccoglieva per il ringraziamento, con un fervore che suscitava l’ammirazione dei presenti e lo stimolo a pregare per i compagni della sua età.

Dopo la S. Messa, il Rosario era la sua preghiera prediletta e fra tutti i misteri, quello riguardante il Paradiso era il più gradito; e il quinto Mistero Glorioso: Maria regina del cielo e della terra e la gloria di tutti gli angeli e i santi volle, come ultimo desiderio sul letto di morte, che la mamma piangente recitasse per lui.

Colpito da grave malattia, ebbe una lunga agonia, durante la quale non faceva altro che sospirare il nome di Gesù; la sua, più che una morte fu un trionfo di santità, così come profetizzò papa s. Pio XVi saranno molti santi tra i fanciulli”; Aldo Marcozzi, l’”adolescente radioso ed eucaristico”, morì sorridendo ai suoi genitori e parenti stretti intorno al suo letto, sabato 24 novembre 1928 nella sua casa di Milano.

FONTE: http://www.santiebeati.it/dettaglio/92227

SANT’ALBERTO MAGNO

SANT’ALBERTO MAGNO

Vescovo e dottore della Chiesa (1206ca-1280 ) 15 novembre

Entrato nell’Ordine dei Predicatori, maestro di filosofia e teologia fu l’insegnante di san Tommaso d’Aquino. Riuscì ad unire in mirabile sintesi la sapienza dei santi con il sapere umano e la scienza della natura.

Alberto, della nobile famiglia Bollstadt, nacque in Germania verso il 1200. Molto giovane venne in Italia per studiare le arti a Padova e forse anche a Bologna e Venezia. Durante il soggiorno nella penisola conobbe i domenicani, dai quali fu inviato a Colonia per la formazione religiosa e per lo studio della teologia, indossando ancora giovanissimo l’Abito dei Predicatori dalle mani del Beato Giordano di Sassonia, immediato successore del Santo Patriarca Domenico.

Al giovane studente sembrò ostacolo insormontabile le difficoltà che incontrava nello studio della Teologia, e fu tentato di fuggire dalla casa del Signore. La Madonna, però, di cui era devotissimo, lo animò a perseverare, rasserenandolo nei suoi timori, dicendogli: “Attendi allo studio della sapienza e affinché non ti avvenga di vacillare nella fede, sul declinare della vita ogni arte di sillogizzare (ragionare cavillosamente n.d.r.) ti sarà tolta”.

Sotto la tutela della Celeste Madre, Alberto divenne sapiente in ogni ramo della cultura, sì da essere acclamato Dottore universale e meritare il titolo di Grande, ancor quando era in vita. Approdò infine a Parigi dove tenne la cattedra di teologia per tre anni, durante i quali ebbe un allievo d’eccezione: Tommaso d’Aquino.

Rimandato dai superiori a Colonia per fondarvi lo studio teologico, portò con sé Tommaso con il quale avviò un progetto molto ambizioso: il commento dell’opera di Dionigi l’Areopagita e degli scritti filosofico­naturali di Aristotele.

Alberto vedeva il punto d’incontro di questi due autori nella dottrina dell’anima. Posta da Dio nell’oscurità dell’essere umano (Dionigi), secondo Aristotele l’anima si esprime nella conoscenza e negli aspetti pratici dell’esistenza umana. In questo agire complesso e meraviglioso, essa svela la sua origine divina.

Alberto dava così avvio all’orientamento mistico nel suo ordine che sarà sviluppato da maestro Eckhart, mentre la ricerca filosofico-teologica verrà proseguita da san Tommaso. Grande studioso delle scienze naturali, Alberto non rifuggì dagli incarichi pastorali. Fu provinciale dell’ordine domenicano per il nord della Germania, per breve tempo vescovo di Ratisbona, partecipò al concilio di Lione dove portò il contributo della sua sapienza per l’unione della Chiesa Greca con quella Latina.

Avanzato negli anni saliva ancora vigoroso la cattedra, ma un giorno, come Maria aveva predetto, la sua memoria si spense. Anelò allora solo al cielo, al quale volò dopo quattro anni, il 15 novembre 1280, consumato dalla divina carità. La sua salma riposa nella chiesa parrocchiale di Sant’Andrea a Colonia. Papa Gregorio XV nel 1622 lo ha beatificato. Papa Pio XI nel 1931 lo ha proclamato Santo e Dottore della Chiesa. Il 16 dicembre 1941 Papa Pio XII lo ha dichiarato Patrono dei cultori delle scienze naturali.

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/29950

 

 

Ven.  Abate Ildebrando Gregori

Ven.  Abate Ildebrando Gregori

Fondatore (1894-1985) 12 novembre

Come i primi discepoli di San Benedetto uscì dal monastero per portare sollievo nel mondo della sofferenza. Nel 1950 dava inizio ad un sodalizio religioso femminile che in pochi anni divenne la Congregazione delleSuore Riparatrici del Santo Volto”.

Nato a Poggio Cinolfo, Comune di Cursoli, in provincia de L’Aquila 1’8 maggio 1894, Alfredo Antonio Gregori conobbe giovanissimo la vita religiosa frequentando l’Eremo di san Francesco, nei boschi vicini al paese natale, dove viveva una comunità di Frati Cappuccini. A 12 anni, indirizzatovi dal Card. Segna, nativo di Poggio Cinolfo, entrò nella Congregazione dei Benedettini Silvestrini.

Alfredo Antonio Gregori iniziò il noviziato al Protocenobio di San Silvestro Abate sul Monte Fano, presso Fabriano il 10 marzo 1909. Vestendo l’abito di monaco prese il nome di Ildebrando. L’anno dopo emise la professione semplice, tre anni più tardi pronunciò i voti perpetui.

Era studente di Filosofia, ma all’inizio del corso teologico, dovette arruolarsi. Si era nel periodo della prima guerra mondiale. Fu assegnato alla Sanità e promosso caporale della 20° sezione; fu anche attendente del Cappellano don Pietro Ciriaci, divenuto poi arcivescovo, Nunzio Apostolico e Cardinale.

Terminata la guerra e rientrato in monastero, frequentò teologia presso la Pontificia Università Gregoriana, dove si laureò brillantemente in filosofia e teologia. All’età di 28 anni fu ordinato sacerdote a Roma il 29 ottobre 1922 nella Basilica dei Santi Apostoli.
Dopo l’ordinazione sacerdotale il monaco Ildebrando Gregori venne incaricato, all’interno della sua Congregazione, della pastorale vocazionale ed ebbe anche la responsabilità della formazione dei giovani candidati probandi e professi. Educatore severissimo con sé stesso, ma umanissimo con gli altri, ha formato una generazione di monaci Silvestrini che ricordano con affetto la sua guida.

Nel 1939, all’età di 45 anni, viene eletto Abate generale della Congregazione Benedettina Silvestrina. Ricoprirà l’incarico per vent’anni. Si riconosce che durante il suo generalato, il p. Gregori “salvò la propria Congregazione in Italia durante la seconda guerra mondiale, gettando le premesse per una maggior diffusione all’estero del suo istituto religioso.”

Nel medesimo periodo in cui fu Abate generale, era apprezzato predicatore, ma soprattutto direttore spirituale di anime, di alcune delle quali è in corso la Causa di Beatificazione tra queste, Madre Maria Pierina de Micheli, della Congregazione delle Figlie dell’Immacolata Concezione di Buenos Aires, Madre Geltrude Billi, Cofondatrice delle Ancelle del S. Cuore di Città di Castello e Madre Laura Curlotta, terza Superiora generale delle Suore di Ravasco. Caratteristica inconfondibile della direzione spirituale condotta dal p. Gregori, fu la devozione e la spiritualità del S. Volto di Cristo: devozione e spiritualità attinte dal Madre Maria Pierina de Micheli.

Nell’immediato dopoguerra (1945-1946) per circostanze che si confermarono provvidenziali, raccolse alcuni fanciulli poveri e abbandonati, assistendoli integralmente. Questo apostolato si estese ben presto e, dal prima nucleo creato a Bassano Romano, nacque la sua imponente Opera assistenziale, per condurre la quale il p Gregori fondò una Congregazione religiosa femminile le “Suore Benedettine Riparatrici del Santo Volto di Nostro Signore Gesù Cristo“. Sorto come Pio Sodalizio nel 1973 e, cinque anni più tardi, il 7 febbraio 1978, fu riconosciuto Congregazione di diritto pontificio. Nel frattempo, l’Opera assistenziale del p. Gregori di estendeva anche agli infermi lungodegenti.

“IL PADRE” l’Uomo attivissimo e monaco di intensissima vita contemplativa, ha seguito personalmente con estrema dedizione la sua Opera fino a pochi anni dalla sua morte, preceduta da lunga e sofferta infermità. Attuando un suo vivo desiderio, aveva creato a Roma, in Via della Conciliazione 15, la Casa e comunità religiosa “Deo gratias”, dove ha vissuto gli ultimi due decenni e di dove è salito alla pace eterna il 12 novembre 1985, all’età di 91 anni. Due settimane prima aveva predetta il giorno del suo trapasso.
Il suo corpo riposa in Bassano Romano, nel coro della Cappella della Casa Madre e Generalizia della Congregazione da lui fondata la sua tomba e la Casa romana “Deo gratias” sono divenute meta di continuo, devoto pellegrinaggio.

Per maggiori inform.: Don Simone Tonini, OSBSilv – Postulatore della Causa della Beatificazione: stonini@unigre.urbe.it

Fontiwww.sanvincenzo.silvestrini.orghttp://www.santiebeati.it/dettaglio/95938

SAN LUIGI GUANELLA

SAN LUIGI GUANELLA

Sacerdote (1842-1915) 24 ottobre

Amico di don Bosco, che incontrò a Torino e con il quale trascorse tre anni, fondò i Servi della Carità e le Figlie di Santa Maria della Provvidenza. Guanella intervenne con don Orione nel terremoto della Marsica: gennaio 1915.

Luigi Guanella nacque a Fraciscio di Campodolcino in Val San Giacomo (Sondrio) il 19 dicembre 1842. Morì a Como il 24 ottobre 1915.

La sua valle e il paese (m. 1350 sul mare) sono nelle Alpi Retiche. Fin dall’antichità vi si stabilirono delle comunità vissute, con fatica e stento, di agricoltura alpina e di allevamento[…] fervidamente attaccati alla religione cattolica in contrasto col confinante canton Grigioni riformato, vivevano in povertà, dediti ai più duri lavori per garantirsi il minimo di sopravvivenza. Le qualità che ne riportò il G. furono l’abitudine al sacrificio e al lavoro, l’autonomia, la pazienza e la fermezza nelle decisioni, insieme a grande fede.

Queste qualità si rafforzarono nella famiglia: il padre Lorenzo, per 24 anni sindaco di Campodolcino sotto il governo austriaco e dopo l’unificazione (1859), severo e autoritario, la madre Maria Bianchi, dolce e paziente, e 13 figli quasi tutti arrivati all’età adulta.

A dodici anni ottenne un posto gratuito nel collegio Gallio di Como e proseguì poi gli studi nei seminari diocesani (1854-1866).

[…] Quando tornava al paese per le vacanze autunnali si immergeva nella povertà delle valli alpine; si interessava dei bambini e degli anziani e ammalati del paese, passando i mesi nella cura di questi, e nei ritagli si appassionava alla questione sociale (Taparelli), raccoglieva e studiava erbe medicinali (Mattioli), si infervorava leggendo la storia della Chiesa (Rohrbacher). In seminario teologico entrò in familiarità col vescovo di Foggia, Bernardino Frascolla, rinchiuso nel carcere di Como, poi a domicilio coatto in seminario (1864-66), e si rese conto della ostilità che dominava le relazioni dello stato unitario verso la Chiesa. Questo vescovo ordinò G. sacerdote il 26 maggio 1866.

Entrò con entusiasmo nella vita pastorale in Valchiavenna (Prosto, 1866 e Savogno, 1867-1875) e, dopo un triennio salesiano, fu di nuovo in parrocchia in Valtellina (Traona, 1878-1881), per pochi mesi a Olmo e infine a Pianello Lario (Como, 1881-1890).

Fin dagli inizi a Savogno rivelò i suoi interessi pastorali: l’istruzione dei ragazzi e degli adulti, l’elevazione religiosa, morale e sociale dei suoi parrocchiani, con la difesa del popolo dagli assalti del liberalismo e con l’attenzione privilegiata ai più poveri. Non disdegnava interventi battaglieri, quando si vedeva ingiustamente frenato o contraddetto dalle autorità civili nel suo ministero, così che venne presto segnato fra i soggetti pericolosi (“legge dei sospetti”), specialmente dal momento che pubblicò un libretto polemico. Nel frattempo a Savogno approfondiva la conoscenza di don Bosco e dell’opera del Cottolengo; invitò don Bosco ad aprire un collegio in valle; ma, non potendo realizzare il progetto, il G. ottenne di andare per un certo periodo da don Bosco.

Richiamato in diocesi dal Vescovo, aprì in Traona un collegio di tipo salesiano; ma anche qui venne ostacolato; si andò a rimestare le controversie di Savogno e gli fu imposto di chiudere il collegio. Si mise a disposizione del vescovo con obbedienza eroica. Mandato a Pianello poté dedicarsi all’attività di assistenza ai poveri, rilevando l’Ospizio fondato dal predecessore don Carlo Coppini, con alcune orsoline che organizzò in congregazione religiosa (Figlie di S. Maria della Provvidenza) e con queste avviò la Casa della Divina Provvidenza in Como (1886), con la collaborazione di suor Marcellina Bosatta e della sorella Beata Chiara.

La Casa ebbe subito un rapido sviluppo, allargando l’assistenza dal ramo femminile a quello maschile (congregazione dei Servi della Carità), benedetta e sostenuta dal Vescovo B. Andrea Ferrari. L’opera si estese ben presto anche fuori città: nelle province di Milano (1891), Pavia, Sondrio, Rovigo, Roma (1903), a Cosenza e altrove, in Svizzera e negli Stati Uniti d’America (1912), sotto la protezione e l’amicizia di S. Pio X. Nell’opera maschile ebbe come collaboratori esimi don Aurelio Bacciarini, poi vescovo di Lugano, e don Leonardo Mazzucchi.

Le opere e gli scopi che cadono sotto l’attenzione del G. (e gli impedirono di fermarsi con don Bosco) sono quelli tipici della sua terra di origine. Molti i bisognosi: bambini e giovani, anziani lasciati soli, emarginati, handicappati psichici (ma anche ciechi, sordomuti, storpi): tutta la fascia intermedia tra i giovani di don Bosco e gli inabili del Cottolengo, persone ancora capaci di una ripresa: terreno duro e arido come la sua terra natale, ma che, lavorato con amore (nelle scuole, laboratori, colonie agricole) può dare frutti insperati.[…]

Il Guanella è stato proclamato beato da Paolo VI il 25 ottobre 1964 (Processi diocesani: 1923-1930, introduzione della causa: 15 marzo 1939) ed è stato canonizzato a Roma da Papa Benedetto XVI il 23 ottobre 2011. Il suo corpo è venerato nel Santuario del S. Cuore in Como.

 

Note: Per approfondire: Michela Carrozzino e Cristina Siccardi – Accordò la terra con il Cielo. Luigi Guanella Santo – Ed. San Paolo, 2011

Fonti: http://www.santiebeati.it/dettaglio/75000; www.guanelliani.org

 

 

Santa Taide

SANTA TAIDE

Anche detta Taisia la penitente (III sec) 8 ottobre

Compare nella letteratura pagana con il nome di Taide una meretrice, in una commedia scritta da Terenzio e anche Dante la nomina, non certo per elogiarla, nel suo Inferno, tra gli adulatori, immersa nello sterco di Malebolge.

Quasi per bilanciare la figura della peccatrice pagana è sorta, nel vivace verziere dell’agiografia medievale, la leggenda della Santa Taide cristiana, peccatrice anch’ella, ma penitente e redenta.
Sembra quasi che la pietà cristiana abbia dato un seguito alla storia dell’antica Taide, completandola e coronandola in senso spirituale e in maniera edificante. Il risultato appare così come una suggestiva ” moralità “, come si chiamavano le rappresentazioni allegoriche e didascaliche del Medioevo, che ha per oggetto la rinunzia al peccato e soprattutto l’esaltazione della penitenza.

La leggenda di Santa Taide segue lo stesso schema di quelle, ancora più celebri ‘ di Santa Maria Egiziaca e di Santa Pelagia, e di altre donne passate dal vizio più sfrenato alla penitenza più dura. I particolari del racconto sono però sempre diversi e sempre pittoreschi, con sfumature impreviste e significative. Vere e proprie ” leggende “, cioè composizioni ” da leggere “, con piacere sempre nuovo e curiosità mai delusa, anche quando sia noto il tema e palese l’intenzione edificante.

Della leggenda di Taide esistono testi, abbastanza antichi, greci, siriaci e latini. Roswita, Abbadessa di Gandersheim, e Marbordio, Vescovo di Rennes, la ridussero a dramma, per le scene medievali. E più che dagli storici, è stata prediletta dagli scrittori, sian essi devoti agiografi come il Beato Jacopo da Varagine, o moderni letterati estetizzanti, come Anatole France.

Un Santo anacoreta, che vien detto Bessarione, oppure Serapione, oppure Giovanni il Nano, ma, più spesso, ha il nome di San Paffluzio, saputo dello scandalo di Taide, giunse alla casa della cortigiana e chiese d’esser ricevuto nella più segreta delle sue segrete stanze. Riconosciutolo per un monaco, la donna lo schernì:Se è di Dio che hai paura, in nessun luogo potrai nasconderti ai suoi occhi! “.

Allora Pafnuzio abbandonò la finzione e parlò con santa fermezza: ” Tu sai dunque che esiste un Dio? Perché allora sei la causa della perdita di tante anime? “. Taide cadde in ginocchio, chiedendo tre ore di tempo per liberarsi dalla donna che era stata fino ad allora. In quelle tre ore, fece un gran fuoco, sulla piazza, dei preziosi doni dei suoi visitatori, delle vesti procaci e dei monili vistosi.

Tre anni di penitenza, di preghiera e di contrizione in un monastero, resero l’anima di Taide peccatrice più candida di una colomba. Infatti, nel deserto, San Paolo, discepolo di Sant’Antonio Abate, vide nel cielo un magnifico letto custodito da tre vergini biancovestite: la Paura dell’inferno, la Vergogna per il peccato e la Passione di giustizia. Paolo credette che si trattasse del premio sperato per il vecchissimo Patriarca Sant’Antonio, ma una voce dal cielo lo dissuase. Si trattava dei premio di Taide, ormai perdonata.

Pafnuzio, informato di ciò, corse al monastero e disse alla donna di uscire pure dalla cella oscura e maleodorante dove la sua penitenza era fiorita con tanto rigoglio da cancellare il ricordo del male passato. Taide però non si mosse. Seguitò a pregare per i suoi peccati, anche se ormai scontati. Quindici giorni dopo era morta. La meretrice egiziana veniva accolta così nel letto dell’eterna gloria, custodito dalle tre Vergini biancovestite.

Fontehttp://www.santiebeati.it/dettaglio/90463

 

Ven. Riccardo Andrea Maria Borello

Ven. Riccardo Andrea Maria Borello

Fratello laico, Discepolo Paolino (1916-1948) 4 settembre

Un altro figlio della Pia Società S. Paolo, che si avvia verso la beatificazione, cioè il riconoscimento ufficiale su questa terra, dei suoi meriti spirituali e apostolici, nel suo caso nel campo della Comunicazione Sociale.

Riccardo Borello, nacque a Mango provincia di Cuneo, l’8 marzo 1916, rimase orfano del padre, deceduto durante la Prima Guerra Mondiale e fu educato dalla madre, che nel 1925 si risposò, trasferendosi con il marito a Castagnole Lanze (Asti), portando con sé i figli Riccardo e Maria.

In questo paese, Riccardo continuò il lavoro che già svolgeva in famiglia, di servo di campagna, presso una famiglia di contadini, con entusiasmo militò tra le file dell’Azione Cattolica, santificando la sua giovinezza con la preghiera e nell’accettazione del lavoro, offerto come mezzo di santificazione propria.

Grazie alla lettura della biografia di Maggiorino Vigolungo, allievo della “Scuola tipografica Editrice”, conobbe la Pia Società S. Paolo, fondata da don Alberione e l’8 luglio 1936 a 20 anni, assecondando la chiamata di Dio, entrò nella Società S. Paolo, come aspirante Discepolo del Divin Maestro; attratto dal desiderio di divenire anch’egli un apostolo della ‘Buona Stampa’.

Il 19 marzo 1937 vestì l’abito religioso come fratello laico o ‘discepolo’ come si dice nell’Istituzione; prendendo il nome di Andrea Maria. In aprile iniziò il noviziato a Roma e il 7 aprile 1938 emise i voti rientrando poi nella casa-madre dell’Istituto ad Alba (Cuneo) dove fu assegnato prima ai lavori di cartiera e poi al laboratorio di calzoleria.

Nel suo grande amore alla vocazione e alla Congregazione, con il consenso del suo direttore spirituale, fece speciale offerta della vita a Dio, perché tutti i chiamati fossero fedeli alla grazia della loro vocazione.

Emise i voti perpetui il 20 marzo 1944; dopo quattro anni a soli 32 anni venne colpito da una tubercolosi fulminante, morendo nella casa di cura, che l’Istituto aveva allora a Sanfré (Cuneo) il 4 settembre 1948.

Nel 1959, la salma venne traslata dal locale cimitero alla cappella dell’Istituto nel cimitero di Alba e successivamente nella chiesa di S. Paolo Apostolo sempre in Alba. Le lettere e altre cose di fratel Andrea Maria Borello, furono bruciate alla sua morte, per ordine dei sanitari legali, per evitare il pericolo di contagio.

Il primo processo per la sua beatificazione si ebbe in Alba il 31 maggio 1964 e gli atti successivi proseguono presso la Congregazione competente a Roma.

Fontehttp://www.santiebeati.it/dettaglio/91364

Santa Teresa di Gesù Jornet e Ibars

Santa Teresa di Gesù Jornet e Ibars

Vergine, Fondatrice (1843 – 1897) 26 agosto

Un incontro casuale le prospettò la possibilità di aderire a una nascente congregazione per l’assistenza agli anziani poveri e ammalati. Venne nominata superiora di quelle che vennero poi chiamate le “Piccole Suore dei Poveri Abbandonati”, poi rinominate “Piccole Suore degli Anziani Abbandonati”.

Nacque ad Aytona presso Lérida in Catalogna, il 9 gennaio 1843, figlia di Francisco Jornet e di Antonia Ibars. Ricevette il Battesimo il giorno dopo la nascita e la Cresima, secondo l’uso del tempo, a sei anni. Quasi adolescente, fu condotta a Lérida da sua zia Rosa. In seguito, Teresa si trasferì a Fraga, dove conseguì il diploma magistrale. A diciannove anni fu destinata come maestra ad Argensola, vicino Barcellona.

Teresa aveva mantenuto i contatti con un fratello di sua nonna materna, padre Francisco Palau y Quer, Carmelitano scalzo (beatificato nel 1988). Esclaustrato per motivi politici, aveva fondato gruppi di Terziari e Terziarie carmelitani, per l’insegnamento religioso all’infanzia e la cura degli infermi a domicilio. Nel 1862 la giovane accettò di far parte di quell’opera: lavorò quindi con impegno alla direzione di quelle piccole scuole, pur senza prendere i voti.

Desiderosa di maggiore spiritualità e perfezione, nel 1868 entrò fra le clarisse di Briviesca presso Burgos. Ne uscì nel 1870, a causa della salute cagionevole, e tornò ad Aytona. Una volta ripresasi in salute, fu nominata da padre Palau visitatrice delle sue scuole: le servì per fare esperienza dei bisogni della Chiesa e delle anime. Un mese dopo la morte di padre Palau, avvenuta il 20 marzo 1872, Teresa si sganciò dalla sua opera e rientrò ad Aytona, per vedere con più chiarezza il disegno di Dio su di lei.

Nel giugno dello stesso anno accompagnò sua madre a Estadilla, presso Huesca, per le cure termali. Sulla via del ritorno, nel mese di agosto, si fermarono a Barbastro, dove Teresa incontrò casualmente un sacerdote, don Pedro Llacera. Lui le espose un progetto che un suo amico e confratello, don Saturnino López Novoa, era andato maturando: fondare un istituto religioso femminile, che avesse come scopo l’accoglienza di anziani poveri e invalidi di ambo i sessi, per badare a loro e assisterli sul piano spirituale e su quello corporale.

Teresa riconobbe che l’iniziativa era in perfetta sintonia con il suo desiderio di consacrazione totale a Dio: l’11 ottobre, quindi, si trasferì a Barbastro con sua sorella María e con un’amica di entrambe, Mercedes Calzada y Senán. Non molto tempo dopo, fu nominata superiora del piccolo gruppo e ricevette le prime Costituzioni, commentando: «Questo libriccino, padre, mi salverà o mi dannerà».

Il 27 gennaio 1873, nella cappella del Seminario di Barbastro, si svolse la vestizione delle prime dieci religiose, incluse Teresa e le sue compagne: quella è considerata la data di fondazione della congregazione, denominata “Piccole Suore dei Poveri Abbandonati”. Dato che a don Saturnino premeva installare la Casa madre a Valencia, l’8 maggio 1873 Teresa vi si trasferì: l’inaugurazione avvenne l’11, festa della Madonna degli Abbandonati, patrona di Valencia e della nascente congregazione.

Nello stesso anno l’arcivescovo della città approvò le Costituzioni, confermando Teresa nella carica di superiora. Con la sua direzione si aprirono altre fondazioni a partire da Saragozza: in dodici anni aprì 47 case per gli anziani poveri, sparse in tutta la Spagna.

Nel 1877 sorse una grave contestazione. Padre Auguste Le Pailleur, che già aveva impedito la rielezione di suor Maria della Croce (al secolo Jeanne Jugan, canonizzata nel 2009) al governo delle Piccole Suore dei Poveri sorte in Francia, si era rivolto alla Santa Sede perché, a suo dire, la congregazione spagnola aveva usurpato il loro nome. Per ovviare al problema, monsignor Cattani, Nunzio apostolico in Spagna, propose la fusione delle due realtà, o almeno il cambio di nome. Don Saturnino difese tenacemente lo specifico della sua fondazione, mentre madre Teresa era più incline alla modifica del nome. Intanto, nel mese di agosto, si ammalò, ma poté riprendersi in tempo per la sua professione solenne l’8 dicembre, con la quale assunse il nome di madre Teresa di Gesù.

Il contrasto si protrasse finché non si giunse a un accordo. Il 13 luglio 1882, nella nunziatura di Madrid, madre Teresa e sua sorella madre Maria firmarono un documento, siglato anche dalla Segretaria generale e dalla superiora della casa di Madrid delle Piccole Suore dei Poveri: le spagnole si sarebbero chiamate “Piccole Suore degli Anziani Abbandonati”; entrambe le istituzioni sarebbero rimaste indipendenti; nessuna delle due parti avrebbe potuto aprire nuove fondazioni dove l’altra si era già stabilita. Il Papa confermò il patto il 21 luglio 1882.

Una fusione in altro senso ci fu, con le Piccole Suore dei Poveri Anziani Invalidi di Cuba: di diritto diocesano, erano state fondate a Santiago di Cuba nel 1869 da Ciriaco María Sancha y Hervás, futuro cardinale arcivescovo di Toledo (Beato dal 2009). Ciò consentì, in seguito, l’espansione della congregazione nell’America latina. Finalmente, nel settembre 1887, arrivò anche l’approvazione definitiva da parte della Santa Sede, col decreto datato 24 agosto.

A causa della sua declinante salute, madre Teresa chiese con insistenza al Capitolo generale, aperto a Valencia il 23 aprile 1896, di non essere rieletta superiora generale, ma non fu ascoltata: le consorelle ritenevano che, finché fosse rimasta viva, la Madre potesse essere solo lei. Tra miglioramenti e ricadute, si occupò d’installare un secondo noviziato e intensificò la preghiera: «Adesso non posso più dedicarmi al lavoro materiale, perciò impiego tutto il tempo a chiedere al Signore che illumini tutte e che tutte siano sempre osservanti», spiegò a suor Giuseppa di San Luigi.

Quando fu chiaro dai sintomi che aveva la tubercolosi, fu trasferita nella casa di Liria. Incontrò l’ultima volta don Saturnino il 15 luglio 1897, poi morì, il 26 agosto, poco dopo aver avuto la notizia che le Costituzioni erano state approvate dalla Santa Sede. In quell’anno le sue suore erano 1200, divise in 103 case-ospizi.

I suoi resti mortali furono traslati da Liria alla Casa madre di Valencia il 1° giugno 1904. Il 25 agosto 1913, insieme a quelli di don Saturnino, furono collocati nella cripta adiacente alla chiesa di Casa madre, dove, due anni dopo, furono posti anche quelli di don Francisco García López, suo direttore spirituale e vescovo ausiliare di Valencia.

Nonostante la sua fama di santità fosse ampiamente diffusa, non si poté procedere ad aprire la sua causa canonica: una sua disposizione, infatti, prevedeva di non spendere denaro che non fosse per i poveri, specie se per promuovere la santità di questa o quella suora. La situazione poté sbloccarsi con l’intervento delle autorità ecclesiastiche: il processo ordinario si svolse a Valencia dal 23 aprile 1945 al 7 marzo 1946, mentre il 27 giugno 1952 papa Pio XII firmò il decreto d’introduzione della causa.

L’iter fu veloce e il 27 aprile 1958 sempre papa Pio XII la proclamò Beata. Dopo l’approvazione dei necessari miracoli ottenuti per sua intercessione, è stata canonizzata da papa Paolo VI il 27 gennaio 1974.

Non molti anni dopo la morte di don Saturnino, avvenuta nel 1905 (è Venerabile dal 2014), la Congregazione aveva cominciato ad attribuire alla sola madre Teresa il titolo di Fondatrice. Senza dubbio, l’ispirazione iniziale fu del sacerdote ma non va trascurato neppure l’apporto che lei diede, conformandosi ai suggerimenti suoi e del direttore spirituale. Di conseguenza, entrambi sono da considerare Fondatori pari merito e a pieno titolo.

Attualmente le Piccole Suore degli Anziani Abbandonati contano 204 case in 19 Paesi; in Italia sono a Roma e nella provincia di Ferrara. Nella persecuzione della guerra civile spagnola hanno avuto due martiri, suor Giuseppa di San Giovanni di Dio Ruano Garcia e suor Maria Addolorata di Santa Eulalia Puig Bonany, beatificate nel 2011.

La festa liturgica di santa Teresa di Gesù Jornet e Ibars viene celebrata il 26 agosto, giorno della sua morte.

Autore: Emilia Flocchini

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/91058

 

Beata Elisabetta Renzi

BEATA ELISABETTA RENZI

Vergine e Fondatrice (1786-1859) 14 agosto

Educata dalle Clarisse non entra in convento poichè Napoleone sopprime il Monastero, ma dopo una caduta da cavallo la sua corsa riprende e arriverà a fondare la congregazione delle Maestre Pie dell’Addolorata. 

Maria Elisabetta, questo il suo nome completo, secondogenita di Giambattista Renzi e di Vittoria Boni, nacque a Saludecio, un paese situato nelle verdi colline dell’entroterra riminese, prospiciente il Mare Adriatico. La famiglia di Elisabetta si trasferì a Mondaino nel 1791. Le ragioni di questo trasferimento si possono trovare in una suddivisione dell’asse paterno e nella convenienza di suo padre di esercitare meglio la professione di perito estimatore e di amministratore dei suoi beni e di quelli del monastero delle Clarisse, posti in q Elisabetta entrò nel monastero delle Clarisse come educanda, e poco dopo ricevette la Prima Comunione. La sua permanenza come educanda, dovette lasciare tracce marcate nel suo spirito e ciò, soprattutto, attraverso l’insegnamento e l’esempio delle monache addette direttamente alla formazione delle giovinette.

Elisabetta ha iniziato qui a percepire la presenza di Dio nella sua vita, agevolata da un “naturale dolcissimo” e dalla forte esperienza di vita cristiana fatta con i genitori.

Giancarlo Renzi, fratello di Elisabetta testimonia:

Fanciulla schiuse se stessa nel silenzio e nella preghiera; Elisabetta passò tra le agiatezze della casa che la vide nascere, come raggio di luce sull’oro diffuso; non attinse bellezza dalle cose preziose che la circondavano, ma le cose preziose rese belle essa stessa con la sua grande bontà e soavità“.

Già da fanciulla amava stare raccolta, per trascorrere con l’amato Gesù il suo tempo; si impegnava a crescere nella virtù, tanto che si racconta, si scelse una compagna con la quale fare a gara per vedere chi amasse di più Gesù.

Nel 1807 all’età di 21 anni, desiderosa di donarsi completamente a Dio e ai fratelli, chiese di poter fare esperienza nel monastero agostiniano di Pietrarubbia, nella Contea di Carpegna (PU). Esso godeva grande fama per la profonda spiritualità delle Monache Agostiniane: era poverissimo, situato su terreno franoso di un dirupo, per cui, a dire del Vescovo del Montefeltro, ci voleva una speciale vocazione per la totale solitudine che ivi regnava e per i disagi causati dalle abbondanti nevi e dall’intenso freddo.

Elisabetta avvertì subito tutta la forza di una intensa vita di consacrazione al Signore, come appare dalla lettera da lei scritta al padre, in cui manifesta la decisa volontà di darsi unicamente alla gloria di Dio, nella casa di Dio:

« Date lode al Signore perché Egli è buono: eterna è la sua misericordia. All’infuori di Dio, non v’è cosa solida, nessuna, nessuna al mondo! Se è la vita, passa; se è la ricchezza sfugge; se è la salute, perdesi, se è la reputazione, la ci viene intaccata; ah, tutte le cose se ne vanno, precipitano. O babbo, mi permetta che io attenda qui il premio di opere buone, di buoni pensieri, di desideri buoni, imperocché Dio, che solo è buono, anche dei buoni desideri tien conto. Dio mi fa tante offerte! Vuole dunque che non mi curi tosto della Sua amicizia, che non faccia tosto gran caso delle Sue promesse? Babbo veneratissimo, glielo dico: ho un vivo desiderio di far del bene, di pregare tanto per la gloria di Dio, anzi per la maggior gloria di Dio… nella casa di Dio».

Nel Monastero agostiniano di Pietrarubbia passò momenti felicissimi in unione col Signore onde portarlo a chi non lo conosceva come scrisse all’Abadessa del Monastero delle Clarisse di Mondaino:

Immagini di vedere la meschina e fortunata Elisabetta in una cellina che le è tanto cara e che è il suo santuario, fatto solo per Gesù e per me, e indovinerà facilmente le ore felici che passo col mio Diletto Come sarebbero vuote le nostre celle ed i chiostri se non li riempisse Lui! Ma noi Lo vediamo attraverso tutto, perché Lo portiamo in noi e la nostra vita è un paradiso anticipato. La cella è qualcosa di sacro! Rievoco, madre Badessa, la sua giusta espressione; è un intimo santuario destinato a Lui e alla sua sposa; e vi stiamo così bene tutti e due! Vorrei che tutto il mio essere tacesse e in me tutto adorasse, e così penetrare ognor più in Lui ed esserne così piena da poterlo dare a quelle povere anime che non conoscono il dono di Dio! Che io me ne stia sempre sotto la grande visione di Dio”.

Fra queste mura il Signore la preparò a quella missione apostolica a cui l’avrebbe chiamata. Nel 1810 il Monastero fu soppresso per decreto napoleonico ed Elisabetta, dopo esperienze tanto felici, dovette abbandonare il monastero e riprendere la vita in famiglia; questo passo ha segnato un momento doloroso per lei, ma la forgerà maggiormente per le prove che dovranno venire.

Intanto, fatti nuovi concorsero a renderle più faticoso questo periodo di dolorosa attesa: nel 1813, l’unica sorella, Dorotea, mori all’età di vent’anni.

Abbandonò il primitivo fervore, ma continuò a chiedere al Signore nella preghiera il suo progetto: “Signore, quale progetto hai su di me ?Un giorno, mentre stava cavalcando assieme ad una domestica venne sbalzata via dal cavallo imbizzarrito. Si rialzò incolume ed interpretò questa caduta come il segno di una chiamata da parte di Dio, ma non sapeva bene dove dirigere i suoi passi.

Si consigliò con il suo direttore Spirituale don Vitale Corbucci che la rassicurò dicendole che la sua missione era quella di educatrice e le indicò Coriano dove funzionava un “Conservatorio” cioè una scuola per le ragazze e le donne più povere. Elisabetta arrivò a Coriano il 29 aprile 1824.

Si adoperò per unire il “Conservatorio”di Coriano con l’opera delle Canossiane. Santa Maddalena di Canossa visitando la piccola comunità di Coriano conobbe personalmente Elisabetta Renzi e di lei ebbe a dire:

Tra il Signore ed Elisabetta vi è tale effusione di reciproco amore, tale perfetta donazione scambievole da tenere per certissimo che, nel porre piede in Coriano, si stringesse fra la creatura e il Creatore, quel nodo che s’insempra nel Cielo

Maddalena consigliò Elisabetta a prendere la direzione del Conservatorio ed Elisabetta accettò dalle mani di Dio la decisione del Vescovo di Rimini Monsignor Ottavio Zollio che la nominò Superiora della piccola comunità. Sofferenze, imprevisti, non la fermarono, anzi la resero sempre più forte e coraggiosa

Nel 1828 Elisabetta tracciò alcune norme di vita spirituale e comunitaria con il Regolamento delle “Povere del Crocifisso”: vi insiste sul distacco dal mondo per vivere lo spirito della croce, indispensabile per “fare la più amorevole conversazione con lo Sposo divino e sentire l’amorosa sua voce nella solitudine e nel raccoglimento di spirito”.

Il 26 agosto 1839 Monsignor Francesco Gentilini, Vescovo di Rimini eresse canonicamente la nuova Congregazione delle Maestre Pie dell’Addolorata. Il 29 agosto 1839 nella Chiesa parrocchiale di Coriano Elisabetta Renzi e le sue dieci compagne offrirono la loro vita a Dio e ai fratelli con la professione dei Consigli evangelici e ricevettero l’abito delle Maestre Pie dell’Addolorata. Dopo Coriano Madre Elisabetta fondò le comunità di Sogliano al Rubicone, Roncofreddo, Faenza, Cotignola, Savignano di Romagna, Mondaino. A Coriano il 14 agosto 1859 all’età di 72 anni, Madre Elisabetta muore, soavemente abbandonata fra le braccia del suo Sposo Crocifisso e Risorto.

Madre Elisabetta fu proclamata Beata dal Papa Giovanni Paolo II il 18 giugno 1989. I suoi resti mortali sono venerati nella Cappella della Casa Madre a Coriano, in Provincia e Diocesi di Rimini.

Presso la Congregazione per le Cause dei Santi è in corso lo studio per il riconoscimento di un ulteriore miracolo ottenuto per intercessione della Beata Elisabetta Renzi dalla brasiliana Livia Mara Santos Simao che è inspiegabilmente guarita da un trombo dopo aver invocato ripetutamente e con fede la Beata Elisabetta Renzi che in un giorno, ormai non lontano, speriamo la Chiesa proclamerà Santa.

La spiritualità elisabettiana scaturisce dall’amore al Crocifisso, all’Addolorata, all’Eucarestia. Come per Madre Elisabetta, anche per coloro che oggi vivono il carisma ricevuto dallo Spirito, attraverso di lei, da questi Amori scaturiscono: carità, umiltà, fede, abbandono in Dio, ubbidienza, semplicità, allegrezza di spirito, gioia del dovere, dono di sé, amore al sacrificio e al nascondimento.

Il carisma educativo della Beata Elisabetta Renzi è diffuso, oggi, in quattro continenti: EUROPA, AMERICA, AFRICA e ASIA dove le Maestre Pie dell’Addolorata, testimoniano l’amore di predilezione di Cristo verso i poveri, i piccoli e i deboli.

A fianco alle Maestre Pie dell’Addolorata, con approvazione ecclesiastica, opera dal 1994 il Movimento Per l’Alleluia, costituito da laici che vivono la spiritualità ed il carisma della Beata Elisabetta in tutti gli ambiti della quotidianità.

Lo Stemma dell’Istituto “Maestre Pie dell’Addolorata” è formato da un cuore che arde e sprigiona luce, trapassato da una spada, circondato da gigli, arricchito dalla frase programma: “ARDERE ET LUCERE” – Ardere per illuminare.

Preghiera per ottenere grazie attraverso l’intercessione della Beata ELISABETTA RENZI

Ti benedico, Signore Gesù Cristo, che hai voluto scegliere la Beata Elisabetta Renzi per manifestare al mondo la gioia di conoscerti, amarti e seguirti. Infondi, Ti prego nel mio cuore il suo grande amore verso i fratelli e l’ardente sua brama di annunziare dovunque il Vangelo della salvezza, affinché tutti possano conoscere amare e seguire Te, via verità e vita. Per sua intercessione concedimi anche, se è tua volontà, la grazia particolare che umilmente ti chiedo. Amen. (3 Gloria alla SS.ma Trinità)

Per informazioni e comunicazioni: Istituto Maestre Pie dell’Addolorata (curiampda@ols.org)

Autore: Sr Sabrina, Maestra Pia dell’Addolorata

FONTE:  http://www.santiebeati.it/dettaglio/91602

 

San Giovanni Berchmans

SAN GIOVANNI BERCHMANS

Sacerdote gesuita (1599 – 1621) 13 agosto

Primo dei cinque figli di un calzolaio, a causa di una grave malattia che aveva colpito la madre venne affidato alle cure di due zie e poi di un sacerdote. Lavorando riuscì a permettersi di studiare. Era amato da tutti per la sua pietà sincera, la schietta carità e l’allegria incessante. Patrono della gioventù studentesca.

Nacque il 12 marzo 1599 a Diest nelle Fiandre (Belgio), primogenito dei cinque figli di Giovanni Berchmans, calzolaio e conciatore di pelli, e di Elisabetta, figlia del borgomastro Adriano Van den Hove. Quando nel 1609 la madre fu colpita da una incurabile e lenta malattia, Giovanni venne affidato, insieme ai suoi fratelli, alle cure di due zie e, nell’ottobre, posto nel pensionato retto dal premostratense Pietro Van Emmerick, pio parroco della chiesa di N. Signora di Diest.

Avviatosi verso la vita ecclesiastica, iniziò gli studi latini nella Scuola Grande di Diest; ma nel 1612 il padre si vide costretto dalla situazione economica, a chiedere a Giovanni di abbandonare gli studi intrapresi e di imparare un mestiere; l’aiuto offerto poi da alcuni familiari rese possibile un’altra soluzione piú confacente alle doti e all’impegno del ragazzo.

A metà settembre 1612, Giovanni entrò infatti nella casa del canonico Froymont, a Malines, per continuare i suoi studi presso la Scuola Grande di questa città, ma serviva al tempo stesso come cameriere il Froymont e come istitutore alcuni giovanissimi ragazzi della nobiltà, convittori nella canonica. Avendo nel 1615 i Gesuiti aperto un collegio a Malines, Giovanni poté compiere sotto la loro direzione gli studi di retorica e divenne anche membro della Congregazione Mariana.

Provate alcune incertezze nei riguardi della forma concreta in cui attuare la sua vocazione sacerdotale, leggendo una biografia di s. Luigi Gonzaga, capí che Dio lo chiamava nella Compagnia di Gesú. Dovette tuttavia ancora superare la resistenza oppostagli dal padre, che sognava per lui una ricca prebenda vi riuscí in maniera cosí convincente che il padre stesso, dopo la morte della moglie, avvenuta nel 1616, abbracciò lo stato ecclesiastico e divenne sacerdote.

Conclusi gli studi umanistici in maniera brillante, Giovanni iniziò a Malines il noviziato sotto la direzione di A. Sucquet, autore della celebre opera Via Vitae Aeternae. I progressi spirituali furono cosí rapidi e sicuri che i superiori gli concessero di emettere, dopo un solo anno di noviziato, i tre voti perpetui detti “di devozione” e lo nominarono ianitor, ossia prefetto dei novizi, che erano allora piú di cento.

Poco dopo la fine del noviziato (24 settembre 1618) fu prescelto per essere inviato a Roma a fare i suoi studi filosofici al Collegio Romano, ove giunse il 2 gennaio 1619. Qui ebbe la fortuna di trovare nella persona di Virgilio Cepari – uno dei migliori scrittori spirituali di quel secolo – un eccellente direttore spirituale. Al termine degli studi filosofici, Giovanni fu incaricato di sostenere l’onorifico e solenne actus publicus, nello svolgimento del quale la chiarezza della sua intelligenza e la profondità delle sue conoscenze destarono grande ammirazione cosí come la sua modestia, umiltà e dolcezza.

Il rigido tenore di vita da lui seguito e il clima di Roma, poco confacentesi a lui, ne avevano però minato l’alquanto delicata salute; quando, il 7 agosto 1621, fu assalito da violente febbri, accompagnate da catarro intestinale e da infiammazione polmonare, i dottori disperarono di poterlo salvare e infatti egli spirò il 13 agosto 1621 dando esempio di una morte santissima.

Se Giovanni raggiunse nella breve durata della sua vita, svoltasi in circostanze del tutto ordinarie, le vette della santità canonizzata, ciò deve naturalmente essere ascritto innanzitutto alla grazia e provvidenza di Dio che—oltre ad avergli dato un temperamento felice, dei genitori cristiani esemplari e dei direttori spirituali di primo ordine—lo guidò manifestamente e lo colmò di grazie, fra le quali spicca il dono della piú perfetta castità.

Già un anno dopo la morte di Giovanni si fecero le prime indagini canoniche in Roma e in Belgio; i decreti di Urbano VIII (1625) e di Innocenzo XI (1678) in materia di processi e procedura e, poi, la soppressione della Compagnia di Gesú ritardarono lo svolgimento della causa. Quando essa fu riattivata nel 1830 i progressi furono rapidissimi: 5 giugno 1843, decreto sulla eroicità delle virtú; 9 maggio 1865, beatificazione; 27 novembre 1887, decreto detto del tuto; 15 gennaio 1888, solenne canonizzazione.

Il corpo del santo riposa nella chiesa di S.Ignazio a Roma, mentre il suo cuore è venerato nella chiesa dei padri gesuiti a Lovanio. La sua festa si celebre il 13 agosto, mentre la Compagnia di Gesù festeggia la memoria il 26 novembre. Insieme a s. Luigi Gonzaga, Giovanni è venerato come patrono della gioventù studentesca.

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/66050

 

Beata Vittoria Diez y Bustos de Molina

BEATA VITTORIA DIEZ Y BUSTOS DE MOLINA 

Vergine e martire (1903-1936) 12 agosto

Maestra uccisa durante la persecuzione spagnola per aver sostenuto la fede. Prima di essere uccisa esortò gli altri a fare altrettanto gridando: “Viva Cristo Re, e viva la Sua Madre. … Coraggio, vedo il cielo aperto”.

E’ figlia unica e, forse, un po’ soffocata dall’affetto di mamma e papà. E lei, nata a Siviglia l’11 novembre 1903, cresce con questi genitori iperprotettivi, preoccupati sempre per la gracilità della sua costituzione, interiormente divisa tra il senso del dovere verso la sua famiglia e un desiderio missionario che di anno in anno si fa più insistente. A prezzo di non pochi sacrifici i genitori, di condizione piuttosto modesta, riescono a farla studiare e lei si diploma maestra nel 1923.

Quasi contemporaneamente conosce la spiritualità di Santa Teresa d’Avila e ne resta affascinata; viene in contatto con l’Istituzione Teresiana e ne resta conquistata. Si tratta di un’associazione di laici, uomini e donne, che secondo le loro specifiche vocazioni, realizzano nei diversi campi educativi, culturali e professionali, la vocazione cristiana dei laici nel mondo “secondo lo stile dei primi cristiani”.

A fondarla è stato un sacerdote infiammato d’amore per le anime, don Pedro Poveda Castroverde (ora anch’egli elevato alla gloria degli altari). Lei, la maestrina che sta cercando una sede e sta facendo concorsi per poter insegnare, sente che l’ Istituzione Teresiana può rappresentare la realizzazione della sua vocazione missionaria perché le permette, pur restando nel mondo, di vivere il suo ruolo di insegnante e di donna impegnata con spirito evangelizzatore, aiutando gli altri a fare lo stesso.

Nel 1927 vince il suo primo concorso di insegnante e ottiene la prima sospirata nomina, ma deve trasferirsi a Cheles, un paesino dell’Estremadura, quasi al confine con il Portogallo, dove resta per un anno, in compagnia della mamma. L’anno successivo ottiene l’avvicinamento di sede e si trasferisce a Hornachuelos, a metà strada tra Cordova e Siviglia.

Il 1928 è anche l’anno della sua consacrazione al Signore nell’Istituzione Teresiana e questo avvenimento sembra mettere le ali al suo apostolato. Perché nel paese in cui ha ottenuto il trasferimento non c’è che da rimboccarsi le maniche e tuffarsi nel lavoro, senza cercare l’impossibile ma anche senza accontentarsi del poco che già esiste.

Così organizza e dà nuovo impulso all’Azione Cattolica, programma corsi serali per le donne lavoratrici, trova un nuovo locale per la sua scuola, instaura nuovi rapporti con le famiglie delle sue alunne e riesce a mettere in piedi una rete di sostegno e di aiuto concreto per quelle più bisognose, organizza il catechismo per i ragazzi della parrocchia, addirittura diventa presidente del Consiglio Comunale.

A livello personale sostiene il suo apostolato con una robusta vita di fede e con atti di squisita carità verso le alunne più bisognose, per le quali si priva addirittura del cibo che la mamma le procura. Così facendo è inevitabile che in paese rivesta un ruolo di primo piano e che, allo scoppio della guerra civile spagnola e della persecuzione religiosa contro la Chiesa Cattolica, finisca subito nell’occhio del ciclone.

La propaganda antireligiosa ingiunge la soppressione dalle aule scolastiche del crocifisso, che lei si porta a casa, e fa distribuire libri e opuscoli, che lei meticolosamente distrugge per evitare che influiscano negativamente sulla formazione morale e religiosa delle sue alunne.

Il 20 luglio 1936 viene assaltata la chiesa parrocchiale e arrestato il parroco; l’11 agosto tocca a lei essere imprigionata insieme ad altri in una casa adattata a carcere. All’alba del giorno dopo, legati a due a due, sono diciotto i condannati a morte che sfilano per il paese, scortati dai miliziani, in direzione della miniera ed è lei, unica donna del gruppo, a incitare e incoraggiare gli uomini, soprattutto quelli che tremano al pensiero della morte imminente.

Giunti alla miniera, dopo un processo-farsa, ciascun condannato è posizionato accanto alla bocca del pozzo e fucilato, in modo che il corpo vi cada direttamente dentro. L’ultima ad essere chiamata è lei, alla quale promettono l’immediata libertà se grida “Viva il comunismo”.

Basterebbe davvero poco per aver salva la vita, ma sarebbe un rinnegare la sua fede e insieme a questa, rinnegare tutta la sua vita e l’impegno apostolico fino ad allora profuso. Allora risponde nel solo modo che sa: “Dico quello che penso: Viva Cristo Re e viva la Madre miae le sue parole sono coperte dagli spari che la fanno scomparire insieme agli altri nel pozzo della miniera. Di lì la tireranno fuori a novembre per seppellirla nel cimitero del paese e trent’anni dopo la trasferiscono nella cripta dell’Istituzione Teresiana di Cordoba. La Chiesa riconosce in Vittoria Diez y Bustos de Molina una testimone della fede, la cui morte è avvenuta in “odium fidei” e Giovanni Paolo II° la proclama beata il 10 ottobre 1993.

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/92553

 

Beato Francesco Jagerstatter

BEATO FRANCESCO JAGERSTATTER

Laico, martire (1907 – 1943) 9 agosto

C’è un beato che deve la sua felice collocazione in Paradiso, oltre che alla grazia di Dio, anche alla propria moglie. E non, si badi bene, in virtù del luogo comune secondo cui tutte le donne fanno guadagnare il paradiso ai rispettivi mariti, ma perchè “quella” donna è riuscita a trasformare il “suo” uomo da un cristiano qualsiasi (e neppure tanto fervente) in un martire.

Francesco, figlio di ragazza madre, nasce in Austria nel 1907, frutto dell’amore contrastato e “impossibile” tra una ragazza a servizio in una fattoria e un contadino che lavora nei campi attigui: entrambi troppo poveri per sposarsi, tanto che la famiglia di lei, ad un matrimonio di miseria, preferisce tenersi il bambino.

Dieci anni dopo la mamma si sposa con il proprietario di una piccola fattoria che lo adotta e gli da il proprio cognome. A 20 anni Francesco va a lavorare in una fattoria della Baviera e in una miniera della Stiria: con i soldi guadagnati, dopo tre anni può tornare in sella ad una moto, la prima del paese, che desta l’invidia degli amici e l’ammirazione delle ragazze, ma ha perso per strada la fede.

Simpatico, allegro e festaiolo, ama corteggiare le ragazze del paese e si lascia coinvolgere anche in alcune risse con i giovani delle cricche rivali: un giovane come tanti, insomma, neppure migliore degli altri, che un giorno del 1933 si ritrova anche padre, in seguito alla contrastata relazione con una domestica.

Comincia un lungo percorso di riavvicinamento alla fede, ma la vera svolta nella sua vita avviene nel 1935, quando conosce Francesca, che sposa l’anno successivo: cominciano a pregare insieme, la Bibbia diventa loro lettura quotidiana, cercano di “aiutarsi l’un l’altra nella fede”, come ricorda ancora oggi Francesca.

Non avrei mai immaginato che essere sposati potesse essere così bello”, ammette Francesco, che intanto diventa papà di tre meravigliose bimbe. Contadino nei campi che il padre adottivo gli ha lasciato in eredità e per qualche tempo anche sacrestano della sua parrocchia, la sua fede, si nutre sempre più di preghiera e di comunione frequente.

I problemi di coscienza cominciano per lui con l’ascesa di Hitler al potere. Ritenendo il nazismo assolutamente incompatibile con il Vangelo e per restare un cristiano coerente non solo a parole, comincia la sua solitaria battaglia di opposizione: rifiuta di fare il sindaco del suo paese, manda indietro gli assegni familiari che lo stato gli dovrebbe, rinuncia anche all’indennizzo per i danni della grandine, fino a convincersi che è peccato grave combattere e uccidere per permettere a Hitler di conquistare il mondo.

Prega, digiuna, si confronta con parenti ed amici sacerdoti e tutti gli consigliano di adeguarsi, di pensare alla famiglia, di non mettere a repentaglio la propria vita, mentre lo stesso vescovo di Linz gli ricorda che non è compito di un padre di famiglia stabilire se la guerra sia giusta o no. Tutti, ad eccezione di Francesca. Che, pur sperando in una via d’uscita, non fa pressioni al suo uomo, lo lascia libero di seguire la sua coscienza, lo sostiene quando gli altri non lo capiscono o lo avversano.

Così, quando il 1° marzo 1943 viene chiamato a fare il soldato, rifiuta con decisione il servizio militare armato perché “nulla potrebbe garantire la mia anima contro i pericoli che i nazisti le farebbero correre”. Immediatamente arrestato e processato a Berlino davanti al Tribunale supremo del Terzo Reich, viene condannato a morte. Passa in carcere momenti terribili, combattuto tra il ricordo delle figlie e dei momenti felici regalatigli da Francesca, che gli “sembrano talvolta perfino dei miracoli”, e i suoi imprescindibili doveri di cristiano.

Mentre sente “l’obbligo di pregare Dio, che ci permetta di capire a chi e quando dobbiamo obbedire”, cosciente che potrebbe cambiare il suo destino con un semplice “sì”, arriva alla conclusione che “né il carcere, né le catene e neppure la morte possono separare un uomo dall’amore di Dio e rubargli la sua libera volontà” “Scrivo con le mani legate, ma è meglio così che se fosse incatenata la mia volontà”, è il suo ultimo messaggio dal carcere; viene ghigliottinato il 9 agosto 1943 a Brandeburgo, nello stesso carcere in cui è detenuto anche il teologo protestante Bonhoeffer. Franz Jägerstätter, il contadino che disse di no ad Hitler, è stato beatificato a Linz il 26 ottobre dell’ano scorso.

FONTE: http://www.santiebeati.it/dettaglio/93494

 

Venerabile Don Nicola Mazza

Venerabile Don Nicola Mazza

Fondatore (1790 – 1865) 2 agosto

Scherzosamente chiamato dai compagni don Congo per il suo “pallino” di voler evangelizzare l’Africa, anche se non riuscirà mai ad andarci. Attorno a lui è un pullulare di santi o candidati tali, a testimonianza della sua straordinaria fecondità spirituale.

Nasce il 10 marzo 1790 nella numerosa e benestante famiglia, (primogenito di otto fratelli) di un commerciante veronese di stoffe. La salute del bambino è così fragile e compromessa da impedirgli di frequentare la scuola, rendendo così necessaria la presenza di un precettore in casa, che diventa per lui una figura di riferimento anche sotto il profilo spirituale. Ordinato prete nel 1814, dopo le prime esperienze pastorali nel circondario, alla parrocchia che gli viene offerta preferisce l’insegnamento in seminario, dove per 33 anni è un professore coi fiocchi: di matematica, ma anche di meccanica e storia.

È proprio questo lungo periodo di docenza a portarlo a creare un’incredibile rete di opportunità, che permetta ai poveri di frequentare le scuole superiori e anche l’università. Non è d’accordo insomma, come invece avviene ai suoi tempi, che le condizioni economiche possano impedire ad un ragazzo capace e intelligente di ambire ad un grado di istruzione e ad un’alta professionalità.  In un contesto sociale in cui l’analfabetismo è la norma, manca ancora l’obbligo scolastico (che arriverà solo nel 1877) e la frequenza di scuole superiori è molto inferiore allo 0,5%, il prete veronese è invece convinto che a fare la differenza debbano essere esclusivamente l’impegno e le capacità.

Comincia ad accogliere due giovani, poveri ma meritevoli, che poi diventeranno preti e saranno le colonne della sua comunità, ma occorre dire – e questa è una sua particolarità – che suo obiettivo primario non è avviare i giovani poveri al sacerdozio, piuttosto puntare alla formazione dei laici, offrendo loro la possibilità di arrivare ad essere medici, avvocati, insegnanti, anche se provenienti dalle più umili classi sociali.

Sul versante femminile è altrettanto anticipatore, pur pagando un debito residuo alla cultura sessista del tempo: mentre da un lato vara un’iniziativa, rivoluzionaria nel suo genere, perchè anche alle ragazze sia assicurata una cultura elementare, non arriva ancora a concepire che per esse ci sia la possibilità di accedere alle scuole superiori, accontentandosi “di formarle donne di famiglia”. Così, mentre i maschi vengono accolti in un collegio “tradizionale”, per le ragazze si inventa quelle che oggi si chiamerebbero “case-famiglia”: piccoli gruppi, in svariati alloggi disseminati per Verona, ciascuno sotto la guida di una “madre”.

Il suo entusiasmo missionario, invece, va incontro a insuccessi e fallimenti, primo fra tutti l’eccezionale morìa che colpisce la prima spedizione in Sudan e di cui fa parte Daniele Comboni, che da Khartum scrive sconsolato: “Dei 22 missionari di questa Missione, che esiste da 10 anni, 16 sono morti e quasi tutti nel corso dei primi mesi”. Di qui l’idea che è fallimentare tentare di evangelizzare l’Africa con missionari europei: più realistico e fruttuoso, invece, tentare di “rigenerare l’Africa con l’Africa”, passando attraverso la formazione di missionari indigeni.

A Verona arrivano i primi “moretti”, che i suoi istituti si incaricano di formare e poi far rimpatriare. Non tocca però a lui far decollare questa nuova formula di  evangelizzazione, ma al suo discepolo Comboni, che pur fondando una propria congregazione sempre si definirà con orgoglio “missionario mazziano”, anche se con il suo maestro avrà forti contrasti, a dimostrazione che, a volte, anche i santi litigano tra loro (ma poi fanno pace).

 

Di don Nicola Mazza si riconoscono pubblicamente le benemerenze in campo educativo e l’imperatore d’Austria gli assegna la medaglia d’oro con collana, non sapendo che quest’ultima verrà continuamente utilizzata come pegno al Monte di Pietà per i bisogni più urgenti delle comunità che aveva fondato.

Nel luglio 1865 si aggravano le sue sempre precarie condizioni di salute; muore il successivo 2 agosto e solo nel 2013 sono state riconosciute le sue virtù eroiche. Il suo collegio a Verona è sempre attivo e nel 1932 sono nate anche le “Suore di don Mazza” che attingono dalla sua spiritualità e sono presenti pure in Brasile.

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/91186

Beato Agostino da Biella

BEATO AGOSTINO DA BIELLA

Domenicano (1430-1493) 22 luglio

Entrò giovanissimo nel convento domenicano della sua città. Fu colpito da una malattia che lo ricoprì di piaghe. Ebbe il dono dei miracoli in uno dei quali restituì la vita ad un bimbo morto senza il battesimo e la liberazione di una donna da cinque demonii.

Agostino Da Biella, noto anche come Agostino de Fango per via della sua nobile famiglia, nacque tra il 1425 e il 1430. Il padre Simone era ancora minorenne nel 1420 e in uno scritto lo stesso Agostino racconta di essere stato inviato dal convento di Pavia a quello di Bologna nel 1447 «ancor giovinotto». Vesti l’Abito domenicano nel Convento di Biella, da poco eretto.

Fu anima di grande innocenza, dedita ad asprissima penitenza, inoltre, visitava assiduamente i malati, portando la sua illuminata parola e la sua inesauribile carità. Dalle sue biografie antiche si può tracciare un rapido resoconto biografico: secondo padre Gerolamo Borselli fu «persona devota e dotta, illustre in vita per prodigi e miracoli». Questi «prodigi e miracoli» non vengono indicati, invece segue un elenco di opere caritatevoli «Fu uomo di grande carità nell’attendere alle confessioni, nell’elargire consigli, nel visitare gli infermi».

A menzionare un miracolo è invece un altro suo biografo, padre Leandro Alberti, «Spesso fu visto pregare o meditare sollevato un cubito da terra». Questo autore ci informa anche che «era solito effondere lacrime» durante la Messa e l’Ufficio e che «usava d’un asprissimo cilicio sulle sue carni», menziona poi la sua attività di esorcista e un altro miracolo che racconta così «ad un fanciullo che piangeva per una brocca rotta, da cui s’era perso il vino, restituì integra la brocca piena di vino».

Altri due prodigi furono però dipinti sul suo sepolcro nel 1497: la risurrezione di un fanciullo morto senza battesimo a Soncino e la liberazione di una donna da cinque demonii a Vigevano. Questi miracoli sarebbero avvenuti nel 1464 e 1474 rispettivamente.

La sua generosa mortificazione fu premiata col dono di un’altissima contemplazione. Niente valeva a distrarlo dall’interno raccoglimento; neppure i più acuti dolori. Come Giobbe fu colpito da una malattia che coprì di piaghe tutto il suo corpo, già esausto dalle penitenze.

Quando il chirurgo gli praticò nella viva carne profonde incisioni, era talmente insensibile a tutto ciò, che se ne meravigliò lo stesso dottore. Svolse per tutta la vita, nel segreto del confessionale, il più prezioso ministero, e fu questa la sua predicazione. Direttore di anime, dotto e santo, il suo solo esempio incitava alla virtù.

Fu Priore in diversi conventi, dove sostenne o restituì la regolare osservanza che, in quel secolo, rifioriva nelle diverse Provincie per merito di tanti santi e zelanti religiosi.

Agostino morì il 22 luglio 1493 nell’osservantissimo Convento di S. Domenico di Venezia. Dopo aver ricevuti tutti i Sacramenti, si alzò in ginocchio sul letto esclamando:Sia lode a Dio, sia lode all’Altissimo!”.

Il culto si diffuse già pochi anni dopo la morte. Nel 1502 il convento di Soncino chiese una reliquia ai frati di Venezia, ottenendo l’indice della mano destra. In quest’occasione per la prima volta Agostino è menzionato con l’appellativo di beato.

A Biella fu eretto un altare a lui dedicato nella chiesa di San Domenico nel XVI secolo e nel 1610 i biellesi ottennero una reliquia, consistente nell’osso del braccio sinistro. Un’altra reliquia fu destinata alla cattedrale di Biella nel 1873.

Intanto il 5 settembre 1872 il culto del Beato fu riconosciuto ufficialmente da papa Pio IX, soprattutto per istanza del padre domenicano Vincenzo Acquarone, del vescovo di Biella Giovanni Pietro Losana e del patriarca di Venezia cardinale Giuseppe Luigi Trevisanato. L’ufficiatura propria del Beato fu concessa il 15 febbraio 1874 all’Ordine domenicano, alla diocesi di Biella e all’arcidiocesi di Vercelli.

Il 13 settembre 1972 l’urna con il corpo del Beato Agostino fu portata da Venezia a Biella dall’arciprete don Albino Pizzato e il 23 giugno 1973 trovò la sua collocazione definitiva nella chiesa parrocchiale di San Giacomo.

Fonti: http://www.santiebeati.it/dettaglio/90788; https://it.wikipedia.org/wiki/Agostino_de_Fango

 

SAN BONAVENTURA

SAN BONAVENTURA

Vescovo e dottore della Chiesa (1218 – 1274) 15 luglio

Sostenne il diritto di frequentare l’università e costruire conventi specializzati nelle città universitarie, poichè secondo lui lo studio e l’erudizione erano elementi cruciali nell’apostolato dei frati, vale a dire praticare ed essere guide spirituali del popolo.

Quale pienezza di fede, di pietà, di lavoro, di azione nella vita dei santi! San Bonaventura ne è un esempio notevole. La sua vita religiosa, sacerdotale, episcopale, in una atmosfera di lavoro di serenità, di calda e dolce pietà, gli è valso da parte dal papa Sisto IV il titolo di “Dottore Serafico”.

San Bonaventura si chiamava Giovanni di Fidanza. Nacque a Civita di Bagnoregio presso Viterbo nel 1217. Egli stesso narra che da bambino si ammalò di un morbo che lo stava conducendo alla morte, ma poi fu risanato da san Francesco in persona il quale, facendo su di lui un segno di Croce, pronunciò queste parole: Bona ventura”. Fu guarito e da allora fu chiamato Bonaventura”.

Entrò nell’ordine francescano e compì gli studi a Parigi, dove iniziò anche ad insegnare. Una delle caratteristiche più significative della cultura medievale fu quella di non separare il naturale dal soprannaturale, in una prospettiva che non fosse solo di semplice riconoscimento intellettuale del soprannaturale, ma che si trasformasse inevitabilmente in consapevolezza dell’esserci di Dio in tutto.

San Bonaventura afferma chiaramente che Dio è l’essere assoluto, eterno, provvidente e …illuminante perché la vita, la sapienza, la bontà di Dio sono la luce stessa di Dio impressa nelle cose al momento della creazione. Con questa teoria teologica di san Bonaventura si riconosce uno stretto legame tra Creatore e realtà creata, legame che però non scivola nel panteismo, cioè nella identificazione tra Creatore e creato.

Infatti san Bonaventura sceglie questa teoria perché convinto che solo così si possa spiegare il continuo intervento provvidente di Dio nel creato. Tutto l’universo – dice-  è manifestazione evidente dell’esistenza di Dio. Ma oltre questa evidenza di carattere esterno, egli insegna che Dio è presente in ciascun essere, specialmente nell’anima umana.

San Bonaventura ritiene che la conoscenza fine a se stessa non vale a nulla, questa ha senso se fa vivere meglio, se fa raggiungere la felicità che è unicamente Dio e in Dio. Ecco spiegato il perché Bonaventura non distingue tra conoscenza, vita morale e ascetica e ne parla come di un unico viaggio dell’anima, un itinerario della mente verso Dio che è formato da sei gradi fino a raggiungere l’unione con Dio senza perdere la propria individualità.

In tal modo egli evita qualsiasi tipo di spiritualismo astratto. L’uomo arriva a Dio partendo dalle sue cose della sua vita quotidiana, ma non solo nel senso della conoscenza filosofica, ma anche nel senso della conoscenza come semplice studio delle cose. Tutto se conosciuto bene, concorre al raggiungimento di Dio; perché la realtà è una sorta di sinfonia di Dio. Il primo grado dice infatti che per mezzo dei sensi esterni l’anima apprende la bellezza del creato e tende al Creatore.

Teologo dogmatico, mistico, superiore generale del suo Ordine dei Frati Minori, Vescovo Cardinale, egli non è vissuto che 53 anni ed ha lasciato dietro di sé come un immenso solco la soavità della sua anima penetrata dalla dottrina e nello stesso tempo della tenera pietà in una grande santità. Egli scrisse una vita di San Francesco d’Assisi, cosa che faceva dire a San Tommaso d’Aquino :è l’opera di un santo su di un altro santo.

Le anime coscienziose della loro perfezione, della loro santificazione quotidiana hanno interesse e profitto a frequentare, per quanto  possono, dei santi del livello spirituale d’un San Bonaventura. Egli aveva una grande intelligenza, ma specialmente una grande potenza d’amore semplice ed affettuosa per Dio, per Gesù e per la Vergine, un senso d’equilibrio morale che lo distinse in mezzo ai suoi Frati così che più tardi il Pontefice lo elevò agli incarichi ed agli onori più importanti nella Chiesa.

Le sensibilità moderne hanno un grande bisogno d’orientamento semplice e forte verso un autentico cristianesimo, verso una spiritualità completa, fuori dalle mode passeggere e dei punti di vista troppo particolari, talvolta interessanti ma incompleti. Occorre loro una base solida di vita soprannaturale per avere esse stesse un’attività durevole sia nell’ordine dello sforzo e nel loro fervore personale che nel loro apostolato. A giusto titolo esse sognano di adattarsi al tempo presente, alle condizioni di vita, ma non possono realizzare questo adattamento senza delle virtù iniziali di dimenticanza di sé, di rinuncia e di umiltà.

Questo adattamento non significa abbandono del rigore evangelico, addolcimento della fede che richiede, facilitato per alterare sotto la coltre di più comprensione il dato divino del Vangelo, delle sue esigenze, del suo vero senso che è quello espresso da Cristo, dalle sue parole, dai suoi esempi.

A questo titolo, un San Bonaventura, tutto permeato d’amore di Dio, al modo che avrà un giorno, quattro secoli più tardi, un san Francesco di Sales, e nello stesso tempo formato all’austerità delle virtù cristiane, sacerdotali e religiose, è un vero testimone di Cristo e del Vangelo.

L’adattamento ricercato ed augurabile nella formazione dei cristiani moderni non sarà fecondo che nella misura in cui questa psicologia profonda della vita spirituale sarà conservata intatta, con delle virtù che sono di tutti i tempi : la pietà, la purezza, l’umiltà, la fede, la speranza, la carità. Nel quadro differente ed evoluto, occorre guardare a queste virtù fondamentali tutto il loro posto, tutta la forza di lievito in una pasta forse più difficile da lavorare, ma che esige certamente un lievito di qualità.

È a questo titolo che la psicologia dei santi ci insegna ammirabilmente quali siano le indispensabili sorgenti spirituali d’amore di Dio e delle anime, la profonda rinuncia a se stessi che solo realizzano ogni fruttuoso apostolato di oggi come di ieri e di sempre.

Autore: Don Marcello Stanzione

FONTE: http://www.santiebeati.it/dettaglio/23550

 

 

 

 

Beato Andrea (Oxner) da Rinn

Beato Andrea (Oxner) da Rinn

Martire (1459-1462) 12 luglio

Il culto di questo martire bambino è legato all’antica leggenda dell’omicidio a scopo rituale operato da ebrei.

Della vicenda del Beato Andrea non esistono fonti scritte coeve all’evento del suo martirio. La più antica, come si avrà modo di chiarire in seguito, risale ad oltre dieci anni dallo stesso. Il racconto dei fatti, quindi, arricchitosi nel tempo di particolari, a volte pittoreschi, è stato tramandato oralmente dalle popolazioni locali per moltissimo tempo, con tutti i limiti che una detta trasmissione comporta sulla veridicità storica dell’episodio.

Secondo la Bibliotheca Sanctorum, il piccolo Andrea Oxner nacque il 16 novembre 1459. Era figlio di Simone Oxner e di una donna di nome Maria. Aveva due anni circa quando perse il padre. La madre vedova, per rendersi la vita più facile, decise di affidare la sua giovane creatura ad uno zio, certo Meyer, albergatore a Rinn, piccola località nei pressi di Innsbruck, in Tirolo, allora in diocesi di Bressanone, nominandolo tutore del bambino.

Qualche tempo dopo, dei commercianti ebrei di Nurberg di passaggio nella locanda di questi e diretti a Posen per l’annuale fiera che vi si svolgeva (in occasione della festa del SS. Sacramento), notarono subito il piccolo Andrea decidendone di farne una loro preda. Offrirono al Meyer (che era anche padrino del bambino) una discreta somma di denaro chiedendogli di cedere loro il nipote. Il turpe mercato fu presto concluso, accordandosi che avrebbero prelevato il fanciullo al loro ritorno dalla fiera.

Venerdì 9 luglio 1462, gli ebrei, in effetti, erano di ritorno. Sostarono nuovamente a Rinn e, dopo un soggiorno di tre giorni, presero con loro il bambino, versando allo zio la somma pattuita.

Quindi, condotto il piccolo Andrea in un boschetto di betulle, non molto distante dal paese, immolarono la giovane vittima su una pietra, detta da allora “Judenstein” (pietra degli ebrei). Dopo averlo circonciso, quale ultimo sfregio, appesero il cadaverino ad un ramo di betulla, nei pressi di un ponticello. Gli omicidi, quindi, scomparvero nel nulla, non lasciando tracce. Era il 12 luglio 1462.

In quelle condizioni fu rinvenuto dalla madre, la quale provvide, senza troppi interrogativi, a dargli adeguata sepoltura nel cimitero di Ampass, villaggio vicino Rinn.

L’assassinio, tuttavia, rimase inspiegabilmente impunito né si tentò di perseguire lo zio, che accettò l’ignobile commercio. Anzi, non vi è traccia di alcuna inchiesta giudiziaria.

Fu solo tempo dopo, sotto l’episcopato di Mons. Giorgio Golser, vescovo di Bressanone dal 1471 al 1489, che l’arciduchessa Maria Cristina volle un’inchiesta, la quale fu condotta a Rinn e ad Ampass. Essa, tuttavia, non approdò ad alcun risultato concreto né lasciò significative tracce scritte.

È da notare, ad ogni modo, che non si parlò subito di martirio né si pensò di tributare al piccolo Andrea Oxner una qualche forma di culto. Fu in occasione di un analogo caso di presunto omicidio rituale, accaduto a Trento nel 1475, e riguardante il piccolo Simone, che gli abitanti di Rinn pensarono di onorare la giovane vittima tirolese con un culto pubblico, trasferendo i resti del bambino dal cimitero di Ampass alla chiesa di S. Andrea apostolo in Rinn. In quel momento fu composta, in tedesco, un’epigrafe nella suddetta chiesa, che indicava, per la prima volta, le circostanze della morte di Andrea (sino ad allora tramandate soltanto oralmente). Sempre non contemporanei agli eventi sono anche gli Annnali Premostratensi di Wilten (Wiltinenses) nei quali si racconta della vicenda.

La fama di miracoli avvenuti sulla tomba – di cui, ad ogni modo, mancavano i caratteri dell’autenticità – attirarono numerosi pellegrini, tra i quali l’imperatore Massimiliano d’Asburgo (morto nel 1519).

Sul luogo del delitto fu successivamente (1620) edificata una cappella – su interessamento di un medico di Hall, certo Ippolito Guarinoni, autore anche di un bizzarro libro sul Beato. In tale nuovo edificio, in seguito, sedente sulla cattedra episcopale di Bressanone Mons. Paolino Mayr (1677-1685), furono traslati i poveri resti del fanciullo.

Da fonti storiche si sa che, nel 1722, il giorno della sua festa, cioè il 12 luglio, si celebrava in onore del martire la messa votiva dei Santi Innocenti.

Nel 1750 (o, secondo altre fonti, l’anno successivo) il vescovo di Bressanone e l’abate dei Premostratensi di Wilten indirizzarono a papa Benedetto XIV Lambertini una supplica allo scopo di ottenere una messa ed un ufficio propri del beato Andrea, per il clero secolare e regolare della diocesi tirolese.

Con lettera del 27 settembre 1751, il pontefice domandò ai richiedenti di svolgere un regolare processo “de martyrio, de miraculorum fama, deque cultu immemoriali”. Tuttavia, gli istanti obiettarono che si trattava di un procedimento assai costoso, le cui spese non erano in grado di sostenere. Papa Prospero Lambertini, quindi, rinunciò alla sua richiesta, accontentandosi di quanto pubblicato dai Bollandisti nel corso del XVIII sec. e dell’opera, apparsa qualche anno prima (1745), di un certo Andrea Kempter, “Acta pro veritate martyrii corporis et cultus publici B. Andreae Rinnensis”.

In virtù di queste prove stragiudiziali, il papa accorderà il 25 dicembre 1752 una messa ed un ufficio propri, con rubriche proprie, di rito doppio, da recitarsi dal clero secolare e regolare dei due sessi nella cittadina di Rinn ed in tutta la diocesi bressanonese.

Il vescovo, quindi, chiese al papa di procedere alla canonizzazione del piccolo Andrea. Ma il pontefice non ritenne opportuno assecondare questa nuova istanza. Nell’estesa Costituzione apostolica, “Beatus Andreas”, indirizzata all’allora promotore della fede, Benedetto Veterani, risalente al 22 febbraio 1755, il saggio pontefice, pur confermando il culto del piccolo tirolese, spiegava le ragioni per le quali una siffatta canonizzazione, che era senza precedenti nella storia della Chiesa, dovesse ritenersi moralmente impossibile.

Il culto del Beato, infatti, conservava nel tempo i suoi caratteri d’origine, nato com’era su base spontanea, senza un’adeguata e sicura documentazione scritta contemporanea ai fatti. Basti solo pensare, a questi fini, che l’epigrafe della fine del XV secolo, ricordata sopra come la prima fonte scritta dell’episodio (e comunque ad esso posteriore di oltre un decennio!), nel 1620, era già pressoché illeggibile.

Non si trattò, pertanto, di una vera e propria beatificazione, ma di una “beatificazione equipollente”, come scrisse Benedetto XIV. Conseguentemente, rimarcava quel Papa, la Suprema Autorità della Chiesa non si riteneva formalmente vincolata dal culto del Beato Andrea.

Con il caso di Andrea da Rinn, perciò, fu dato dalla Chiesa un esempio dei bambini cristiani messi a morte in odio a Cristo, sebbene nelle fonti suindicate ed in special modo nei Bollandisti non si parlasse mai di “omicidio rituale”.

La tradizione, ciononostante, volle che il piccolo Andrea Oxner fosse rimasto vittima di uno dei tanti omicidi rituali di cui assai spesso furono accusati gli ebrei, in special modo nel Medio Evo. Tali accuse devono, tuttavia, ritenersi infondate storicamente, come dimostrò lo stesso francescano Lorenzo Ganganelli (futuro papa Clemente XIV), relatore del S. Uffizio, nella sua memoria presentata il 2 marzo 1758 alla Congregazione delle Grazie, benché egli ammettesse come certi e veritieri soltanto i due casi di Andrea da Rinn e di Simonino di Trento.

Le odierne rigorose metodologie di ricerca storica, d’altronde, hanno messo in evidenza come il caso degli omicidi c.d. rituali, presuntamente perpetuati da ebrei, fossero soltanto leggende, senza alcuna prova storicamente attendibile. Ciò ha fatto sì che la Chiesa potesse ricredersi nel suo giudizio, ritenendo gli omicidi a danno di bambini come tanti segni di violenza dei quali, ieri come oggi, sono vittime degli innocenti, ad opera di persone crudeli e senza scrupoli.

Per questa ragione ed onde evitare il perpetuarsi di un’accusa non provata storicamente, nel 1985, l’arcivescovo di Innsbruck, Mons. Reinhold Stecher, disponeva il trasferimento del corpo del Beato dalla Cappella in cui si trovava dal XVII sec. al cimitero. Nel 1994, lo stesso prelato, inoltre, aboliva ufficialmente il culto del Beato Andrea, sebbene la sua tomba continui ad essere meta di pellegrinaggi di gruppi di cattolici conservatori.

Autore: Francesco Patruno

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/91670

 

SANT’OLGA DI KIEV

Sant’ Olga di Kiev

Granduchessa – 11 luglio

Nel giorno di san Benedetto, patrono d’Europa, la Chiesa ricorda anche Olga, tra i primi santi russi inseriti nel calendario cattolico. È considerata l’anello di congiunzione tra epoca pagana e cristiana.  Si innamorò di questa bellissima traghettatrice del fiume Velika, il principe Igor che la fece sua sposa.

Olga è tra i primi santi russi-slavi inseriti nel calendario cattolico bizantino; è considerata l’anello di congiunzione tra l’epoca pagana e quella cristiana, nella storia dei popoli russi.

Le fonti che parlano di lei sono numerose e tutte di rilevanza storica, da esse apprendiamo che Olga nacque nell’890 nel villaggio Vybuti a pochi km da Pskov, sul fiume Velika. Bellissima popolana era addetta al traghettamento delle persone sul fiume stesso; nel 903 fu vista dal principe Igor Rjurikovic che volle sposarla sebbene giovanissima.

In realtà Olga o Helga era figlia di un capo variago, tribù normanna di origine scandinava, che proveniente dal Nord si occupavano di traffici e commerci lungo la via del Volga, del Mar Nero e del Caucaso; sicuramente il padre era sorvegliante e responsabile di qualche punto strategico di questo percorso.

Il loro matrimonio fu il simbolo concreto della fusione del popolo russo-slavo con quello variago, che alla fine del secolo IX cominciava ad attuarsi sotto il benefico influsso del Cristianesimo.

Nell’anno 945 il principe Igor, marito di Olga, fu ucciso dai Drevljani ed ella con un temperamento retto ma violento, vendicò con fermezza l’assassinio, mandando a morte molti capi nemici e imponendo ai superstiti tributi e tasse di ogni genere.

Divenne reggente del principato di Kiev, per il figlio Svjatoslav di tre anni, governò con saggezza politica, riuscendo a far diventare tributaria di Kiev la stessa importante provincia di Novgorod; amata dal popolo che le riconosceva il merito di essere giusta e misericordiosa, ma anche inflessibile, educò rettamente il figlio, anche se non ebbe la gioia di saperlo cristiano, dopo che lei verso il 957, si era convertita al cristianesimo. Sarà uno dei nipoti Vladimiro a darle questa soddisfazione, infatti non solo diventò cristiano e battezzato, ma diventerà “battezzatore della Rus’”, “nuovo apostolo” e santo della Chiesa.

La prima conversione del popolo russo-variago fu nell’862 attraverso i bizantini, poi ci fu l’opera di apostolato dei santi Cirillo e Metodio e pur attraversando un periodo di persecuzione da parte dei refrattari Variaghi, il cristianesimo si andò affermando in tutto lo Stato, di pari passo con la diffusione della lingua slava e già al tempo del governo del principe Igor, esisteva a Kiev una chiesa dedicata al profeta Elia.

Olga con la sua conversione e con la sua opera contribuì attivamente all’evangelizzazione del regno ” Rus’”.

Tentò di stringere legami solidi con l’Impero di Bisanzio, desiderando di sposare il figlio Svjatoslav con una principessa bizantina; nel 957 si recò personalmente a Costantinopoli, ma il viaggio risultò infruttuoso fra la delusione dei cristiani e la soddisfazione dei pagani. Allora i cristiani si appoggiarono all’imperatore Ottone I di Sassonia e nel 959 gli chiesero di inviare un vescovo per la Russia, che purtroppo nel 962 fu scacciato da una rivolta pagana.

Olga pregava giorno e notte per la conversione del figlio e per il bene dei sudditi, al termine della reggenza, secondo le leggi di allora, si ritirò nei suoi possedimenti privati, dove continuò nella sua opera di apostolato e missionaria, costruì alcune chiese fra cui quella in legno di S. Sofia a Kiev.

Visse piamente e morì a circa 80 anni l’11 luglio 969. Dice il suo biografo Giacomo: prima del Battesimo la sua vita fu macchiata da debolezze e peccati, crudeltà e sensualità; ella ciononostante divenne santa non certo per suo merito, ma per un disegno speciale di Dio sul popolo russo.

La venerazione per Olga cominciò sotto il governo del nipote s. Vladimiro, che nel 996 fece trasportare il corpo nella chiesa da lui fatta costruire. La festa fu fissata all’11 luglio, venerazione che fu poi confermata dal Concilio Russo del 1574.

I mongoli, nel 1240 invasero e distrussero completamente Kiev, 400 anni dopo il metropolita della città Pietro Moghila, fece restaurare le antiche chiese distrutte e le reliquie di s. Olga sembra che siano state ritrovate, ma dal 1700 non si hanno più notizie di dove siano.

Autore: Antonio Borrelli

Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/61750