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Padre Aleksandr Men

PADRE ALEKSANDR MEN

 Sacerdote ortodosso, martire (1935 – 1990) 9 settembre 

Padre Aleksandr Men4Ha scritto numerosi libri diffusi nella clandestinità (samizdat) sotto pseudonimi, per non contare le numerose catechesi impartite con ogni mezzo nell’Unione Sovietica della perestrojka, fino al giorno in cui un ignoto assassino lo colpì alla nuca sul viottolo che stava percorrendo per andare in parrocchia a celebrare.

Cristo ci obbliga a sentire Dio vicino” – amava ripetere padre Men’. “Colui che è presente in ogni luogo ed ogni cosa porta a compimento”, come prega la Divina Liturgia bizantina. Cristo sempre presente, a suo modo, anche nelle contraddizioni dolorose della vita.

La sua vocazione al sacerdozio gli appare evidente a 12 anni, quando una sera, sul cielo di Mosca vede apparire illuminata una gigantesca immagine di Stalin. Gli appare come l’incarnazione dell’anticristo, che intende dominare il mondo. Ma accanto a questa figura diabolica padre Men’ intravede il volto luminoso di Cristo che lo invita a testimoniarlo con tutta la sua vita.

Padre Aleksandr Men1A 12 anni incomincia a scrivere il suo primo libro “Gesù maestro di Nazaret” (ora tradotto anche italiano). Era innamorato di Cristo. Per questo interpretava tutto alla luce del suo volto; anche il volto demoniaco di Stalin, l’anticristo, come lui stesso lo definisce.

Per lo stesso motivo diceva che non si doveva dare troppa importanza al nemico. Cristo doveva essere preminente a tutto e a tutti. Ironicamente annotava che i nemici del popolo, la borghesia, il capitalismo sono stati inventati dal partito per impedire al popolo di pensare ai propri diritti. Ma anche il cristiano, ogni uomo, scoperto il nemico da combattere, dimentica il male che domina dentro di sé, si esaurisce nella critica e dimentica la positività che, con Cristo, domina sul mondo.

Richiamandosi a Solov’ev, padre Men’ sosteneva che Cristo doveva essere posto al centro della vita e non relegato in un angolo. […]Per lui la vita, pur nella sua tragicità, era una festa, non perché fosse in qualche modo contaminato dall’ingenuo e pericoloso utopismo della dottrina comunista, ma perché sperimentava che in Cristo ogni situazione poteva diventare luminosa, perfino il volto diabolico di Stalin.

Padre Aleksandr Men2Il detto evangelico ‘rinnega te stesso’ non significa – seguo il commento di padre Aleksandr – distruggi te stesso, ma apriti ad un amore più grande che ti farà più felice, ti farà partecipare fin da questa terra alla vita del cielo’. Come si fa – si chiedeva sempre padre Men’- a non amare questo mistero che è la vita? Anche la morte non può far paura, perché in Dio ci sono soltanto uomini vivi.Ora et labora et noli contristari” (Schuster). Prega, lavora e non piangerti addosso. Non indulgere alle lamentele; non rattristare te stesso e non annoiare gli altri con i tuoi lai.La Chiesa è laboratorio di risurrezione

[…]Non costringeva nessuno, si limitava a proporre, a presentare la gioia e la bellezza della vita cristiana.Dio ci ama – ripeteva – tutto è gioia, anche il sacrificio’.

[…]Non ha mai voluto schierarsi apertamente con i dissidenti, sia religiosi che umanistici, non perché non ne condividesse le idee e gli impegni (fu amico personale di Zheludkov e di Jakunin e di molti altri, più di lui impegnati in questo settore), ma perché era tutto impegnato a comunicare Cristo e creare piccole comunità cristiane, convinto che il diffondersi di una fede ecclesiale espressa in comunità clandestine, fosse il modo migliore per preparare il terreno anche ad un autentico cambiamento sociale.

Padre Aleksandr Men[…]La valigetta con l’indispensabile in caso venisse arrestato dalla polizia era sempre pronta. Ogni notte poteva essere quella buona per il KGB. […]

Anche con i musulmani (a Mosca ci sono più di due milioni di musulmani) era disposto ad un confronto partendo dalla fede comune in un unico Dio. “Non di rado – ripeteva – la fede diventa una scusa per nascondere piani che non hanno nulla a che fare con la religione. La fede autentica si giudica dalle sue vette più alte”, nelle sue espressioni più pure. Non tanto un dialogo su valori umanistici comuni, quanto un dialogo ed un confronto sulla fede, sul senso religioso.

[…] Secondo la migliore tradizione ortodossa sapeva parlare alla mente interessando il cuore. Perché questa era la sua fede: esperienza di una vita data anima e corpo a Cristo.

Disse pochi giorni prima della sua morte a Padre Romano Scalfi: ‘Non ci vedremo più…Ma perché?Sento che il Signore mi chiama’. Dopo pochi giorni veniva assassinato a Mosca il 9 settembre 1990 accanto alla sua casa, sulla strada che lo conduceva alla Chiesa.

Autore: Padre Romano Scalfi

Fontewww.culturacattolica.it; http://www.santiebeati.it/dettaglio/93598

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