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SAN LUIGI GONZAGA

SAN LUIGI GONZAGA

(1568-1591) 21 giugno

san-luigi-gonzaga-in-spagnaLa vita di Luigi Gonzaga per molto tempo è stata additata come esempio di pietà e totale dedizione alla vita religiosa, benché il suo direttore spirituale, il futuro cardinal Bellarmino, disse che era un modello così estremo che non si doveva incoraggiare altri a seguirlo.

Luigi Gonzaga si impose una vita di preghiera e di mortificazione fin dall’infanzia; già a sette anni combatteva una battaglia titanica contro la sua famiglia per poter aderire alla Compagnia di Gesù; si offrì volontario per curare le vittime della pestemorendo affetto dal morbo egli stesso a ventitré anni con il nome di Gesù sulle labbra. Il Bellarmino e altri tre confessori di Luigi Gonzaga erano dell’idea che non avesse mai commesso alcun peccato mortale in tutta la sua vita; nel 1726 fu canonizzato da papa Benedetto XIII e tre anni dopo nominato patrono della gioventù cattolica, titolo confermatogli da Pio XI nel 1926.

Anche per i modelli di santità valgono le mode: negli ultimi anni spesso lo si è portato ad esempio ma non ha incontrato lo stesso favore del passato. I suoi contemporanei avrebbero esagerato la portata del suo successo, ma sappiamo anche che durante il noviziato irritava i suoi compagni fermandosi e dicendo «Ave Maria» ad ogni gradino, salendo o scendendo dalle scale, e si era guadagnato il soprannome di “censore” per la sua disapprovazione di ogni forma di leggerezza o frivolezza. Anche i suoi superiori gli consigliavano un po’ di riposo dicendogli che pregava troppo; mortificava il suo corpo in modo eccessivo; si rifiutava di guardare le donne, perfino sua madre; in presenza di una donna teneva sempre gli occhi bassi e poteva dire di non essere in grado di riconoscere nemmeno le sue parenti, perché non le aveva mai guardate in viso.

Luigi Gonzaga aveva un forte e ripetuto desiderio di morire presto. Il suo comportamento sembra suggerire più una “religiosità” che una vera fede. Veniva descritto come «saccente», «ingenuo», «spigoloso» e «poco simpatico»; le rappresentazioni pittoriche, come quelle negli Ada Sanctorum, sono spesso estremamente sentimentali ed è presentato come un giovane piuttosto effeminato, bramoso del paradiso.

S. LUIGI GONZAGA1Entrambe le interpretazioni, le adulazioni primitive e le successive reazioni, non colgono il segno: possiamo tentare di capire il comportamento di Luigi Gonzaga vedendolo come un a reazione al suo ambiente. Era nato con un grande avvenire davanti a sé, essendo il figlio primogenito di don Ferrante Gonzaga, marchese di Castiglione delle Stiviere e principe del sacro romano impero, mentre la madre era donna Marta Tana di Santena, figlia del barone di Pindemonte e membro del casato dei Della Rovere.

Entrambi i genitori erano imparentati con molte delle famiglie della nobiltà italiana, spagnola, francese e tedesca: duchi, marchesi, cardinali e vescovi erano loro congiunti; la famiglia di donna Marta aveva dato due papi alla Chiesa: Sisto IV e Giulio II . Don Ferrante e donna Marta si erano incontrati quando lui era attendente alla corte spagnola di Filippo II e lei dama d’onore della regina. Celebrarono un matrimonio molto sfarzoso: il dono di nozze di Filippo furono due proprietà, una a Milano e l’altra a Napoli. Il rapporto tra la famiglia di Ferrante e la corte spagnola era di lunga data. Suo padre si chiamava anch’egli Luigi (non Luis, la forma spagnola del nome come usava tra i suoi antenati) e con questo nome battezzò il suo primogenito, al quale il duca di Mantova fece da padrino. Forse Luigi Gonzaga si sarebbe sentito più di casa a Madrid, dove Filippo II conduceva vita quasi monastica e di grande austerità, ma egli crebbe in Lombardia, dove le corti ducali erano lussuriose e viziose, centri di intrighi e di assassinii frequenti.

S. LUIGI GONZAGA2Era l’erede delle vaste proprietà paterne, un futuro principe imperiale  ed erede in pectore anche dei possedimenti di Solferino e Castel Goffredo, proprietà di uno zio che era senza eredi. Il padre prevedeva per il suo primogenito la carriera militare (i Gonzaga passavano infatti la maggior parte della loro esistenza a prendere parte alle guerre locali tra i vari ducati), così al compimento dei quattro anni regalò al figlio un’armatura e armi in miniatura, e a cinque anni lo condusse con sé ad assistere all’addestramento di tremila soldati spagnoli, in vista di una spedizione contro gli arabi in Tunisia. Il fanciullo era  felicissimo di prendere parte alle parate, camminando alla testa di un plotone di soldati con una picca sulle spalle; una volta caricò e fece sparare un cannonementre tutto il campo stava riposando, creando un grande trambusto. Naturalmente non potè non apprendere il linguaggio militaresco: ritornato a palazzo ducale il suo tutore gli disse che era un linguaggio non solo volgare ma anche blasfemo; il fanciullo provò grande vergogna e considerò sempre la cosa un grande peccato.

A sette anni aveva già rifiutato la vita mondana delle corti italiane e iniziato una sua vita devozionale: recitava quotidianamente l’Ufficio della Madonna, seguito dai sette salmi penitenziali e altre devozioni; per tutto il tempo stava inginocchiato sul pavimento senza alcun cuscino. Due anni dopo fu mandato con il fratello più giovane Rodolfo a Firenze, alla corte del granduca Francesco de’ Medici. Martindale, che ha scritto un simpatico e un po’ fiabesco racconto dei conflitti affrontati da Luigi Gonzaga, descrive con vivacità come fu atterrito da questa società di «inganno, pugnale, veleno e lussuria». Reagì decidendo di condurre una vita di mortificazione personale.

Prima del compimento dei dodici anni fu mandato, sempre con Rodolfo, a vivere nel grande palazzo del nonno, granduca di Mantova, che era in pratica una città, con sedici corti separate, il centro di una vita cortigiana molto sofisticata e dissoluta. Date queste condizioni è possibile che le origini dei suoi malanni fossero più psichiche che fisiche: ebbe sempre una digestione difficilemolte difficoltà nell’assimilazione del cibo. Trascorreva il suo tempo in preghiera e nella lettura del De probatis sanctorum historiis di Surio; il racconto della vita di S. Luigi d’Angiò (19 ago.) gli ispirò il rifiuto di guardare le donne.

luigi gonzagaDue altri libri attrassero particolarmente la sua attenzione: un libretto di S. Pietro Canisio (21 dic), definito «il primo gesuita letterato», e un racconto dell’opera missionaria della Compagnia di Gesù in India. Ignazio di Loyola (31 lug.) aveva fondato la sua compagnia di «soldati di Cristo» nel 1534, solamente quarantasei anni prima, un movimento formato da uomini pieni di zelo e di spirito di sacrificio. Fu in quel periodo che Luigi Gonzaga si determinò a cedere i diritti ereditari sul marchesato di Castiglione a Rodolfo, benché fosse già stato creato principe dell’impero dallo stesso monarca. Rese ancor più dure le pratiche corporali: si flagellava a sangue con una frusta per cani; digiunava tre giorni la settimana; si svegliava a mezzanotte per pregare, inginocchiandosi sul pavimento nudo della sua camera, rifiutandosi di accendere il fuoco anche durante l’inverno.

Nel 1581, all’età di tredici anni, dovette accompagnare, insieme al fratello, suo padre che scortava l’imperatrice Maria d’Austria in viaggio dalla Boemia a Madrid; all’arrivo a corte i due ragazzi furono nominati paggi del giovane principe delle Asturie, don Diego. Luigi Gonzaga condivise gli studi e gli svaghi d’infante, ma il suo atteggiamento era  così serio e riservato che anche nell’austera e severa corte spagnola si arrivò alla conclusione che egli non era fatto di sangue e carne come gli altri uomini. Fu proprio allora che decise di unirsi alla Compagnia di Gesù, definitivamente approvata.

Come era prevedibile il padre fu sgomento davanti alla prospettiva e si rifiutò decisamente di considerarla; la mamma, che prese le difese del figlio, fu accusata di tentare d’ingannare Luigi sottraendogli l’eredità in favore di Rodolfo. Quando la famiglia tornò in Italia due anni dopo, questa disputa era al suo apice: le famiglie dei Gonzaga, Medici, Della Rovere e d’Este provavano orrore per quest’abdicazione dalle prerogative famigliari. Nel tentativo di dissuaderlo lo fecero incontrare con alcuni sacerdoti e il duca di Mantova, suo nonno, che partecipava a questa “congiura”, arrivò a suggerire che sarebbe potuto diventare prete, avendo così aperta la via dell’episcopato; ma Luigi non desiderava per sé onori ecclesiastici, bensì una vita di povertà e di rinuncia. Alla fine perfino un vescovo fu indotto a incontrarlo, ma anche questo tentativo di farlo recedere dalla sua idea fallì, con gioia del prelato giunto a convincersi della genuinità della vocazione.

san_luigi_gonzagaA questa stessa conclusione era giunto, dopo avergli parlato, Francesco Gonzaga, suo parente e generale dei francescani dell’Osservanza. I gesuiti, con i quali non sembra avesse connessioni famigliari, erano pronti a riceverlo, ma don Ferrante era sempre irremovibile: passava da momenti di rabbia ad altri di sconforto e di nuovo alla rabbia; dava il permesso, poi si pentiva. Quando le proteste dei parenti cessarono del tutto, tentò di distogliere il figlio con metodi più subdoli; lo mandò a visitare le
corti dell’Italia del nord
 (Ferrara, Mantova, Torino, Firenze e Parma), nella speranza che qualcosa – una nuova attività, un’offerta di un incarico più alto, una sposa – della vita di corte lo attraesse. Tutto questo creò in lui un effetto di totale repulsa.

Tornato a casa si chiuse in camera; i senatori dissero a don Ferrante che doveva vedere con i propri occhi che cosa faceva suo figlio: così vecchio e sofferente di gotta si avvicinò alla camera del figlio e guardò dal buco della serratura e vide che Luigi Gonzaga stringeva un crocifisso e si flagellava con una frusta. Don Ferrante si dichiarò sconfitto. Una commissione imperiale trasferì il diritto ereditario a Rodolfo, e Luigi si recò a Roma dove, come era d’obbligo dato il suo rango, visitò i cardinali di nobile stirpe (Farnese, Alessandrino, d’Este e Medici) e chiese, ottenendola, un’udienza a papa Sisto V. Questi s’informò se si rendesse conto della durezza della vita religiosa e lo congedò con una benedizione. Il giorno dopo, 25 novembre 1585, entrava nel noviziato dei gesuiti, all’età di diciassette anni.

Aveva rifiutato l’eredità per cercare Dio nella vita consacrata, ma questa vita si mostrò diversa da come l’immaginava: i superiori gli dissero che le mortificazioni cui si sottoponeva erano troppo severe. Gli fu detto di partecipare alla ricreazione; di mangiare di più; di pregare e meditare solo nei tempi stabiliti. Queste obbedienze suscitarono dentro di lui una lotta più faticosa che abbandonare la ricchezza e le ascendenze aristocratiche o chiedere di lavare i piatti, di servire in cucina e di fare i lavori più umili; alla fine gli fu dato l’incarico di togliere le ragnatele dei soffitti. Non riscuoteva molte simpatie tra gli altri novizi e non sapeva come rapportarsi con essi: affrontò un periodo di depressione e sfinimento.

S. LUIGI GONZAGA5Mandato a Napoli per sei mesi, continuò a soffrire di emicranie, insonnie ed erisipela, un’infezione della pelle dolorosa e contagiosa. Nel maggio del 1587 si trasferì a Roma per gli studi filosofici e teologici; ma anche lo studio non era piacevole per lui essendo privo d’immaginazione e non avendo nessun dono per la speculazione. Era così determinato a condurre una vita povera che possedeva solo due libri: la Stimma theologica di S. Tommaso d’Aquino (28 gen.) e la Bibbia, e quando scoprì che il suo compagno di camera possedeva una copia della Summa, regalò la sua. In quel periodo trascorreva, nella sua soffitta oscura, la maggior parte del suo tempo in contemplazione.

Ricevuti nel febbraio e marzo 1588 gli ordini minori nella chiesa di S. Giovanni in Laterano, continuò i suoi studi. Un anno più tardi esplose la peste a Roma, di cui abbiamo una descrizione intensa da parte del biografo e compagno di Luigi, Virgilio Cepari: «Era veramente terribile vedere i morenti avvicinarsi agli ospedali strisciando, fetidi e ripugnanti, oppure esalare l’ultimo respiro in un angolo o cadere morti ai piedi di una rampa di scale».

I gesuiti aprirono un ospedale dove il generale e i membri dell’ordine curavano i pazienti; Luigi chiese il permesso di unirsi a loro. Curava e ammaestrava i sofferenti; per loro elemosinava cibo nelle strade; svolgeva le mansioni più umili. In questa situazione molti padri gesuiti soccombevano alla peste e presto anche Luigi Gonzaga ne fu contagiato: credette di essere in punto di morte e accettò questa prospettiva con gioia e sollievo; ritenendo però che anche quest’impazienza di raggiungere il paradiso fosse peccaminosa raddoppiò le sue preghiere. Morì S. LUIGI GONZAGA1intorno alla mezzanotte tra il 21 e il 22 giugno, durante l’ottava del Corpus Domini.

I ricorrenti problemi renali e gli anni di digiuno e mortificazione avevano indebolito la sua costituzione, in aggiunta al fatto che non aveva più nessuna volontà di vivere. Fin dalla giovinezza aveva rifiutato i privilegi e le responsabilità del suo lignaggio, convincendo se stesso che il suo comportamento era quello da tenersi nella vita religiosa. Quando però entrò a far parte della Compagnia di Gesù si trovò di fronte a direttori spirituali che consideravano le sue pratiche di mortificazione troppo
estreme
 e gli consigliavano di adeguarsi alla vita degli altri novizi. Ci si può chiedere: si diede a curare gli appestati vedendo una via per arrivare a una morte precoce, la sola che poteva risolvere i suoi problemi? Luigi Gonzaga era un giovane devoto e ansioso, ma forse aveva qualcosa di più intenso. Padre Martindale chiarisce con forza che non era effeminato, e che era anzi «per natura un uomo duro, senza compromessi, che affrontava la vita a denti stretti».

Come suo padre, aveva un carattere inflessibile e una volontà ferrea: alla fine fu il padre a cedere. Luigi concentrava tutta la rabbia, la passione, il coraggio e la capacità di resistenza proprie dei Gonzaga (da loro esercitate nelle campagne militari e nelle lotte intestine) nell’opporsi alle ambizioni che i suoi familiari avevano nei suoi riguardi e nelle pratiche di fede. Fin da piccolo ebbe una visione terribilmente chiara della società in cui era nato; combatté con tutte le sue forze i demoni che la infestavano: la sola realtà era Dio in Cristo; il cielo o l ‘inferno la sola scelta. 

É INVOCATO: – per la scelta della vocazione – contro le malattie dei polmoni – come protettore della gioventù cattolica e in generale di giovani, studenti e scolari

FonteIl primo grande dizionario dei santi di Alban Butler

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