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Santi Mariano e Giacomo

Santi Mariano e Giacomo

martiri (259) 6 maggio

Mariano e Giacomo, martiri della Numidia in Africa del Nord, sono Mariano e Giacomo di particolare interesse perché i documenti che descrivono la loro morte sono autentici, e perché non erano né preti né vescovi ma, rispettivamente, lettore e diacono.

Soffrirono la persecuzione sotto Valeriano, poco dopo il più famoso S. Cipriano di Cartagine (16 set.); i loro Atti erano conosciuti da S. Agostino che ne fece uso nel Sermone 284. Il luogo della loro condanna fu Cirta Giulia (più tardi ribattezzata Costantina), mentre quello del loro martirio è l’attuale città di Tazoult in Algeria. In seguito le loro reliquie furono traslate a Gubbio, dove nel 1350 circa Guido Palmerucci dipinse un pregevole ciclo di scene delle loro vite (queste opere sono adesso nel museo di Nancy). Alla pari di altre persecuzioni avvenute nell’impero romano, quella di Valeriano fu sporadica e locale, ma assai dura nei luoghi e per il tempo in cui si svolse.

L’autore degli Acta era un compagno dei martiri che però sfuggì alla morte. Lo scrittore ci parla di una visita dei vescovi Agapio e Secondino, entrambi della Numidia, a una fattoria chiamata Mugnaedove incontrarono e incoraggiarono Mariano e Giacomo. Partiti i due presuli (che sarebbero stati uccisi poco dopo), un gran numero di soldati circondò la fattoria e operò molti arresti. Si erano traditi per aver esortato gli altri alla fermezza nella fede.  

Si legge nella Passio: […] Nella città entrambi, interrogati a loro volta, confessano di essere cristiani, e sono dunque rinchiusi in carcere. Un ufficiale di polizia, affiancato da un centurione e dai magistrati locali, sottopone Mariano alla tortura: Giacomo, pieno di forza (e già agguerrito nella persecuzione di Decio), aveva spontaneamente riconosciuto la sua condizione di diacono, il che lo faceva Mariano e Giacomo portati in prigionecadere sotto i colpi della legge, ma Mariano – così si pensa – dichiarandosi lettore tenta di sfuggire ai rigori imperiali. Egli è appeso per i pollici, con pesi attaccati ai piedi; il suo corpo è spezzato, ma, non avendo mutato la sua confessione, lo si riconduce nella cella per farla finita.[…]Ai due vescovi Agapio e Secondino, sempre secondo la ‘Passio’ scritta dal cristiano che evidentemente scampò alla morte, sono associate due fanciulle Tertulla e Antonia, che Agapio aveva in custodia. Il vescovo ormai prossimo a lasciarle sole,pregò ripetutamente il Signore che facesse loro il dono del martirio; ebbe una rivelazione particolare nella quale udì una voce che diceva:

Perché chiedi con tanta insistenza ciò che hai già ottenuto con una sola delle tue preghiere?” (cap. XI). Nella medesima ‘Passio’ è ricordato anche il soldato Emiliano cavaliere cinquantenne, che per tutta la vita aveva conservato una pura continenza della carne; egli aveva un fratello rimasto pagano che era solito prenderlo in giro per la sua professione cristiana. Mentre era in carcere, Emiliano sognò il fratello che con voce canzonatoria gli domandava come si trovassero lui e gli altri nelle tenebre del carcere; essendogli stato risposto che per il cristiano splende una chiara luce anche nelle tenebre, insistette chiedendo se per tutti i martiri vi sarebbe stata un’uguale corona in cielo o, altrimenti, a chi tra i presenti sarebbe spettato un premio maggiore. Gli fu replicato che le stelle sono tutte luminose, anche se diverse fra loro, e che tra i martiri sarebbe stato destinato a splendere di più, chi più fortemente e lungamente avesse sofferto.

Mariano e Giacomo languono per alcuni giorni nel carcere di Cifra. Poi i marianomagistrati, terminata l’istruttoria, li mandano dinanzi al tribunale del governatore. Al momento della partenza, un cristiano fino a quel momento libero non sa nascondere la sua gioia; lo si interroga, egli proclama la sua fede, ed eccolo unito ai due prigionieri. Il racconto, che del resto a questo punto dimentica gli altri detenuti menzionati precedentemente, trascura anche di specificare se questo esaltato abbia poi subito un supplizio; la frase «Così, grazie soltanto all’accusa che li colpisce, i beati martiri [Mariano e Giacomo] guadagnano parecchi testimoni di Dio» potrebbe suggerire che siano avvenuti altri casi analoghi. I confessori giungono infine a Lambesi, dove sono messi in carcere.

Il governatore procede con metodo e, stabilendo una «gerarchia» tra i martiri, nel corso di numerosi giorni fa giustiziare dei laici che, secondo il cronista, egli considerava più accessibili «alle tentazioni del mondo e alle minacce»; tiene in vita i chierici, con loro grande dolore, giacché la loro vittoria è per il momento rinviata. Un sogno rassicura Giacomo. Egli vede, nella beatitudine di un’agape celeste, Agapio che aveva subito il martirio insieme con due giovinette, Tertulla e Antonia (Secondino non è nominato); Giacomo si sente chiamare, in compagnia di Mariano, a quel banchetto al quale li invita per l’indomani un fanciullo che era stato messo a morte due o tre giorni prima insieme con la madre e il fratello gemello.

Cattedrale altare con reliquie a GubbioDi fatto, alla data fissata Mariano, Giacomo e altre persone, anonime e tutti forse chierici, compaiono dinanzi al governatore, che li condanna alla decapitazione. Sono subito condotti fuori della città, sulla sponda di un torrente, tra due rive scoscese che salgono da una parte e dall’altra, offrendo come delle gradinate agli spettatori. Dato il numero considerevole delle vittime, il carnefice, per potere svolgere il suo compito con maggior comodità, le dispone in file. Negli ultimi istanti di vita essi hanno nuove visioni, raccontate negli Actasenza dubbio lette nelle riunioni dei credenti come parti della narrazione del loro martirio e strettamente paragonabili a quello delle sante Perpetua e Felicita, martirizzate a Cartagine nel 203 (7 mar.).

Il vescovo Agapio, che aveva appena patito il martirio con le due ragazze che aveva sotto tutela, apparve poi in visione a Giacomo dicendogli che il giorno dopo reliquieavrebbero gioito insieme nel banchetto celeste. La mattina seguente i cristiani furono portati lungo il corso di un fiume che aveva su entrambe le sponde argini così alti da sembrare un anfiteatro; furono tutti allineati, bendati e decapitati con la spada. La madre di Mariano, Maria, era presente al martirio del figlio e gioì per il suo trionfo. Prima di morire Mariano, a edificazione dei fedeli e terrore degli empi, predice diverse sciagure. Con la loro morte, dice l’autore degli Acta, furono «alla fine restituiti ai patriarchi nella gloria e liberati dai dolori di questo mondo». I loro corpi vennero gettati nel fiume Kummel: in quel luogo un’antica iscrizione ricorda il loro martirio.

Fonti: Il primo grande dizionario dei santi di Alban Butler / http://www.cassiciaco.it/navigazione/africa/martiri/mariano.html

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