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Santa Benedetta Frassinello

SANTA BENEDETTA FRASSINELLO 

fondatrice (1791 -1858) 21 marzo

Vissuta ai tempi di Napoleone Bonaparte ha un carattere altrettanto forte e deciso che però la spinge a cercare Dio nella solitudine di una cavità rocciosa ma Dio le stava preparando un cammino di coppia molto speciale per aiutare i giovani e particolarmente le ragazze esposte al pericolo della prostituzione a causa della povertà. 

Benedetta Cambiagio Frassinello nacque il 2 ottobre 1791 a Cilli, una piccola frazione di Langasco (Genova). Era la quarta di cinque figli di Giuseppe Cambiagio e Francesca Ghiglione. La sua era una famiglia di piccoli contadini, con una fede semplice e genuina. I bambini furono educati severamente, ma in un’atmosfera serena e colma di amore. Non si hanno notizie riguardo agli studi, ma si sa che possedeva un’intelligenza vivace e che amava leggere, fatto che accrebbe le conoscenze elementari che poteva aver acquisito a scuola. Napoleone annette la Liguria nel 1805. Le sue truppe saccheggiarono e devastarono il paese, e molti liguri furono obbligati ad abbandonare le campagne per cercare rifugio altrove. Nel 1809 i Cambiagio si trasferirono a Pavia e qui aprirono un negozio di frutta e verdura sulla via principale. Benedetta iniziò ad aiutare nell’attività e ben presto venne assorbita completamente dai numerosi problemi da risolvere.

BENEDETTA FRASSINELLO 1Le sue occupazioni la portarono a una crescente aridità spirituale, che trovava insopportabile: si sentiva infatti attratta dal Signore e sentiva che i passi del Vangelo che aveva imparato a memoria erano ormai un appello pressante e diretto: «Vieni. Vai via. Parti…». Le vite dei santi che leggeva la affascinavano, alimentando il suo desiderio di rispondere subito alla chiamata. Convinta di essere destinata a una vita di solitudine e preghiera, lasciò la casa paterna senza dire nulla a nessuno e si ritirò in una baracca in una cavità rocciosa vicino a una sorgente.

Come i Padri del deserto, viveva di radici e bacche selvatiche. I suoi genitori  si misero immediatamente a cercarla e otto giorni dopo la riportarono a casa, distogliendola da ciò che avrebbe in seguito chiamato una “vera e propria illusione”. Essa mantenne comunque il desiderio di una vita religiosa e, mentre attendeva l’opportunità per abbracciarla, si dedicò alla penitenza e alla preghiera sotto la guida del padre spirituale Giacomo De Filippi, somasco.

Le eccessive penitenze, che gradualmente ne minarono la salute,allarmarono i suoi genitori che infine decisero di darla sposa ad un ligure che le era molto affezionato, Giovanni Battista Frassinello, uomo non colto ma molto intelligente, abile artigiano e soprattutto cristiano vero. Benedetta tentò di opporre resistenza, ma non ebbe successo. Nell’intimo era però convinta che la provvidenza di Dio stesse guidando la sua vita e si abbandonò al suo volere misterioso, secondo quella nota che sarebbe stata una delle caratteristiche predominanti della sua spiritualità. Il matrimonio ebbe luogo il 7 febbraio 1816. La nuova coppia prese in casa la sorella di Benedetta, Maria – che soffriva di una malattia incurabile ed era stata abbandonata dal marito -, occupandosene affettuosamente fino alla morte.

Giovanni e Benedetta, inoltre, dopo i due anni di matrimonio fecero voto di castità totale a imitazione della famiglia di Nazareth e questo ideale comune portò abbondanti frutti nelle loro vite, che divennero sempre più rivolte al servizio degli BENEDETTA FRASSINELLO 2altri. La giovane era travagliata dal desiderio di aiutare e riabilitare le giovani prostitute che ogni sera si radunavano fuori dall’università di Pavia per attendere gli studenti. Parlò con il vescovo Tosi del problema morale degli studenti universitari e del bisogno urgente di risolverlo. Parlò anche con il suo confessore della gravità della situazione, ma egli con suo grande disappunto le rispose: «Ci si può solo rassegnare all’inevitabile».

Maria morì il 9 luglio 1825. I Frassinello erano ora liberi di porre in atto il piano che da tempo avevano progettato: abbracciare la vita religiosa. Con l’approvazione di monsignor Tosi, Benedetta, verso la fine del luglio 1825, entrò nel convento delle cappuccine di Capriolo nel bresciano, mentre Giovanni prese l’abito di fratello laico presso i somaschi nel dicembre dello stesso anno. Benedetta si immerse gioiosamente nella vita di silenzio e preghiera  desiderata ardentemente fin dall’adolescenza, mentre la comunità fu edificata e aiutata dalla sua presenza ed energia. Si dice che una notte il convento sia stato attaccato da una banda di teppisti che tentavano di penetrare all’interno. Iniziarono a percuotere il portone d’ingresso, ma quando esso stette per cedere Benedetta lo aprì e, sbarrando loro il passo, chiese con voce perentoria:

«Che cosa volete qui?».

Essi non si aspettavano una reazione così decisa, e presi alla sprovvista si allontanarono. Col passare del tempo Benedetta divenne consapevole della sua chiamata all’apostolato tra i giovani, secondo l’esempio di S. Girolamo Emiliani (8 feb.). La comunità tentò di dissuaderla, ma ella si ammalò così gravemente da spingere le cappuccine a fare presente la cosa al vescovo; egli intervenne e con una imprevedibile decisione, si dice suggerita da un sogno, le ordinò di lasciare il convento e tornare alla sua famiglia.

Fatto ritorno BENEDETTA FRASSINELLO 3a casa quasi morente. Benedetta ebbe anch’essa una visione: i suoi genitori le erano infatti accanto aspettando ormai che esalasse l’ultimo respiro, quando improvvisamente il viso si rianimò e le sue labbra si mossero come se stesse parlando con qualcuno. Passò un poco di tempo e, ritornata in sé, raccontò di aver avuto una conversazione con Girolamo Emilianiche le aveva chiesto di dedicare la sua vita alle giovani ragazze in pericolo. Ella accettò, e ritrovò presto la salute. Sempre più convinta del fatto che Dio stesse misteriosamente guidando i suoi passi, il 29 settembre 1826 Benedetta si sistemò in un vecchio edificio insieme a un gruppo di sette ragazze a rischio e di alcune adulte coinvolte da Benedetta nel progetto e partecipi di esso.

Per proteggere Benedetta dai suoi genitori sconvolti, che consideravano la decisione della figlia un’onta per l’onore della famiglia ed erano decisi a far sì che abbandonasse tale strada, il vescovo Tosi chiese a Giovanni Battista Frassinello di tornare dalla moglie. Egli ritornò a Pavia e la coppia rinnovò il suo voto di castità davanti al monsignore. Il numero delle ragazze accolte raggiunse presto il centinaio. Un ricco possidente. Angelo Pozzi, colpito dall’opera di Benedetta, la aiutò nell’acquisto e amministrazione di un’altra casa. Il carattere laico dell’impresa venne così ulteriormente accentuato e vescovo e parroco ricoprivano solamente un ruolo di consiglieri.

La nuova struttura finì per essere chiamata l”Istituto di Benedetta” e le giovani ragazze “benedettine” ed il primo tentativo di struttura sociale preventiva a Pavia venne legalmente approvato e registrato come un’istituzione di pubblico interesse. Il gruppo, sotto la direzione di Benedetta, formava una comunità vera e propria, che condivideva i medesimi ideali e si dedicava al servizio verso le giovani ragazze che accoglieva. Benedetta diede alla comunità una regola quasi monastica, che si basava sui valori di obbedienza, penitenza, umiltà e preghiera, cercava lo sviluppo della vita interiore e metteva l’accento sulla necessità dell’abbandono incondizionato alla provvidenza e, soprattutto, di un grande amore verso le ragazze.

Le risorse materiali disponibili erano inadeguate, e ci fu più di una circostanza critica risolta dall’intervento tempestivo della mano di Dio. Non era cosa insolita che all’ora di pranzo si mandassero le ragazze a fare una processione in giardino o a far visita alla cappella prima di recarsi nel refettorio, dove i piatti erano vuoti, e che arrivasse sempre un benefattore, a volte anche nei modi più strani. Nel 1838 il vescovo, la cui salute stava declinando sempre di più, nominò una commissione che lo aiutasse nell’amministrazione della diocesi in cui alcuni membri erano per la maggior parte legati al movimento giansenista e a quello dei giuseppini di Pavia.

Essi vedevano Benedetta come un ostacolo e non esitarono a diffondere calunnie e dicerie sulla fondazione dell’ospizio. Il frequente “si dice” alla fine riuscì a creare un sentimento di ostilità nei suoi confronti. Quando si sparse la voce che ella aveva aiutato finanziariamente un giovane a completare gli studi, fu accusata anche di immoralità. Le calunnie peggiori furono però diffuse da una ragazza dell’istituto: secondo lei, la direttrice aveva preso le ragazze con la forza dalle lorofamiglie, le sfruttava e le maltrattava. Alcune di loro erano morte di fame e fatica ed erano state seppellite nelle cantine. Queste bugie portarono Benedetta in tribunale. Mentre andava in tribunale fu insultata e le vennero tirate pietre. Monsignor Tosi, che ora nutriva serie perplessità nei confronti della ex collaboratrice, la obbligò non solo a lasciare la casa, ma anche la città di Pavia. Il 16 luglio 1838 Benedetta firmò un atto legale di trasferimento dei diritti di proprietà e di direzione della casa di via S. Giovanni al vescovo e, in pieno spirito di obbedienza, dichiarò nello stesso atto l’intenzione di dare le dimissioni dall’istituto per prendersi una pausa. L’istituto da quel momento venne chiamato Pia casa delle Figlie della Carità.

Il giorno seguente lasciò la città insieme a Giovanni Battista e a cinque collaboratori. La loro meta era Rivarolo (in Liguria), dove due anni prima due preti avevano chiesto alla fondatrice di iniziare un’opera come quella di Pavia. Poiché un’altra comunità religiosa l’aveva già preceduta, ella accettò di aprire una casa a Ronco Scriva, paese di nascita del marito, e di lavorare là secondo le esigenze del suo strano carisma: aiutare i giovani e particolarmente le ragazze esposte al pericolo della prostituzione a causa della povertà. Aprì un collegio, un orfanotrofio e una scuola pubblica. Fu a Ronco che nacque, quasi spontaneamente, e giunse alla maturità la famiglia religiosa delle Suore della Provvidenza. Fu scritta una regola, il cui testo definitivo venne sottoposto all’approvazione ecclesiastica nel 1854.

Le sue linee generali erano simili a quelle di Pavia, ma questa regola era destinata non a una semplice comunità, bensì a una congregazione chiamata a diffondersi oltre i confini della Liguria. Il nome definitivo della congregazione divenne Suore Benedettine della Provvidenza e se si chiamavano benedettine perché la congregazione scelse S. Benedetto come patrono, di fatto erano dette le “benedettine di Ronco” per il nome della fondatrice. La sua vocazione particolare era l’accoglienza delle ragazze più vulnerabili, tante quante era possibile sfamarne. La regola venne accettata nel 1856 dall’arcivescovo di Genova e l’istituto approvato i l 29 marzo 1926. Nel 1847 Benedetta mandò due sorelle che erano venute con lei da Pavia, Giustina e Maria Schiapparelli, a Voghera per prendersi cura del padre e della sorella cieca. Esse si sarebbero presto accorte che le condizioni morali e sociali della città non erano molto diverse da quelle di Pavia.

Con l’incoraggiamento della loro superiora e nello spirito dell’istituto, iniziarono a lavorare e presto aprirono una casa per l’educazione delle ragazze. La fondatrice le visitava e le consigliava, lasciando loro comunque molta libertà di iniziativa. Il carisma di Benedetta espresso nella congregazione era molto peculiare, e il fatto che una nuova famiglia religiosa si stesse separando per prendere la propria strada non aveva importanza; ciò che contava più di tutto erano le parole di Gesù (che determinano lo scopo di ogni opera apostolica): «che abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10, 10).

Nel 1905 la casa di Voghera divenne così una congregazione indipendente: le Suore Benedettine della Provvidenza di Voghera. Benedetta fu richiamata a Pavia nel 1851, dopo la sostituzione di monsignor Tosi. Acquistò l’ex monastero benedettino di S. Gregorio, dove organizzò una casa per ragazze, una scuola, un orfanotrofio e un pensionato. Ancora una volta fu soggetta a persecuzioni e le venne chiesto di lasciare la città e il lavoro. Lasciò due compagne per continuare l’attività e partì per S. Quirico, dove c’era una scuola per ragazze. Non vi arrivò mai: costretta a fermarsi a Ronco per un attacco di cuore, morì  il 21marzo 1858, festa del transito di S. Benedetto.

Benedetta continua a vivere nel suo istituto, che oggi ha case in diverse città italiane, in Spagna e in Perù. Le sue reliquie andarono smarrite nel 1944, a causa dei bombardamenti che devastarono il cimitero dove era seppellita. È stata beatificata da Giovanni Paolo II il 10 maggio 1987 e canonizzata il 19 maggio 2002.

Fonte: Il primo grande dizionario dei santi di Alban Butler

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