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I MARTIRI DI MAR SABA

I MARTIRI DI MAR SABA

(797) 19 marzo

Il monastero di Mar Saba, dedicato a San Saba di Mar Saba 19 Cent_550Cappadocia,costruito sulle scogliere che si affacciano sulla valle del Cedron, si trova a metà strada tra Gerusalemme e il Mar Morto, nel cuore delle colline della Giudea. Mar Saba è noto per essere uno dei più antichi monasteri ancora abitati dai monaci. Il monastero fu invaso e danneggiato un certo numero di volte nel corso della sua storia e ogni volta è stato ricostruito. L’invasione persiana del 614 dC, in particolare, ha provocato il massacro di molti monaci i cui teschi sono ancora conservati all’interno del Monastero come ricordo del loro martirio, ma non fu l’unica. 

Stefano il Taumaturgo (che non è lo Stefano commemorato il 31 mar.), conosciuto anche come “il Poeta”, era un autore di inni nello stile dei monaci di Mar Saba. Su richiesta dell‘igumeno Basilio, egli redasse una descrizione del martirio di venti suoi compagni per mano degli arabi. Non era la prima volta che la comunità di Mar Saba aveva patito il martirio: quarantaquattro dei suoi membri erano stati massacrati dall’esercito persiano nel 614 (16 mag.), ma la comunità era nuovamente rifiorita (ed esiste ancora oggi). 

Google_map_Mar_Saba4_Eng_550La Siria e la Palestina erano state sottratte all’impero già dopo la sconfitta inflitta dai persiani all’imperatore Eraclio nel 636, ma con la fine del secolo questi erano stati sostituiti dagli arabi. Alla fine dell’VII secolo la capitale degli arabi era stata spostata da Damasco a Bagdad e i califfi musulmani si preoccupavano più dell’impero lontano che dell’osservanza della legge e dell’ordine in Palestina. Gli arabi che stavano devastando la nazione, bruciando monasteri e depredando chiese, erano probabilmente niente di più che gruppi di predoni lasciatiliberi di agire impunemente.

Mar Saba venne inizialmente risparmiato a causa di contrasti interni alle tribù, ma la comunità viveva comunque in un perenne timore. I monaci ritenevano comunque che sarebbe stata grande codardia abbandonare la laura, dal momento che il Signore stesso Dio aveva detto ai suoi discepoli di non temere coloro che possono uccidere solo il corpo, e inoltre perché erano consapevoli che il monastero sarebbe stato presto reso inabitabile per le future generazioni se essi lo avessero lasciato andare in rovina.

Un mattino un gruppo di sessanta arabi armati si avvicinò al monastero. Alcuni padri tentarono di farli recedere da pensieri di guerra, spiegando loro la propria pacifica vocazione di eremiti che avevano abbandonato il mondo. Inoltre essi avevano in passato dato ospitalità ad arabi ed erano pronti a farlo nuovamente. I predoni, però, volevano solo soldi e ordinarono alla comunità di consegnare tutto il denaro. Invano i monaci protestarono di non possederne: gli arabi scagliarono una gragnola di frecce su di loro, ferendone una trentina. Poi si diressero nelle celle, che furono incendiate. Vedendo una squadra di soldati che veniva in aiuto, fuggirono con quanto più bottino poterono. Pochi giorni dopo, mentre i padri stavano festeggiando la vigilia della domenica delle Palme in chiesa, arrivarono due monaci esausti, mandati dalla comunità della vecchia laura per i martiri di mar saba1avvertirli che gli arabi sarebbero tornati ancora più numerosi quella notte.

Altri due monaci arrivarono più tardi, un vecchio padre con un compagno, portando due lettere del monastero di S. Eutimio con la notizia che due gruppi di arabi stavano progettando di convergere su Mar Saba.

Poiché mancano alcune pagine del manoscritto non sappiamo cosa accadde tra domenica e il giovedì santo. La storia riprende con gli arabi che di giovedì assalgono il monastero. Essi attaccarono con ogni tipo di armi e con pietre, e nessuno fu risparmiato da ingiurie e violenze. I monaci vennero raccolti nella chiesa ma alcuni, incapaci di sopportare una tale violenza, fuggirono nelle cave o nei rifugi dellemontagne. Un piccolo gruppo riuscì a rimanere completamente nascosto. Giovanni, il responsabile della foresteria, fuggì ma era già stato ferito più volte ed era in fin di vita; gli arabi lo scovarono, lo catturarono e trascinandolo per i piedi dalla cima della collina lungo il sentiero pietroso fino alla chiesa, lo fecero morire soffocato dal fumo dell’incendio, come i suoi compagni.

Sergio il Damasceno, probabilmente il sagrestano, alle dipendenze dell’igumeno, conosceva il nascondiglio dei vasi sacri. Vedendo i monaci feriti trascinati nella chiesa, sospettò che li volessero torturare e perciò fuggì, temendo di non essere abbastanza forte per mantenere il segreto e impedire una profanazione. Si era alquanto allontanato quando le guardie appostate allo scopo di sorprendere i fuggitivi lo catturarono: spingendolo con le spade tentarono di obbligarlo a ritornare al monastero. Egli rispose coraggiosamente:

Golden-Domb«Non farò ritorno proprio perchè voi me lo ordinate. Ci avete obbligati oggi a entrare in chiesa ma non fu per pregare né per rendere culto a Dio».

Gli arabi rimasero molto stupiti dal suo coraggio ma, continuando a minacciarlo, gli ordinarono nuovamente di fare ritorno. Egli si rifiutò nuovamente, essi allora lo denudarono e lo minacciarono di tagliargli la testa, ma egli replicò:

«Non tornerò indietro proprio perché voi me lo ordinate, ma se volete tagliarmi la testa e Cristo vi permette di farlo, allora niente vi può fermare ».

Dopo aver detto questo offrì il collo alla spada, come raccontò in seguito un altro fratello catturato con lui. Sergio fu colpito tre volte e poi fu seppellito sotto pesanti pietre, in modo tale che il suo corpo fu tutto macellato dal loro peso. Fu così il primo a morire.

Altri padri, che si erano nascosti dentro una grotta, furono scoperti dagli arabi: uno di loro, Patrizio, uscì e tentò di convincerli di essere l’unico a essersi rifugiato là. Per depistarli corse verso la chiesa, trovandovi la morte insieme agli altri. La maggior parte dei monaci era stata portata nella chiesa o nella foresteria vicina dove i capi degli arabi chiesero loro del denaro in cambio della vita: i monaci risposero di non possedere la somma richiesta offrendo tutto ciò che avevano (i loro abiti e tutto ciò che trovarono nelle celle).

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Infuriati, gli arabi presero il cassiere e lo misero contro il muro con le braccia aperte a formare una croce tenendolo sotto il tiro dei loro archi. Nonostante le numerose minacce, i monaci continuarono a protestare di non avere né denaro né oggetti preziosi. Stefano riferisce dell’amore vicendevole che legava questi uomini, portando come esempio, oltre al nobile comportamento di Patrizio, la vicenda di Tommaso il Dottore. Egli era l’igumeno della vecchia laura, conosciuto per nome dagli arabi che ordinarono ai monaci di identificarlo.

Nessuno lo fece, al che gli arabi portarono i padri in un passaggio della chiesa che all’epoca di S. Saba aveva un’uscita nella foresteria, ma che era stato successivamente chiuso. All’entrata ammassarono rovi e cespugli a cui diedero fuoco così che i monaci all’interno furono soffocati dal fumo. Ogni tanto i loro aguzzini li obbligavano a uscire attraverso le fiamme, per domandare loro se avevano tesori nascosti e poi li riconducevano dentro. Alla fine, vedendo che non riuscivano in nessun modo a ottenere informazioni da nessuno di loro, saccheggiarono le celle, la foresteria e la chiesa e poi se ne andarono. Sergio morì passato a fil di spada, altri diciotto morirono soffocati; al loro numero va aggiunto un altro monaco che morì poco dopo, avendo rifiutato delle cure mediche particolari.

Fonte:Il primo grande dizionario dei Santi di Alban Butler

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