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SAN PAOLO MIKI E CO.

SAN PAOLO MIKI e co.

martìri del Giappone 6 febbraio

santi-martiri-del-giapponeIn tutto il mondo l’opera missionaria si accompagnò ai viaggi di scoperta e di conquista intrapresi per la prima volta da spagnoli e portoghesi, dal 1492 in avanti. Il Giappone stesso venne conosciuto dagli europei solo per caso, quando una nave portoghese diretta in Tailandia fu portata fuori rotta da un tifone e approdò infine in Giappone. 

I portoghesi vi fecero ritorno nel 1548-1549 per missioni essenzialmente commerciali, ma a loro si unirono nel 1548 il vescovo Giovanni di Albuquerque, che battezzò i primi cristiani, e nel 1549 S. Francesco Saverio (3 dic). Il santo si rese ben presto conto che il ruolo dell’imperatore era in realtà solo nominale, dal momento che il paese versava in uno stato di anarchia generale e il potere era ampiamente in mano ai signori locali, o daimyo. 

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Comprese inoltre che non era possibile per i cristiani impegnarsi in un semplice dialogo con i buddisti dato che ciascuno usava termini diversi per riferirsi a concetti simili, perché la cultura era radicalmente differente e il cammino sarebbe stato prevedibilmente molto più lungo. Nel 1551, quando Francesco fece ritorno a Goa, vi erano già circa mille convertiti provenienti dalle classi più basse. A guida di questi neofiti, che si organizzarono in tre comunità cristiane, Francesco lasciò il compagno gesuita Cosma de Torres. Il primo daimyo ad abbracciare la fede cristiana fu battezzato nel 1563: fecero seguito altre conversioni eminenti, che interessarono anche membri della casta dei guerrieri samurai e monaci buddisti, o homi. La gente cominciò ad aderire in numero sempre crescente; si ebbero parecchie conversioni di massa e il numero dei cristiani crebbe di decine di migliaia. I missionari rispettavano la cultura giapponese e questo approccio produsse un gran numero di guide, sacerdoti, catechisti e laici indigeni altamente motivati (tra questi va menzionato il samurai Takayama Ukon, che pur non avendo subito il martirio è stato proposto per la beatificazione).

S. PAOLO MIKI e co.1Cambiamenti politici interni al Giappone avevano già cominciato a segnare le sorti dei missionari. Al tempo in cui essi vi arrivarono per la prima volta l’imperatore era praticamente un fantoccio senza poterementre il reale controllo dello stato stava passando nelle mani del comandante in capo dell’esercito imperiale, noto come shogun, che esercitò di fatto un potere simile a quello di un dittatore militare. Inizialmente Hideyoshi si mostrò benevolo nei confronti dei missionari; mutato poi atteggiamento per varie ragioni, nel 1587 promulgò un editto di espulsione di tutti i diffusori del cristianesimo e se anche la legge non venne realmente applicata, i missionari si trovarono costretti ad agire con maggiore circospezione.

I missionari portoghesi in Giappone, a differenza di quelli delle colonie, non ricevevano alcun supporto dallo stato, dovendo pertanto provvedere da soli alla propria sussistenza. Essi entrarono quindi nel commercio della seta e affittarono le case che avevano ricevuto in dono. Queste scelte furono fonte di dissensi sia tra di loro che tra i convertiti, ma con il successore di Torres, Francesco Cabrai il numero delle conversioni giunse ugualmente a circa centocinquantamila unità. I contrasti tra i missionari e i nuovi fedeli furono ampiamente risolti dall’abilità del visitatore apostolico Alessandro Valignano, il quale riformò la missione insistendo sul ritorno ai principi espressi da S. Francesco Saverio. Fece sì che i missionari imparassero perfettamente la lingua e istituì due seminari, aprendo la strada perché nascesse un clero indigeno giapponese diocesano e regolare. Gonsalvo Garciauno dei primi Ufficio Liturgicomartiri, aveva dapprima vissuto in Giappone acquisendo una conoscenza perfetta della lingua; divenuto poi fratello francescano nelle Filippine, permise ai confratelli di avviare una missione per i giapponesi là residenti.

A Hideyoshi, ancora fondamentalmente avverso al cristianesimo e intenzionato a sfruttare tali divisioni, si presentò il pretesto per una più drastica azione: il capitano diuna nave spagnola diretta da Manila verso il Messico, la San Felipe, sospinta nel corso di una tempesta in una zona interdetta della costa nipponica, per cercare di salvare il carico, sostenne che spagnoli e portoghesi usavano i missionari in preparazione ad una guerra di conquista; da qui nacque il primo martirio di Nagasaki e vi morirono sei francescani, tre gesuiti giapponesi, altri sedici cristiani giapponesi e un coreano. Privati di una parte dell’orecchio sinistro, furono condotti attraverso diverse città con i volti insanguinati come ammonimento delle conseguenze derivanti dall’essere cristianiLegati poi con funi e catene a croci poste su una collina fuori della città di Nagasaki, furono trafitti con lance.Era il 5 febbraio 1597. I loro abiti furono raccolti come reliquie e numerosi miracoli vennero attribuiti alla loro intercessione. Furono canonizzati da Pio IX l’8 giugno 1862. Il più importante dei gesuiti giapponesi era Paolo Miki, che proveniva da una nobile famiglia e si era distinto come predicatore. Questo primo martirio collettivo non riuscì a scoraggiare i francescani, che l’anno successivo ripresero la loro opera in Giappone. Esso produsse anzi una nuova ondata di conversioni e una maggiore espansione dell’attività missionaria. Dalle Filippine si unirono ai francescani i domenicani e gli agostiniani spagnoli, anch’essi avvantaggiati  dall’annullamento dei diritti esclusivi precedentemente goduti dai gesuiti.

Nonostante la persecuzione il numero dei cristiani in Giappone raggiunse nel 1614 circa trecentomila unitàI primi sacerdoti giapponesi furono ordinati nel 1601. La morte di Hideyoshi, nel 1598, aveva scatenato una nuova serie di guerre tra i signori locali, da cui emerse come vincitore Tokugawa Leyasu, che diede inizio a una dinastia militare durata fino al 1868 (cioè fino al periodo Meiji, “governo illuminato”, dal nome assunto dall’imperatore Mutsuhito, che diede origine al moderno Giappone aprendo Tokugawa Leyasuufficialmente il paese al commercio straniero). Inizialmente Leyasu si mostrò favorevole al cristianesimo, che nei primi anni del suo governo ebbe quindi  modo di diffondersi ulteriormente; mutò il proprio atteggiamento intorno al 1612, forse temendo che i datmyo cristiani, magari sostenuti da appoggi stranieri, si unissero contro il governo centrale, e rinnovò pertanto la persecuzione dei cristiani. A quel tempo i paesi che avevano abbracciato la Riforma stavano diventando i protagonisti principali del commercio mondiale e i mercanti inglesi e olandesi gareggiavano con quelli cattolici di Spagna e Portogallo. Stando alle versioni di parte  cattolica furono gli intrighi dei mercanti calvinisti olandesi a produrre un nuovo scoppio di persecuzione. Leyasu decretò nel 1603 la messa al bando del cristianesimo, cui seguì nel 1614 l‘ordine d’espulsione dei missionari stranierile famiglie giapponesi erano minacciate di morte sul rogo se avessero intrattenuto rapporti con i cristiani.

Diciotto gesuiti, sette domenicani, sei francescani, un agostiniano e cinque sacerdoti diocesani sfidarono l’editto di espulsione e rimasero nel paese. La persecuzione crebbe in intensità e produsse ogni anno nuovi martiri. Nel 1612 il francescano Luigi Sotelo, già condannato a morte, ottenne il sostegno del daimyo di Sendai, Date Mazamune, il quale lo inviò come ambasciatore al re di Spagna e al papa, che lo nominò vescovo del Giappone orientale. Nel 1617 un centinaio di persone perì nel secondo martirio di massa che coinvolse diciotto San_Paolo_Miki_e_compagni_Mmissionari appartenenti a quattro ordini religiosi. Il più insigne dei martiri di questa ondata di persecuzione fu Alfonso Navarete,  domenicano spagnolo inviato in Giappone dalle Filippine. Fu decapitato l’1 giugno 1617 insieme all’agostiniano Ferdinando Ayala e a un catechista giapponese. Nello stesso anno incontrarono la morte Giovanni Battista Machado, gesuita portoghese, e Pietro de Cuerva, francescano spagnolo, insieme a un catechista giapponese di nome Leo, che era stato chierichetto di Giovanni Battista (era un caso parallelo di quanto avvenuto nel primo martirio). Giovanni Battista aveva operato senza impedimenti a Nagasaki per otto anni e fu arrestato solo quando si recò nelle isole di Goto. Pietro era poliglotta con un’eccezionale padronanza della lingua giapponese. I due, imprigionati insieme, celebrarono la Messa quotidianamente fino al giorno dell’esecuzione: il giorno fissato si confessarono vicendevolmente, recitarono le litanie dei santi e si diressero, col crocifisso in mano, verso il luogo del supplizio, situato tra Omura e Nagasaki. Lì Pietro salutò la folla, quindi si abbracciarono e morirono coraggiosamente.

All’inizio il metodo di esecuzione più comune era il rogo. Enormi folle venivano solitamente costrette ad assistere alle esecuzioni nella speranza che ciò avrebbe annientato il cristianesimo per il propagarsi del terrore, ma in realtà talvolta si otteneva l’effetto opposto. Il 18 novembre 1619 furono radunate ventimila persone del distretto di Nagasaki per assistere alla morte sul rogo di Leonardo Kimura e di quattro suoi compagni. Costui era un fratello gesuita che aveva rifiutato l’ordinazione non sentendosene degno. Si dice che fosse discendente di uno dei primi fedeli che aveva accolto S. Francesco Saverio al suo arrivo in Giappone. Nonostante le minacce e le promesse, tutti e cinque rimasero risoluti nella loro testimonianza fino alla fine.

FUMIE

Nel 1622 altri ventidue martiri furono arsi vivi a fuoco lento a Nagasaki. Altri trenta, per lo più
giapponesi convertiti, furono decapitati: tra loro vi era il catechista Agostino Ota, che fu gettato in mare a Ichi dopo che gli venne tagliata la testa. Alle esecuzioni assistette una folla di trentamila spettatori. Nel 1624 anche il vescovo francescano Luigi Sotelo, insediato nella diocesi solo due anni prima, fu arso a fuoco lento: morì cantando il Te Deum. Dal 1623 tutti i giapponesi, una volta all’anno, dovevano dichiarare pubblicamente la loro adesione religiosa.

Tra coloro che morirono nel 1627 vi fu Luca Chiemon, catechista giapponese decapitato a Nagasaki. Questi e altri martiri, per un totale di duecentocinquanta persone, furono beatificati da Pio IX nel 1867. Dal 1627 la forma richiesta per dichiarare pubblicamente di non essere cristiani consisteva nel calpestare le fumie, placche decorate con un’immagine della Vergine e del Bambino  (un’impressionante descrizione di questo periodo si trova nel romanzo Una donna chiamata Slìizu di Shusaku Endo). Molte migliaia di cristiani compiendo una riserva mentale acconsentirono e quindi non considerarono questo atto come apostasia. Molti invece si rifiutarono di obbedire, anche se veniva loro detto che, non essendo necessario coinvolgere il cuore nell’azione sacrilega, si chiedeva “soltanto” di posare leggermente un piede sull’immagine. Molte di queste fumie si conservano in musei, logorate e consunte dalla pressione, per quanto breve, di decine di migliaia di piedi. Le autorità comunque compresero che non avrebbero raggiunto il proprio scopo continuando a produrre martiri tra i missionari; per ottenere qualche effetto sulla massa dei fedeli dovevano piuttosto costringerli ad apostatare e raggiunsero questo scopo solo dopo aver ideato e applicato strumenti di tortura via via più atroci.

Nel 1632 il provinciale gesuita portoghese, Cristovao Ferreira, che era stato missionario e insegnante rispettato in Giappone per trentatré anni, dopo aver sopportato per ore la S. PAOLO MIKI e co.4tortura inflitta con il metodo noto come “la fossa”, finì per cedere e fare segno di apostasia. Questa ingegnosa forma di tortura (ana-tsunishi, in giapponese) era stata ideata verso la fine del periodo di persecuzione proprio per riuscire a estorcere l’atto di apostasia ai sacerdoti: le vittime venivano appese a testa in giù da una forca eretta sopra a una fossa e strettamente legate con funi che rendevano difficoltosa la circolazione sanguigna. Ciò provocava un’agonia lenta e dolorosa fino alla morte per emorragia e asfissia, che poteva giungere anche dopo tre giorni.

Il terzo gruppo significativo di martiri canonizzati, S. Lorenzo Ruiz e quindici ne, morirono in questo modo tra il 1633 e il 1637. Il culmine della persecuzione fu toccato con la rivolta contadina di Shimbara del 1637-1638, scoppiata originariamente per l’eccessiva tassazione introdotta dai magistrati di Nagasaki piuttosto che in difesa dei cristiani perseguitati, ma che si trasformò in una manifestazione di fede cristiana durante la quale gli insorti sventolavano bandiere proclamanti la devozione al Santissimo Sacramento e scandivano i nomi di Gesù e di Maria. La rivolta fu sedata con estrema crudeltà e vi trovarono la morte migliaia di cristiani. Il Tokugawa Bafuku, ritenendo che dal contatto con gli stranieri non poteva provenire niente di buono, interruppe tutti i rapporti con il Portogallo e separò completamente il Giappone dal resto del mondo.

Alcuni missionari tuttavia riuscirono ancora ad entrare. Marcello Mastrilli vi si recò come atto di riparazione all’apostasia di Ferreira: morì urlando nella fossa, ma senza apostatare. Un gruppo di dieci missionari entrò nel paese nel 1643: furono tutti torturati finché non apostatarono, ma in seguito la maggior parte, se non tutti, revocarono l’apostasia. Uno di loro, divenuto modello dell’eroe del romanzo di Shusako Endo, morì circa quarant’anni dopo dichiarandosi ancora cristiano. I figli venivano giustiziati insieme ai genitori e l’evidente barbarie di questa pratica è da leggere nel contesto della dottrina giapponese secondo cui la colpa del capo-famiglia si estende a tutti i membri della famiglia stessa. Secondo alcune stime, si ritiene che durante il periodo 1614-1640 in Giappone siano state messe a morte per la fede cristiana tra le cinquemila e le seimila persone. Il cristianesimo entrò da allora in clandestinità, ma non fu completamente eliminato. Quando nel 1865 il paese si aprì  nuovamente al mondo esterno migliaia di cristiani uscirono allo scoperto, chiedendo ai nuovi arrivati occidentali statue di Gesù e Maria, parlando un misto di portoghese e di latino, stringendosi ad alcune reUquie dei preti che i loro antenati avevano conosciuto e amato due secoli prima.

Cristiani di antiche origini nella valle di Urukami e anche altrove conservavano ancora il nome di Francesco e nominavano Francesco nel Confiteor. Ancor oggi essi assommano a poche migliaia ma le loro comunità (presenti soprattutto a Nagasaki e sulle isole del Mare interno) hanno  probabilmente più influenza di quanto la loro esiguità lasci immaginare.

Fonte: Il primo grande dizionario dei santi di Alban Butler

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