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DIO le domande dell’uomo

DIO… le domande dell’uomo

uomo universo1E’ il titolo del libro che Andrè Frossard ha scritto dopo aver risposto a più di duemila domande postegli dai tantissimi giovani delle scuole superiori. Queste domande rappresentano le questioni di sempre: perché vivere? A che serve credere? sono compatibili la fede e la scienza? Dio chi lo ha creato? Perché i preti non si possono sposare…?

Più di duemila sono le domande che l’autore ha ricevuto da ragazze e ragazzi, studenti dell’ultimo anno di scuola superiore, a queste domande, che spesso si ripetono, ha risposto basandosi sulla propria esperienza della fede. Ma chi è Andrè Frossard? Membro dell’Accadémic Francaise, è nato a Colombier Chatelot il 14 febbraio 1915.

Dopo una gioventù atea e socialista, approda Frossard-Andrèimprovvisamente alla conversione con immensa gioia. Di tale vicenda narra lo sviluppo nel volume “Dio esiste, io l’ho incontrato”, un autentico successo mondiale giunto in Italia a più di 25 edizioni. Dal 1961 lavora nella redazione del primo quotidiano francese, “Le Figaro” . Risale al 1983 un suo lungo dialogo-intervista con Giovanni Paolo II, sfociato nel volume “Non abbiate paura”, altro successo mondiale.

Perché vivere?

[…]L’ho udita per la prima volta a Mons, in Belgio, all’uscita di un teatro dove avevo parlato per due ore. Tre giovani mi sbarravano il passo. Uno di loro mi parlò a nome dei compagni e, col tono comminatorio tipico del giovane che teme di non essere ascoltato da chi è più anziano di lui, mi disse che non avevano voluto intervenire durante la riunione appena conclusa perché la domanda che tutti e tre avevano da pormi era troppo intima e seria per discuterla in pubblico. Fu allora che risuonò quel tremendo “Perché vivere?” […] Proprio in quel periodo stava diffondendosi tra i giovani la funesta moda di cospargersi di petrolio per suicidarsi col fuoco, e proprio a causa di questa domanda che “la morte di Dio”, l’incoerenza del mondo, il materialismo ottuso della società, il senso di asfissia, le ideologie e i deliri oziosi dell’arte lasciavano senza risposta. […] Attendevano una risposta quasi del tutto persuasi che non ve ne fossero. A chi concedevano un’ultima possibilità? A se stessi, o a me? Forse a Dio.luce-anima-ok

Bisognava parlare: ma mi resi conto immediatamente che la domanda che tanto tormentava i giovani di Mons, e che oggi continua a tormentare anche voi perfino nei momenti di serenità e distensione, io non me l’ero mai posta. Durante la prima giovinezza, nel mio periodo socialista, demandavo i problemi metafisici in parte alla scienza e in parte alle nuvole; la scienza avrebbe presto risolto tutti gli enigmi dell’universo, tutto il resto non erano che fantasticherie riprovevoli, capaci soltanto di distrarci dall’urgenza della politica. Dopo la mia conversione, tutto sembrava semplice e radioso: Dio esisteva, gioia immensa, oceano di luce e di dolcezza, e mai mi sarebbe venuto in mente di pormi delle domande sulla mia insignificante persona, priva di ogni altro motivo di interesse che non fosse la sua infinita mansuetudine. Dinanzi a tanta misericordiosa bellezza, il mio essere era tutto meraviglia e ringraziamento smarrimento e riconoscenza. Dio era amore, questo amore mi insegnava che era causa e fine di tutto quel che è, che nessun essere esisteva esclusivamente per sé, bensì per un altro, per tutti gli altri, a cominciare dall’essere di Dio medesimo, pura effusione.

suonare (2)Da molto tempo orfani di Dio, i miei giovani di Mons avevano dimenticato queste cose, o non le avevano intuite, se qualcuno aveva trascurato di insegnargliele. Con tutte le cautele del caso, come quando si cerca di dissuadere un ragazzo che, in piedi sul davanzale di una finestra, minaccia di buttarsi nel vuoto, dissi a quei giovani che lo sguardo che insiste troppo a lungo su di sé non può, in definitiva, che fissarsi sull’abisso di quel nulla da cui ci ha tolti una misteriosa bontà; che tutte le cose intorno a noi, dalla più piccola alla più grande dalla più infima particella di materia fino alla gravitazione delle stelle, si attraevano e si univano formando armonie complementari sempre più grandi; che questa legge fondamentale leggibile perfino nell’istinto di associazione della più impalpabile polvere atomica, reggeva tutto l’universo, di cui era parte la loro stessa persona, predestinata all’amore, e che nessuno poteva sottrarvisi, se non al prezzo di scivolare inesorabilmente verso il vuoto; che questa legge si imponeva per la propria evidenza anche a chi in Dio non credeva.

[…] si tratta di una domanda tipicamente maschile, poiché nessuna ragazza la pone. Per natura meglio disposte di noi all’amore, le donne sanno, senza neppure dover riflettere che non sono fatte per se stesse; e se pure questo interrogativo venisse loro in mente, la formulazione che ne darebbero sarebbe completamente diversa: non chiederebbero “Perché vivere?”, bensì “Per chi vivere?”. Dovremmo prendere esempio da loro.alba di lode

A che serve credere?

Sotto il profilo morale, sono molti i non credenti che eguagliano o superano i credenti in bontà, abnegazione probità o nell’esercizio delle virtù famigliari o sociali. Se in campo sociale ci sono stati progressi, li si deve ai rivoluzionari atei più che ai cristiani, a lungo inclini a rinviare la giustizia a un mondo migliore. Se questi ultimi mostrano oggi più attenzione ai diritti dei poveri, è proprio perché credono un po’ meno al paradiso e un po’ di più a questo mondo. Da un punto di vista intellettuale, c’è poca differenza tra colui che crede, e passa gran parte del suo tempo a dubitare, e colui che non crede, e non cessa di interrogarsi. Ciò che conta veramente è il fatto che entrambi vivono nella ricerca: credere, o credere di credere, semplifica il problema, che è quelli di sapere “perché esiste qualcosa invece di niente”; chi non crede ha maggiori possibilità di risolverlo di chi ricorre alle risposte già pronte della fede. In merito al destino individuale, poiché gli articoli di fede non sono prove, il credente non è meglio informato del non credente.

[…] Tuttavia, sta scritto: “L’insensato dice nel suo cuore: Dio non c’è”. […] A che serve credere? E’ facile vedere a che serve non credere: a essere soli su questa terra, che tra tutti, è il domicilio meno stabile, e a non udire, per tutta risposta alle domande che il cuore si pone, nessun’altra voce se non la propria.

Sono compatibili fede e scienza?mani_dio1

La storia sembra dimostrare che non lo sono. Tutti conoscono la famosa battuta del dotto marchese di Laplace, teorico del determinismo integrale: “Dio? E’ un’ipotesi di cui non ho bisogno”.[…]  Ogni volta che si scopre un segreto della vita, la religione perde un argomento. Si può dunque ritenere che scienza e fede siano incompatibili”.

Tuttavia, dall’inizio del secolo, molte cose sono cambiate. Oggi sono tanti gli scienziati che non esitano a definirsi credenti e la fede non sembra più costituire un ostacolo all’esercizio della loro vocazione. Einstein stesso rifiutava di pensare che “Dio giocasse ai dadi con l’universo”; sua è anche questa formula singolare, meno nota della famosa equazione, certamente meno rigorosa, ma rivelatrice: “La religione senza la scienza sarebbe cieca, la scienza senza la religione sarebbe zoppa”. Scienza e fede non sono dunque affatto incompatibili e possono tranquillamente coesistere in una stessa mente.[…]

E Dio, chi lo ha creato?

Una volta si cercava di “provare” l’esistenza di Dio con la concatenazione degli effetti e delle cause e, poiché la catena doveva avere avuto un inizio, lo si designava come “causa prima”, che si assimilava a Dio. […]La domanda – che ponete in molti – è dunque perfettamente giustificata. Del resto, poiché il quesito non ha soluzione, si è finito per rinunciare al ragionamento che ne è stato all’origine. Questa “prova” tradizionale dell’esistenza di Dio è stata abbandonata. Oggi sappiamo che Dio non si può dimostrare.url

Tuttavia chiedersi “chi ha creato Dio” significa farne una creatura come le altre, il che egli non è per definizione. La successione delle cause si svolge necessariamente nel tempo, mentre Dio è eterno; di conseguenza, non rientra nella serie di concatenazione che la ragione coglie nell’osservazione della natura. L’intelligenza, che ci porta ad affermare l’esistenza di una “causa prima” – in mancanza della quale niente avrebbe avuto inizio oppur tutto sarebbe di volta in volta causa prima, il che è contradditorio – non può comprendere questa “causa prima”, proprio in ragione del percorso naturale che l’ha condotta a questa esigenza.

Mi dimostri l’esistenza di Dio

Dimostrare Dio è impossibile; se lo fosse sarebbe solo un danno per la fede. Gli antichi pervenivano a Dio attraverso cinque vie: la “prova” delle cause, appena esaminata; la “prova” del movimento: tutto ciò che si muove è mosso da un altro, o anche, ogni moto è preceduto da un altro moto, il che ci riconduce alla necessità di un impulso iniziale equivalente alla “causa prima; la prova del “possibile e necessario”: ci rendiamo conto che le cose non sono assolutamente necessarie, e che muoiono (tuttavia, dato che esistono, occorre pure che a un certo punto sia stata loro conferita una certa necessità: si ritorna così un’altra volta all’idea di “causa prima”); acqua1la “prova” dei diversi gradi di perfezione degli esseri, che presuppongono una perfezione suprema in rapporto alla quale possano essere definiti più o meno buoni o più o meno veri; infine, la “prova del governo delle cose prive di conoscenza, che pure agiscono sempre in vista di una finalità e in modo da conseguire il meglio, il che presuppone una volontà che le dirige[…]

In conclusione, la ragione non può arrivare a Dio. Non ha neppure il diritto di porre il problema dell’esistenza di un essere come Dio, che per definizione la supera e contraddice i dati materiali su cui essa fonda le proprie operazioni.

Tuttavia, dice san Paolo, “con le sue opere Dio si manifesta ad ogni intelligenza”. […] La scienza si è accorta da poco che non avrebbe mai potuto spiegare la materia partendo dalla materia. Al temine delle sue indagini, resta solo un impalpabile fremito dell’essere, dal comportamento imprevedibile; eppure questo disordine originario produce intorno a noi un ordine la cui complicità con la matematica è singolare.. Attraverso le ricerche più avanzate dei fisici e degli astrofisici, si vede distintamente Dio, richiamato dall’esilio, conquistare a poco a poco lo statuto di ipotesi. E’ una promozione interessante. Ora tocca alla fede sorridere.

Perché i preti non possono sposarsi?

E’ comprensibile che siate in tanti a porre questa domanda: non ha mai avuto una risposta conclusiva. Imporre il celibato, costringendo degli uomini a una continenza perpetua è contro natura, e ci si può allora chiedere perché la Chiesa, di solito tanto pronta a richiamarsi alla “legge naturale”, in questo caso ne neghi la validità. […] In ogni caso, la solitudine imposta ai preti è una dura prova, origine di tante difficoltà intime, che sarebbe difficile trattare con la disinvoltura di quel cardinale di Curia dei tempi di Pio XII  e di Giovanni XXIII, che rispondeva laconicamente “pasta e eucarestia_sacerdotefagioli” a chi gli parlava dei tormenti del celibato forzato, come se bastasse una minestra di pasta e di fagioli rossi o bianchi a far dimenticare moglie e figli. Gli apostoli non erano quasi tutti sposati? E’ stato forse il Cristo a esigere per i suoi servitori questa condizione disumana che li rende estranei alle gioie e ai dolori degli altri uomini? Il celibato ecclesiastico non dipende dai dogmi, ma dai regolamenti e per abolire un regolamento ne basta un altro.

Tuttavia, il Cristo ha detto che alcuni “si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli”. Si può constatare, e si dovrebbe constatarlo con stupore, che nonostante due o tre secoli di anticlericalismo a volte violento, a volte ipocrita, a cui il cinema aggiunge volentieri la derisione […] l’immagine del prete si è conservata intatta nella coscienza collettiva. Se il fatto non rientra propriamente tra i miracoli da registrare a Lourdes, si tratta comunque di un fenomeno straordinario. Credo di interpretare correttamente il sentimento popolare dicendo che per l’uomo della strada il prete (al pari del pastore e del rabbino, ma con una sorta di coefficiente aggiuntivo nei paesi di tradizione cattolica), per quanto si sforzi di fondersi nella massa e di adattarsi ai tempi, resta l’ “uomo di Dio”, il che significa precisamente un uomo che appartiene a Dio, il quale si limita sempre e soltanto a prestarcelo. […] il celibato dei preti è stato istituito dai preti stessi, e se il clero deciderà un giorno di rivedere questa regola, i laici non potranno che accettare questa decisione senza commento alcuno, anche se, in fondo alloro cuore, rimpiangeranno che una delle parole più difficili del Vangelo trovi ascolto solo nei monasteri.

Dal libro di Andrè Fossard “DIO le domande dell’uomo” editrice Piemme

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