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CONVERSIONE DI SAN PAOLO

CONVERSIONE di SAN PAOLO

apostolo (ca. 4 a.C. – ca. 64) 25 gennaio

Festa nata per ricordare la traslazione delle sue reliquiepaolo conversione
dalle catacombe alla basilica di S. Paolo fuori le Mura; eccovi alcuni approfondimenti sulle pagine che ad oggi ci parlano di lui e dei suoi viaggi, delle sue lettere e delle sue emozioni, commentate da grandi teologi, raccolte e pubblicate da Alban Butler.

Paolo, Apostolo dei gentili e fondatore della teologia cristiana, è forse la figura più influente e controversa dell’intera storia della cristianità. È festeggiato insieme a S. Pietro il 29 giugno, ma nella liturgia di quel giorno gli è riservata una parte molto marginale. Viene ricordato quasi per compensazione nella data odierna, in una festa conosciuta come la “Conversione”, ma che forse originariamente ricordava una traslazione delle sue reliquie. Ci è parso più opportuno tributargli oggi il ricordo maggiore.

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Le fonti per la conoscenza di Paolo sono le sue Epistole e gli Atti degli Apostoli. Nessuna delle due però può essere considerata un resoconto storico in senso moderno. Le Lettere di Paolo (fonte primaria) sono infatti documenti teologici e solo incidentalmente autobiografici, mentre l’autore degli Atti degli Apostoli presenta la sua storia come parte del secondo volume del suo Vangelo. La sua descrizione potrebbe essere stata arricchita da preoccupazioni teologiche ed egli scrive secondo le convenzioni stilistiche degli storici famosi del suo tempo.

Un’ulteriore difficoltà per stabilire un profilo della vita di Paolo viene dall’incertezza sulla  maternità di alcune lettere; le cosiddette Lettere Pastorali Paolo2Timoteo e Tito danno informazioni sugli anni successivi della vita di Paolo. Molti studiosi considerano però queste lettere pseudoepigrafe, cioè attribuite a Paolo solo per una convenzione letteraria.

Ciò renderebbe le informazioni in esse contenute altamente inaffidabili per una biografia. Una prima cruciale difficoltà si ha riguardo all’educazione di Paolo. Egli stesso sottolinea il carattere fanaticamente giudaico della sua formazione;

«Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito come ero nel sostenere le tradizioni dei padri» (Gal 1, 13-14).

In altra sede egli fornisce qualche dettaglio in più;

«Circonciso l’ottavo giorno, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto alla Legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge» (Fil 3, 5-6).

Non è però sicuro se ricevette una prima formazione nella sua città di Tarso o a Gerusalemme. L’importanza di questo quesito è che da qui si può stabilire il paolo7fondamento del suo pensiero. Quanto fu influenzato dal pensiero ellenistico? Lo stile delle sue lettere manifesta certamente l’influenza delle scuole retoriche ellenistiche, nell’uso che fa della popolare filosofia stoica e nell’impiego retorico comune della “diatriba”. D’altra parte si trova evidentemente a proprio agio con il linguaggio semitico e, scrivendo in greco riesce a introdurre giochi di parole ed espressioni idiomatiche che hanno senso solo in ebraico e aramaico.

Secondo gli Atti, sarebbe nato a Tarso ed educato a Gerusalemme presso Gamaliele, il più illustre rabbino del tempo. A che età andò a Gerusalemme e per quanto tempo vi restò?  Gerusalemme è così importante per il pensiero dell’autore degli Atti, che egli si preoccupa sempre di sottolinearne l’influenza. La storia della sua conversione è inserita negli Atti, nel contesto della lapidazione di S. Stefano, protomartire (26 dic), dove “Saulo” appare per la prima volta;

«E i testimoni distesero il loro mantello ai piedi di un giovane, chiamato Saulo […] Saulo era tra coloro che approvarono la sua uccisione» (At 7, 58; 8, 1).

La persecuzione della Chiesa da parte di Saulo continua, aggiungendo ulteriori dettagli e colore al già citato breve resoconto dello stesso S. Paolo nella lettera ai galati;

«Saulo intanto infuriava contro la Chiesa ed entrando nelle case prendeva uomini e donne e li faceva mettere in prigione […] Saulo, frattanto, si presentò al Sommo Sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati» (At 8, 3; 9, 1-2).

Un’esperienza straordinaria lo fece passare da persecutore ad apostolo missionario. Egli dà per scontato che i suoi lettori, o ascoltatori, conoscano bene questo fatto e vi fa riferimento solo indirettamente «Ma quando Dio […] si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani…» (Gal 1, 15-16), dicendone lo scopo missionario. L’episodio della Paolo conversione2conversione “sulla via per Damasco” si trova solo negli Atti,dove viene ripetuto tre volte; nel capitolo 9, in cui è svolto in forma di descrizione narrativa; «E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dalcielo e cadendo a terra udì una voce che gli diceva;“Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”  Rispose; “Chi sei Signore?” E la voce; “Io sono Gesù, che tu perseguiti”» (9, 3-6). Questa narrazione viene poi messa due volte in bocca a Paolo stesso; in 22, 6ss. ein26,12-18.

L’evento e le sue conseguenze erano chiaramente considerati cruciali per gli sviluppi della vita della Chiesa del tempo in cui Luca scriveva, come dimostra la triplice ripetizione. Il martirio di Stefano può essere datato con una discreta esattezza all’anno 36, essendo questo l’anno di interregnum tra due governatori romani e l’unico periodo in cui le autorità locali potevano aver imposto una pena capitale. Ciò non significa che la conversione di Paolo sia necessariamente avvenuta dopo questa data; gli Atti sono l’unica fonte che mette in relazione Saulo/Paolo con la lapidazione.

L’assunto che sta sotto alla narrazione di Luca è che il martirio di S. Stefano, modellato sulla morte di Cristo, rappresenta l’atto generativo di una Chiesa il cui centro è Gerusalemme; la presenza di Paolo rappresenta il legame tra la Chiesa di Gerusalemme e l’inizio della missione verso i gentili. I dettagli forniti da Luca potrebbero essere stati ricavati da un modello popolare; la storia di Eliodoro descritta in II Maccabei. Eliodoro, arrivato al tesoro per saccheggiarlo, viene gettato al suolo da un cavallo su cui siede un cavaliere misterioso (questa cosa potrebbe spiegare il cavallo su cui viene spesso dipinto paolo conversionePaolo e di cui invece non si parla negli Atti), accompagnati da due angeli che lo flagellano e lo lasciano moribondo. Egli viene poi risanato grazie al sacrificio offerto dal sommo sacerdote Onia in suo favore (2 Mac 3, 24-35).

Più che una conversione di tipo tradizionale, si tratta però della storia di una chiamata, come la considera Paolo stesso; la struttura del racconto segue in modo parallelo quella di altre chiamate, come quella di Abramo per il sacrificio di Isacco (Gen 22), quella di Giacobbe per il viaggio in Egitto (Gen 46) e quella di Samuele (1 Sam 3). In tutti questi episodi si ha una doppia chiamata (come in “Saulo, Saulo”), la replica interrogativa “Signore, chi sei?“, il riconoscimento e l’assegnazione dell’incarico.

Anche se espressa secondo uno schema letterario, la descrizione di Luca propone alcune idee fondamentali che lo stesso Paolo esprime riguardo al proprio ministero, affermando che la sua missione di apostolo consiste principalmente nel predicare il Vangelo di Cristo; che «per me […] il vivere è Cristo» (Fil 1, 21); che Cristo è nei membri della Chiesa; che egli sta rendendo testimonianza al Cristo risorto, da lui visto («Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto»

1 Cor 15, 8). I dettagli potrebbero essere romanzati, ma la narrazione è sorprendentemente fedele al suo scopo. Lo stesso si potrebbe dire del resoconto del ministero successivo di Paolo; tentarne una ricostruzione storica porterebbe a fraintendere lo scopo della narrazione, che è principalmente teologico.  Paolo si reca a Gerusalemme “sei volte”, perché Gerusalemme è la paolo e barnaba (2)fonte dell’unità della Chiesa, la fonte dalla quale sgorga il Vangelo (come Luca mostra nel suo Vangelo, dando così tanta importanza al viaggio di Gesù a Gerusalemme). La descrizione che Luca fa della prima visita di S. Paolo (At 9, 26-9), potrebbe corrispondere all’accenno di Paolo in Gal 1, 18-19:

«In seguito, dopo tre anni [probabilmente quelli successivi alla sua conversione che trascorse in preghiera in Arabia, prima di fare ritorno a Damasco] andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, ma solo Giacomo, il fratello del Signore» (aggiunge, in quella che sembra la smentita di alcune voci, «in ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco»).

Dopo la sua permanenza in Arabia cominciò a predicare il suo nuovo messaggio – Gesù è “Messia e Figlio di Dio” – nelle sinagoghe di Damasco e Gerusalemme, dove incontrò una resistenza così forte da doversi rifugiare a Tarso, temendo per la propria vita. Apparentemente c’è poi nel racconto di Paolo un lungo vuoto cronologico, che potrebbe essere riempito dalle descrizioni di Luca su altre visite:

«Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito» (Gal 2, 1ss,).

La storia successiva corrisponde a ciò che poi è diventato famoso come il concilio di Gerusalemme, con la decisione di ammettere i gentili alla Chiesa senza bisogno di un precedente ingresso nel giudaismo e conseguente obbligo di osservare le usanze alimentari e le altre leggi giudaiche. Generalmente si tende a collocare questo “concilio” nell’anno 49; Karl Rahner lo ha definito l’inizio della “seconda era” della Chiesa, che sarebbe durata fino alla vera e propria universalizzazione segnata dal Concilio Vaticano II del 1962-1965; la “seconda era” è infatti essenzialmente la continuazione, nelle culture derivate da quella ellenistica e da quella latina, della missione di Paolo nell’impero romano.

La storia della sua fuga da Damasco in una cesta, che egli narra in 2 Cor 11, 32-33  «Damasco, il governatore del re Areta montava la guardia alla città dei damasceni per catturarmi, ma da una inestra fui calato per il muro in una cesta e così sfuggii dalle sue mani», potrebbe riferirsi sia alla prima visita che fece alla città, sia a una successiva.

Areta regnò solo per due anni, dal 37 al 39; l’episodio quindi deve essere avvenuto nell’arco di questi due anni. In periodi diversi i viaggi missionari portarono Paolo a Cipro, in Asia Minore, nella Grecia orientale e a Efeso dove, nel corso di una lunga permanenza, scrisse la prima Lettera ai corinti. Fu anche in Macedonia e Acaia, dove scrisse la Lettera ai romani, la sua epistola più lunga e la più densa dal punto di vista teologico. Si narra che successivamente sia salpato alla volta di Malta, dove sarebbe sbarcato su una tavola trascinata dalla corrente (la nave aveva fatto naufragio), e da qui si sarebbe recato a Roma. Luca potrebbe aver diviso i viaggi di Paolo in tre fasi allo scopo di organizzare i suoi argomenti secondo un numero simbolico. Per tre volte si parla di Paolo c’he, scacciato dalla maggioranza ebraica (ebrei della diaspora e “proseliti” – pagani convertiti all’ebraismo), si rivolge ai gentili e afferma che ciò adempie le profezie. Ogni volta cita testi biblici a sostegno di questo insegnamento e prova che egli insegna sulla base di quella che egli considera come la vera tradizione giudaica.

E stata sollevata (da J. Knox) un’obiezione divenuta famosa: «Se qualcuno avesse fermato Paolo lungo le strade di Efeso e gli avesse detto: “Paolo, in quale dei tuoi viaggi missionari ti trovi ora?”, egli lo avrebbe guardato disorientato, senza avere la minima idea di ciò a cui si stava riferendo». Le tre fasi sono collocate ad Antiochia (in Asia Minore), a Corinto (in Grecia, per cui si può stabilire una data probabile tra il 51 e 52, grazie a indizi esterni), e a Roma, dove Paolo cita Isaia:

«Ascoltate pure, ma senza comprendere […]» (Is 6, 9-10), facendo eco al lamento sugli ebrei nella Lettera ai romani ai capitoli 9-11.

Paolo in realtà aveva terminato la propria attività missionaria a Gerusalemme, dove era custodito dalla guardia romana, dopo che una folla ostile lo aveva minacciato di morte. Per evitare di essere processato davanti al Sinedrio si era rivolto all’imperatore in virtù della sua cittadinanza romana. Così fu portato a Roma l’esame del caso. Egli venne condotto sotto scorta armata a Cesarea e da qui a Roma, dove le condizioni miti di prigionia gli permisero di entrare in contatto con la comunità ebraica della città, fatto che porta la storia a una conclusione soddisfacente dal punto di vista teologico, realizzando l’intenzione di Luca di esporre il modo in cui il Vangelo si è fatto strada da Gerusalemme alla capitale dell’impero. Le ulteriori informazioni sulla vita di Paolo  appartengono più alla tradizione che alla storia (e verranno riprese all’inizio della sezione del 29 giugno).

Diversi “discorsi” di Paolo sono riportati negli Alti, ma questo apparente resoconto testimoniale, è più probabilmente un esempio della convenzione stabilita da Tucidide; «Il mio metodo è stato quello di far dire a chi parla ciò che secondo me l’occasione richiedeva». Ciò nonostante le parole che Luca attribuisce a Paolo fanno eco a molti dei temi chiave che si trovano nelle Epistole: si veda l’importanza data alla redenzione dei peccati dei credenti mediante la potenza di Gesù (At 13, 38), che ha un parallelo nella Lettera ai romani, quando si parla di opposizione tra fede e legge; o la possibilità di conoscere Dio tramite la natura, di nuovo in parallelo con la Lettera ai romani. Il suo discorso di addiopaolo predicazione (2) agli anziani di Efeso, con il riferimento alle sue sofferenze, alla sua indipendenza economica e alla mancanza di preoccupazioni per la propria vita, trova eco nella seconda Lettera ai corinti e nella Lettera ai filippesi.

La conversione, o chiamata all’apostolato, di Paolo sottolineò il passaggio dal cristianesimo giudaico a quello ellenisticogentile e quindi il sorgere di un cristianesimo inteso come religione universale. Egli portò al successo la già esistente missione verso i gentili, trovando un linguaggio con cui divenne possibile e reale la loro conversione di massa. Al tempo della sua morte «il mondo ellenistico era coperto da una rete di nuclei cristiani, la cui esistenza rese possibile l’ulteriore espansione della fede cristiana negli anni che seguirono» (Karl Baus).

Egli però non “inventò”, come Nietzsche e altri avrebbero poi sostenuto, il cristianesimo: tutto il suo insegnamento è fermamente radicato nell’esperienza pasquale di Gesù Cristo, crocifisso e risorto, esperienza che egli stesso visse con forza in occasione della sua conversione. L’originalità di espressione di Paolo non deve impedirci di capire che egli deve alla Chiesa primitiva la sostanza di quello che esprime. Non avendo conosciuto Gesù “nella carne” egli crede in modo “spirituale”, ma ciò non significa che egli faccia la distinzione filosofica greca tra corpo e spirito.

I grandi temi di Paolo (Regno di Dio, conversione, rivelazione, centralità della Croce, universalità del messaggio di Gesù, giustificazione tramite grazia e amore come compimento della Legge) forniscono virtualmente la base di tutta la teologia cristiana successiva, passando specialmente per Agostino e Tommaso d’Aquino, e offrono gli elementi principali alle dispute sulla paolo8“giustificazione” di Riforma e Controriforma. Il suo insistere sul fatto che «dove c’è lo Spirito, c’è la libertà» è stato ripreso ultimamente dalla teologia della liberazione, come pure il suo orgoglio per il lavoro manuale nonché la sua rinuncia a far parte delle «forze di sicurezza di uno stato teocratico» (Fedro Casaldaliga).

Jon Sobrino evidenzia come gli aspetti che Paolo sottolinea della propria vita e personalità siano quelli che riprendono la vita di Gesù, la sua debolezza, la sua accoglienza e accettazione del dolore, respingendo così l’idea del XIX secolo secondo la quale Paolo «non era interessato a Gesù».

Egli si è fatto “servo di tutti” e in tutti i tempi, ma è ancora un uomo del suo tempo, con atteggiamenti nei confronti del mondo femminile e della società che appartengono a quel tempo. Fino al 1969 si “commemorava” S. Paolo il 30 giugno, come se si volesse compensare il maggior risalto dato a S. Pietro nella liturgia del 29 giugno. La festa della sua conversione è conosciuta come “traslazione” nel Martirologio Geronimiano, cosa che fa pensare che in questo giorno si ricordasse la traslazione delle sue reliquie dalle catacombe alla basilica di S. Paolo fuori le Mura.

Questo giorno fu per qualche tempo una festività di precetto in Occidente. I calendari del VII e VIII secolo, comunque, fanno già riferimento a una “conversione”: questo è stato per secoli il significato della festa. L’importanza della festa è stata riaffermata negli ultimi decenni, con la scelta di questo giorno a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

Paolo è il santo patrono del Movimento dei Cursillos, che ha lo scopo di preparare i fedeli all’apostolato, secondo quanto stabilito da papa Paolo VI nel 1973, ed è implicitamente il protettore di ogni forma di azione cattolica. Egli è anche patrono della Grecia e di Malta, dove la devozione nei suoi confronti deriva dalla storia del naufragio narrata negli Atti. Entrambi i paesi celebrano un’ulteriore festa per “l’Arrivo di San Paolo“.

È INVOCATO; – contro i morsi dei rettili e le tempeste marine – come protettore dei teologi, dei fabbricanti di corde e dei propagatori della fede

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Fonte: Il primo grande dizionario dei santi di Alban Butler

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